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Il casinò mi ripugna
(ma non ci sono mai entrato)*
PREMESSA – Non sono mai entrato in un casinò. Leggete dunque questo articolo come il delirio di un moralista supponente e pieno di pregiudizi.
ANTEFATTO – non sono mai entrato, dicevo, ma qualche piccolo episodio mi ha fatto vivere un poco quell’atmosfera.
Per esempio, del sabato sera passato nel noiosissimo Bingo di Ferrara, ricordo la puzza di fumo, i volti sudaticci, il silenzio opprimente, la voce metallica che sciorina i numeri estratti, le mani nere di denaro degli addetti alla riscossione delle giocate.
Un mesetto fa, invece, in macchina lungo la statale tra Rovigo e Ferrara ho trovato un cartello pubblicitario dei casinò di Nova Gorica; prima ho pensato di essere allucinato&perseguitato dalla cara Gorizia anche se mi trovavo duecento chilometri più a sud; poi ho sorriso, pensando a un ferrarese che attraversa Po, Piave, e Tagliamento per fare una puntata sull’Isonzo.
Dopo un anno al confine ne ho sentite molte di descrizioni (tavoli pieni di cibo, carte verdi rosse blu, buoni omaggio, tecniche di gioco); le immagini prese da qualche film qua e là penso che completino bene il quadro. Nel Paese dei Balocchi, insomma, ci sono entrato anch’io. E non mi è piaciuto molto.
DOSTOEVSKIJ E PIRANDELLO – Non è comunque facile criticare chi lo frequenta, dopo aver letto le parole pensate dal giocatore di Dostoevskij in un momento di crisi: «È proprio inutile farsi la morale. Niente ci può essere di più assurdo della morale! Oh, gli uomini soddisfatti di se stessi, con quale orgoglioso compiacimento sono pronti, quei chiacchieroni, a pronunciare la loro sentenza! Se sapessero fino a che punto io stesso capisco tutto quanto c’è di ripugnante nella mia attuale situazione, non muoverebbero certo la lingua per darmi insegnamenti. E poi, che cosa possono dirmi di nuovo, che io già non sappia?». Sia chiaro, quindi: non voglio biasimare nessuno.
Del resto anche il Mattia Pascal pirandelliano, poco prima di rimanere ipnotizzato dalla roulette, commiserava i «disgraziati che stanno lì a studiare il cosiddetto equilibrio delle probabilità per estrarre la logica dal caso». E anche io resterei forse vittima del fascino di un albero di monete così attraente. Prima, rimarrei colpito dal rito dei fedeli che seminano mucchietti di talenti sul tappeto verde; ascoltano in silenzio le invocazioni melodiche dei croupier fino al “rien ne va plus”; sospirano e pregano la ruota che gira di fare giustizia; bestemmiano con un filo di voce o salgono al cielo con la loro accresciuta ricchezza.
Poi, dopo le mie prime due o tre puntate vincenti, mi sentirei baciato dalla fortuna e sicuramente capace di architettare la strategia vincente, capace di «estrarre la logica dal caso» per battere il banco.
Qualunque sia il numerino scelto dal caso, insomma, quel moltiplicatore di banconote è capace di sorprendere e di emozionare: e proprio quel che voglio evitare è emozionarmi per delle palline che girano e macinano denaro, o rimanere colpito dagli occhi sbarrati che roteano con loro.
QUELLO CHE MI DISTURBA – è che il casinò gioca con un desiderio assolutamente legittimo e naturale: migliorare la propria posizione. E come se non bastasse si propone come un mezzo di guadagno riservato a gente-con-le-palle. I codardi se ne stiano alla larga. Ancora “Il giocatore”: «E’ possibile che io non capisca che sono un uomo perduto? Ma perché non potrei risorgere? Sì! Basta essere almeno una volta nella vita cauto e paziente! Basta, almeno una volta nella vita, dimostrare carattere e, in un’ora, posso cambiare il mio destino! L’essenziale è il carattere.»
Carattere o delega al fato? All’ambizione si sostituisce il più disarmante fatalismo.
Anche se sicuramente voi non ci siete entrati con questo spirito, ma solo per passarci una sera, alla sua idea di fondo, il Dominio del Caso, avete creduto appieno almeno per un attimo. E personalmente credo che in tempo di crisi il “lasciar fare” sia la peggior soluzione. Questo discorso è puro moralismo. Ma il parcheggio sempre pieno delle case da gioco e la febbre con cui l’Italia intera ha aspettato l’uscita del 6 al lotto mi fanno pensare che la misura sia stata un pochino superata. (Sul fatto che l’industria del gioco sia la terza in Italia per fatturato, dopo Eni e Fiat, parleremo magari più avanti. Intanto lasciamoci martellare dalla pubblicità di Lottomatica sugli schermi di Trenitalia).
LA MIA UTOPIA – Nella mia Città di Utopia i casinò dovrebbero comunque restare. È un piacere sentirmi raccontare da chi c’è stato di pseudo milionari che puntano pezzi da mille e li vedono sparire sotto il loro naso: la roulette diventa in questo caso un ottimo mezzo di redistribuzione della ricchezza. Trasferisce i soldi dalle tasche di Briatore a quelle del Capo Casinò, che a sua volta premia con uno stipendio i fedelissimi croupiers e le loro famiglie. Crea indotto per il territorio.
Chi invece fa fatica ad arrivare a fine mese, potrebbe giocare la sua Social Card solo in un antichissimo giuoco che toglie il rischio e assicura il divertimento. È un sistema che non consente grandi vincite, dove i sorrisi non sono d’avorio, dove birra omaggio e abbuffate a nove euro potete scordarvele. La povera semplicità dei premi non vi farà sognare d’essere geni della statistica. Il banco non è vellutato di verde, è la tavola della vostra cucina o della sagra di paese.
Il Tombolone non ha mai rovinato nessuno, la vigilia di Natale e l’ultimo dell’anno saranno ottime occasioni per provarlo. Non scordate i fagioli per coprire i numeri, rideteci su; ma non lasciatevi prendere la mano.
Francesco Marchesano
francesco.marchesano@sconfinare.net
*Dieci buoni da 4€ spendibili in tutti i casinò della zona valgono un articolo riparatore.
Un dialogo col Presidente del Consorzio per lo Sviluppo del Polo Universitario
Con l’uscita del nuovo numero di Sconfinare ci è parso giusto cercare di fare un po’ di luce sulla situazione universitaria a Gorizia. Per fare questo abbiamo scelto di intraprendere una strada, per certi versi rischiosa, quella cioè di andare a porre delle domande a quelle istituzione che in prima persona scelgono e sviluppano le politiche locali e regionali per migliorare la situazione universitaria di noi studenti.
La prima tappa di questo viaggio ci ha posto a confronto con l’Ing. Fornasir Presidente del Consorzio per lo sviluppo del Polo Universitario di Gorizia. Per chi ancora non lo sapesse tale istituzione, di concerto con le altre realtà regionali, si occupa di sviluppare e predisporre tutte quelle scelte che servono al mantenimento e alla crescita della realtà universitaria nel capoluogo isontino.
Si evince dunque, come una Regione a statuto speciale quale è il Friuli Venezia Giulia mantenga delle forti connotazioni di autonomia anche nel campo dell’istruzione, ma anche purtroppo anche in questa realtà la “riforma” universitaria proposta dall’attuale governo sembrerebbe avere delle ripercussioni. Infatti se la voluta razionalizzazione non verrà sviluppata in termini di qualità, ma al contrario verrà effettuata solo in chiave di risparmio sarà possibile che per la realtà universitaria goriziana arrivino tempi duri e si sviluppino problematiche reali. Altresì se si scegliesse la via dello sviluppo delle “specialità” sia a livello locale sia a livello accademico Gorizia troverebbe un ruolo forte non solo in ambito regionale ma anche in ambito internazionale.
A questo proposito il Presidente ci ha ricordato come si stanno sviluppando con particolare forza due nuovi progetti: da un lato lo sviluppo del conference center, e dall’altro il trasferimento del corso di Architettura dell’Università di Trieste qui a Gorizia.
Tali ipotesi per avere successo devono, sempre citando il Presidente, riuscire a far sistema con le realtà preesistenti nella zona ed in Regione. Ci si riferisce in particolare al corso di Laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche e per quanto riguarda Architettura alla volontà di sviluppo del “Polo Tecnologico” ed alla collaborazione con Area Science Park. Per quanto riguarda il progetto “Architettura” la scelta è ricaduta su Gorizia in primo luogo perché qui ci sono già a disposizione circa 12000 mq di aule e strutture libere e sono incorso di ultimazione o finanziamento investimenti atti a predisporre circa altri 18000 mq di spazi utili a contenere aule e laboratori universitari; dove per contro le strutture e gli spazi oggi utilizzati a Trieste dalla Facoltà di Architettura sono almeno definibili come impropri. Inoltre mancando ad Udine un corso in Architettura, gli studenti friulani potrebbero beneficiare della maggior centralità del centro isontino rispetto la città giuliana.
Parlando di centralità e marginalità l’attenzione si è posta sul ruolo di Gorizia quale punto di cooperazione e collaborazione tra Italia e Slovenia. In quest’ottica la collaborazione tra il Consorzio di parte italiane ed il parigrado di parte slovena (VIRS), già attiva da molti anni, sta ora dando i suoi frutti attraverso il prossimo sviluppo del progetto EuroKampus www.eurokampus.si dove, dopo una prima bocciatura del progetto di un università internazionale andato a Pirano (SLO) si stanno proponendo nuove collaborazioni quali lo sviluppo di un polo tecnologico transfrontaliero e di una casa dello studente internazionale.
Forti sono però ancora le lacune che a più livelli pesano su noi studenti, la principale riguarda indubbiamente la mancanza di un servizio mensa nelle sedi di Via Alviano e di Via Diaz. Stando alle parole del Presidente più volte il Consorzio si è fatto carico di tale problema proponendo una soluzione che unificasse le necessità dei poli di Trieste ed Udine. Essendo in questo senso responsabili i due ERDiSU nelle prossime settimane si instaurerà un nuovo tavolo di confronto tra il Consorzio e tali enti con la speranza di trovare un soluzione in tempi brevi. Purtroppo anche ad altri livelli si stanno creando piccoli nuovi problemi, in quanto il territorio e le sue istituzione locali non sembrano appoggiare delle concrete misure di integrazione e sviluppo tra società locale e studenti; basti pensare aglii ormai famosi comitati anti schiamazzi, causa anche della chiusura del noto Fly e alla completa mancanza delle istituzioni e del mondo imprenditoriale locale all’interno dell’Università, soprattutto in Via Alviano.
Ci è parso dunque di capire che al di là delle solite polemiche si stanno sviluppando dei progetti concreti ma che essi per diversi motivi non riescano a venir completati in quell’ottica di collaborazione in primo luogo tra città ed università, poi tra i due atenei ed ancora tra Italia e Slovenia. Una situazione non proprio favorevole in questo momento di difficoltà per il mondo universitario e non solo.
Oggi più che mai, sembra necessario riuscire a superare queste barriere poste su più livelli; per creare politiche di comune intento atte a sviluppare la presenza universitaria a Gorizia. Per questo motivo nel prossimo numero cercheremo di porre queste domande all’attuale Assessore Regionale all’Istruzione.
Marco Brandolin
Marco.brandolin@sconfinare.net
Dal primo ottobre, con l’inizio dei corsi, il terzo polo universitario di Gorizia ha preso realmente vita: si tratta dello «Šolski dom», la rinnovata struttura di via Croce destinata a ospitare aule e uffici del corso di laurea e di specializzazione in Scienze Ambientali del Politecnico di Nova Gorica, che decide quest’anno di affacciarsi in una realtà universitaria di oltreconfine, con l’installazione di una sede staccata in Italia. Il rettore Danilo Zavrtanik, a cui sono state consegnate le chiavi dell’edificio già a fine maggio, ha precisato che i corsi saranno aperti anche a studenti non sloveni, benché per il momento, tra gli 80 laureandi di via Croce, non vi sia nessun italiano: sono tutti ragazzi fuori sede, provenienti da Nova Gorica, Aidussina o dalla provincia di Lubjana. In vista però di una partecipazione multinazionale ai corsi, alcune delle lezioni, in particolare quelle degli anni della specializzazione, si tengono già in inglese. Per il Politecnico, quella di via Croce è la sede operativa, dove effettivamente hanno luogo le lezioni, mentre in Slovenia, a poche centinaia di metri dal valico della Casa Rossa, continua l’attività di ricerca nei laboratori. Il corso di laurea in Scienze Ambientali prevede quattro anni per ottenere la laurea di primo grado, più gli anni di specializzazione. Sono anni a frequenza obbligatoria, che prevedono un test d’ingresso iniziale e una trentina di ammessi per anno: il piano didattico è organizzato diversamente da quello italiano. Per il momento, comunque, non si profilano all’orizzonte problemi di concorrenza tra le diverse strutture dei poli accademici di Gorizia, dal momento che l’istituto di formazione sloveno opera in campi fino ad ora inesplorati dalle altre sedi universitarie: il progetto del master interuniversitario in Gestione del rischio ambientale infatti, non è ancora decollato.
La tensione attorno al confine tra Nova Gorica e Gorizia comincia dunque a distendersi, sciogliendosi nello scambio intellettuale dei giovani sloveni ed italiani, che si ritrovano a vivere in una realtà universitaria che sempre più unisce e cerca la collaborazione, una realtà di confine che fortunatamente sempre meno divide o cerca competizione.
Arianna Olivero
Era già nell’aria in aprile, storicamente il mese delle ‘tesi’ sovversive. Avrebbe dovuto iniziare in giugno, solitamente il mese dell’ultima sessione d’esami. E’ scoppiata il 10 luglio, quando, bandiere italiane in una mano e pesanti valigie nell’altra, gli studenti si salutavano, augurandosi un’estate il più possibile lontana da Gorizia. Per tutto questo tempo, ha continuato ad agitare gli animi dei cittadini goriziani, alimentando proteste e proposte. E solo ad ottobre, all’inizio del nuovo anno accademico, ha smosso la classe studentesca. E’ la rivoluzione rifiuti.
Il nuovo sistema di raccolta di rifiuti non poteva lasciare indifferenti gli studenti che, terminata la pausa estiva, hanno ripopolato la città. Anche loro, come tutti i goriziani, si sono mobilitati per far fronte al radicale cambiamento nella gestione dei rifiuti; anche loro, varcata la soglia degli appartamenti universitari, hanno dovuto far i conti con il nuovo calendario di raccolta recapitato dal Comune di Gorizia; e anche loro, dopo averlo provato di persona, si sono schierati a favore o contro il progetto “Più porta a porta a Gorizia”.
L’opinione della classe studentesca tende, in gergo politico al riforismo. Pochissimi sono i controrivoluzionari, che vorrebbero un ritorno all’anarchia del “come era prima”. Non sono di più i sostenitori a spada tratta della rivoluzione immondizie. Prevale dunque una via di mezzo che, pur condividendo l’ideale pro-ambiente della differenziata, pone critiche di inefficienza e di scomodità.
In questo correntone confluiscono la gran parte degli studenti del polo in via Alviano. Luca, iscritto al terzo anno del corso in scienze internazionali e diplomatiche (SID), fa proprio l’ideale ambientale: “E’ un segno di civiltà e di rispetto per la natura, nonché per noi stessi”. Ma subito critica la mancanza di un’adeguata campagna informativa: “Quando sono tornato a Gorizia ho visto il nuovo calendario di asporto e ho capito che qualcosa era cambiato”. Perplessa sul materiale informativo anche Sara (23 anni), secondo anno specialistico del SID: “La campagna informativa è mancata soprattutto per noi studenti che, non vivendo a Gorizia nel periodo estivo, siamo venuti a conoscenza solo adesso del cambiamento”. Dello stesso partito del “Si, ma…”, anche Paolo (24 anni) e Selly (23), entrambi iscritti al SID. Si, favorevoli e sensibili alle tematiche ambientali, ma più critici di fronte all’efficienza del nuovo sistema, soprattutto se messo di fronte alle esigenze degli appartamenti universitari. “Passano troppo poco spesso a raccogliere le immondizie, in particolare l’umido” afferma Selly e Paolo, sulla stessa linea, spiega: “Il tipico problema degli studenti è dimenticare di depositare alle’esterno l’umido nel giorno programmato prima del ritorno a casa nel fine settimana.” Lasciando intendere quali siano gli effetti maleodoranti di una tale dimenticanza, i due si dichiarano a favore di un reinserimento delle campane, accanto al nuovo sistema di raccolta domiciliare e convengono: “I due sistemi, vecchio e nuovo, dovrebbero essere integrati”.
Votano “Si ma…” anche Andrea (24 anni) e Luca (21 anni). Il primo, iscritto all’Università di Udine ma residente a Lucinico, è convinto della necessità della tutela ambientale ma allo stesso tempo “della maggior comodità del precedente sistema in cui ognuno decideva di scaricare i propri riciclabili quando preferiva e non a date fisse”. Punta il dito sull’inefficienza Luca, iscritto ad economia e gestione dei servizi turisitici: “Il maggior problema è quando si producono grandi quantità di rifiuti organici in appartamenti dagli spazi limitati come quelli di noi universitari”. E sembra così riecheggiare anche nei corridoi universitari la protesta del comitato di via Rastello che, attraverso la portavoce Stefania Atti, ha denunciato (al Piccolo): “Così le nostre case si sono trasformate in piccole discariche”.
Contro questa corrente che va per la maggiore il pensiero di Marco (26 anni), assistente alla docenza universitaria: “Pur essendo favorevole alla differenziata e all’eliminazione delle maleodoranti campane, mi sento insensibile alle tematiche ambientali per il modo in cui sono proposte” e, schierandosi contro il finto buonismo di facciata, argomenta: “Ti fanno sentire in colpa se non getti i fondi del caffé nell’umido, mentre trascurano di sensibilizzare a problemi più importanti in materia d’inquinamento”.
Dal 10 luglio si è dato il via al progetto “Più porta a porta a Gorizia”. Ecco i punti salienti del nuovo sistema di raccolta:
- prelievo a domicilio di carta e cartone (ogni 15 giorni)
- prelievo a domicilio di plastica e lattine da sistemare in apposito sacco bianco dell’IRIS.
- prelivievo a domicilio di secco (una volta a settimana nei sacchi gialli) e umido (due volte nel periodo invernale)
- possibilità di portare il vetro nelle apposite campane o, come per il resto dei riciclabili, in apposite isolette ecologinche CONAI o comunali.
Davide Lessi
Pubblichiamo una lettera inviataci da un lettore in seguito all’uscita dell’articolo “Foibe: tra verità e polemica” sul numero del maggio scorso. Eventuali repliche verranno pubblicate nel prossimo numero. Scrivete a sconfinare@gmail.com
Care amiche ed amici di “Sconfinare”, innanzi tutto mi presento; sono Alessandro Perrone, consigliere provinciale eletto nelle liste del PdCI, partito del quale sono anche responsabile provinciale, in quella sede ho avuto modo di conoscere il vostro giornale universitario (il numero 1 del maggio scorso), pur in ritardo voglio complimentarmi con voi per l’eccellente lavoro e l’innovativo “taglio” della rivista, vi auguro di poter continuare con la bravura e l’entusiasmo di questo numero.
Come avrete letto dall’oggetto, intendo portare il mio contributo riguardo all’ottimo articolo “Foibe: tra verità e polemica” di Athena Tomasini e Antonio Ferrara, poiché anche loro, malgrado l’impostazione corretta e distaccata sull’argomento, sono caduti sull’errore di proporre la lista di nomi pubblicata dalla stampa locale alla fine dello scorso inverno sotto la cornice del tema delle foibe in quando così non è, ciò fatto salvo naturalmente il rispetto per ogni vita umana e nei confronti dei morti sotto ogni bandiera.
Gli stessi redattori in prima pagina accennano al fatto che è impossibile calcolare il numero esatto dei deportati e come questi morirono in seguito (infatti, come si evince anche dalla lista molti deportati nei luoghi di prigionia morirono in seguito per malattie soprattutto dovute al contagio da tifo).
Nell’elenco pubblicato dalla stampa locale su circa 1100 persone 110 sono i nominativi di persone rientrate dalla prigionia, fatto che nessuno ha segnalato all’opinione pubblica, poiché è difficile spiegare come mai dei “martiri dell’italianità” eliminati, appunto, in quanto italiani, possano poi ritornare a casa dalla prigionia nelle mani dei slavo-comunisti.
Inoltre ben 149 persone morte prima del 1/5/45, quindi in periodo bellico, in queste zone, dove vigeva l’amministrazione tedesca, sostituitasi a quella italiana con il bene placido dei repubblichini di Salò, sotto il nome di : Zona d’operazione “Litorale Adriatico” o meglio “Adriatisches Küstenland”, la guerra fini solo il 1° maggio del 1945.
Altri 500 sono nominativi non di “deportati” goriziani, ma di militari (provenienti da tutta Italia) appartenenti a formazioni italiane collaborazioniste che erano di stanza nell’ex provincia di Gorizia (i bersaglieri del battaglione “Mussolini”, ad esempio sono stati fatti prigionieri nella zona di Tolmino, mentre il battaglione costiero nella zona di Cal di Canale), compaiono anche 33 “domobranzi”, che non erano una formazione italiana, ma di sloveni inquadrati come “freiwillige” (cioè volontari) nell’esercito del Reich .
Troviamo anche 38 nominativi d’arrestati nella zona di Monfalcone, ed alla fine, dei “deportati civili” da Gorizia ci rimane un elenco di circa 200 nomi, dei quali, se leggiamo le qualifiche indicate, scopriamo che molti erano squadristi, funzionari del Fascio e gerarchi, alcune donne erano
ausiliarie della contraerea (quindi militari da ogni punto di vista), altri ancora collaborazionisti con la polizia nazista e via di seguito tutti soggetti alle leggi di guerra e per questo imprigionati ed in quanto nemici passibili di morte.
Un discorso a parte va fatto per i carabinieri indicati nell’elenco: ricordiamo che l’Arma dei Carabinieri fu sciolta, nell’Adriatisches Küstenland, per ordine dei comandi germanici, con decorrenza 25 luglio 1944.
I carabinieri furono quindi inquadrati in altre formazioni collaborazioniste: generalmente nella Milizia Difesa Territoriale, cioè il corrispettivo della Guardia Nazionale Repubblicana della Repubblica di Salò.
Altri carabinieri furono inquadrati negli organismi di polizia (sempre soggetta al comando germanico), tuttavia mantenendo una relativa autonomia soprattutto nei piccoli centri, però i carabinieri che si rifiutarono di essere inquadrati nelle formazioni militari soggette al Reich, perché ritenevano ancora valido il proprio giuramento di fedeltà al Regno d’Italia, furono deportati nei lager germanici dove molti persero la vita.
Ovviamente queste precisazioni non cambiano il senso del dramma patito dalle popolazioni di queste terre, soprattutto dalle famiglie dei deportati che non hanno mai saputo quale fine abbiano fatto i loro congiunti; tuttavia una cosa è certa, almeno a mio (ma non solo) parere, la responsabilità di tutto questo è attribuibile al fascismo e della monarchia, per l’aver da prima tentato la nazionalizzazione di sloveni e croati, poi puntato al loro annientamento attraverso l’aggressione militare in alleanza con i nazisti, queste precondizioni hanno prodotto un concatenamento di fatti, di volta in volta più terribili e sanguinosi, ai quali nessuna parte s’è sottratta.
In fine riguardo le liste dei deportai, come fatto di due redattori c’è il dubbio sul come siano state pubblicate e il perchè siano state consegnate alla signora Morassi in quanto figlia di un deportato, che a sua volta le ha consegnate alla Prefettura, la quale le ha trattenute per circa tre masi e fatte pubblicare alla vigilia delle elezioni.
Monfalcone, 12 luglio 2006
Alessandro Perrone
Le due Gorizie saranno sede di una rassegna d’arte contemporanea che diviene sempre più trasfrontaliera ed europea.
Un semplice muretto con una rete. Un’apparenza modesta per quello che è stato uno dei confini caldi dello scorso secolo, la divisione tra est ed ovest, tra comunismo e capitalismo, tra Gorizia e Nova Goriza. Questo confine però sta subendo un processo di cambiamento inesorabile che ha avuto inizio ben prima della fine della guerra fredda, grazie alla volontà di cooperazione fra le due parti di quella che era stata un’unica realtà isontina.
Arcipelago 06 è la seconda edizione del Festival d’arte contemporanea trasfrontaliero e si terrà dall’1 all’8 luglio principalmente lungo la linea del confine che porta dal valico di San Gabriele a quello di Salcano oltre che ovviamente in piazza transalpina, il punto nevralgico ed emblematico del nostro confine. Questa piazza infatti è un po’ la porta di Brandeburgo goriziana, uno dei punti importanti di quando la città era unita ed ora invece è una piazza divisa fra le due realtà.
Eppure, come può aver senso una piazza che è per definizione punto d’incontro di vie e genti, nel momento in cui diventa confine?
La mostra Arcipelago riconsegna alla piazza la sua valenza unificatrice e di scambio, le sue opere d’arte, sparse e diverse, sono come isole, appunto, di un arcipelago, separate dal mare di un confine di burocrazie e leggi ma unite dalla loro forma, la loro essenza artistica che supera senza difficoltà ogni confine.
Questa rassegna diventa anche occasione di numerose altre attività culturali, dalla performance alla poesia, prosa, teatro, film, animazione e concerti musicali.
Le opere d’arte che sono presentate quest’anno sono emblematiche del successo di questa iniziativa: in una anno il numero egli artisti è più che raddoppiato ed ora sono presenti nomi dalla Bosnia Erzegovina, Croazia, Germania, Italia, Olanda, Serbia, Scozia e Slovenia. Nell’arco di due edizioni la rassegna si apre immediatamente al resto d’Europa dimostrando quanto è importante e sentito il tema del confine e della ricerca del suo superamento, oltre che ricordarci che questo è un confine europeo e rappresenta quelle barriere che dai Pirenei all’Egeo stiamo lentamente cercando di togliere.
Le opere d’arte che saranno esposte saranno molto all’avanguardia, utilizzando mezzi spesso inusuali per comunicare al visitatore e giungendo ad effetti più o meno apprezzabili a dipendere dei propri gusti ( ed alla bravura dell’artista); il mio consiglio è quello di osservare queste opere, più che esclusivamente come singoli pezzi, come un tutt’uno, un “arcipelago” che unisce e poi magari prendere spunto per riflessioni sul confine, per sconfinare con la mente.
Sconfinare. Sì è proprio questa la cosa secondo noi più importante, il pensiero che deve dominare non solo l’osservatore di questa mostra ma ognuno che vive e visita questa cittadina di “confine”. Siamo giunti, noi studenti, infatti a Gorizia con il sogno di andare oltre le barriere, di andare oltreconfine per l’abbattimento del confine stesso, per sconfinare.
Appoggiamo quindi pienamente lo splendido lavoro che stanno facendo per questa mostra la PROLOGO di Gorizia e KREA e LIMB di Nova Goriza e ci auguriamo che quando ognuno di noi osserverà le varie opere d’arte ,butterà l’occhio dall’altra parte per vedere quello che vi si trova, focalizzandolo fino a far scomparire il reticolato bianco dalla sua vista.
Cudicio Allan-Francesco
A circa cinquecento metri dal confine della Casa Rossa di Gorizia, proprio dietro al piccolo Casinò Fortuna, accanto ad un paio di case modeste, abbiamo scoperto un cimitero ebraico.
Ci si arriva attraversando un prato non curato, costeggiando le due abitazioni: a dir la verità, noi esploratrici entriamo maldestramente nel cortiletto, facendoci immediatamente notare dal padrone di casa, il quale ci indica la strada giusta per l’entrata. “Girate dietro quella rimessa per gli attrezzi” ci urla in un italiano perfetto, che pochi nostri connazionali potrebbero ricambiargli con la stessa scioltezza in sloveno. Dunque, Giorgia ed io seguiamo le indicazioni senza invadere ulteriormente la proprietà privata, scoprendo finalmente l’ingresso: un cancello arrugginito, lasciato aperto, posto al di là di un ponticello che scavalca un ruscelletto, probabile affluente dell’Isonzo. La vicinanza ad un corso d’acqua è una delle peculiarità dei cimiteri ebraici, considerata importante come simbolo della vita che continua.
All’entrata rimaniamo in silenzio per qualche minuto: non si tratta del tipico mutismo rispettoso che si assume di fronte agli ordinatissimi cimiteri italiani, simili a tristi archivi di morte affacciati su lindi vialetti di ghiaia, colorati da fiori di plastica e lumini. No, è un silenzio del tutto diverso: le lapidi escono infatti sconnesse dalla terra bagnata, pietrone grezze sul procinto di cadere, o già cadute, in un disordine commovente ed angosciante allo stesso tempo. Camminiamo con attenzione: sotto i nostri piedi, sotto quelle primule timide nell’erba ancora umida, c’è un’intera comunità. La prima tomba che ci fermiamo ad osservare ci dà la conferma dell’identità ebraica: simboli aramaici celebrano l’epitaffio di una giornalista, Luzzatti…la pioggia, il vento, i licheni hanno divorato quelle poche parole in italiano che forse ci avrebbero permesso di sapere di più su questa donna scomparsa quasi un secolo fa. La natura presto si porterà via ogni dato, ogni traccia, ogni accesso alla memoria delle persone seppellite sotto di noi.
Ritroviamo con stupore su una serie di lapidi la stessa data di morte: 1910…uomini e donne ebrei tra i 20 e i 40 anni misteriosamente scomparsi, senza nessun riferimento, nessuna spiegazione. Ci sforziamo di ricondurre questa data a qualche avvenimento storico preciso, ma la ricerca è vana.
Camminiamo ancora, troviamo gruppi famigliari consistenti, cognomi come Morpurgo, Michaelstaeder…
Il paradosso più incredibile sta proprio al di là del piccolo muro che delimita il cimitero: la grossa insegna del casinò. Una sadica torretta gonfiabile di circa sette metri si eleva sopra le lapidi: è inquietante la scelta di piazzare la scritta “casinò” alla cima della torre, seguito da una freccia in verticale che indica”Fortuna” (il nome del locale), seguito da un’altra freccia verticale che pare proprio condurre lo sguardo a una lapide, più imponente delle altre, forse perché di un medico o di un personaggio dal ruolo importante…il gioco che porta alla morte?O macabra ironia?
Ma più della discutibile scelta di costruire un casinò a pochi metri da un luogo del genere, mi colpisce l’incredibile abbandono in cui sono lasciate quelle pietre. Là dentro c’è un pezzo di storia, che io non comprendo, e che non mi è permesso conoscere, parrebbe…
Arianna Olivero,Giorgia Turin
L’arrivo nel 1906 della ferrovia Transalpina nella città di Gorizia fu il completamento di un lungo processo di ammodernamento della vie di comunicazione che collegavano la città con il resto dell’Impero asburgico.
Tale processo iniziò dapprima in maniera teorica con lo studio di Carl von Czoernig, il funzionario imperiale arrivato nella “Principesca Contea di Gorizia e Gradisca” come allora si chiamava, commissionatogli dal governo imperiale per verificare quali potessero essere le possibilità di sviluppo di tale parte del Kustenland (Litorale) e si avviò concretamente con l’arrivo dei Ritter a Gorizia. I Ritter infatti, famiglia di industriali di origine tedesca trasferitisi dopo varie vicissitudini a Trieste, scelsero nel 1850 Gorizia come sede delle proprie attività.
Questa scelta fu fondamentale per Gorizia in quanto per esportare i propri prodotti da Gorizia a Trieste e verso il resto dell’Impero, fecero pressione presso le autorità imperiali affinché la ferrovia “Meridionale”, costruita con i finanziamenti dei Rothschild, che doveva collegare Vienna con Trieste, passasse per Gorizia: cosa che puntualmente avvenne nel 1860. Tale scelta ebbe ripercussioni per la città anche dal punto di vista urbanistico; infatti, per collegare il centro cittadino con la nuova ferrovia, si dovette costruire una nuova arteria che attualmente è il corso Italia, cioè la principale via di Gorizia.
Tale ferrovia però non bastava per il completamento dell’ammodernamento della vie di comunicazione.
Infatti in seguito all’arrivo della linea ci fu uno sviluppo delle attività commerciali della città che non riguardavano solo le attività Ritter, ma pure quelle attività dei piccoli e medi commercianti che incominciarono a popolare la città (artigiani, ma soprattutto produttori di vino e alcolici che dal Collio venivano spediti in tutto l’Impero, povero di zone adatte per la coltivazione dell’uva).
Per far fronte a tale sviluppo la classe dirigente locale capì che ci sarebbe stato bisogno di un’altra ferrovia che arrivasse direttamente in Carinzia (il principale sbocco dei prodotti della Contea di Gorizia).
Tale ferrovia è l’attuale Transalpina che arrivò a Gorizia nel 1906 dopo una lunga gestazione causata anche da problemi tecnici, legati all’attraversamento di un territorio particolarmente impervio che fa di questa linea, però, una bellissima ferrovia panoramica. In realtà per le autorità austriache tale ferrovia non era importante solo per il commercio ma anche per una funzione militare, in quanto costituiva una via di comunicazione in grado di trasportare le proprie truppe con facilità sul confine di un paese straniero (l’Italia). Valore aggiunto che però fu calcolato male dalle autorità austriache, infatti proprio questa vicinanza con il confine la rese vulnerabile agli attacchi italiani durante il primo conflitto mondiale.
Ciò non toglie che nel 1906, con l’arrivo della Transalpina, Gorizia attuò il completamento dello sviluppo delle vie di comunicazione: molte ditte commerciali spostarono la loro sede in prossimità della nuova ferrovia (piazza Corno, l’attuale piazza de Amicis, e vie adiacenti) per poter agevolmente usarla per il trasporto delle proprie merci verso la Carinzia.
Beffardamente tale apogeo dell’attività commerciale avvenne nel 1906, cioè solo otto anni prima del conflitto mondiale che comportò, in seguito al cambiamento dei confini, la recisione completa di Gorizia dai suoi mercati rendendo tali ferrovie di colpo inutili.
Nonostante ciò la Transalpina, fino alla Seconda Guerra mondiale, continuò ad avere un ruolo per le ditte locali nello smercio dei propri prodotti verso la valle dell’Isonzo. Purtroppo anche questo residuo mercato venne a mancare, dopo l’ultimo conflitto mondiale, quando l’ennesimo cambiamento dei confini fece sì che addirittura la stessa ferrovia rimanesse separata dalla città per la quale era stata costruita.
Giangiacomo Della Chiesa
Sono i deportati di Gorizia: 1048 nomi che compongono l’elenco consegnato il 12 dicembre 2005 dal Sindaco di Nova Gorica, Mirko Brulc, al Sindaco di Gorizia, Vittorio Brancati, per conto del Ministro degli Esteri Dimitrij Rupel. La lista è stata resa nota dalla Prefettura di Gorizia soltanto tre mesi dopo, agli inizi di marzo, ed è stata messa a disposizione della cittadinanza e di chiunque volesse consultarla. Contiene i nomi di soldati, carabinieri, finanzieri, funzionari di banca e di istituti pubblici, professori, maestri di scuola e molti altri che nel maggio del 1945 furono rastrellati dalle truppe titine del comandante Boro, il IX Korpus, e portati in Jugoslavia da dove non fecero più ritorno. E’ impossibile calcolare con esattezza il numero dei deportati e forse non si saprà mai quante persone subirono l’infoibamento o morirono nei campi di prigionia per mano dell’OZNA, la polizia politica del Maresciallo Tito. Oltre al desiderio di vendetta per le terribili violenze subite dai fascisti durante la guerra, dai documenti emerge la volontà delle truppe comuniste di attuare una sorta di pulizia etnica: non furono catturati solo fascisti o presunti tali, militari o resistenti, ma tutti quegli italiani e sloveni che avrebbero potuto rappresentare un ostacolo per la creazione di un forte stato jugoslavo e per l’annessione del Friuli Orientale e della Venezia Giulia. Ora questo elenco dovrebbe contribuire a fare un po’ di chiarezza e di giustizia in quei tragici eventi a lungo ignorati e addirittura nascosti per sessant’anni dall’una quanto dall’altra parte. La documentazione, elaborata dalla storica slovena Natasa Nemec, rivela che “gli arresti furono effettuati secondo accurati elenchi pronti dal 1944”, e riporta diverse notizie sugli scomparsi: dati anagrafici, professione o corpo militare di appartenenza, data e luogo di arresto. Purtroppo manca il dato più atteso dai parenti delle vittime: il luogo della morte. Il luogo in cui potersi recare per portare l’estremo saluto ai propri padri, fratelli, mariti e amici, per dare una risposta al bisogno di onorare le vittime in un luogo fisico oltre che nella memoria. Sostanzialmente il documento non porta grandi novità: secondo i parenti e diversi storici sloveni e italiani, molti nominativi erano già noti perché comparsi in precedenti studi, altri sono imprecisi o addirittura erronei. La stessa Nemec sostiene che l’elenco da lei elaborato sia un “dossier ancora parziale”: altri nomi dovranno essere aggiunti in futuro, e molti archivi devono essere ancora aperti; i dati più importanti potrebbero trovarsi a Belgrado.
Altre critiche contestano il modo in cui l’elenco è stato trasmesso e diffuso dalle autorità, alimentando un’accesa polemica. Polemica prevedibile considerato il periodo politicamente delicato in cui la lista è stata pubblicata: il 9 e 10 aprile gli elettori italiani saranno chiamati ad esprimersi nelle elezioni politiche, mentre a fine anno in Slovenia si svolgeranno le elezioni amministrative. Il Sindaco di Nova Gorica ha espresso infatti il timore che queste vicende possano alienargli il supporto dell’elettorato che rimane legato al mito partigiano, e ha voluto sottolineare come l’iniziativa di consegnare l’elenco sia partita dal Ministro degli Esteri sloveno Dimitrij Rupel. Brulc ha inoltre aggiunto che il periodo scelto per pubblicare l’elenco indica la volontà di strumentalizzazione “da parte italiana per fini politici di carattere preelettorale”. Vittorio Brancati ha replicato di aver chiesto espressamente al neo-Prefetto di Gorizia Roberto De Lorenzo (nelle cui mani era passato l’elenco dopo la consegna al Sindaco) di essere consultato prima della pubblicazione senza che ciò sia avvenuto. Brancati si è dunque rivolto a Brulc pregandolo di non fermare il dialogo iniziato, pur dichiarandosi consapevole della difficile situazione in cui è stato messo il suo omologo sloveno. Inoltre, il fatto che l’elenco sia in mano al Prefetto, che è il rappresentante del governo a livello locale, ha i suoi aspetti positivi: passando dai due Sindaci ai due Governi, il documento potrebbe acquisire più chiaramente il significato di passo in avanti verso la creazione di una memoria riconosciuta e condivisa a livello ufficiale. Ed è proprio su questo punto che si innestano altre critiche. Secondo lo storico sloveno Branko Marusic, consulente scientifico dell’ Accademia delle arti e delle scienze di Lubiana, il documento avrebbe dovuto essere consegnato dal Ministro Rupel al suo omologo italiano, utilizzando i normali canali diplomatici. L’effettivo modo di diffusione dell’elenco ha invece sminuito il possibile valore simbolico del gesto. Anche lo storico italiano Roberto Spazzali, autore di studi sulle foibe, si è chiesto che senso abbia “tenere questo dossier come una cosa in famiglia”, e sostiene che il modo migliore per far luce su quanto accadde sia “un controllo incrociato con gli elenchi preesistenti” effettuato da storici di professione.
Purtroppo, il modo in cui è stata gestita la vicenda (a partire dall’accuratezza della ricerca storica alle modalità in cui è stata consegnata e diffusa) secondo alcuni alimenta l’impressione che il gesto sloveno sia solo una sorta di “contentino” per gli italiani. Ma al di la delle polemiche, inevitabili per un argomento così delicato, è sicuramente un passo importante per riparare lo strappo nella memoria italiana e slovena, il possibile inizio di un reale percorso di dialogo, riconoscimento e riconciliazione verso una memoria condivisa e ufficiale. Questo elenco non è ancora in grado di rendere giustizia e di lenire lo straziante dolore delle famiglie che videro scomparire i loro cari nella notte, ma è un gesto significativo e necessario anche alla luce dell’entrata della Slovenia nell’Unione Europea. “E’ un momento importante” ha spiegato il Sindaco di Gorizia, “la dimostrazione che in questa piccola città si stanno abbattendo grandi muri. Nessuna frontiera europea può cadere se non si abbattono anche le frontiere della memoria.”
Athena Tomasini
Antonino Ferrara
Ad oltre sessant’anni dalla Seconda guerra mondiale, l’opinione pubblica locale si trova ancora spesso a dibattere degli avvenimenti che coinvolsero le popolazioni sul “Confine orientale”.
Ma quella del Goriziano non è stata solo una storia di contrapposizioni. Anzi, fin dagli anni sessanta, quando questa zona rappresentava il contatto fra due mondi divisi dalla “cortina di ferro”, la frontiera a Gorizia era chiamata “il confine più aperto d’Europa”. Merito della lungimiranza degli attori politici locali di quarant’anni fa che, coraggiosamente, osarono sfidare le diffidenze reciproche (ma soprattutto di Roma e Belgrado), per lavorare ad un percorso di convivenza. Il lavoro dei sindaci di allora, Martina e Strukelj, incita ancor oggi a proseguire il lavoro di quei protagonisti del “dialogo”.
Oltre al ruolo delle istituzioni locali, non va dimenticato che il terreno delle coscienze andava e va coltivato soprattutto con le iniziative della società civile, che a partire da un patrimonio socio-culturale comune (l’attuale confine non era mai esistito nella storia prima del 1947), si occupano di far incontrare italiani e sloveni per ritrovare, attraverso una condivisa memoria storica, una vera pace e riconciliazione. In prima linea si trova l’associazione “Concordia et Pax”, attiva da oltre un ventennio ed impegnata ad animare convegni e iniziative di alto valore simbolico, fra le quali si segnala l’incontro annuale dei “Sentieri di memoria e riconciliazione”.
Diventati ormai una tradizione dal vasto impatto, questi momenti di “memoria condivisa” sono organizzati da studiosi e volontari sia italiani che sloveni per riscoprire e riflettere assieme sugli avvenimenti che portarono distruzione ed odio nella regione. L’ultimo appuntamento del genere si è tenuto il 15 ottobre dell’anno scorso a Borovnica, a pochi chilometri da Lubiana, un tempo sede di un importante snodo ferroviario dell’Impero asburgico. Lì si svolse una vicenda emblematica per tutti, quella del campo d’internamento diretto dall’esercito italiano per le popolazioni slovene occupate (1941-43) e quella del campo di prigionia diretto dalle formazioni titine per i militari italiani (1945-46).
Nell’agosto 1942 l’alto commissario della cosiddetta “provincia autonoma di Lubiana” (ovvero le zone della Slovenia annesse al regno d’Italia nel 1941) emanò una circolare che suddivideva la popolazione slovena in tre categorie: la stragrande maggioranza dei residenti da assimilare; coloro che avevano preso parte ad azioni contro le autorità militari italiani da eliminare; i fiancheggiatori del movimento partigiano e i semplici sospetti da deportare. I flussi di sloveni raggiunsero nel corso dell’estate 1942 i campi di concentramento disseminati in Italia e nelle isole dalmate. Dei 20.000 internati morirono nei campi oltre 2400 persone, di cui 1400 solo nell’isola di Arbe.
Quando le sorti della guerra si ribaltarono, il governo iugoslavo stabilì il campo di concentramento per i militari italiani proprio a Borovnica. Dal maggio 1945 alla primavera 1946 vessazioni e violenze si abbatterono sui prigionieri, costretti a permanere in condizioni igieniche precarie, con scarso vitto, all’interno di baracche fatiscenti, in una zona dove gli inverni sono particolarmente rigidi.
Borovnica fu quindi un luogo significativo di dolore e sofferenza per le popolazioni locali deportate e per i militari prigionieri. La visita e l’approfondimento dei fatti rappresentano, per quanti desiderano un mondo nuovo fondato sulla civiltà del rispetto e della reciproca comprensione, un’utile provocazione. Spetta alle generazioni del Duemila fare tesoro delle esperienze passate per costruire un futuro di apertura e di collaborazione, e rispondere alle sfide poste dalla nuova Europa.
Federico Vidic
Enrico Gherghetta ha vinto il secondo turno delle elezioni provinciali e diventa così il nuovo Presidente della Provincia di Gorizia. Il responso delle urne è inequivocabile: 58,86% contro il 41,14% del rivale Leonardo Zappalà.
Al primo round la compattezza dello schieramento vincitore, opposta alla frammentazione della “non-coalizione di destra” aveva suscitato pronostici prontamente avveratisi con il 48,27% del candidato ulivista. Mentre la sinistra aveva subito la sola defezione di Luciano Migliorini – senza subire tra l’altro molti danni –, per la destra gareggiavano ben cinque candidati (Morandini per la Lega Nord, Cosma per la Fiamma Tricolore, Maniacco per An, Zappalà per Udc-FI e infine l’indipendente Fiorelli). Al ballottaggio poi, lo spirito di corpo della Cdl ha dimostrato una coerenza cristallina: non solo non c’è stato l’apparentamento con An, ma molte delle preferenze attese non sono giunte. Tuttavia le “fughe di voti” sono state un fenomeno comune ai due schieramenti e la consultazione si è rivelata più complesso di quanto sia apparso a prima vista.
Innanzi tutto Gherghetta ha conquistato la provincia, ma non il capoluogo. A Gorizia Zappalà ha goduto di un 55,9%, con cui dovranno confrontarsi sia il neopresidente nella conduzione del suo incarico, sia la sinistra locale in vista delle prossime elezioni comunali. In secondo luogo mancano all’appello 2.029 voti, probabilmente dovuti alla convinzione degli elettori che il loro leader avrebbe vinto anche se loro non fossero andati a votare per godersi un caldissimo ponte del 25 aprile. Dal canto suo la destra denuncia 4.112 consensi delle forze eliminate al ballottaggio non pervenuti in casa Zappalà, imputabili perlopiù al mancato apparentamento con An.
Entrambi i candidati poi devono confrontarsi con una delle più basse affluenze alle urne degli ultimi anni (circa il 48%), referendum esclusi. Certo il caldo e il ponte festivo hanno influito, ma un 30% di elettori in meno non si spiega solo con motivazioni “climatico-turistiche”. Al primo turno si votava anche per la Camera ed il Senato, al ballottaggio solo per la provincia. La differenza di partecipazione può essere dunque rivelatrice di una disaffezione nei confronti dei candidati.
Detto ciò è lecito chiedersi quale sarà l’azione di governo e quali le difficoltà peggiori per la nuova amministrazione. Alla vigilia della vittoria Gherghetta ha sottoscritto alcuni impegni: per primo l’istituzione del difensore civico provinciale, quindi la garanzia di rappresentare Gorizia aldilà dei suoi gusti politici, infine un’azione a favore dell’integrazione transfrontaliera per aumentare il peso europeo della provincia. Tutte splendide promesse che speriamo riesca a mantenere. Tuttavia egli si deve scontrare con un capoluogo in gran parte ostile e convinto di non essere adeguatamente rappresentato, ma soprattutto con una fama d’immobilismo poltico del goriziano, percepibile anche da noi studenti, che soggiorniamo solo per qualche anno nell’isontino. Cancellare questa etichetta è sicuramente il migliore degli obiettivi che la nuova amministrazione possa porsi. L’idea di una “Provincia europea”, tanto celebrata in campagna elettorale potrebbe essere una buona via. Ci auguriamo non si tratti solo di uno slogan.
Emmanuel Dalle Mulle






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