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Io non so esattamente quanto spazio occupi la provincia di Varese, o come la chiamano in quelle zone, il Varesotto. Non so nemmeno se i luoghi che frequento da vent’anni siano o meno lì, piuttosto che sotto Monza o Milano o Como o che altro. Il fatto è questo: troppi paesi, lì.
Ma andiamo con ordine. E’ un posto strano, dove tutto, o quasi, è uguale. Dove tutto, o quasi, è iper-concentrato.
Credo sia l’ideale, per un vignettista. Campi e campi e campi, intervallati da rotonde e paesi con le stesse case, rotonde e paesi con le stesse case. Io mi perderei, sempre. E poi, i centri commerciali. Tanti centri commerciali. L’ideale, disegnare tutto questo dal sedile posteriore di un auto. E sullo sfondo, le montagne.
Sì, perché la provincia di Varese, il Varesotto, o i dintorni di Saronno, o qualunque sia la definizione per quella terra tra Varese, Como e Monza –con Milano a venti minuti di treno- segna anche la fine della Pianura Padana.
E dove la Pianura Padana finisce, inizia la Lega. Varese, la patria della Lega Nord!
Sì, questo posto è proprio strano. E anche quello che sto dicendo, in fondo, pare mancare di un filo logico; ma tranquilli, è tutto voluto: una narrazione che si rispetti si adegua a ciò che racconta.
E questo posto, sì, è proprio strano.
I treni, per esempio. I treni! Qui non c’è Trenitalia, nossignori. Qui ci sono le ferrovie Nord –il loro colore è il verde, già. Poi, non so se questa sia una fortuna, eh. Che non ci sia Trenitalia, intendo. Non so nemmeno come sia potuto accadere, fatto sta che ci sono stazioni solo per la Nord, la gente dice prendiamo le Nord –e cos’altro potrebbe fare, dato che è l’unico modo per spostersi col treno?- e per andare a Como, in riva al lago, si deve prendere la Nord. E scusatemi se non vi sembra strano.
Qui è tutto diverso.
Ma a parte le ferrovie. E’ diversa anche la messa –ricordi di quando ancora ci andavo, a messa. E’ il rito ambrosiano, perciò anche di Milano, ma qui, chissà perché, fa più effetto, perché la campagna cittadina dei dintorni fa tanto Don Abbondio, e pazienza se, alla fine, non era proprio qui il paesello di Renzo e Lucia, ma era più verso Lecco. Vabbè, non credo cambi di molto l’ambiente. La messa, per quel che ricordo, è strana perché è tutto uguale, o quasi; ma lo scambio della pace avviene all’inizio della cerimonia, invece che verso la fine. Un po’ come il luogo in generale, dove sembra tutto uguale, e anche un po’ noiosetto, ma in realtà poi quei due-tre elementi fuori posto scombinano le abitudini dei forestieri.
La gente, poi. Un po’ di signori milanesi vecchio stampo, che trascorrono la pensione in quella che fu campagna, chissà quanto tempo fa, ed ora è tutto un susseguirsi di paesi –intervallati, ripeto, da rotonde. Quante rotonde!
Ma non solo vecchi milanesi. Tanti ragazzi, con l’accento un po’ cerchiato, se così si può dire –è molto difficile descrivere un dialetto, non ci avete mai provato? E a casa, quando tornano, hanno le nonne che parlano in un altro modo. Sì, in un altro modo, che spesso è il calabrese.
Ho visto meno calabresi in Calabria, in effetti. Qui ci sono interi paesi composti da calabresi e limitrofi. Eppure, è la patria della Lega Nord.
Bah, misteri d’Italia. Eppure vorrei capirlo.
Qui le strisce sono verdi. Davvero, sono verdi. Un verde sgargiante tra l’altro, quando non è consunto, che colpisce l’occhio e accende il paesaggio. Non potrei mai guidare qui, andrei fuori strada ad ogni striscia pedonale. E i cartelli. I cartelli con i nomi dei luoghi, sono spettacolari. E’ vero, non è una prerogativa lùmbard, ma qui l’arte della ricerca delle radici popolar-dialettali raggiunge livelli inavvicinabili da alcun altro luogo. C’è un paese…Dico sul serio, eh. C’è un paese che, fondato da poco, non ha un nome in dialetto. E ce lo hanno messo lo stesso. ‘A metà tra berghèm e milèn’, hanno scritto. Davvero. Ci sono stato, lì –sono andato in pizzeria, una sera.
E quindi. La Lega ormai è parte della storia del luogo, e in effetti non saprei immaginarmi Lazzate (provincia brianzola, eh) senza il suo bel cartello ‘Lazzàa’, né Cogliate senza il suo ‘San Dalmazi’, e nessuno che sappia spiegarmene il perché.
Ma la vita scorre placida, placida davvero, e allora perché andare a disturbare gli abitanti? La mattina prendono l’auto e vanno in tante diverse direzioni quanti sono gli innumerevoli paesini dove la sorte li ha spediti a lavorare, e superano, senza farci quasi caso, quei cartelli in marroncino, che per alcuni rappresentano, caspita, l’orgoglio della tradizione. Ma questi alcuni, perlomeno, una cosa l’hanno azzeccata: a parte il grigio delle strade e il rosso dei tetti delle case tutte uguali, qui è davvero tutto un po’ verde, sotto sotto.
Francesco Scatigna






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