Non deve apprendere nessuna conoscenza con spirito servile. L’ha detto Platone.
Nel mio piccolo, io sarei dovuto andare a lezione di Arabo oggi. Però non l’ho fatto.
Mi chiamo Rodolfo e sono a Gorizia da cinque anni. Lo direi un periodo lunghetto, anche se un anno ho deciso di giocarmi il jolly Erasmus. Non mi sono ancora ambientato, ma fortunatamente la stabilità non è più una priorità. Da quando mi sono immatricolato per la prima volta sono cambiate così tante cose che ho rinunciato persino a tenerle a mente. Ora, per sapere quanti e quali esami mi mancano faccio affidamento sul mio libretto elettronico. E sbaglio sempre.
Il punto, comunque, non è questo. Se scrivo questo articolo, e so che finirà in “stile libero” e non in “università”, è proprio perché non voglio muovere critiche ad alcunché di concreto e di modificabile. Se scrivo parlo di me, ed è perché mi sembra con ciò di riuscire a sfogare un senso di frustrazione e d’umiliazione che spero non mio solamente.
Il punto è questo: non sono andato a lezione di Arabo. Avrei voluto andarci, sapete, ma semplicemente non l’ho fatto. Perché da un po’ di tempo, a mio vedere, qualcosa si è inceppato nel senso del grande meccanismo generale, qualcosa si è inceppato ed a volte mi pare che sia quasi un portato biologico, il rifiutare di comprendere perché degli esseri umani di ventitré anni, l’età più vitale, l’età più fertile in un certo senso, debbano essere costretti ad imparare.
“Imparare”, capite? Ancora. Quando concluderò la laurea specialistica, avrò studiato per diciotto anni della mia vita, se a Dio piacendo sarò in orario, senza essermi perso troppo e stringendo i denti, come tutti. Diciotto anni (so che in questo momento non ci credete e state contando. Però è così. Pazzesco, eh?). E cosa mi sarà rimasto? Probabilmente la mia sola capacità di leggere e scrivere (sulla terza, il “far di conto”, ho già i miei dubbi). Non credo d’essere particolarmente stupido. Però quello che resta di ogni libro, di ogni esame, è un sorso un fondo un residuo, un po’ di cenere, un “non lo so”. Quali sono le clausole dei trattati x e y? Non lo so. Chi si ricorda anche solo i princípi basilari della statistica? Io no di certo. Eppure quello fu l’esame che preparai meglio, sei mesi passati a sudar duro e punteggi pieni ad ogni parziale. Non ci fu nemmeno bisogno dell’orale, ottenni la piena assoluzione con lode sulla fiducia. Ed è come se non avessi mai aperto quei libri.
E allora, perché continuare? Onestamente, voglio dire.
A volte ho l’impressione che tutto ciò serva ad autoalimentare una struttura. La laurea è richiesta per trovare lavoro, teoricamente. E non sto parlando della laurea triennale, perché quella è lo scherzo più sadico ed inutile che questo sistema ha giocato alla mia generazione. Ogni laureato è prezioso alla società. E non solo in senso ideale. Per ogni laureato ci sono soldi, molti soldi: i soldi dei professori e dei segretari, certo; ma anche delle imprese delle pulizie; dei portinai; delle librerie e delle copisterie; dei padroni di casa; dei baristi; dei locali; anche delle ferrovie, a ben vedere. Avete mai preso un treno di pendolari? Siamo troppi. Viene da chiedersi se non siamo per caso tutti le consenzienti vittime di un’illusione collettiva, di una grande mistificazione, di una presa in giro. Malthus riderebbe di gusto.
Diranno che ciò che si acquisisce all’università, o nell’apprendimento in generale, è un modus vivendi. Ed abbiamo imparato benissimo, ed a velocità sconcertante, tutto ciò che occorre, giusto? Giusto. Abbiamo imparato a non avere ragione; a temere ogni esame o ritorsione minacciata, vera o presunta; abbiamo imparato mezzucci e gelosie; ad essere più svelti degli altri oppure ad imitarli; soprattutto abbiamo imparato ad appiattire la nostra stupenda vivacità intellettuale sulla spenta corda d’una cultura sempre identica a sé, che spicca solo per la sua autoreferenzialità.
E per questo era già sufficiente un liceo. Ci fossimo fermati lì, avremmo impiegato solo tredici anni. Invece ne bruceremo diciotto, e forse ancora non avremo appreso nulla della vita, e continueremo a sonnecchiare, eterni adolescenti nella nostra bella cameretta, ed Almalaurea ci proporrà nuovi master. Perché non si finisce mai di imparare.
Però insomma, eccoci qui. Ci piaccia oppure no. L’inerzia è una cosa meravigliosa. Al quinto anno, teoricamente l’ultimo, con degli esami che hanno il nome di quelli già sostenuti alla triennale, e spesso con i medesimi professori. Almeno nel mio caso.
Così torniamo al punto di partenza. Ed avrei voluto andarci a quel corso di Arabo. Sul serio. E’ un ottimo corso, l’insegnante è davvero fantastica, e mi pare un’opportunità da non perdere. Magari alla prossima lezione sarò presente. Però oggi non l’ho fatto.
Rodolfo Toè
Rodolfo.toe@sconfinare.net






2 comments
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29 Novembre 2008 a 22:47
ez-ezunavuran
Questo scritto è bello e soprattutto vero.
27 Dicembre 2008 a 21:30
natura
Terribilmente realistico ma spaventoso per uno studente che si avvia alla maturità.Noi diplomati del 2009 ci ritroviamo faccia a faccia con un ambiente universitario quanto mai in crisi e compiere una scelta non è più una questione di aspirazioni o competenze individuali quanto,piuttosto,di “opportunità”….,Ma qual è il criterio che ci permette di scegliere una facoltà “sicura” ?IAbbiamo voglia di conoscere,apprendere,amare lo studio e apassionarci ,e abbiamo altrettanta voglia di lavorare,di mettere in pratica quei famosi 18 anni di studio.Il problema,a questo punto,mi sembra ,lungi dal “raggiungeremo i nostri obiettivi dopo l’università?”, “riusciremo a fare uno straccio di lavoro dopo l’università,possibilmente prima dei 30 anni?”
E’ pur vero che una vita già scritta e certezze preconfezionate non hanno mai plasmato la vita di nessuno quindi ci tocca crederci,almeno finchè ne abbiamo la forza.
PS io alla lezione di arabo ci andrei la prossima volta,perchè se si mantiene viva la curiosità,forse il percorso sembra un pò meno lungo e si conserva l’impressione che in fondo sia servito a qualcosa…magari non a costruirci il futuro dei sogni,ma a soddisfare l’inevitabile necessità di sapere,a capire che a volte è giusto ammettere di “non avere ragione” perchè abbiamo ancora tanto da fare, e anche imparare che “usare mezzucci e gelosie; ad essere più svelti degli altri oppure ad imitarli” può assicurarti un buon voto,perchè no,ma ci insegna solo “ad appiattire la nostra stupenda vivacità intellettuale sulla spenta corda d’una cultura sempre identica a sé, che spicca solo per la sua autoreferenzialità”.
Spero non te la sia presa se mi sono permessa di citarti,ma l’ho trovata una frase semplicemente perfetta.