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Storia di polli nati negli ‘80 oggi rigettati fuori dallo scaffale musicale

Piacere, mi presento: sono una ventenne che una volta, ahimè, rientrava nel target di Mtv Italia ma oggi forse si sente un po’ troppo vecchia per Amici e TRL; sono un perfetto prodotto di Tmc2 Videomusic e Viva ReteA, sono stata nutrita ed allevata per essere il succulento bocconcino di musica pop inscatolata a breve scadenza. Ignoro cosa sia una chiave di do e raramente mi accorgo delle stonature (ancora oggi porto i segni del trauma di quando “l’amico esperto” disse che Jovanotti aveva una pessima voce a detta di chiunque). Conclusa la doverosa presentazione possiamo finirla di parlare di me e passiamo per lo meno ad una prima persona plurale: Noi,
i polletti 10+ della macelleria musicale, Noi con le ali tarpate per vivere nelle gabbiette delle rotazioni musicali, Noi siamo molti, almeno metà degli anni ‘80 ci hanno visti nascere, ma siamo ancora stuzzichevoli come una volta? Voi, membri del pollame come me, vi sentite ancora un piatto pieno di attenzioni pubblicitarie o siamo finiti nella merce al 50% ormai vicini alla scadenza? So che Noi siamo numerosi, lo vedo al Karaoke del giovedì sera quando qualche buon vecchio pezzo anni ‘90 fa sempre capolino, e so che siamo stati fedeli quando nel post-infanzia Loro ci hanno covati -anche se non siamo stati appassionati sicuramente tolleravamo senza allergie le loro banalità cantate su ritmi noiosamente uguali- e so che siamo stati ubbidienti quando iniezioni di vitamine Britney e 883 scorrevano lungo le nostre vene, e ora? E ora, almeno da un paio d’anni, sentiamo per la prima volta musica che persino il nostro senso critico assuefatto ad ormoni pop percepisce come “brutta”, c’è qualcosa che non va… Quale strana nuova sensazione risale le nostre piumette invecchiate, siamo costretti a rigettare fuori ritornelli talmente scemi persino per polletti imboccati come Noi con ciò che era considerato “il peggio”, cosa sta succedendo?

Ci stanno forse punendo? Forse le fantomatiche major, Loro, hanno scoperto che più o meno tutti nell’età della quasi-maturità siamo stati infettati dal fratello grande o dal papà da quell’ aviaria “musica impegnata” covandone ancora oggi il virus? Ma infondo non era un così grosso tradimento da meritare tale condanna, perché producono note per Noi inascoltabili? Cosa veramente ci ha escluso da una bella fetta del ricco mercato commerciale?

Allora nella piccola gabbietta d’allevamento cerco di risalire nei ricordi del mio imbarazzante passato musicale per capire cosa è successo, che male ho fatto, e sovviene l’illuminazione…

Forse Loro ci vogliono castigare perchè l’unico disco che possediamo è il nostro disco rigido con Gb di musica più o meno legalmente scaricata? L’ultimo disco originale che ricordo, in effetti, risale ai tempi di quand’ero appena uscita dall’ovetto, e ora che sono un pollo grande e grasso cosa posso offrire a Loro? Facendomi due conti in tasca, oltre a qualche concerto, non credo di aver dato grosse soddisfazioni finanziarie ai miei educatori poppettari, mi giungono voci statistiche di come lo stipendio medio di un laureato si aggiri sui mille euro, insomma una cifra del genere non se la fila nessuno, Loro non cercano neanche più di attaccarla, di persuadermi a comprare, sono una pietanza ormai fredda, povera me!

Noi, brandelli di pollo rimasti orfani non possiamo competere con i nuovi arrivati: i tredicenni, carne fresca e redditizia che stuzzica molto di più l’appetito e i portafogli. La nostra bistecchina ammollita dal tempo sarà forse buona per quelle collane di Mediashopping (in 96 dischi tutta la musica anni 60-70-80-90) niente a che vedere con dischi originali, cartelle, diari, spille, borsette, e gadget-vari-che-paga-papà che fanno tanto rizzare le piume ai novellini polli…

Allora sconsolata cerco qualche conferma della mia teoria nel web: Marco Carta vincitore di Amici ha vinto un disco d’oro e un disco di platino, un suo singolo ha venduto più di 70.000 copie; i Sonohra hanno vinto un disco d’oro e un disco di platino e l’album d’esordio ha contato 75.000 copie vendute; i Finley hanno ricevuto ben tre dischi di platino, e poi i Dari, i Lost, per non toccare poi il capitolo TokioHotel – una chilometrica pagina di Wikipedia è dedicata esclusivamente ai loro dischi vinti di varie leghe metalliche- così provo un senso di stordimento e mi ritrovo a tirarmi il collo da sola in un vano tentativo di poll-omicidio, “tanto chi mi si compra più…”.

Quindi è ufficiale, se la tv ancora ci stordisce di mangime a basso prezzo la musica ci sta trascurando, siamo in fase di disintossicazione pollame over 20 escluso dalla fetta di torta che guadagna, non resta che goderci gli effetti benefici sul nostro organismo ammuffendo sullo scaffale dei fuori target in scadenza.

Gabriella De Domenico

gabriella.dedomenico@sconfinare.net

Perché forse non è stato abbastanza e ti ritrovi alle tre del mattino per cosa, per della stupida musica, scrivi per lo stesso motivo per cui suoneresti ed in fondo è sempre il tentativo di riempire quel vuoto con un po’ di calore nel silenzio che poi tornerà; e ti piace la musica, la musica è tutta la tua vita e per questo scrivi di lei, come quando da bambino non avevo un lettore di dischi ed in casa lei era straniera; l’unica melodia veniva da cartoni animati, non Mozart non De André non i Beatles o chissà che altro messaggero, ma i Puffi e Lady Oscar, ecco cos’era per me la musica, e le ninnananne di mia madre, non sapevo ancora fosse De Gregori; ed è per questo, è per quel momento giusto appena prima dell’assolo di Stairway to Heaven in cui sfiori Dio perché Dio è un re maggiore, come hai fatto a non accorgertene prima?, e tutto per un istante è perfetto;

è perché lei la musica ti ha toccato ed una stessa canzone può riempire la tua stanza per giorni; è perché sono anni che piangi ma lei per molto è stata l’amore; è perché la musica è una scienza meravigliosamente inesatta e forse non avrà molti pregi ma almeno non ha mai fatto male a nessuno;

è per tutte quelle serate finite male, per gli amplificatori da smontare alle due, tre del mattino, col freddo e morti di sonno ma felici, e tutto per cosa, solo per la musica, senza il becco d’un quattrino; e magari non c’era molta gente ma tante volte anche se non c’è nessuno si suona solo per un paio di tacchi rossi appena intravisti; per il sorso di Jäger che ti aspetta a casa prima di dormire e già è tanto;

è perché la musica è d’assenza o per essere un po’ più vicini, solo un po’ più vicini; la musica è stata quella notte d’estate in una spiaggia del sud della Francia, io e un olandese di trent’anni più vecchio almeno, con due chitarre e non riuscivamo a parlarci per nulla, ma suonavamo le stesse canzoni di Hendrix; ecco cos’è la musica ed è per questo che se ne scrive; è per chi è disposto a fare una nottata di macchina per otto minuti d’un brano soltanto e chi ti finisce a suon di gin tonic; è per tutto ciò che ricorda e promette; per ciò che riporta;

e l’amicizia; è stata una canzone che ti ha fatto prendere la decisione giusta, che ti ha fatto dimenticare quelle sbagliate; era sempre una canzone quella che qualcuno ti ha insegnato e che tu hai cantato sapendo di doverglielo perché era il tuo posto, il posto che a te dalla nascita spettava tra tutti, ed allora la musica è stata la giustizia ed il vero saluto, l’ultimo; perché la musica è tutta una strada un popolo una storia e tu con essi; ed in fondo ogni musica esiste già, da qualche parte è già scritta ed il musicista non fa che coglierla;

è per questo che scrivi di musica, per dare la tua buonanotte a qualcuno o qualcosa, per mantenerlo in vita, per dare un senso al tempo costringendolo in battute e così, alla fine, essere libero – e lei non ha nient’altro da offrire;

perché cosa ti piace di più nella musica? Tanto per cominciare, tutto.

Rodolfo Toè
rodolfo.toe@sconfinare.net

Per presentarvi Ramin Bahrami vi direi che è un pianista iraniano. Ma lui dice che non gli piace il pianoforte e che non è iraniano. Preferisce piuttosto definirsi un musicista cosmopolita. Suo padre era per metà iraniano e per metà tedesco, la madre turco-russa. Ramin Bahrami fa parte di quella generazione di Iraniani raccontata da Marjane Satrapi in Persepolis, quella che nasce sotto la monarchia dello Scià Reza Pahlavi, che vive la rivoluzione islamica di Khomeini, che cresce durante la guerra contro Saddam, e che si trova poi di fronte alla difficile scelta di lasciare il proprio paese per poter vedere realizzati i propri sogni. Ho incontrato Bahrami nei camerini del Teatro Verdi di Gorizia, dove ha suonato il 23 ottobre con l’Orchestra Sinfonica del Friuli Venezia Giulia diretta da Andres Mustonen. Il programma prevedeva il pezzo Oriente Occidente del compositore contemporaneo estone Arvo Pärt, la Sinfonia n. 2 di L. van Beethoven, e il Concerto n. 20 in re min. KV 466 per pianoforte e orchestra di W.A. Mozart, con al pianoforte R. Bahrami.

Bahrami nasce a Teheran nel 1976 e all’età di 11 anni lascia l’Iran per l’Italia accompagnato dalla madre, dopo che il padre Paviz, ingegnere sotto lo Scià, viene arrestato con l’accusa di essere un oppositore del regime. Paviz morirà in carcere nel 1991 e il referto ufficiale dirà per infarto, causa di morte diffusa tra i detenuti politici. Bahrami nel frattempo può studiare al Conservatorio G.Verdi di Milano con Piero Rattalino grazie ad una borsa di studio donatagli dalla Italimpianti. Dopo tre anni la borsa di studio viene però interrotta e seguono anni di difficoltà economiche per lui e la madre. Bahrami riesce comunque a diplomarsi nel 1997 e a proseguire i suoi studi, e comincia ad imporsi all’attenzione delle maggiori istituzioni musicali italiane e tedesche grazie alle sue interpretazioni di Bach, compositore per il quale nutre una profonda venerazione. Nel 1998 ottiene la cittadinanza onoraria in seguito al debutto al Teatro Bellini di Catania, e nel 2004 corona infine il suo sogno di gioventù registrando per la casa editrice musicale Decca le Variazioni Goldberg di Bach. Ora sta lavorando ad un progetto con la Gewandhausorchester di Lipsia, patria di. Bach, per eseguire nella stagione 2008/09 tutta l’opera di Bach per pianoforte e orchestra sotto la guida del Maestro Riccardo Chailly.

Quando lo incontro, Bahrami è contento di rispondere alle mie domande. Sono curiosa di sapere come sia nata la sua passione per la musica. Inizia a raccontarmi che già a Teheran amava ascoltare il grande violinista ebreo Jascha Heifetz e che, guidato da un vinile di Beethoven, dirigeva un’orchestra immaginaria dall’alto del tavolino del salotto. Dopo la rivoluzione, la musica divenne per lui un rifugio dal dolore della realtà esterna. Negli anni della guerra contro Saddam, egli avvertiva i bombardamenti prima ancora che ne venisse dato l’allarme e, a volte, invece di correre ai rifugi sotterranei, preferiva rimanere in casa ad ascoltare musica classica o a suonare il piano mentre fuori cadevano le bombe. Ricorda in particolare di quando Teheran era bianca sotto la neve e, mentre suonava, aveva visto dalla finestra una casa colpita da una bomba incendiarsi. La musica riusciva così a lenire il dolore e la paura dei momenti più duri. Sempre a Teheran iniziò l’amore di Bahrami per la musica di Bach. Lo scoprì a casa di una amica iraniana dove sentì un disco interpretato da Glenn Gould, celebre interprete bachiano canadese. Lo stesso padre Paviz, in una delle sue ultime lettere dal carcere, lo aveva incoraggiato allo studio di Bach, perché la sua musica lo avrebbe potuto aiutare molto. E Bahrami rivolge un invito ai giovani ad ascoltare più musica classica, e soprattutto Bach, per l’universalità della sua musica, valida in ogni tempo.

Gli chiedo se fece fatica ad adattarsi in Italia. Mi dice che no, che fin da subito ha potuto immergersi nella realtà italiana studiando in scuole italiane e circondato da bambini italiani. Proprio per questa sua esperienza è contrario al progetto del governo di creare nelle scuole apposite classi per stranieri, e crede invece che sia molto importante favorire la “polifonia” culturale, che in linguaggio musicale non significa altro che l’incontro armonico di voci diverse. Ramin Bahrami non ha più rivisto il suo paese da quando lo ha lasciato. Vorrebbe ritornare in un Iran democratico pur avendo nostalgia dei tempi della monarchia e dello Scià, a sua detta spesso ingiustamente frainteso in Occidente. Prima di salutarlo voglio ancora sapere se, per la sua storia e il suo vissuto, si considera un musicista politico. Mi risponde che si sente sì un musicista politico, ma solo in quanto portatore di un messaggio universale di pace. Peccato che giovedì 23, al Teatro Verdi di Gorizia, solo in pochi sono venuti ad ascoltare il suo messaggio.

Margherita Gianessi

Margherita.gianessi@sconfinare.net

 

La vita di una supporting band dev’essere dura. Significa salire sul palco ogni sera sapendo che la gente che hai davanti non vuole altro che tu ti levi di torno per poter sentire il gruppo vero, quelli sulla locandina, quelli bravi. Molte supporting band reagiscono chiudendosi nel loro piccolo mondo, inchinandosi e ringraziando un immaginaria platea plaudente, ma gli Orange no. Pur con tutti i loro difetti questi due poveracci (batterista e chitarra cantante) paiono aver raggiunto un buon equilibrio tra la consapevolezza di non essere desiderati e la determinazione a farsi conoscere. Una delle loro canzoni è anche quasi orecchiabile, ma non importa. Noi siamo qui per gli Wombats, tre mezzi cessi di Liverpool che fanno un indie-rock brioso, ironico, a volte ripetitivo e un po’ tonto, e che hanno un dono per caricare il pubblico. Dalla prima canzone, Lost in the Post, il tizio davanti a me inizia a contorcersi come una lontra in calore, e dopo meno di un minuto mi trovo a saltare come un cretino urlando i ritornelli e pogando. Le cose si fanno violente sotto il palco, perdo di vista gli amici e mi scopro pallina in un flipper umano, mentre la frenesia raggiunge il suo apice con Kill the Director, “another song about a gender I’ll never understand”, un’altra canzone su un sesso che non capirò mai, le donne. E non fatico a crederlo: il cantante, mai stato bello, è pesantemente ingrassato dall’ultima volta che l’ho visto. Mi arriva una gomitata in faccia, e cado su una ragazza col nasone. Non mi divertivo tanto da mesi! Mi rialzo pronto a rituffarmi nella mischia, ma grazie al cielo parte Patricia the Stripper, tragicomica serenata, e pezzo più lento dell’album. Per tre minuti l’intero locale si ferma, tira il fiato e conta i lividi, prima dell’ultima carica. Alle prime note di Let’s Dance to Joy Division l’adrenalina esplode vengo lanciato di peso al centro del pogo. Spingo, salto, urlo canto e sgomito, mentre il cantante sembra godersela da matti. Sbilanciato, mi afferro alla felpa di qualcuno e faccio perno, finendo di faccia contro un pilastro. “Everything is going wrong but we’re so happy…” tutto sta andando male ma siamo così felici… Mi rialzo, e trascino il mio amico verso il banco. Siamo ammaccati e fradici di sudore. C’è ancora una canzone, lo sappiamo per certo, dato che gli Wombats sono al primo disco (A Guide to Love, Loss and Desperation), e tutte le altre le hanno già fatte. Ma non ce la sentiamo di tornare nella bolgia. Una sigaretta fuori, qualcosa da bere e qualche pigro apprezzamento sulle ragazze intorno a noi è tutto quello che riusciamo a mettere insieme prima di tornare a casa, profondamente soddisfatti.

Luca Nicolai

Entra correndo Giovanni Allevi; corre vicino al pianoforte sul palcoscenico.

Anche noi spettatori siamo entrati un po’ correndo al Teatro “Giuseppe Verdi” di Gorizia, lunedì 31 marzo, per ascoltare Giovanni Allevi e la sua musica.

Siamo entrati tutti un po’ di fretta, ma forse, per una volta, non era perche si voleva fare qualcosa velocemente, ma perché si voleva “scappare” dalla frenesia di quel mondo che desideravamo, per una sera, chiuderci alle spalle.

Si percepisce emozione nella sala in attesa. Emozione che sfocia poi in caldi applausi.

E così entra correndo Giovanni Allevi, in felpa, jeans e All Stars. Anche lui è emozionato, forse più di noi. Sembra imbarazzato per tutti gli applausi. Si comprende che vuole iniziare a suonare; solamente quando si siede al pianoforte è a suo agio.

Con poche parole introduce i suoi brani, invitandoci a viaggiare nei momenti più importanti della sua vita e della sua carriera.

Così inizia a suonare, così iniziamo a lasciarci trasportare dalle sue note nei luoghi dei suoi brani:

e allora siamo tutti in una discoteca dove è stato catapultato Bach che immaginavamo frastornato nel tentativo di far sentire la sua musica; poi siamo nel centro di una grande città dove anche Heidegger si sente parte di “un’umanità dispersa”.

Subito dopo, con tanta serenità nel cuore, ci troviamo nel monolocale che la nostra “guida” Allevi ha affittato a Milano, nel momento in cui insieme a un raggio di sole che entra dalla finestra, si riscopre l’entusiasmo, e non solo la fatica, di inseguire i propri sogni.

Piano piano scopriamo che il musicista che abbiamo di fronte sa fermarsi ad osservare il mondo e a guardarlo con occhi pieni di stupore, con gli occhi di chi ama la vita, di chi, come Hegel vede “la realtà diventare specchio dell’infinito”; così voliamo con lui ad Harlem, mentre il cassiere di un supermercato lo incoraggia prima del suo primo concerto a New York.

Riscopriamo in una bellissima composizione il momento in cui Allevi prende coscienza del fatto che “la sua forza sta nella sua fragilità” ed anche noi ci scopriamo un po’ più forti insieme a lui.

Con un sorriso lo seguiamo nel suo esperimento di tornare nel 1500 per unire melodie moderne a quelle rinascimentali.

Con questo sorriso ci salutiamo reciprocamente grati per le emozioni trasmesse.

Giovanni Allevi è riuscito a portarci con sé viaggiando sulle sue note.

Da cosa lo capiamo? Bhé, tutti ci alziamo con calma per uscire e fuori, sui marciapiedi qualcuno si guarda attorno stupito domandandosi: dov’è la mia carrozza?

Landoni Marta

Riflessioni di una telespettatrice partecipe a consuntivo 2008

Avevo detto che quest’anno avrei seguito il Festival e così ho fatto, con sommo giovamento della mia insonnia, improvvisamente scomparsa di fronte al dinamismo della conduzione e alla brevità delle puntate…wow! Pensa che gioia per tutti i nottambuli collegati in Eurovisione!
A detta degli organizzatori la selezione per parteciparvi è stata davvero dura, ma i risultati si sono visti: l’intonazione di tutti i cantanti era perfetta, soprattutto quella di Toto Cutugno, Paolo Meneguzzi e del giovane Daniele Battaglia; i testi e le musiche assolutamente originali, almeno tanto quanto l’abbigliamento della Berté, che presa dall’entusiasmo pre-esibizione ha distrutto un cuscino dell’hotel per sistemare alla meglio il suo cappuccio da frate;  gli ospiti internazionali incredibilmente professionali, soprattutto Lenny Cravitz, che ha commosso tutti cantando dal vivo munito di occhiali da sole in onore alla moda lanciata dalla già citata Bertè. Perché noi telespettatori non lo sappiamo, ma i riflettori abbagliano!
E che dire della giuria di qualità? Chiaramente in un concorso canoro qual è il festival sanremese sarà stata  composta da noti ed esperti musicisti, no? E infatti così è stato:  il teatro dell’Ariston ha potuto beneficiare, tra gli altri, della presenza del grande maestro Nicolas Vaporidis, del sommo Federico Moccia e della divina Sarah Felberbaum. Prostriamoci dinnanzi a cotanta cultura musicale…
Indiscusso è  l’assoluto talento di tutti i  campioni in gara: certo, i poveri Sonohra, vincitori della sezione giovani che spopolano già tra le teenagers, possono davvero prenderli a modello, visto che, causa la giovane età, non sanno far altro che suonare, arrangiare, scrivere, comporre e cantare. L’inesperienza in acustico di una gavetta lunga 10 anni in giro per i pub veronesi non può reggere di fronte alla profonda varietà armonica di mostri sacri quali Grignani e Minghi. Eh, ma avranno tempo di scoprire le magie del ritocco digitale e l’arte del vendere…
La cosa sconvolgente è che poi riaccendi la tv a pranzo, capiti per caso su Raidue, ti becchi l’intervista al grande Uto Ughi e che ti trovi? Che il costo di due serate del Festival potrebbe coprire quelli di un intero anno di attività di un’orchestra sinfonica! Ma in fondo che importa se le orchestre in Italia stanno chiudendo i battenti perché non sbarcano il lunario, quando la Guaccero e la Osvart, meravigliose donne-soprammobili, possono svolazzare felici in settecento abiti diversi e Chiambretti può giocare con il palcoscenico telecomandato?Fortuna che in RAI i soldi non ci sono mai…

Isabella Ius

Non ho realizzato che sarei andato a vedere Neil Young finché non mi si è parato di fronte, sotto un riflettore bianco, con in mano la chitarra acustica – finché non si è seduto, ed ha cominciato a cantare. E so che può apparire una frase vuota, ma ho avuto brividi lungo la schiena per tutta la durata del concerto, una sola espressione sbigottita ed assente – l’espressione di chi ascolta Neil Young, la voce di un uomo che è passato attraverso tutto ciò che è la vita, d’un uomo ormai vecchio, ingobbito e calvo, con una chitarra e soprattutto un’armonica, avreste dovuto sentire l’armonica quando tiene quelle note lunghissime che strappano il tuo cuore da parte a parte – ed il teatro in silenzio, il teatro immobile, sospeso, che s’aggrappa con ogni forza ad un la minore e lì rimane, disperato, come se potesse farlo durare più a lungo. Neil canta e lo fa per il suo dolore, e quando dopo la pausa comincia la seconda parte e sul palco sale l’intero gruppo e lui scarica i suoi accordi elettrici e secchi e rabbiosi, allora diresti che niente si possa salvare, mai; perché lui è Neil Young, il solitario, the loner, e questa è la sua cavalcata, e sarebbe fantastico, oh sì, riuscire a sorridere, ma come puoi farlo con quest’uomo che da solo cerca disperatamente d’affrontare il silenzio, come puoi sorridere ascoltando Neil Young; Neil Young che suona la chitarra d’un giovane a cui molti anni addietro hanno sparato, mentre cantava in un locale, ed il primo colpo fu divertente, perché lo mancò e trapassò la cassa da parte a parte, ma al secondo non ci fu più niente da ridere, no davvero, perché lui finì a terra e non si rialzò più, e chissà cosa stava facendo Neil in quel momento e perché lo vuole raccontare stasera; Neil che aveva una nonna che suonava l’honky-tonky, lassù in Canada, il paesino era piccolo e lei era l’unica con uno strumento musicale e per questo la chiamavano a matrimoni e funerali (non come me, dice Neil divertito, ed il teatro ride) ma forse non la pagavano abbastanza o non la pagavano proprio, o semplicemente non c’erano così tanti innamorati o così tanti morti, perché il suo vero lavoro era un altro – nella miniera locale; lei consegnava una chiave ai lavoratori ed a fine giornata loro dovevano riportarla e se qualcuna per caso mancava allora evidentemente qualcosa era andato storto, quel giorno, laggiù nei pozzi. E Neil dimentica nella scaletta i suoi più grandi successi, perché è integro. E’ puro. Voi siete qui perché credete nella mia arte, non per fare di me un juke-box. Sarebbe solo ridicolo, da sessantenne, cantare “è meglio bruciare che appassire”. No, qui tu stasera non ascolti musica, tu stasera non sei qui per la musica, tornatene a casa e quella la troverai nei dischi; tu sei qui per qualcosa di più che io ti voglio dare e che con la musica non ha niente a che vedere – ed è per questo che siedi in quelle poltrone, per Neil ed i suoi ricordi d’infanzia in una piccola cittadina, un buco costruito nel nulla intorno ad una miniera.
Eccolo Neil, piegato sopra le sue corde, che salta, si contorce, e tu senti di conoscerlo bene, perché se mai hai davvero ascoltato Neil Young, allora per te lui è come un fratello. E poi, ad un tratto, mi viene in mente d’una volta, molto molto tempo fa, in cui mi rivolsi a lui, un giorno con più dolore del solito, un giorno in cui intristivo le pagine del mio diario e nemmeno Neil poteva salvarmi, però per lo meno avrebbe potuto capirmi, dannazione, quello lo poteva fare solo lui. E’ un ricordo che sopraggiunge all’improvviso, sorprendendomi. I miei occhi si fissano su questa figura bianca, e sul deserto alle sue spalle. E mi metto a piangere.

Rodolfo Toè

Sguardo alle musiche di oggi e di ieri a volo di… ippogrifo.

“Hedwig’s theme”, il tema di Edvige. O forse sarebbe meglio dire il tema di Harry Potter, visto che sono sufficienti poche note introduttive di questo pezzo per rivivere quasi magicamente tutte le avventure del maghetto, ormai cresciuto, nato dalla penna di J. K. Rowling. È questo il motivo musicale che riecheggia da tempo nella mente di chi ha atteso con una certa emozione l’uscita del quinto capitolo della saga; soprattutto di coloro che hanno seguito l’evolversi non solo dei personaggi, ma anche delle stesse colonne sonore.
John Williams, Patrick Doyle, Nicholas Hooper: questa la sequenza dei compositori che hanno contribuito a iscrivere nella storia del cinema la serie, anche se (e questo va detto), è forse Williams ad avere il merito più grande, essendo la mente delle prime tre colonne sonore, dunque il “padre musicale” di Harry Potter e compagnia bella.
Da notare il crescendo in difficoltà d’esecuzione, dissonanze e tensione che ben disegnano l’inizio dell’avventura nel mondo della magia: dal momento in cui tutto è stupore e scoperta, ben rappresentato da “Harry’s Wondrous World” (il meraviglioso mondo di Harry, altro motivo che, assieme al tema di Edvige, ritorna continuamente nelle varie colonne sonore), a “Fawkes the Phoenix” (Fanny la fenice), motivo che accompagna il volo della creatura magica verso chi rimane fedele al saggio Silente. Per arrivare ai temi più cupi della terza colonna sonora: emblematico a tal proposito “A Window to the Past” (una finestra sul passato), triste motivo che accompagna il momento in cui Harry e Lupin gettano uno sguardo al passato e ai timori del ragazzo camminando per la foresta.
Decisamente tutto un altro taglio ha la quarta colonna sonora firmata Doyle, nella quale troviamo, come prima novità, ben tre canzoni. È il sapore della sfida che pervade l’intera composizione: i suoni sono calcati e vorticosi, come ad indicare l’assenza di calma e la necessità impellente d’azione. Un brano per tutti: “The Quidditch World Cup” (la coppa del mondo di Quidditch, tema che ritorna con l’arrivo degli studenti di Durmstrang a Hogwarts), dove le percussioni e una sorta di basso continuo degli archi accompagnano le grida di sfida (e le scintille dei bastoni) di Viktor Krum e compagni.
E in ultimo c’è la quinta colonna sonora firmata Hooper, nome non noto al cinema. Interessante e nuovo l’uso di pianoforte e fisarmonica, e la rivisitazione del tema di Edvige in chiave più misteriosa attraverso i corni. La musica accompagna il moto dell’anima e l’azione con un tocco di nuovo che si preannuncia allettante.
Certo, fra primi baci annunciati (e ripetuti ventiquattro volte in sede di riprese per ben rendere la crescita dei personaggi!), stanze che spariscono e arte della penetrazione delle menti, sarà un po’ difficile prestare attenzione alla colonna sonora, ma certo non impossibile. Perciò, se vi piace il genere, fate un salto al cinema e giudicate voi se Hooper ha ben accompagnato o meno l’attesissimo “Harry Potter e l’Ordine della Fenice”…

Isabella Ius

Cominciare dal silenzio. Finita la musica, l’ombra riempie ogni cosa. Guardare il negativo di una fotografia: questo è “Tutti morimmo a stento”. Non solo una ballata concettuale, un barocco memento del nostro destino. Questo è un piccolo canzoniere della miseria e della paura umana, una sonata che nella sua brutale immediatezza assale l’ascoltatore, mutandolo in un essere tremante, fragile e nudo.
De André canta la fine, e questa non è esemplare. Né sembra, tutto sommato, tragica. E’ anzi misera e scarna. Una morte che senza eccezioni tocca a noi tutti, e che si trascina in un’agonia fatta di stenti, fatta delle lacrime di chi voltandosi cerca senza speranza una mano che lo trattenga dal gorgo.
Le parole delle composizioni sono una sola lirica decadente. Il Cantico d’apertura è negazione assoluta della vita, rovescio di quello di San Francesco. All’immagine della creatura, voluta ed amata da Dio, si contrappone violentemente già dal titolo quella del drogato, di chi ha deciso di costruirsi “il vuoto nell’anima e nel cuore”. A questa figura impaurita e spettrale s’unisce quella degli impiccati. La loro ballata è una maledizione gonfia d’odio e rancore, lasciata piovere su tutti gli occhi che li hanno guardati e derisi. Gli stessi occhi che restano e non vogliono scorgere il cappio, più grande, che va lentamente stringendosi su di loro – gli occhi di chi non sa in quale vuoto andrà scalciando un giorno.
“Tutti morimmo a stento” è una tela in cui unico colore è il buio, un affresco in cui nulla si salva. Non la purezza, tradita e violata nella Leggenda di Natale. Non l’innocenza dei bambini, che in Girotondo si rivela corrotta, anch’essa parte del segno che marchia l’uomo, fatta al sangue e alle mosche. La terra stessa sconta questa condanna: “Un altro inverno tornerà domani / cadrà altra neve a consolare i campi / cadrà altra neve sui camposanti”. Gli intermezzi intrecciano frammenti d’un lirismo più suggestivo: fiori sconosciuti profumano ruscelli d’altri mondi, fiori sconosciuti muoiono sui capelli d’altri amori. La Leggenda del re infelice conclude la sonata, con un crescendo vocale ed un recitativo che si accompagnano e si richiamano a suggello dell’opera.
Quando la musica tace sembra che ogni cosa al tatto non sia che freddo e silenzio; quando la musica tace il pensiero si ricorda di petali e di acque che non hanno nome e colore. Quando la musica tace il cuore ha imparato a leggere e cela il suo brivido, il cuore si perde a pesare gioie e sofferenze e richiama il passato; e se guarda al futuro e ai suoi incubi e sogni, se pensa al tempo e alla terra, allora sa che verrà il momento in cui smetterà di tremare e riconoscerà la morte, e la morte sarà tutto.
“Uomini, poiché all’ultimo minuto / non vi assalga il rimorso ormai tardivo / per non aver pietà giammai avuto / e non diventi rantolo il respiro: / sappiate che la morte vi sorveglia / gioir nei prati o fra i muri di calce / come crescere il gran guarda il villano / finché non sia maturo per la falce.”

Rodolfo Toè

E se vai all’Hotel Supramonte e guardi il cielo,
tu vedrai una donna in fiamme e un uomo solo.
(Li immagini lividi, al buio, abbracciati.).
La notte non ha risposte: è nera e muta, e basta. Lui non sa se il sole sorgerà ancora. E si ritrova nudo, impotente. Con quel corpo fragile accanto, da proteggere.
Le accuse, le lettere, le scuse perfino, fanno parte del gioco. Ma lui non è lì per giudicare. Ciò che lo tormenta di più è capire cosa ci sia oltre il volto coperto dei suoi rapitori. Dove sia nascosto il loro cuore.
ma dove, dov’è il tuo amore?
ma dove è finito il tuo amore?
E’ difficile bere, pur avendo una bocca. E’ difficile trovare un senso. Ma le ossa assorbono tutto di quei giorni indelebili. La neve che cadeva su di loro, il tempo che restava fermo, quasi fosse un signore distratto, ma soprattutto lei, e il suo piccolo corpo, così dolce di fame, così dolce di sete.
E’ grazie a lei, compagna silenziosa, se riesce a sopportare quei giorni d’abisso. E’ lei che soffre per lui e assieme a lui. E’ lei che guarda con amore in quelle ore vacue, è lei che può ancora stringere con le forze che gli restano. E’ lei la bellezza di quella prigionia.
Passerà anche questa stazione senza far male,
passerà questa pioggia sottile come passa il dolore.
E’ l’essere lì con lei e per lei, che restituisce un senso a quegli attimi sospesi.
Ma se ti svegli e hai ancora paura ridammi la mano
cosa importa se sono caduto, se sono lontano.

Ora che tutto è finito, resta il bruciore del ricordo di quel pezzo di vita all’Hotel Supramonte. Rimangono le domande che non hanno trovato risposta. Non si cancellano le ferite interiori.
Eppur bisogna ricominciare a sentirsi vivi, e lottare per non diventare schiavi del dolore che è ancora in corpo.
E ora viaggia ridi vivi o sei perduta,
col tuo ordine discreto dentro il cuore.
Perché non sappiamo cosa ci riservi il domani,
perché domani sarà un giorno lungo e senza parole
perché domani sarà un giorno incerto di nuvole e sole.

La sera del 27 agosto 1979, quando ormai viveva quasi stabilmente in Sardegna nella sua tenuta dell’Agnata, a due passi da Tempio Pausania, Fabrizio De Andrè fu rapito dall’”Anonima sequestri sarda” insieme alla sua compagna Dori Ghezzi, poi sposata nel 1989. I due vennero liberati dopo quattro mesi, dietro il versamento del riscatto di circa 550 milioni di lire, in buona parte sborsati dal padre Giuseppe.
De André tracciò un racconto pacato dell’esperienza («…ci consentivano, a volte, di rimanere a lungo slegati e senza bende.») ed ebbe parole di pietà per i banditi («Noi ne siamo venuti fuori, mentre loro non potranno farlo mai»).
Al processo, confermò il perdono per i suoi carcerieri, ma non per i mandanti che, secondo le cronache dell’epoca, erano agiati esponenti del PCI sardo.

Agnese Ortolani

Fabrizio De Andrè.

Fabrizio De André, prima di essere cantautore e poeta, era un uomo innamorato. Si innamorava di tutto ciò che avesse un cuore, e in particolare di quegli uomini che normalmente si pensava ne fossero privi. Forse perché aveva scoperto che i cuori più veri e interessanti, a volte si nascondono negli involucri più impensabili. E lui si riservava il compito di dimostrarcelo.
E’ così che iniziò la sua passione per gli emarginati, le prostitute, i ribelli, i diseredati, e per tutte le sfumature del genere umano.
E’ nel ghetto di Via del Campo, in quel carruggio genovese umido e sconnesso, proibito di giorno e mal frequentato la notte, che De André trovò quell’umanità respinta e per lui così affascinante, da cui trasse ispirazione. Così si mise a raccontare le loro storie, che nessuno avrebbe mai raccontato proprio perché così scandalosamente vere, così vergognosamente umane. La sua poesia si espresse al meglio attraverso queste figure, proprio per l’affetto profondo che egli nutriva verso di loro, e verso quelle vite così distanti dal mondo borghese per la loro autenticità nella precarietà. Nella sua antologia di vinti, è l’essenza delle persone a contare più delle azioni e del loro passato.
C’è Pilar del mare, che si addormentava il cuore con due gocce di eroina e che Sally trovò morta, bocca sporca di mirtilli, un coltello in mezzo ai seni, c’è il blasfemo a cui cercarono l’anima a forza di botte, c’è il bombarolo, trentenne disperato, e l’altro con la bomba sempre in testa, che preferirebbe sanguinare perché non può più sopportare. C’è la passione di Bocca di Rosa, che per un poco portò l’amore nel paesino di Sant’Ilario, c’è chi è stato impiccato per un peccato di gioventù, e, prima che fosse finita, ricordò che, per il male in un’ora, il prezzo fu la vita. Ci sono i drogati che invocano pietà per essere al mondo, pur vivendo già la morte con un anticipo tremendo, c’è perfino un assassino,  due occhi grandi da bambino, e ci sono gli straccioni che senza vergogna portarono il cilicio o la gogna: andarsene per loro non fu fatica, perché la morte gli fu da sempre amica. In via del Campo c’è anche una puttana, gli occhi grandi color di foglia, se di amarla ti vien la voglia, basta prenderla per mano. E ti sembra di andar lontano: non credevi che il Paradiso fosse solo lì al primo piano.
Vite fallite, traviate, di cui nessuno si vuole occupare: queste sono le esistenze più interessanti per De André, che ci lasciano un messaggio che vale la pena ascoltare. E dal momento che nessuno dà voce alla loro richiesta di pietà, è lui che se ne vuole occupare. Perché non ha mai visto così tanta umanità e sofferenza come in questi volti consumati. E perché, in fondo, le loro pene ci riguardano un po’ tutti.
De André preferisce questi uomini, fragili e dimenticati, a banchieri e notai coi cuori a forma di salvadanai, che non conosceranno mai la felicità; li preferisce a uomini di legge senza pietà, che affidano innocenti all’orrenda agonia, decidendone la sorte, e che pensano sia giusta una sentenza che decreta morte.
Chiama in causa chiunque sia pronto a puntare il dito verso questi esseri sciagurati, considerati senza cuore o morale, ma in fondo più veri di tanti altri, e gli chiede: cos’altro ti serve da queste vite, ora che il cielo al centro le ha colpite?
Chi li starà ad ascoltare, invece, chi cercherà di capirli fino in fondo, e di amarli così come sono, oltre i loro sbagli mortali, si accorgerà che anche se non son gigli, son pur sempre figli, vittime di questo mondo.

Agnese Ortolani

(Spunti liberamente tratti da alcuni brani di Fabrizio De André, come: Bocca di Rosa, Il bombarolo, Sally, La leggenda del re infelice, Il cantico dei drogati, La città vecchia, Via del campo, Una storia sbagliata, La morte, Ballata degli impiccati, La bomba in testa, Il pescatore).

Con Ludovico Einaudi alla scoperta dell’emozionante musica minimalista.

Un respiro, un tocco lieve e i tasti bianchi e neri de “Il Tigre” prendono vita. Non ci sono virtuosismi, né dissonanze, né ritocchi al computer: tutto nasce e muore un istante dopo, disperdendosi nell’eco lasciato dai suoni, specchio perfetto di quello che la musica è: l’arte più inafferrabile che esista.
Questo è Ludovico Einaudi: un musicista introspettivo e un po’ pittore che compone per teatro e cinema (sue, tra le altre, le colonne sonore di “Fuori dal mondo” – regia di C. Comencini, 1999 -  e di “Luce dei miei occhi” – G. Piccioni, 2002 -), si dedica alla musica da camera e orchestrale, ma ama anche ritornare alle origini, al suo pianoforte.
L’uomo e il suo piano: questo è l’Einaudi che preferisco, l’Einaudi che con la sua musica colta e minimalista riesce a fermare per un attimo le tensioni della frenetica vita d’oggi e ricorda che bella musica non significa necessariamente complessità.
Molti sono i pezzi che amo, ma ce n’è uno, “I Giorni”, tratto dall’album omonimo del 2002, che credo rappresenti bene lo stile di questo musicista torinese che vanta natali così importanti (il padre è l’editore Giulio Einaudi, il nonno il Presidente della Repubblica Luigi Einaudi).
Fa parte di una raccolta di undici ballate per piano solo che ruotano tutte attorno ad un brano a struttura circolare, “Melodia Africana” e traggono origine dal viaggio che il musicista ha compiuto in Africa, in particolare nel Mali, spinto da interessi musicali.
Guardando la partitura si rimane colpiti dalla semplicità della composizione e viene spontaneo chiedersi se davvero siano quelle poche e semplici note a regalare così tante emozioni. Eppure è così e questo invoglia a suonare, a farsi mezzo d’espressione, non soltanto uditore assorto.
“I Giorni” è un andante che inizia delicatamente, con note che affiorano come ricordi e si intensificano mano a mano che la mente prende coscienza di ciò che esse evocano. Il ritmo dato a questa melodia malinconica, che somiglia ad una danza, è discreto ma presente e si intensifica fino a raggiungere l’accordo che chiude la prima parte del brano. Segue un secondo momento, più riflessivo: il nostro viaggio non si compie più danzando ma meditando, accompagnati da note più prolungate e pause che permettono al viaggiatore che è in noi di “riprender fiato” in questa esperienza così bella, ma anche difficile, che è la vita.
Poi riprende nuovamente la melodia iniziale: il viaggiatore non ha ancora trovato il suo giusto passo e così danza e corre con le note, anche se questo lo porta inevitabilmente ad una nuova sosta. Ecco che si apre quindi la terza parte del pezzo: note che corrono come pensieri, leggere e sconnesse, finché non trovano il filo, finché il giusto incedere non si presenta alla mente del viaggiatore che ora, passo sicuro e pensieri in movimento con esso, può giungere alla sua meta.
Se la noia vi dovesse assalire e non riusciste più a trovar piacere nemmeno nella vostra musica preferita, prendetevi un attimo per voi stessi, ascoltate un pezzo di Einaudi e rilassatevi: vedrete che se ne andrà via prima di quanto crediate.

Isabella Ius

I giorni, le onde sono cose che arrivano da lontano e vanno lontano”, Einaudi

La “Musica Nuda” di Petra Magoni e Ferruccio Spinetti al Gorizia Jazz 2007.

Quando lei è salita sul palco dell’auditorium gremito, così piccina e magrolina, credo che la maggior parte degli spettatori, a parte chi già aveva avuto occasione di ascoltarla, si siano chiesti se ce l’avrebbe fatta a cantare, o perlomeno da dove le sarebbe uscito fiato. E vedendo lui, di sicuro molti non si aspettavano che un contrabbassista potesse avere un’aria così stravagante.
Invece, la coppia Petra Magoni e Ferruccio Spinetti è un concentrato di vero talento, con un pizzico di follia. Lo si è visto subito, dai primi incredibili acuti di Petra e dai suoni graffianti di Ferruccio, che il duo ha delle doti fuori dal comune.
“Musica Nuda”, il nome del loro tour, ma anche del loro album, è un progetto che vuole mostrare come si può riprodurre musica partendo da una voce e da un contrabbasso soltanto, immaginando il resto degli arrangiamenti e servendo il tutto con una buona dose di fantasia e divertimento.
Lei, Petra, bravissima cantante, eclettica per natura, passata dal conservatorio e dalla musica antica al pop e all’Arezzo Wave, per poi approdare al jazz, incontra Ferruccio, il raffinato contrabbassista degli Avion Travel e insieme danno vita ad uno spettacolo ironico e sperimentale, da vedere e da ascoltare.
Si tratta di semplici canzoni, dal pop internazionale alle melodie del ‘600, dal rock alle canzoni popolari italiane: così passiamo da Roxanne dei Police a Prendila così di Battisti, da Blackbird dei Beatles a Monteverdi. Ma gli scettici si possono rassicurare: non si tratta di semplici cover. Petra e Ferruccio prendono un qualsiasi pezzo e lo smontano, lo rielaborano, ci scherzano sopra e lo ricostruiscono a modo loro, aggiungendo un po’ di punk e di effetti elettronici qua e là.
Coinvolgendo abilmente il timido pubblico di Gorizia, il duo ha saputo offrire due piacevoli ore di buona musica, ma anche di suoni ed effetti insoliti, momenti ironici e autoironici, sorrisi ed emozioni.
Ciò che colpisce di più di questa coppia fuori dal comune, al di là delle sorprendenti doti canore di lei e dalla innata bravura di lui, è la capacita di giocare con le note e con le parole, di creare, inventare e sperimentare nuovi linguaggi, per farci sentire quanto di nuovo può ancora darci la musica.

Agnese Ortolani

Al Deposito Giordani le Finali dell’Arezzo Wave per il FVG.

La Fondazione Arezzo Wave Italia ha organizzato per il ventesimo anno consecutivo l’ormai famoso concorso nazionale per band composte da giovani artisti, che si sfidano prima a livello regionale per poi approdare, se selezionati, alla finale che si svolge a Firenze nel mese di luglio. La corrente edizione differisce dalle numerose che l’hanno preceduta non solamente per il nome, che è stato modificato da “Arezzo Wave” in “Italia Wave Love Festival”, ma anche per la location conclusiva della competizione, che appunto sarà il capoluogo toscano, non la città di Arezzo. Il regolamento, invece, non cambia: i gruppi locali hanno come referente la sede fAWI della loro regione di residenza, alla quale devono inviare un cd con loro brani originali. Sulla base di questo supporto audio, la Giuria sceglie 12 band, provenienti dalle diverse province, e le ascolta dal vivo in tre serate. Per quanto riguarda il Friuli Venezia Giulia, le performance hanno avuto luogo, durante il mese di febbraio, al Deposito Giordani di Pordenone, locale che da parecchi anni è divenuto uno dei centri aggregativi più frequentato dai giovani del territorio e che ha ospitato anche molti artisti di calibro nazionale e internazionale. La Giuria regionale del fAWI era composta quest’anno da Max Lewis (responsabile regionale Italia Wave FVG), Michele Putignano (responsabile regionale Italia Wave FVG), Ricky Marzola (Rototom), Stefano Luperti (September 11), Manuel Baldassarre (componente degli “Helkann Henudo”, vincitori della passata edizione del Festival), Lisa Rizzo (“Il Gazzettino”). Terminata la fase preliminare, la Finale regionale, svoltasi sabato 10 marzo 2007, ha visto confrontarsi quattro band, che hanno suonato ognuna per 20 minuti circa, cercando di conquistare il biglietto per un sogno nella prossima estate. Per ogni regione viene ammessa alla gara conclusiva una sola band, con l’unica eccezione di Lombardia, Toscana e Campania, le quali hanno la possibilità di inviare a livello nazionale ben due rappresentanti.
I primi a salire sul palco del Deposito Giordani sono stati gli “Enrico Berto”, gruppo che presentava brani in italiano, molto orecchiabili, con degli sprazzi simili al punk più melanconico dei Verdena.
La performance successiva è stata quella della band reggae “Mellow Mood”, composta da giovani del luogo, che hanno saputo animare l’intero pubblico grazie a canzoni ballabili, e allo stesso tempo hanno stupito per le loro capacità musicali, essendo una formazione giovanissima. L’impressionante voce del cantante-chitarrista, dal timbro fortemente somigliante a quello di Bob Marley, ha condotto le danze con piglio esperto e senza esitazioni, mantenendo alta la partecipazione della gente a tutti i brani, cantati interamente in inglese.
Il terzo gruppo era invece un trio spilimberghese dal nome molto provocatorio di “Pussy for President”, che si è presentata come “amante del Rock and Roll” e nel segno di questo genere musicale ha proposto le sue canzoni tutte in lingua inglese, dal ritmo veloce e sfrenato.
Come ultima, si è esibita la band triestina dei “Trabant”, un quartetto dai suoni elettro-rock, con spunti vagamente somiglianti agli scozzesi Franz Ferdinand. La loro performance è stata quella che ha movimentato maggiormente la folla sotto il palco, composta anche da parecchi fan del gruppo, che si è agitata al ritmo dei brani. Le canzoni hanno fatto presa sul pubblico ed evidentemente hanno convinto anche la Giuria, che infatti, dopo un consulto durato circa mezzora, ha decretato la classifica ufficiale delle Finali, che vedeva al quarto posto gli “Enrico Berto”, al terzo i “Pussy for President”, al secondo i “Mellow Mood” e in cima al podio proprio i “Trabant”.
Ora la registrazione della loro esibizione al Deposito Giordani verrà inviata alla sede nazionale del fAWI e lì ascoltata assieme ai demo delle altre regioni; solo tra qualche mese si saprà se il gruppo si presenterà al pubblico toscano nelle prime serate del Festival, che inizia il 17 luglio, oppure nel weekend del 21-22 luglio. In questo secondo caso, la band suonerà tra le migliori cinque e si esibirà nel main stage, palco riservato ai grandi ospiti internazionali e nazionali della manifestazione, facendo loro da spalla; mentre, qualora l’esibizione sia programmata negli altri giorni della settimana, il gruppo dovrà sfruttare l’occasione per farsi conoscere, non potendo mirare al primo premio, consistente in una borsa di studio di 1.000€ e nella possibilità di far parte del cast di “Arezzo Wave on the rocks 2007”, la tournée delle band di Arezzo Wave. Le migliori 10 formazioni comunque parteciperanno con un proprio brano alla Compilation Ufficiale del Festival e il miglior gruppo di ciascuna regione avrà a disposizione gratuitamente due giorni negli studi di registrazione convenzionati con la fAWI. In ogni caso, un palcoscenico come quello toscano permette senza dubbio una chance a livello nazionale per essere notati e apprezzati e magari uno spiraglio per una maggiore popolarità futura.

Michela Francescutto

Guardo la mia copia di Mellon Collie. È completamente consumata. I due dischi che compongono l’album sono rovinati e saltano, se provi ad inserirli nel lettore. Il libretto è sgualcito, ne mancano alcune pagine. E non so quante volte ho dovuto sostituire la custodia, che si era rotta. La mia copia di Mellon Collie è stata la compagna della mia adolescenza e adesso la serbo con la massima cura, come una reliquia. Per anni, è stata la mia unica musica, in qualsiasi momento della giornata. Per anni, ha rappresentato il metro con cui valutavo ogni altro disco. Per anni, è stata la parte migliore di me.

Mellon Collie and the Infinite Sadness è un’opera che in effetti nasce con questa ambizione: divenire universale. Il modo stesso in cui è strutturata ne dichiara l’intento. La scelta di dividere le canzoni in due dischi (rispettivamente “Dawn to Dusk” – dall’alba all’imbrunire – e “Twilight to Starlight” – dal crepuscolo alla luce stellare) è una precisa e cosciente scelta stilistica, non mera sovrabbondanza di tracce. Il giorno e la notte, come gioia e tristezza, gioventù e vecchiaia.

Parallelamente, questo lavoro spazia in tutti i generi della musica moderna. Le sue canzoni sono una summa maestosa di tutto ciò che è stato fatto dagli anni sessanta ad oggi: dal rock alla psichedelia, dagli arrangiamenti orchestrali all’heavy metal, dal grunge al progressive, in un caleidoscopio di sentimenti.

Il pianoforte introduce “Dawn to Dusk”, che prosegue con “Tonight, Tonight”. Le atmosfere eteree e sognanti di questi due brani però lasciano subito il posto a quattro pezzi molto più duri, che vanno a formare un vero e proprio climax fino alla rabbiosa “Bullet with butterfly wings”. Le canzoni continuano ad oscillare tra quiete acustica e distorsioni, fino alle atmosfere psichedeliche di “Cupid de locke”, che conducono a quattro capolavori: la ballata di “Galapogos”; la cavalcata elettrica di “Muzzle”; “Porcelina of the vast oceans”, l’apice di questo disco, che ne racchiude in nove minuti tutta la poesia e le tinte; e infine”Take me down”, troppo spesso sottovalutata.

La seconda parte, “Twilight to Starlight”, si tinge di sfumature più cupe. Ad un primo ascolto, questo disco sembra più debole rispetto al primo, complice la (relativa) scarsezza di singoli di successo (a parte “Thirty-three” e “1979″). Ma, passaggio dopo passaggio, la bellezza della sua disperazione aumenta. Si arricchisce di episodi che all’inizio erano passati in sordina: “In the arms of sleep”, “Thru the eyes of ruby”, “Stumbleine”, “x.y.u.”, “By starlight”. La musica lentamente volge alla conclusione, affidata al pianoforte in coda a “Farewell and goodnight”, che sembra ricondurre l’ascoltatore sulle note di inizio.

Mellon Collie è un lavoro monumentale. Più di due ore di musica, frutto dell’apoteosi di un genio (quello del leader Billy Corgan) al culmine della sua creatività. La copertina, i disegni, e – soprattutto – i video dei singoli estratti (a mio parere il vertice ineguagliato in questo campo) comunicano immediatamente l’ambizione ed il reale significato, romantico e tragico, di questo album. Una reale antologia di generi, che – pur essendo spesso agli antipodi – riescono a coesistere, a sposarsi in un’unica, gigantesca creatura, che appare sempre come un insieme coeso ed armonico. Un continuo gioco di specchi, dove ogni accordo si stende in uno sfondo di vuoto esistenziale, di malinconia e infinita tristezza.

Rodolfo Toè