Salman Rushdie è il simbolo del fatto che spesso una minaccia di morte può essere benefica per la fama e per le vendite, per chi fa cultura. Penso che molto pochi lettori non abbiano mai sentito parlare della Fatwah lanciatagli contro dall’ayatollah Khomeini dopo la pubblicazione del suo libro più famoso e controverso, “I versetti Satanici”. Ebbene, questa tragedia (Rushdie non può girare in nessun paese arabo, perché secondo la fatwah chiunque voglia può ucciderlo senza essere punito dalle leggi, e anzi, si guadagna il paradiso) l’ha trasportato di colpo sulle prime pagine di tutti i giornali, ed è diventato rappresentante sommo della libertà di pensiero contro i fondamentalismi, come il premio Nobel 2006 Orhan Pamuk. Ed è con questa fama “extraletteraria” che io, povero lettore medio, ho dovuto fare i conti; ed è con una certa forma di pregiudizio che mi sono avvicinato a “I figli della Mezzanotte”, un libro meno famoso di quello che gli è valso la maledizione del mondo islamico, ma di cui avevo sentito dire un gran bene. Intendo dire, il mio pensiero era: è famoso solo per la situazione in cui si è trovato, o vale effettivamente la pena leggerlo? Devo dire che senza ombra di dubbio ne è valsa la pena. Non solo Rushdie è un ottimo scrittore, ma è anche uno dei massimi di quest’epoca. E “I figli della Mezzanotte”, scritto nel 1981, è il suo capolavoro. Nonostante il titolo sembri rimandare ad un’ambientazione estiva, nel pieno della movida, in realtà il libro è di una complessità eccezionale. Ma andiamo con ordine. I figli della mezzanotte che danno il titolo al libro sono 1001 bambini che nascono in India allo scoccare della mezzanotte del 15 agosto 1947, data fondamentale per il loro Paese. Infatti, si tratta dello stesso momento in cui l’India diventa indipendente. Ecco che quindi i bambini nati in quest’ora così importante sono tutti dotati di superpoteri: c’è chi riesce a passare attraverso gli specchi, chi è talmente bello da bruciare chi lo guarda, chi ha poteri da alchimista. Ma nessuno ha la capacità di Saleem Sinai, il protagonista, di entrare nelle menti altrui: infatti, è telepatico. Per questo, riesce a conoscere molte cose di cui non è testimone diretto; e per questo, il libro è narrato in prima persona dallo stesso Saleem che, ormai giunto alla fine della sua tragicomica vita, ne ripercorre le tappe. Ed appare subito chiaro come la sua vita sia intrecciata con quella della nazione in cui vive, e che questo sia una maledizione ed un dono della mezzanotte. Ogni azione è legata a momenti particolari dell’India; ogni sviluppo nella sua storia personale causa cambiamenti nella macrostoria. Tutto è legato, tutto si tiene; e questo non solo nello spazio, ma anche nel tempo. Infatti, buona parte della complessità di costruzione del libro deriva dal fatto che esso non narra la singola vita di Saleem, ma comincia da quella di Aadam, suo nonno, per poi risalire al contemporaneo. “Per comprendere una persona, dovete inghiottire il mondo”; questa è la regola del libro. Ed effettivamente, il libro contiene un mondo: è un romanzo di formazione, la storia di una famiglia, un romanzo storico, un esempio sommo di realismo magico, persino un giallo,sotto certi aspetti. E proprio qui sta la grandezza di Rushdie, il suo genio: nel fatto che il libro sia enormemente complesso, che ogni singola pagina offra motivi di riflessione, che si sommino storie su storie, che personaggi spariscano e ritornino dopo centinaia di pagine, che ogni frase sia poi richiamata in un altro contesto, e che nonostante ciò il libro scorra via con “piedi di vento”. Rushdie scrive benissimo, con ironia e leggerezza, e riesce a tenere viva la tensione, a richiamare l’attenzione, come ogni migliore giallista dovrebbe fare; ma nello stesso tempo, questo non impedisce al suo romanzo di essere un capolavoro, raramente eguagliato nella nostra epoca in quanto a profondità. Grazie ad un linguaggio simbolico ricchissimo, Rushdie riesce a parlare con la somma semplicità di tutti i problemi maggiori, sia storici che esistenziali; e il suo protagonista diventa il simbolo di ciò che tutti, più o meno, oggi siamo- sradicati, cittadini del mondo, dotati di molteplici identità spesso in disaccordo tra loro- . Così, la storia dell’India moderna, britannica e induista, occidentale e legata alle antiche superstizioni, industriale e contadina, ma anche avanzatissima e nello stesso tempo nella più grave arretratezza, assurge a esempio delle contraddizioni del nostro mondo globale; e Saleem, “pieno di crepe”, non pienamente indiano, né pienamente musulmano, né del tutto inglese, ma un po’ di tutto ciò, a suo agio ovunque e da nessuna parte, rappresenta tutti noi. E in questo discorso rientra il destino dei figli della mezzanotte. Essi, legati a doppio filo alla loro nazione, sono il simbolo dell’India arcaica, magica, che dovrà essere dimenticata dal nuovo Stato indipendente e moderno, e quindi dovranno essere distrutti; o forse sono la nuova speranza di una nazione giovane, i nuovi superuomini che innalzeranno l’orgoglio indiano nel futuro? Naturalmente non vi anticipo come finirà, ma per scoprirlo vi invito a leggere un libro che vi farà affascinare ad un’altra cultura e che, nello stesso tempo, vi spiegherà come pochi altri la vostra.

Giovanni Collot