Parafrasi e commento.
Due uniche parole: Poesia Assoluta. Essenziale. Senza alcun bisogno di spiegazione. La poesia è data. La poesia è offerta al pubblico. O si capisce o non si capisce. O la si apprezza o la si rifiuta in toto. O colpisce il gusto personale o lo manca totalmente. Non c’è nulla da fare. “Absolute Poetry” rassegna organizzata dal comune di Monfalcone è una sfida. Si propone con forza, con decisione, impassibile davanti a chi insinuava il dubbio di un possibile fallimento. Il festival della poesia ha dimostrato che il pubblico apprezza, che il pubblico ha sete di poesia, che necessita di staccarsi dalla monotona quotidianità per raggiungere tramite la sensibilità di pochi, l’indicibile, i lati nascosti dell’animo umano. “Benvenuti su questa nostra ardita, futuristica, ancestrale, bellissima nave.” Così recita la presentazione.
Così Monfalcone presenta il suo cantiere. Un luogo simbolo della città stessa. Un luogo che contiene ogni momento poetico; dall’ispirazione, alla stesura di alcuni versi; dal labor limae alla lettura dei componimenti. “Absolute Poetry” presenta al pubblico la poesia in ogni suo aspetto. Ricorda il sudore, la fatica, il lavoro del poeta; ha bisogno dell’energia sprigionata dai versi, dalle poche parole che per uno strano caso del destino si trovano vicine e sanno donare un’emozione a chi le ascolta. I “cantieri internazionali di poesia” propongono al pubblico, all’estraneo, a chi si affaccia timidamente, con diffidenza a questo mondo, a chi lo ama ma lo teme allo stesso tempo, una rassegna di nomi. Nomi che evocano e rispondono all’esigenza di poeticità. Autori che con il loro lavoro hanno contribuito all’espansione di questa realtà, alla diffusione del suo messaggio e lo hanno fatto filtrando l’esterno con la loro sfera interiore. Autori che come le strofe di un componimento breve, liberano magicamente il loro animo inconsueto e affidano le loro parole composte all’aria del Teatro Comunale respirata da un pubblico sognante.
La flessuosa forma della poesia viene accompagnata dolcemente nel suo scorrere da immagini, suoni, colori a testimoniare innegabilmente che l’arte non si spiega per compartimenti stagni, ma si serve di ognuno di essi per meglio esaltare le proprie qualità. La prima serata comunica perfettamente i motivi alla base degli incontri. Il palcoscenico è un cantiere aperto. Si lavora, si costruisce, ci si dispera, si resta appagati del proprio produrre. La prima strofa della serata si apre con la serena umiltà dell’autore friulano Gian Mario Villalta. Il poeta conduce i propri versi attraverso un concreto “sentire”, offre immagini di ogni giorno, un pettirosso posato su una siepe, una stazione di servizio lungo l’autostrada. “È attraverso ciò che il corpo percepisce, che scaturisce la sua poesia apparentemente semplice”.
Lo spettacolo continua all’insegna dei colori rosso e nero. Una voce calda, avvolgente e una zingara della poesia internazionale, Tracy Splinter. “Why am I writing? Perchè sto scrivendo?”. La poetessa sudafricana naturalizzata tedesca si serve della comunicazione corporea. La sua poesia s’intreccia con le movenze sensuali del corpo, con la seduzione della propria voce e si fa simbolo del multiculturalismo e del nomadismo intellettuale perchè il mondo “è uno scambio di pensieri e noi dobbiamo lasciare che si tocchino”.
Terza strofa. Siamo nuovamente in Italia. Una coppia: Edoardo Sanguineti e Stefano Scodanibbio. Una voce e un contrabbasso. Il grande scrittore genovese, critico appartenente al Gruppo ’63 si definisce un “politico prestato alla poesia” e propone due proprie opere “Postkarten” e “Alfabeto Apocalittico” dimostrando la sua stretta confidenza con l’universo della parola. Legge Sanguineti, continua a leggere. In “Postkarten” la sua voce decisa, ferma, tranquilla ma che si poggia su abili intonazioni quasi impercepibili, ci porta lontano, attraverso incontri di anime, in una poesia quotidiana, giornaliera e giornalistica, a volte retorica. Viaggiamo assieme a lui per l’Europa incontriamo “piccioni e infermiere in moto perpetuo” e ci abbandoniamo alle cartoline, a frammenti di luoghi, frammenti di riflessioni in sospeso tra la libera invenzione e la ricerca della maggiore varietà ritmica. “Sono morto molte volte almeno e adesso che potrei dire tutto perchè sono morto, non ho da dire più niente. Ecco.” Così finisce l’esercizio, così finisce il lamento del contrabbasso, per poi iniziare nuovamente con “Alfabeto Apocalittico”. Lavoro in 21 ottave, una per ogni lettera dell’alfabeto. Opera che dimostra gran stile e grande capacità di gestire il linguaggio poetico, accompagnata dalle proiezioni su schermo delle 21 lettere dipinte da Baj con la consueta impronta erotico-dissacrante.
Conclude il componimento una voce proveniente dall’Africa, dal Senegal, quella di Badara Seck. Ora è il giallo che pervade ed è il canto che domina, quello della nuova identità africana, testimonianza del ruolo attivo nelle trasformazioni dei suoi popoli.
Filo conduttore della serata sono le immagini di Giacomo Vernes che interpetano il contenuto dei testi e simultaneamente sono proiettate nello schermo. Questo perchè come dice Vernes stesso “in televisione vi sono solo figurine”. Allora ringraziamo “i cantieri internazionali di poesia”. Ringraziamoli perchè sappiamo che ormai consumati dalle “figurine” possiamo ancora una volta recarci a teatro e condividere al buio, in silenzio le nostre emozioni con chi diversamente da noi le esprime liberamente e le affida alla voce.
Nicoletta Favaretto






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