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Il racconto che segue è reale. Riguarda mia sorella, che ha contratto come tante (tanti? Non so, forse le preferenze di genere non esistono; occhio, si potrebbe esser tacciati di sessismo) il virus di Twilight. Preciso: sto parlando del libro della Mayer (non l’ho letto e non intendo farlo, quindi m’astengo da giudizi di valore. Non lo conosco, punto. Però so ch’è piaciuto a parecchia gente, tant’è che insegnanti di licei classici – che teoricamente di letteratura ne sanno a pacchi – l’hanno consigliato ai loro alunni).
Il libro è piaciuto tanto (leggasi: ha venduto tanto) che se n’è fatto un film, come tragicamente capita in questi casi. E dico “tragicamente” perché a me, nel mio piccolo, è accaduto lo stesso anni fa, quando lessi “Il Signore Degli Anelli” molto prima che ne facessero una versione cinematografica. E sapete qual è il trauma? Che se t’innamori d’un libro, immaginandolo per bene come vuoi tu, e poi ne guardi la “versione Hollywood”, se si è sfortunati come il sottoscritto (e la di lui sorella) dopo, quando ti capita di rileggerlo, non sei più capace di ricreare il mondo che avevi incontrato la prima volta. E’ finita, Frodo è Elijah Wood. Argh.
La mente è pigra. E’ più facile vedere che immaginare.
Consapevole dei suoi limiti, mia sorella ha deciso che per non guastare l’immagine dell’aitante, affascinante, romantico, […] impossibile protagonista che s’era creata avrebbe scrupolosamente evitato le occasioni di vedere le immagini del film. La capisco. Non che m’interessi particolarmente questo Edward (si chiama così) però l’amore per un libro che sentiamo nostro e che vogliamo proteggere, questo sì che lo condivido. E mia sorella non ha chiesto tanto al mondo. Solo ha domandato per una volta, per favore, di essere lasciata in pace.
E qui entro nel cuore della vicenda, il fatto che mi ha portato a scrivere un articolo che può sembrare ridicolo ma in fondo non lo è. Perché è un esempio, nel suo piccolo, di come la società alla fine riesca ad imporsi. Volente o nolente, non cambia nulla: alla fine vedrai quello che vogliono farti vedere.
Mia sorella, per un mese, ha vissuto da funambola riuscendo per un po’ in un’impresa che ha dell’incredibile. Tanto per non sbagliare, ha preso tutta una serie d’accorgimenti: 1. Niente trailer al cinema (logicamente) 2. Niente giornali (hanno la pubblicità) 3. Schivare i muri dove di solito s’appendono le locandine 4. Evitare i luoghi pubblici, le stazioni ferroviarie (le maggiori hanno gli schermi televisivi, come a Mestre), le librerie, le fiancate degli autobus … già che c’era, passeggiando si levava gli occhiali 5. Spegnere la tivù durante la pubblicità 6. Ridurre al minimo indispensabile internet.
Una fuga dal mondo. Ci vuole una disciplina ferrea anche in un piccolo paesino (ad un certo punto se n’è andata a Londra, lì sì che è stato un trauma). E già così le cose parrebbero difficili. Pensate un po’ come deve essere se tutti quelli che ti circondano diventano nemici. Se sanno che qualcosa ti dà fastidio, non faranno che parlartene (e nel caso concreto ti diranno il nome dell’attore). Le sue coinquiline hanno persino appeso un volantino in appartamento, che stronze.
E qualcosa in questa piccola vicenda è mostruoso, se ci riflettete. Quello che fa pensare, a me che sono un tizio pieno di paranoie, è il perverso meccanismo che porta la società intera (e qui, in particolare, le compagne di corso, le amiche, le conoscenti) ad accanirsi verso gli atteggiamenti difformi, a schernirli, a non comprenderli o a minimizzarli; e – infine – ad essere degli iniettori dello standard, di ciò a cui ci si deve conformare. So che rischio la retorica, ma è sorprendente quanto bene funzioni. Ed è solo un film, messa così fa ridere.
Ah. Comunque c’è un lieto fine, se volete. L’ho visto io per primo, l’Edward “vero”. Le ho detto che non aveva niente da temere e l’ho portata davanti alla vetrina d’una libreria, mosso a pietà dal suo titanico sforzo. Era un po’ titubante, ma alla fine s’è voltata. Per fortuna, ha detto ridendo, è un bambinetto, praticamente un Emo, questo qui è talmente deludente da essere innocuo. Però non andrà a vedere il film. Penso che – almeno in questo – nessuno potrà costringerla.
Rodolfo Toè
rodolfo.toe@sconfinare.net
Regia: Ridley Scott.
Cast: Leonardo di Caprio, Russell Crowe, Mark Strong, Golshiften Faranani, Oscar Isaac. «continua
Ali Suliman, Alon Abutbul, Vince Colosimo, Simon McBurney, Mehdi Nebbou, Michael Gaston, Kais Nashif, Jamil Khoury, Lubna Azabal, Ghali Benlafkih
Titolo originale: Body of Lies.
Drammaticao, durata 128 min.
USA 2008 – Warner Bros.
Dopo “I diamante di Sangue” Leonardo di Caprio torna alla ribalta, questa volta non in Africa ma nel Medio Oriente, vestendo i panni di Roger Ferris, agente CIA incaricato di raccogliere informazioni per l’agenzia. Capo generale dei servizi segreti è Hoffman – un convincente Russell Crowe – che interpreta la parte del padre di famiglia americano tutto casa e lavoro. In maniera forse un po’ caricaturale, Hoffman passa la giornata al telefonino e svolge tutte le attività del buon padre di famiglia – come accompagnare i bambini a scuola – mentre pacatamente ordina ai suoi uomini di sacrificare vittime in nome della libertà e della sicurezza del mondo. Terzo, geniale, personaggio centrale nella storia è il capo dei servizi segreti girordani, Hani Salama, elegantissimo, sicuro di sé, signorile e sempre impeccabilmente vestito.
Tratto dal romanzo del columnist del Washington Post David Ignatius e sceneggiato da William Monahan, “Nessuna verità” nelle mani di Ridley Scott diviene un gioco di prospettive e punti di vista. Sullo sfondo degli attentati terroristici in Europa, e della guerra di intelligence nel Medio Oriente, Ferris (Di Caprio) è il punto di vista interno, Hoffman è quello esterno e globale e Hani è li sguardo sia esterno che interno ma concentrato sul locale. Ferris, che parla correntemente l’arabo, ha una capacità innata di districarsi sul territorio e raccogliere informazioni e rischia la vita in ogni volta che è impegnato in un’operazione. Perennemente escoriato, rincorso da cani e proiettili, Ferris vive sulla sua pelle gli sforzi per portare allo scoperto il pericoloso terrorista Al-SAleem, e tra i vari personaggi sembra essere l’unico a possedere scrupoli morali e capacità affettive. Hoffman è invece l’opulento e tracotante capo dell’agenzia americana e gestisce tutta la guerra in mediaticamente tramite cellulare e satellite. L’occhio vigile del “grande fratello” è sempre presente e gli schermi della sala di controllo trasformano in spettacolo la tragicità umana delle vicende di Ferris, che ad un certo punto del film si trova addirittura cosparso di pezzi di ossa di un suo amico dilaniato da una esplosione. Hoffman, forte della distanza e della sua missione di paladino della giustizia non possiede la stessa rotondità emotiva di Ferris e gestisce le operazioni come una grande partita in cui è necessario sacrificare le pedine per dare scacco all’avversario. Hani, il capo dell’intelligence Giordana è invece un boss completamente diverso, molto più preoccupato a mantenere il potere nel proprio feudo che a salvaguardare un qualche ordine o controllo globale. Pur essendo il vertice di un corpo di spionaggio – e disponendo quindi di una visione d’”insieme” o dall’alto – Hani è pur sempre un giordano e la sua prospettiva si colloca a metà tra l’uomo della ribalta – Ferris – e il grande burattinaio – Hoffman. Anche le procedure operative dei servizi segreti rispecchiano questa diversa impostazione prospettica: mentre gli americani gestiscono tutto via telematica tramite cellulare e schermo, i giordani si affidano agli informatori e agli infiltrati e alla fine la loro strategia di dimostrerà vincente. La pellicola non perde quindi l’occasione di sottolineare che la tecnologia, per quanto innovativa ed avanzata dà solo l’illusione del controllo e non può che soccombere alla conoscenza del territorio al vecchio passaparola.
Nessuna verità è quindi una spy-story di menzogne e tradimenti incrociati, sapientemente costruita tramite il contrasto di prospettive, e intrecciata a una pallida vicenda di amore tra Ferris e una dottoressa giordana. Un saggio di relativismo etico e morale, che non cede alle facili tentazioni di buonismo americano o alla retorica semplificata del bene contro il male. Un cast di buon livello, una fotografia piacevole senza abuso di effetti speciali e una trama coinvolgente ne fanno una pellicola decisamente gradevole. Voto della redazione: otto e mezzo.
Francesco Gallio
francesco.gallio@sconfinare.net
Si è conclusa il 31 ottobre la quinta edizione del Festival Internazionale del Cinema di Roma, con grande partecipazione di pubblico e ovviamente della stampa. Ho provato ad accedere alla struttura dell’Auditorium del Parco della Musica, il luogo con il maggior numero di sale e di proiezioni, quello con i tappeti rossi e la gente urlante ad acclamare attori e attrici ma anche con i prezzi più alti (alcuni film costavano anche 20 euro secondo il programma) Ma non mi è andata bene: la prima volta dopo una fila di un’ora i posti erano già esauriti, la seconda era una proiezione riservata ai soli giornalisti (ho provato a passare come giornalista di Sconfinare, ma come si può immaginare non mi hanno fatto entrare). Un po’ sconsolata dalle esperienze, stavo quasi abbandonando l’idea di godermi qualche buon film, ma poi ho scoperto la Casa del Cinema: un edificio nel parco di Villa Borghese inaugurato a tale uso nel 2005 e che sotto la direzione di Felice Laudario propone rassegne cinematografiche con ingresso gratuito. Nell’ambito del Festival, alla Casa del Cinema sono stati proiettati i film della categoria La Fabbrica dei Progetti, comprendenti cioè le opere prime di alcuni registi. Tra quelli che ho potuto vedere, da segnalare è “Astropia”, film islandese di Gunnar Bjorn Gudmundsson, in cui una giovane donna dell’alta società si ritrova improvvisamente povera e per guadagnarsi da vivere inizia a lavorare in un negozio di fumetti e giochi di ruolo, mondo del quale è completamente ignara. Col tempo imparerà a conoscerlo e nel frattempo a maturare, imparando a guardare oltre le apparenze e nonostante un ex fidanzato intrigante. Vincitore della categoria è risultato “Bird Can’t Fly”, di produzione sudafricana e irlandese, premiato probabilmente per l’intensità dei personaggi e la bravura della protagonista (Barbara Hershey), anche se a tratti è un po’ pesante. Nel film, una donna di nome Melody, dopo la morte improvvisa della figlia, fa ritorno in Sudafrica peri suoi funerali e lì ritrova il suo passato ma anche un nipote di cui non sapeva l’esistenza. Altra iniziativa interessante, sempre alla Casa del Cinema durante il festival è stata la giornata dedicata alla Mosfilm, una casa di produzione sovietica e che ancora oggi, seppur con minore successo, è attiva. Sono stai proiettati 4 film: “L’Impero Scomparso” (2007, l’unico che non ho visto), “Quando Volano le Cicogne” (1957, vincitore del Festival di Cannes, molto bravi gli interpreti), “Cinque Serate”(1978, storia d’amore dopo 18 anni di lontananza) e “The Inner Circle” o “Il Proiezionista” (1991, del regista Andrej Konchalovskij, quest’ultimo molto bello in quanto racconta la storia di un uomo devotissimo a Stalin e alla causa comunista, ma che proprio in nome di essa perde il suo grande amore, e nonostante ciò non rinnega le sue convinzioni. Non ho partecipato quindi al Festival ufficiale, è vero, ma sono soddisfatta di quello che ho visto: ne valeva assolutamente la pena!
Lisa Cuccato
Lisa.cuccato@sconfinare.net
con Natalie Morales, Matt Keeslar
Tratto dall’omonima serie a fumetti di Xavier Grillo-Marxuach, the Middleman è una serie televisiva che segue le inverosimili avventure di Wendy, una giovane artista bloccata in un lavoro precario che vive in subaffitto illegale con la sua migliore amica Lacey, una vegetariana militante. La sua routine viene interrotta dall’attacco di un orrendo mutante, dopo il quale Wendy si trova ad essere reclutata da una agenzia dedita a combattere il Male. In segreto, infatti, il modo brulica di alieni, vampiri, scienziati pazzi e mostri assortiti, e qualcuno deve occuparsene. Insieme al suo misterioso capo, noto solo con il titolo ereditario di Middleman, e ad una robot-bibliotecaria sorprendentemente acida; Wendy inizia un lungo addestramento sul campo, affrontando le minacce più paradossali: zombie divoratori di trote, gorilla mafiosi, tube maledette, collegiali fantasma, universi paralleli e luchadores assetati di sangue. Sfortunatamente tali avventure continuano solo per 12 puntate, dato che la serie è stata sospesa, ma si tratta comunque di dodici puntate ricolme di pura e sofisticata intelligenza. Gli attori sono abili, i dialoghi frizzanti e talmente pieni di arguzie che spesso mi sono trovato a dover riguardare la stessa scena più volte, avendo perso una battuta mentre ero impegnato a ridere per quella precedente. Malgrado i personaggi siano potenzialmente stereotipati gli autori riescono a rendere ognuno di loro credibile, oltre che godibile. Scaricate illegalmente questa serie, perchè è troppo buona per essere trasmessa in Italia.
Luca Nicolai
Luca.nicolai@sconfinare.net
Un film di Marc Forster. Khalid Abdalla, Homayoun Ershadi, Shaun Toub, Atossa Leoni, Saïd Taghmaoui, Zekiria Ebrahibi. Genere Drammatico, colore 131 minuti. – Produzione USA 2007.
Non bisognerebbe mai andare al cinema avendo già letto il libro da cui il film è tratto. Perché, pur non volendolo, si finisce per fare dei confronti che andrebbero forse evitati, trattandosi di due forme di comunicazione molto diverse. Insomma, ci si siede sulla poltroncina del cinema con il pressante timore che il film non sarà mai bello come il libro e, nella maggior parte dei casi, si esce dalla sala con una netta conferma dei propri sospetti.
E’ un po’ quello che mi è successo vedendo “Il cacciatore di aquiloni” di Marc Foster, tratto dall’omonimo best seller di Khaled Hosseini, anche se -devo ammettere- non nella misura in cui me lo aspettavo. In effetti, la pellicola è più che dignitosa, in molte sequenze intensa ed emozionante e decisamente fedele al romanzo di Hosseini (nonostante alcune parti siano state inevitabilmente tagliate).
Certo, gioca a suo favore il fatto di narrare una storia (attraverso un lungo flashback) di per sé molto originale e toccante. Si tratta dell’amicizia tra due bimbi afgani, Amir, figlio di un notabile pashtun, e Hassan, il suo piccolo servitore azara -etnia considerata inferiore nel paese-, sullo sfondo della florida Kabul degli anni settanta. I due formano una coppia eccezionale nei tornei cittadini di combattimenti tra aquiloni, ma è proprio in occasione di quello che li vede vincitori che la loro amicizia finisce per sfaldarsi. Al termine dell’evento Amir assiste (senza avere il coraggio di intervenire) alla sodomizzazione di Hassan da parte di tre ragazzini ricchi e razzisti. Da quel giorno il piccolo azara diventerà per Amir la denuncia vivente della propria vigliaccheria, un fardello che si porterà dietro fino a quando, ormai adulto ed emigrato negli USA in seguito all’occupazione sovietica dell’Afganistan, avrà l’occasione di tornare nel proprio paese d’origine per “redimersi” e combattere i fantasmi del proprio passato.
Racchiudere in due ore di film le intense sensazioni che il libro riesce a suscitare o rendere sul grande schermo la complessità psicologica dei suoi protagonisti in modo efficace era forse impossibile, ma rimane, tuttavia, la sensazione che Foster avrebbe potuto fare qualcosa di più. Non basta la fedeltà narrativa per far rivivere un libro sulla pellicola: trattandosi di due linguaggi comunicativi differenti, il regista ha l’arduo compito di dover rendere con immagini ciò che in un libro viene espresso più agevolmente con le parole, cercando di mantenerne l’intensità e la significatività. Compito molto difficile da svolgersi, soprattutto se non si è Visconti e si è Foster…
A mio avviso non sono stati inseriti, o non sono stati abbastanza rimarcati, alcuni episodi che avrebbero permesso di entrare meglio nella psiche dei personaggi, di donar loro maggiore spessore, e ciò soprattutto poiché il regista si è dilungato troppo sulla vita americana del protagonista quando avrebbe fatto meglio a ritagliare un po’ di minuti a favore delle vicende afgane e per trattare in modo meno frettoloso il difficile instaurarsi di un rapporto di fiducia tra Amir ed il figlio di Hassan (episodio quasi completamente tralasciato dal film!).
Tuttavia, non voglio sembrare troppo ingiusta nei confronti di questo regista e di un film che, tutto sommato, ha una propria dignità e una buona capacità di coinvolgere ed emozionare lo spettatore. Nonostante il finale un po’ troppo Holliwoodiano ed una visione dell’Afganistan leggermente di parte (è vero che Hosseini è afgano, ma è anche vero che vive negli Stati Uniti da 25 anni…) il film vale la pena di essere visto, sia per la bellezza della storia narrata, sia per la capacità di offrire, in modo non banale, spunti di riflessione importanti sulla guerra, il razzismo, il fanatismo religioso…
Un voto? Otto. Perché anche se la circostanza che “il libro sia sempre migliore del film” è oramai una legge di natura, “Il cacciatore di aquiloni” l’ha messa a dura prova.
Elisa Calliari
Nazione: USA
Cast: Hayden Christensen
Samuel L. Jackson
Diane Lane
Durata: 88′
Un ragazzo scopre di avere il potere di teletrasportarsi ovunque, impara a controllare i suoi poteri e vive una vita idilliaca tra viaggi e piaceri: colazione sulla Sfinge di Giza, un po’ di surf alle Fiji, pranzo a New York e poi serata in discoteca a Londra. Tutto meraviglioso, finché non scopre che qualcuno gli è alle costole, e che questo qualcuno vuole eliminarlo.
Fin qui nulla di nuovo, anzi, sembra quasi la trama di un episodio di “Heroes”. Ma il teletrasporto ha sempre il suo fascino, come i viaggi nel tempo: d’altra parte, chi non ha mai sognato di potersi spostare in questo modo, magari con un vezzoso schioccare delle dita? L’argomento, se ben sfruttato, può dare risultati senz’altro interessanti. Può, o potrebbe. Infatti, nonostante le promettenti premesse, “Jumper” non riesce a coinvolgere come avrebbe potuto.
Le scene d’azione e di teletrasporto, naturalmente, sono ben fatte come ormai ci si aspetta dalle produzioni di Hollywood, ma tutto il resto non convince: soprattutto, non c’è intesa fra David e Milly, protagonisti di un’improbabile relazione (dopo non essersi visti per 8 anni!) a margine della fuga dai cacciatori di Jumpers. Di questa guerra secolare, tra l’altro, non viene detto quasi nulla, ed è un peccato, perché qualche flashback storico ad hoc avrebbe reso il film notevolmente più interessante. Più in generale, si ha l’impressione che il film non scavi mai nella storia dei personaggi, restando sempre sul vago. Altro punto dolente sono i molti “buchi” nella trama: non sappiamo cosa succeda al padre di David, che fine faccia l’altro “Jumper”, Griffin, eccetera. Sono talmente tante le questioni lasciate in sospeso che viene da chiedersi se sia già previsto un sequel: pare quasi una moda, quella di confezionare i film sin dall’inizio in modo tale che sia necessario un seguito.
Riassumendo: ottimi effetti speciali, trama superficiale, personaggi poco convincenti (a parte il sempreverde Jackson, e Griffin, ovvero l’inglese Jamie Bell, senz’altro una spanna sopra Christensen) e molte domande senza risposta. Come mix non sembra essere dei migliori.
Tuttavia, il film non è del tutto senza merito: è da apprezzare il fatto che il protagonista non sia il tipico supereroe cauto e responsabile (tipo Spiderman, per intenderci), ma anzi, una volta scoperti i suoi poteri, si dia alla pazza gioia. È molto più veritiero e divertente dei classici ammonimenti sulle “grandi responsabilità” imposte dai “grandi poteri”, ed è il motivo principale per cui “Jumper” si merita la sufficienza.
VOTO: 6
“Mi interessava il confine labile fra logica e creatività. Quando intorno non cambia niente da secoli, come nei Sassi di Matera, le persone tendono a crearsi i propri mondi, fatti di immaginazione e ossessioni. I personaggi del film vivono in una marginalità che diventa possibilità di creare, reinterpretare, dissacrare senza che importi più la distinzione tra il vero e il falso. Ho cercato uno sguardo ironico e astratto che potesse restituire il senso di eccentricità e solitudine dei personaggi ma anche la loro estrema vitalità”.
Federica Di Giacomo
I sassi di Matera sono meta turistica internazionale. Federica Di Giacomo ci racconta quei pochi abitanti rimasti in quel luogo. Il Lato Grottesco della Vita è un apologo sulla purezza dei sentimenti, è la descrizione di un “altro mondo” e di “un altro tempo”.
La macchina da presa segue passo passo due personaggi in particolare: Giuseppe, guida turistica e membro della comunità dei testimoni di Geova; e Paradiso, candidato politico al consiglio comunale. I due protagonisti sono presi come figure emblematiche della gente dei Sassi. In loro l’autrice vede soprattutto innocenza e ignoranza. Ma non semplicità e stupidità. Loro infatti ostentano il loro poco sapere come se fosse alta cultura e non hanno timore di esprimere qualunque idea. I loro discorsi sfiorano il ridicolo e l’incomprensibile. Ma il fatto che non se ne rendano conto, anzi che si sentano in grado di definirsi storico uno, politico l’altro, li rende non tanto assurdi ma, come suggerisce il titolo, grotteschi.
Il documentarismo di questa pellicola non è semplice ripresa della vita. Il film è costruito sapientemente al montaggio; e la pulizia delle inquadrature e il frequente uso del campo-controcampo nei dialoghi, cosa insolita in un documentario classico, denotano una minuziosa attenzione. Tale sapiente costruzione cadenza il racconto, ma nonostante ciò, emerge la verità del luogo, con un ritmo da film di finzione. Ed è per questo che lo spettatore riesce facilmente ad affezionarsi ai protagonisti. Inoltre, l’affascinante ambientazione fa da perfetta cornice agli eventi, in quanto è un perfetto contraltare dei personaggi. Matera infatti è intrisa di storia, di cultura, di arte, tanto da dimostrasi un set meraviglioso per cogliere la poesia del quotidiano vivere dei suoi abitanti.
La rappresentazione delle preghiere di gruppo a cui partecipa Giuseppe e dei comizi nelle piazze della città fa emergere, senza mai disprezzare, il lato grottesco presente nel mondo della politica. E Federica Di Giacomo, riuscendo ad attrarre così bene l’attenzione del pubblico, dimostra implicitamente come questo lato sia presente in ognuno di noi.
La pellicola mostra una realtà difficile sebbene i personaggi “non appaiono depressi o rassegnati alla loro condizione lavorativa, ma al contrario esprimono un’improbabile creatività. I 75 minuti del film documentano una serie di situazioni che nascondono squilibri sociali, politici ed economici che i personaggi denunciano con forza, sebbene in modo bizzarro. Questa “denuncia” passa attraverso la vena comica dei personaggi aggiungendo valore alla ricerca socio-antropologico che Federica Di Giacomo ha evidenziato nel film.
Dal proprio canto Federica Di Giacomo coglie il perpetuarsi del conflitto che intercorre tra soggetti di evidente interdizione mentale,come nel caso del Sig. Giuseppe e il Sig. Paradiso, e i parametri di ” normalità sociale ” che prevedono il rispetto generalizzato delle norme comportamentali e degli standards di vita, a loro volta causa propulsiva di un anonimato richiesto dalla società moderna e globalizzata.
I protagonisti, portatori di una sana anormalità, sono l’espressione genuina di una originalità e genialità che trasgredisce la norma ma che, contemporaneamente, può esprimere lo spirito umano in modo più spontaneo, al di fuori di ogni schematismo convenzionale che “intrappola” gli impulsi vitali dell’uomo. La stravaganza che accompagna questi malati mentali nelle innumerevoli peripezie quotidiane sono fonte del binomio ammirazione-gelosia da parte di coloro che, con occhio di rammarico, sono assoggettati ad un rigido potere etico-sociale.
Italo Svevo, autore del romanzo “La coscienza di Zeno”, avrebbe dal proprio canto evidenziato questo contrasto configurando un duplice visione societaria: da un lato la società dei “malati” e dall’altra la società dei presunti “giusti”, o meglio di malati mentali che non sanno di esserlo.
Le prime reali parole spese a difesa dei dissidenti mentali, cosi definiti coloro che soffrono di deficit mentale da parte dello psichiatra italiano Luca de Stefano, furono quelle formulate da Franco Basaglia, nei primi anni ‘60, a supporto di una concezione antipsichiatrica e anti-manicomiale della malattia mentale: la follia veniva interpretata come una risposta disperata dell’individuo alla condizione umanamente insopportabile, cui è costretto dal sistema capitalista, basato sull’efficientismo,consumismo e privo totalmente di senso umano.
Tale concezione anti-psichiatrica della malattia mentale viene recepita nella legge n.180 del 1978 che di fatto abolisce i manicomi in quanto strumento di una società folle che cerca di reprimere le ragioni di coloro che si rivoltano contro essa.
Gli anni ‘60 ha dunque rappresentato un decennio dall’ evidente sovraculturalizzazione da intendere come una nuova fase della modernità, le cui concezioni sono state soggette ad una serie di evoluzioni storico-culturali nel corse dei decenni successivi, fino ad approdare ad un XXI secolo, che se purché caratterizzato da una più ampia coscienza dei problemi che affiggono la nostra società, “ammira”
l’ inarrestabile avanzare del progresso e della modernità, così come le conseguenze che questi portano con sé.
Di tutto ciò però attori come il Sig. Giuseppe e il Sig. Paradiso non ne hanno la più lontana percezione perché troppo intenti nel sviluppare, nel proprio immaginario, mondi fantastici nei quali loro solo sono gli unici protagonisti e portatori di verità.
Francesco Bruno
4 statuette ai fratelli registi, mentre tra gli attori trionfano gli europei
Non è stata certo una cerimonia memorabile, quella dell’ottantesima edizione degli Academy Awards, a cominciare dalla sfilata delle stelle di Hollywood sul red carpet, svoltasi sotto un cielo grigio e con qualche goccia di pioggia.
Né è stato tempestato di statuette alcuno dei film in gara: il vincitore della serata, ovvero “Non è un paese per vecchi” di Joel ed Ethan Coen, ha ricevuto in tutto “solo” 4 degli ambiti premi. Si tratta in ogni caso di un bel successo per i due fratelli registi, che si sono aggiudicati i riconoscimenti per il miglior film, la miglior regia, la migliore sceneggiatura non originale e il miglior attore non protagonista. Quest’ultimo premio è stato infatti vinto da Javier Bardem, primo attore spagnolo a vincere l’aurea statuetta.
Bardem ha inaugurato una serata trionfale per gli attori europei: poco dopo, il premio per la migliore attrice non protagonista è andato a sorpresa a Tilda Swinton, che ha battuto la superfavorita Cate Blanchett con la sua interpretazione in “Michael Clayton” a fianco di George Clooney. L’Oscar per il miglior attore protagonista è andato al grande Daniel Day-Lewis, vincitore quasi annunciato con il suo ruolo in “Il petroliere” nonostante le ottime performance dei suoi avversari, tra cui lo stesso Clooney. Una piacevole sorpresa, invece, l’assegnazione del premio per la miglior attrice protagonista alla francese Marion Cotillard, alias Edith Piaf in “La vie en rose”: molto più nota in patria che all’estero, l’attrice transalpina è solo la seconda nella storia a ricevere l’Oscar per un’interpretazione in una lingua diversa dall’inglese (la prima, bisogna ricordarlo, è stata Sophia Loren nel 1961). Emozionatissima e raggiante alla consegna del premio, la Cotillard ha battuto la Blanchett (nominata anche in questa categoria) e la favorita Julie Christie.
Se per noi italiani è stato un po’ deludente il fatto che il cortometraggio “Il supplente” di Andrea Jublin non sia stato premiato, non si può certo dire che l’Italia sia rimasta a bocca asciutta: Dante Ferretti, con la moglie Francesca Lo Schiavo, ha vinto la statuetta (la seconda, dopo quella del 2005) per le scenografie di “Sweeney Todd”. Un altro italiano, Dario Marianelli, è l’autore della colonna sonora di “Espiazione” vincitrice dell’Oscar nella categoria.
Tra gli altri premi degni di nota vanno ricordati “The Counterfeiters” dell’austriaco Stefan Rudowitzky (miglior film straniero); “Ratatouille” (miglior film d’animazione); “Elizabeth: the Golden Age” (migliori costumi); “Juno” (migliore sceneggiatura originale); “The Bourne Ultimatum” (miglior montaggio, miglior missaggio sonoro, miglior montaggio sonoro); “Once” (miglior canzone originale).
F.P.
In brasile non si parla d’altro. Un ottimo successo di botteghino porta due milioni e mezzo di brasiliani al cinema ad assistere al film che ha reso José Padilha, il regista, una celebrità assoluta nel Paese. L’unico problema: le copie illegali disponibili su internet e nei baracchini di strada di tutta l’america latina che hanno venduto ben undici milioni di copie. Si calcola che se solo la metà delle persone che hanno comprato i film piratati fosse andata al cinema, Tropa de Elite (truppa di elite in italiano N.d.A.) sarebbe stato il film con il maggior successo di botteghino della storia del Brasile. E a poco sono valse le proteste del regista presso il ministro della Cultura – Gilberto Gil – dal momento che anche quest’ultimo aveva già in casa la sua copia personale del film, rigorosamente piratata. Tropa de Elite, che sta sbancando – più o meno legalmente – nell’america latina, è sbarcato trionfalmente in Europa al festival di Berlino aggiudicandosi l’Orso d’oro.
Rio de Janeiro – 1997, è lo sfondo della storia tratta dai resoconti di 12 poliziotti e uno psichiatra della ex capitale brasiliana. Tuttavia la Rio ritratta da Padilha non è quella del carnevale e del samba, della sabbia di Copacabana o del Pão d’Azúcar. Il regista infatti racconta la violenza e la brutalità della Rio povera, quella delle favelas in cui i signori del narcotraffico regnano a suon di pallottole. Ed è proprio per combattere questo giro di criminalità organizzata che a Rio nasce la BOPE (Battaglione per le Operazioni di Polizia Speciali), una vera e propria task force di assassini addestrati a penetrare silenziosamente nelle favelas e far tabula rasa delle mele marce. 
Nascimento (Walter Moura), capitano della BOPE e voce narrante del film, ha il compito di “pacificare” la favela del Turano per un motivo che considera insensato. Inoltre la moglie sta per dare alla luce suo figlio e insiste notevolmente affinché egli abbandoni il suo incarico di poliziotto. Per questo il capitano decide di uscire dalla BOPE, ma non prima di aver reclutato un valido rimpiazzo. Le vicende di Nascimento si intrecciano quindi con quelle di altri due poliziotti: Neto (Caio Junqueira) e Matias (André Ramiro), appartenenti alla normale PM (polizia di Rio). Matias in particolare studia legge all’università e si trova invischiato in una storia d’amore con Maria, una sua compagna di studi, la quale vive nella favela di Turano e frequenta compagnie di drogati e piccoli spacciatori. Matias, che tiene nascosta la sua identità di poliziotto, si deve quindi scontrare con una realtà che è molto lontana dalla sua idealizzata visone del mondo ed è quindi combattuto tra la fedeltà alla sua professione e l’amore per ragazza. Alla fine sia Neto che Matias verranno salvati dal pronto intervento della BOPE durante una sparatoria e si convinceranno ad entrare in questo corpo di polizia che lotta – nel vero senso del termine – contro la criminalità organizzata.
La trama, piuttosto lineare, è spezzettata sapientemente con un gioco di flash back e di divisione in capitoli, che permettono al regista di spostarsi da un personaggio all’altro finché le diverse fabule confluiscono nella stessa serie di eventi. In questa maniera Padilha ha l’occasione di gettare uno sguardo cinico e disincantato sulle due forze dell’ordine brasiliano: da un lato la PM, corrotta e inefficiente, piena di parassiti che vivono di protezione e ricatti, di scommesse clandestine e di mazzette; dall’altro lato la BOPE, polizia dall’integerrima condotta morale, violentissima e letale. Inoltre l’autore si destreggia nella descrizione dell’evoluzione della psicologia di Matias: il giovane studente pieno di buoni principi e ottimismo deve cedere di fronte ai meccanismi perversi di corruzione e immobilismo della PM, di fronte all’ipocrisia dei movimenti pacifisti e alla crudeltà delle favelas. Per questo Matias deciderà di entrare nella BOPE, sottoponendosi ad un addestramento alienante in puro stile Full Metal Jacket, che lo porterà nel mondo delle azioni speciali, delle torture e delle violenze ai civili, un mondo che farà di lui il freddo e veloce soldato-assassino.
Un film che percorre i vizi e le piaghe di una società a livello civile e istituzionale, un film che sobriamente affronta un tema intenso e angosciante, un film schietto e cinico, e di sicuro un film che vi farà passare la voglia di passare le vacanze a Rio de Janeiro.
Francesco Gallio
USA 2007
Regia: Todd Haynes
Durata: 135 minuti
Gusti personali a parte, Bob Dylan può essere sicuramente considerato uno dei personaggi che ha caratterizzato il panorama musicale mondiale soprattutto degli anni 60 e 70. Egli è un simbolo di una generazione grazie anche alle sue canzoni di protesta, anche se comunque lui stesso dichiarò che “la musica non cambia il mondo, ho smesso a lungo tempo di crederlo”. “I’m Not Here” (titolo di un traditional americano che Bob Dylan incise nel 1967 poi omesso dalla scaletta definitiva dell’opera ) del regista indipendente Todd Haynes è una sorta di biografia del cantautore statunitense attraverso la scomposizione della sua persona in sei personaggi diversi, spesso volutamente esagerati nelle loro caratteristiche. L’intento dell’autore è infatti quello di presentare Dylan attraverso vari aspetti del suo carattere abbinati a particolari momenti della sua vita o anche della sua leggenda: un modo sia per raccontare il personaggio che l’uomo e le loro rispettive evoluzioni. La sceneggiatura non rispetta l’ordine cronologico, ma si ha un alternarsi di scene e personaggi in un ritmo frenetico e coinvolgente. Così un ragazzino di colore (Marcus Carl Franklin, bravissimo anche a cantare) rappresenta il Dylan sognatore che muove i primi passi nel mondo della musica: egli fugge dalla sua città su un treno, come lo stesso Dylan fece all’età di dieci anni per andare a Chicago a suonare. Il personaggio viene volutamente chiamato Woody Guthrie,un musicista folk girovago (Song to Woody” fu la canzone a lui dedicata). Un straordinaria Cate Blanchett invece interpreta la svolta da cantante completamente folk verso la ricerca di nuove sonorità: le canzoni diventano più provocatorie e non sempre capite dal suo pubblico; inoltre è un Dylan sfuggente e sbandato, con problemi di droga e alcool. Richard Gere diventa il personaggio che si ritira tra le montagne per fuggire dalla società, per poi ribellarsi comunque al potere per proteggere la sua comunità. Senza dimenticare il Dylan poeta o l’attore legato alla francese Claire durante gli anni della guerra del Vietnam o ancora il cantante folk capace di raccontare le vicissitudini della gente comune. Naturalmente a contribuire alla creazione dell’atmosfera e allo scandire delle azioni, è la splendida colonna sonora, ovviamente composta dalle canzoni del cantautore statunitense, tra cui “Like a Rolling Stone”,”Idiot Wind”, “I Want You”, “Maggie’s Farm”. Non sono tutte esecuzioni originali, la maggiorparte sono cover realizzate da I Million Dollar Bashers. Questa una band formata per l’occasione, comprendente; il chitarrista dei Sonic Youth Lee Ranaldo e il batterista degli stessi, Steve Shelley; il bassista di Bob Dylan, Tony Garnier; Tom Verlaine; il tastierista John Medeski; i chitarristi Smokey Hormel e Nels Cline.
Un film dunque da vedere ma soprattutto da ascoltare per capire u po’ meglio quella che da molti è definita la leggenda di Bob Dylan.
Lisa Cuccato











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