Alle radici del terrorismo italiano
Datemi pure della campanilista, ma sono convinta che non vi siano tanti luoghi, in Italia, più belli e dolci rispetto alla mia regione, il Trentino- Alto Adige. Abbiamo paesaggi mozzafiato, verdi vallate impreziosite da vigneti e frutteti, montagne maestose, fiumi, cascate, laghetti incastonati nella roccia, dalle sfumature di colore spesso incantevoli…Pensate che v’è anche una leggenda altoatesina che decanta questi luoghi tanto ameni e si propone, pure, di spiegare da dove derivi la loro beltà. Beh, la spiegazione è piuttosto semplice. Dio dopo aver creato tutto il mondo si fermò per riposare, ma gli angeli gli ricordarono che si era dimenticato di una cosa importante: il Tirolo. E allora il buon Signore dell’Universo creò il proprio capolavoro, e dopo aver finito di spruzzarci sopra neve, genziane ed erbe, ci andò a riposare.
Ma questo Dio un po’ sbadato, spesse volte –a mio parere- si dimenticò di garantire alla popolazione di questo Eden anche un po’ di felicità, oltre che un ambiente tanto bello in cui vivere.
Le genti del Trentino – Alto Adige hanno dovuto infatti soffrire tanto, e soprattutto nell’ultimo secolo. Prima gli italiani tra Salorno e Borghetto hanno dovuto convivere per secoli con la dominazione Austro – Ungarica, fino a che, il primo conflitto mondiale, non ha permesso loro di ricongiungersi alla propria madrepatria, il Regno d’Italia. Poi, quasi per uno scherzo del destino, gli oppressori si sono trasformati in oppressi e proprio il concludersi della guerra ha segnato l’inizio del tormento di 250 000 altoatesini di lingua tedesca, ricompresi all’interno del nuovo confine italiano del Brennero. Tra le due guerre sono stati costretti a subire gli aspetti peggiori del fascismo, come il duro processo di italianizzazione promosso da Tolomei, la tragedia delle Opzioni ( ovvero il loro esodo organizzato) e poi l’occupazione nazista. Nel secondo dopoguerra, dopo una prima richiesta di autodeterminazione e ricongiungimento all’Austria, gli altoatesini, guidati dalla Sudtiroler Volkspartei, hanno lottato strenuamente per ottenere l’autonomia promessa dagli accordi De Gasperi- Gruber, e concessa con ritardi e lacune dal governo di Roma. Il primo esperimento autonomistico si è rivelato però un sostanziale fallimento, tanto da indurre alcuni gruppi di sudtirolesi a tornare a reclamare il diritto all’autodecisione, questa volta però attraverso la dinamite.
E “ Brennero Connection” di Gianni Flamini parla proprio di questo, dei bui anni del terrorismo altoatesino che ha martoriato la regione per un periodo lunghissimo (1956 – 1988), avente il proprio apogeo negli anni sessanta. Il libro di Flamini, oltre ad essere molto accurato e preciso nelle spiegazioni, ha il pregio di essere l’unica opera recente sul tema e di raccogliere e fondere tutti dati e le conoscenze messe a disposizione, nel corso degli anni, da fonti giornalistiche o politiche. Importantissimo, in questo senso, è stato il lavoro del sen. Marco Boato, il primo ad interrogarsi sul ruolo che i corpi militari di polizia e di sicurezza dello Stato hanno avuto in connessione alle vicende del Sudtirolo. Ne emerge un quadro a tinte foschissime, in cui l’Alto Adige si configura come una specie di laboratorio in cui fu sperimentato, per la prima volta, un fenomeno mostruoso: quello della “Strategia della Tensione”. E’ qui che, già a partire dagli anni ’60, gli apparati dello Stato superarono la sottile soglia tra informazione e provocazione. L’informazione è data dal fatto che gli apparati debbano infiltrarsi in gruppi terroristici per cercare di conoscerne e controllarne le mosse. Il passaggio da informazione a provocazione avviene quando,invece, sapendo il tipo di attività in atto, anziché prevenirla o reprimerla si interviene per alimentarla attivamente. Questo comportamento “deviante”, estraneo ai compiti istituzionali degli apparati, fu purtroppo attuato troppe volte nella storia dell’Alto Adige. Il libro di Flamini, oltre alla cronistoria del dramma altoatesino, ci permette dunque di addentrarci alle origini di quella storia ufficiosa che tanto influenzò la propria controparte pubblica nel secondo dopoguerra italiano. Certo, i toni usati dall’autore scadono qualche volta in quelli di una spy-story più che mantenersi su quelli neutri di un’inchiesta giornalistica, ma al di là di questa piccola critica mi sento di consigliare il suo libro a tutti coloro che vogliano strappare il velo di ignoranza che per troppo tempo ha circondato le tristi vicende altoatesine.
Elisa Calliari






No comments yet
Feed dei commenti di questo articolo