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I motivi della crisi politica thailandese
La degenerazione dello scenario politico thailandese, portato ai massimi termini con l’occupazione, durata una settimana, dei due aeroporti principali di Bangkok non rappresenta altro che uno dei simboli di una lunghissima lotta per il potere.
La “crisi” thailandese ha un background lungo, lunghissimo, in verità, che poggia sulla decisione anglo-francese di lasciare il Paese come zona cuscinetto tra l’India Britannica e l’Indocina francese. Allo stesso modo, la sopravvivenza della dinastia Chakri si legò all’appoggio statunitense, che la considerava baluardo contro l’avanzata del comunismo nel sud-est asiatico.
Il fatto di non aver provato il trauma rappresentato dallo “sminuimento” dell’imperatore Hirohito, alla fine della seconda guerra mondiale (nonostante l’esplicito appoggio siamese ai giapponesi) o dall’abbattimento della dinastia Konbaung nella confinante Birmania, hanno prodotto una situazione di mantenimento di strutture tradizionali e di una mentalità sostanzialmente conservatrice in un paese fortemente caratterizzato dallo sviluppo economico e dalla globalizzazione.
Le contraddizioni che si possono notare in Thailandia sono gravi e il “Paese del sorriso” (termine sicuramente coniato da persone che si fermano alle apparenze) potrebbe vivere nei prossimi anni situazioni molto più spiacevoli della crisi aeroportuale. Dopo un flashback, mi permetto di dare una occhiata al futuro. Cosa succederà quando il Re Bhumibol Adulyadej, 81 enne il 5 dicembre e con qualche acciacco, dovrà abbandonare il trono, dopo oltre 60 anni di regno? Previsioni sono ben accette. La mia è quella che le cose potranno solo peggiorare.
Torniamo al presente. Thaksin Shinawatra. Di origine cinese, ricco imprenditore nel campo della telefonia e delle televisioni, entra in politica nel 1994 (analogie…). Nel 1998 fonda il partito Thai Rak Thai ( i thailandesi amano i thailandesi… vabbè… da italiano non ha senso fare ironia sui nomi dei partiti politici altrui…) e nel 2001 vince in maniera nettissima quella che osservatori stranieri dichiararono l’elezione politica in Thailandia con meno voti di scambio e corruzione della storia del Paese (rivincerà in maniera eclatante nel 2005). La piattaforma politica è populista, incentrata su fondi di sviluppo sostenibile per i più poveri, assistenza sanitaria gratuita alle classi disagiate, moratoria sui debiti dei contadini. Thaksin non agisce male, in realtà. Le promesse sono mantenute in un quadro economico dilaniato dalla crisi asiatica. Gli investimenti e il turismo vengono attratti, il debito esterno ridotto, le riserve di valuta ricostituite. Se si potessero tralasciare le fondate accuse di corruzione (ma corruzione è vita quotidiana, qui anche più che da noi) e la guerra alla droga, che ha causato abusi, torture e 2500 morti e la recrudescenza della ribellione di tre provincie a prevalenza musulmana al confine malese, si potrebbe persino dire che Thaksin abbia fatto bene. Forse troppo.
Il Re è uno. Due sono troppi. Colpo di Stato del settembre 2006.
Shinawatra è interdetto dalla politica. Il TRT si ricostituisce mutatis mutandis come People’s Power Party, guidato dalla longa manus di Shinawatra. E vince nuovamente nel dicembre 2007. troppo inetto il governo instaurato sotto l’egida dei militari.
Per spiegare, in due parole, senza indagare sulla struttura sociale thailandese, bisogna considerare che la stratificazione sociale è fissa e immutabile, non a livello di casta, ma non troppo diverso. Le classi povere sono state con Shinawatra, quelle di ceto medio ed agiate contro di lui. Il che si traduce, peraltro, in una distinzione geografica, con Bangkok contro di lui e il resto del Paese a lui favorevole.
Il nuovo Primo Ministro è Samak Sundaravej. La piattaforma politica è identica a quella di Shinawatra. Di nuovo il responso democratico non è accettato e le forze che prima si erano mobilitate contro Thaksin si ribellano contro quello che si reputa il suo portavoce. Primo blocco degli aeroporti. Gli scali di Phuket, Krabi e Hat Yai sono bloccati per 2 giorni, ad agosto. E primi scontri. La soluzione la risolve la Corte Costituzionale, il 9 settembre, che afferma che Samak non è più compatibile con la carica di Primo Ministro in quanto ha accettato un compenso per una apparizione in una trasmissione culinaria in televisione. Faccio i miei complimenti alla solerzia della Corte Suprema, evitando accuratamente di dire che la parte verso cui pendono è piuttosto evidente.
Il PPP ha ancora la maggioranza, e sale al governo Somchai Wongsawat. Lo si presenta come uomo di dialogo. E sicuramente si presenta più pacato nei toni del suo predecessore. Ma è il genero di Thaksin. Forse non proprio la scelta migliore in una situazione di crisi.
Il gruppo attorno a cui si raggruppano le istanze dei gruppi conservatori e anti-thaksiniani si chiama People’s Alliance for Democracy, guidato da un altro magnate delle telecomunicazioni (tanto per cambiare), Sondhi Limthongkul.
La situazione era divenuta grave già in agosto, con l’occupazione del Parlamento da parte del PAD, protrattasi sino a pochi giorni or sono. La piattaforma politica del PAD rimane però confusa. Segnata dall’essere fortemente filo monarchico e nazionalista, il PAD ha richiesto le dimissioni di Samak, prima, e di Somchai, poi, mentre il piano propositivo è stato senza dubbio carente. Certamente preoccupante è invece lo statement di Somchai secondo cui “la democrazia rappresentativa non è adatta alla Thailandia”.
Le tensioni si sono rafforzate a seguito della creazione di milizie pro- e anti- governative. Gli scontri più gravi risalgono al 7 ottobre, quando la polizia ha tentato di evacuare il Parlamento causando due morti e 300 feriti.
Ai funerali di una delle vittime degli scontri è presente la regina, Sirikit, per molti un avvallo tacito alle politiche del PAD. PAD che decide di alzare i toni. E l’azione è spettacolare: tra il 25 e il 26 novembre migliaia di manifestanti occupano gli aeroporti di Suwarnabhumi e Don Muang.
Gli aeroporti resteranno bloccati sino al 3 dicembre.
Kamikaze.
Distrutta la maggiore industria del Paese, il turismo. Fuga degli investitori. Riduzione stimata della crescita del PIL del 2% in maniera ottimistica. Perdita di 500.000 posti di lavoro nel settore turistico come minimo. Credibilità internazionale distrutta.
Il PAD ha vinto una partita non ancora finita. Somchai, in un’altra pronuncia della Corte Costituzionale, è stato costretto alle dimissioni per brogli elettorali presunti. Il partito sciolto. Si è già ricostituito con un altro nome.
La partita continua. Thaksin potrebbe tornare nel Paese a Natale. Il re ha ottantun anni e la sua salute è discussa.
Il monsone durerà lunghi anni in questo Paese.
Davide Ambrosio
Davide Ambrosio è studente SID in stage presso l’Ambasciata Italiana a Bangkok
Intervista al professor Diego Abenante, docente di storia e istituzioni dei Paesi Afroasiatici. E’ possibile scaricare l’audio completo dell’intervista sul sito www.sconfinare.net.
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Professor Abenante, quale pensa saranno le modifiche agli assetti politici indiani in seguito a questi attentati? Pensa che ne risulterà avvantaggiato il partito nazionalista indù, il Bjp? E quali sono le basi del fondamentalismo indù?
E’ difficile fare previsioni, di ogni tipo; bisogna essere cauti. Dobbiamo vedere cosa succederà nei prossimi giorni. Però è vero che gli attentati hanno già messo in difficoltà la coalizione guidata dal partito del Congresso; infatti si è già visto che il Bjp, il principale partito di opposizione, prima ancora che fosse appurata l’identità degli attentatori, ha criticato aspramente l’inefficienza delle politiche di sicurezza del Congresso. E’ possibile che questo possa avere delle ripercussioni sul piano elettorale. Però, bisogna considerare una cosa: è vero che la coalizione nazionale è l’obiettivo delle critiche, ma non dobbiamo dimenticare che l’India è una federazione, quindi spesso la responsabilità cade in egual misura anche sui governi locali. Ovviamente, adesso il governo del Maharashtra è nel mezzo di una bufera… In secondo luogo, da un certo punto di vista la coalizione è ‘fortunata’, perché le elezioni nazionali saranno nel 2009; quindi, da qui ad allora c’è tempo per recuperare un po’ di consenso. Già ora ci sono segnali da questo punto di vista: il governo ha gestito abbastanza bene le fasi dell’emergenza, ed ha anche arrestato un attentatore, da cui pare stia ricevendo molte informazioni. Per quanto riguarda la seconda domanda, essa ci porta lontano; il Bjp non è che l’ultima forma che ha assunto la corrente politico-religiosa del nazionalismo indù. Essa prende le sue mosse già nel XIX secolo, da certi movimenti di riforma dell’induismo che si rifanno ad una base cristiana, razionalista e critica delle superstizioni. L’interpretazione politica di queste teorie si avrà nel ‘900, quando i nascenti movimenti politici collegheranno questo induismo riformato alla nazione: essere indiani vorrà dire essere indù. Avremo quindi vari partiti nazionalisti, dei quali il Bjp è l’ultimo. Questo nazionalismo si distingue dagli altri nazionalismi “classici”, perché è una qualità che si può acquisire: tutti possono diventare indiani, se accettano la religione e la cultura indù. Il concetto principale, insomma, è quello di ‘indianità’. Infatti, il Bjp ha una politica fortemente antimusulmana, e non riconosce i musulmani – e nemmeno le altre comunità religiose – come veri indiani.
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Quanto è fondato il timore di una seria battuta d’arresto nel processo di pace India- Pakistan?
Anche qui è difficile fare precisioni. Si vedrà abbastanza presto se la situazione è seria oppure no, perché la politica nel subcontinente segue schemi piuttosto consueti. Secondo me, in ogni caso, nessuno dei due governi ha interesse ad interrompere il dialogo. Il governo indiano ha anzi un interesse opposto, sostenere il governo civile pakistano, che è ancora debole, essendosi insediato da pochi mesi; un conflitto ora lo destabilizzerebbe, e lo porterebbe a delle derive preoccupanti, con un nuovo governo militare o, nel peggiore scenario, anche se piuttosto improbabile, uno sviluppo islamista. Da un confronto militare India- Pakistan prendono sempre forza i gruppi nazionalisti. E’ vero però che il governo deve rassicurare l’opinione pubblica; queste tracce che riconducono al Pakistan devono essere analizzate, anche assicurandosi un forte appoggio da parte del Pakistan nella lotta al terrorismo, altrimenti si rischia di favorire il Bjp. Da parte pakistana, il governo ha ben altri problemi: è un governo civile giovane, che sta cercando di agganciare rapporti con l’esercito e le altre forze al potere precedentemente. Per questo io tendo ad escludere un coinvolgimento diretto del Pakistan.
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Cosa significava la presenza dei tecnici israeliani, al servizio del governo indiano, colpiti dai terroristi?
Francamente, credo che questo punto debba essere verificato. Può essere benissimo che si trattasse di tecnici israeliani. La vicinanza tra India ed Israele non è una novità; quello che mi colpisce non è tanto la presenza di quei tecnici, quanto la volontà dei terroristi di colpire principalmente gli israeliani. Questo mi rafforza nella convinzione che questi attentati avessero una matrice esterna al subcontinente, perchè in India non c’è una tradizione di violenza politica diretta specificatamente verso gli ebrei. La matrice degli attentati è sicuramente situata al di fuori, almeno nella regia; gli esecutori sono sicuramente locali, anche perché degli Arabi avrebbero destato attenzione. Il tipo di violenza si ricollega anch’esso ad una matrice esterna all’India, di tipo islamista; è probabile che ci sia un coinvolgimento di Al Qaeda. Per la storia del subcontinente sono nuovi questi attacchi indiscriminati ad alberghi e luoghi civili; normalmente la violenza religiosa e politica nel subcontinente colpiva leader politici, non nel mucchio, oppure, più recentemente, soprattutto in Pakistan, luoghi di culto, lì in maniera indiscriminata, ma era sempre una violenza tradizionale.
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Considera quest’attacco come l’ultimo e il più eclatante di una lunga serie, con gli stessi obiettivi di sempre, o come il primo di una nuova generazione con nuove finalità e nuove modalità?
Purtroppo, adesso propendo più per la seconda ipotesi: questo attentato dimostra che il terrorismo si è insediato nel subcontinente; la zona tra Afghanistan e Bangladesh è diventata una zona critica per il terrorismo, soprattutto islamista. Sarebbe interessante approfondire i motivi per cui questo è avvenuto, e ci sono sicuramente delle responsabilità del’Occidente, ma anche ragioni legate alla storia dell’area. Si sta imponendo questo modello globalizzato di violenza terroristica, che è diversa da quella tradizionale. Non voglio parlar bene della violenza tradizionale, nel senso che colpire luoghi di culto in maniera indiscriminata è bestiale, ma era un tipo di violenza più legato alla religione. Poi si è passati gradualmente ad una violenza più allargata, ma sempre artigianale; ora, totalmente nuovi al subcontinente sono questi attentati, come quello del Marriott ad Islamabad, che secondo me è dovuto alla stessa mano di quello di Mumbai. Secondo me, purtroppo, dobbiamo aspettarci un nuovo stile della violenza nell’Asia meridionale.
Per certi aspetti, si potrebbe dire, con Ahmed Rashid, che con questi attentati l’India sia entrata, simbolicamente, nella modernità?
E’ brutto a dirsi; si può anche non essere del tutto d’accordo, nel senso che l’India è entrata da un pezzo nella modernità; però, dal punto di vista della violenza, forse sì, nel senso che da una violenza ‘tradizionale’ che si nutre di obiettivi specifici e di un linguaggio simbolico con valenza locale si è passati ad una violenza globalizzata. Non va dimenticata poi un’altra dimensione: questo attentato mette in forse i rapporti tra la comunità musulmana indiana e le istituzioni. La comunità musulmana in India è solitamente molto svantaggiata, soffre di condizioni di vita di notevole difficoltà; il fatto che in più venga vista dal resto della popolazione come filo-terrorista mette in difficoltà la coesione della democrazia indiana. Bisogna trovare dei modi per rassicurare la stessa comunità musulmana indiana, non dimenticando che molte vittime sono musulmane.
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Mumbai è la Porta e la capitale finanziaria dell’India. Quanto ha contato questa simbologia nella scelta degli attentatori?
Questo è un aspetto molto interessante, che è stato colpevolmente trascurato nelle analisi dei media. Bombay ha un significato simbolico molto forte, perché è aperto storicamente a molte influenze; anche prima dell’arrivo dei britannici era un luogo di scambi e di interazioni culturali; era uno dei luoghi della tolleranza. Da questo punto di vista, non mi stupirei se il luogo fosse stato scelto dai terroristi anche per colpire il simbolo della tolleranza. Inoltre, c’è un’altra cosa da dire, a cui forse nessuno ha fatto caso: pare che la nave che portava i terroristi abbia fatto scalo a Port Bandar, nel Gujarat. Port Bandar è la città natale di Ghandi. Che essi abbiano fatto scalo proprio lì può avere una valenza casuale, ma si tratta comunque di una triste coincidenza.
Giovanni Collot e Francesco Scatigna
Messico sull’orlo della guerra civile
Ogni giorno giungono notizie di sparatorie ed efferati fatti di sangue, la cifra degli omicidi ha raggiunto la spaventosa cifra di 4000 nell’ultimo anno. Queste sono le spaventose cifre dell’ondata di violenza scatenata dai narcotrafficanti in Messico.
Il ritrovamento di nove teste mozzate alla periferia di Tijuana, regno incontrastato dei criminali, e solo uno degli ultimi efferati atti delle sempre più sanguinarie bande criminali.
Lo scontro ormai non guarda in faccia più nessuno, coinvolgendo oltre ai membri delle forze dell’ordine anche civili, donne e bambini, che sempre più spesso vengono trovati morti dopo aver subito torture e mutilazioni.
Ed è proprio questa la piega più spaventosa che sta prendendo la guerra tra narcos e governo, sempre più spesso i corpi vengono ritrovati con sopra i segni di brutali torture, pestaggi ed orrende mutilazioni come la decapitazione, praticata sempre più spesso per uccidere gli agenti di polizia.
L’ultimo gradino percorso in questa discesa all’inferno è la diffusione su internet dei filmati delle uccisioni, con sottofondo musicale inneggiante ai vari “cartelli” della droga prendendo a modello i video del conflitto iracheno.
Il sempre maggior grado di instabilità in Messico sta costringendo ad intervenire anche i paesi che sono il terminale del traffico di cocaina, gli Usa in primis, ma anche l’Italia.
Un’operazione condotta dai Carabinieri del Ros ha portato all’arresto di 200 persone lo scorso 17 settembre ed ha svelato la sempre maggior connessione tra ‘Ndrangheta calabrese, cartelli messicani e produttori di cocaina colombiani.
L’indagine, che ha coinvolto anche FBI e DEA, ha svelato proprio i traffici che intercorrono lungo l’asse Colombia-Messico-Usa-Italia, con il coinvolgimento di Farc e paramilitari colombiani nella produzione di droga, i famigerati Los Zetas messicani incaricati dello stoccaggio della cocaina ed infine l’invio dagli Usa verso i mercati italiani ed europei.
L’operazione ha portato all’arresto di numerosi latitanti, sia italiani che messicani, ed ha consentito il sequestro di 16 tonnellate di cocaina e di 57 milioni di dollari oltre ad evidenziare la sempre maggior importanza del Messico nel traffico di droga.
Anche gli Stati Uniti hanno deciso di intervenire sempre più massicciamente nella lotta alle bande messicane, che hanno iniziato a compiere regolamenti di conti anche al di là del confine ed in cui esportano quantità enormi di cocaina e riciclano il denaro.
L’avvio dell’operazione “Merida”, uno stanziamento di 400 milioni di dollari di aiuti, iniziata con una cerimonia a Città del Messico è un segnale della volontà americana di intervenire sempre più massicciamente nella lotta ai narcotrafficanti messicani.
Emiliano Quercioli
e.quercioli@yahoo.it
Cosa vi aspettate per il prossimo anno? Non pensate in piccolo, non pensate alle prime settimane, non disperatevi già ora per i prossimi esami. Pensate alle notizie che leggerete, che ascolterete. Cosa realmente vorreste vedere nel mondo? E invece cosa è più probabile che accada?
Non temete, non rivelerò qui tutte le trame del 2009, quelli sono articoli ancora da scrivere. Piuttosto tenterei di vedere cosa potrebbe accadere il prossimo anno, visti i principali eventi degli ultimi mesi del 2008.
L’Europa, lo scenario internazionale a noi più vicino, è stata scossa pesantemente dagli scandali, ricorderete Société Générale, e dall’ultima crisi finanziaria. Questa non è piombata dal cielo improvvisamente, ma mostra le prime e più superficiali radici nell’estate 2007 con la crisi dei mutui subprime. Risultato: crescita economica vicina allo zero per la maggior parte dei paesi europei, o comunque previsioni di crescita aggiornate in negativo. Nel processo integrativo europeo invece pesa il parere negativo del referendum irlandese sul Trattato di Lisbona, e nel Consiglio Europeo dell’11 dicembre “sarebbe utile che il consiglio di giovedì stabilisse una road map – per il 2009 – per l’approvazione del Trattato da parte dell’Irlanda” scrive La Stampa citando il ministro Frattini, “dicembre sarà, sotto certi aspetti, un punto di non ritorno per il futuro dell’Unione europea”.
Dall’altra parte dell’oceano invece gli Stati Uniti piangono e festeggiano allo stesso tempo. La crisi che è arrivata poi anche nei nostri mercati azionari è scoppiata proprio qui. Allo stesso tempo il Presidente Eletto, Mr. Obama, è il motivo di tanta speranza per il 2009. Oltre ad essere un simbolo vivente, in quanto primo presidente afro-americano, la sua amministrazione è chiamata a risolvere i numerosi problemi che gli Stati Uniti stanno affrontando. La crisi finanziaria ha trascinato nell’area negativa tutta l’economia e Washington è costretta a rispondere con aiuti di stato da miliardi di dollari, per sostenere, contrariamente a ogni principio economico, imprese e aziende imprudenti o semplicemente sorprese dalla crisi dei consumi.
Nello scenario più instabile di sempre, il Medio Oriente, sono ancora molti i contenziosi e le crisi in corso. La guerra in Afghanistan è ancora lontana da una conclusione e nonostante gli sforzi della Coalizione Internazionale le milizie talebane hanno conquistato il controllo di numerose aree. Nell’altra guerra ancora in corso, in Iraq, il governo inglese ha annunciato il ritiro delle sue truppe dall’area nel marzo 2009, mentre le truppe americane dovranno attendere almeno il 2010. Tra i due paesi, l’Iran è tornato al centro dell’attenzione mondiale con il suo programma nucleare civile e nel 2008 l’amministrazione Bush sembrava veramente vicina a dichiarare guerra anche alla Repubblica Islamica. Nonostante i tentativi di discredito degli Stati Uniti e di Israele, Teheran continua ad operare sotto il controllo dell’AIEA, rimanendo dichiaratamente in ambito civile. Più a est, i recenti attacchi terroristici in India hanno trascinato il Pakistan in una nuova profonda crisi. Si sta diffondendo l’idea che la guerra al terrorismo in Afghanistan e gli sforzi americani in Iraq richiedano la caccia alle organizzazioni terroristiche presenti e operative nel territorio pakistano. Ritornando ad affacciarci nel Mediterraneo, rimane ancora molto tesa la situazione in Palestina e nella Striscia di Gaza, e la questione dei Curdi in Turchia, mentre appare probabile che nel 2009 si concluderà il contenzioso tra Atene e Ankara per Cipro.
“But 2009 will bring disappointment. It will become evident that it will take more than a new American president to breathe new life into multilateral diplomacy and international institutions.”
Gideon Rachman: chief foreign-affairs columnist, Financial Times.
Diego Pinna
diego.pinna@sconfinare.net
Si sa, il mondo cambia velocemente. Così velocemente che spesso si fa fatica a rimanere al passo con le novità. Novità che troviamo in tutti i campi, dalla tecnologia all’economia, per non parlare della medicina. Fino ad oggi, però, la diplomazia si è mostrata un lido felice, al riparo da questo vortice. Certo, le situazioni cambiano, si passa da una guerra ad una cooperazione, e così via; ma le regole scritte e, soprattutto, non scritte, sono rimaste sempre quelle, rassicuranti e nobili. Ma tutto è cambiato con l’avvento di quel Genio politico assoluto che è Silvio Berlusconi. Egli ha portato qualcosa di assimilabile ad uno tsunami non solo in Italia, ma anche nel mondo delle relazioni internazionali. Dato che però il genio è per sua natura ineffabile e incomprensibile, non riusciamo ancora a capire con precisione le nuove regole di comportamento introdotte dal nostro Primo Ministro.
Consapevole di questo problema, che attanaglia soprattutto noi, studenti di Scienze Internazionali e Diplomatiche, ho deciso di raccogliere alcune regole che potessero dare vita ad un piccolo Vademecum. Esso è necessario per rimanere al passo coi tempi, per permetterci di capire come comportarci nelle sedi più prestigiose in cui, forse, ci potremo trovare a tenere alto il nome della Nazione. E’ chiaramente un elenco riduttivo; forse è un po’ eccessivo definire ‘lezioni’, ma speriamo che vi possa comunque essere di aiuto.
1- Ricordati sempre che la gente ama essere rassicurata in quello in cui crede e che si aspetta di vedere. Per questa ragione, quando riceverai visite di capi di Stato o importanti personalità estere, fai di tutto per mostrare loro che tutti i luoghi comuni triti e ritriti sul tuo Paese sono veri. Ad esempio, canta TU STESSO vecchie e romantiche canzoni napoletane, presenta loro i giocatori della TUA squadra di calcio originari del loro stesso Paese, e portali nella TUA villa in Sardegna (sole, mare e fantasia). Potresti inoltre organizzare una cena a base di spaghetti e mozzarella di bufala, magari invitando anche i più prestigiosi capimafia, pregandoli, naturalmente, di parlare esclusivamente in siciliano durante tutta la cena.
2- L’italiano ha la fama del ‘latin lover’. Tieni fede a questa tradizione. Questo punto può essere considerato un corollario di quello precedente, ma vista la sua importanza, è meglio esplicitarlo. Qualora ti trovassi ad avere a che fare, ad un vertice, con controparti di sesso femminile, comportati in modo quanto più ‘galante’ possibile, facendo alla lei di turno dei complimenti. Continua ad insistere se i tuoi apprezzamenti non smuovono la controparte, che non si corra il rischio che qualche giornalista estero dica che gli Italiani non sanno apprezzare il fascino femminile. L’ideale sarebbe, poi, che ti vantassi con la stampa delle tue innegabili doti da seduttore.
3- Non c’è niente di meglio che creare un po’ di sano cameratismo per sviluppare un clima di lavoro sereno e proficuo. Basta che tu abbia alcune semplici attenzioni, che usi un po’ del tuo ingegno per capire quando è necessario intervenire. Ad esempio, se durante una discussione importante, su una guerra, una crisi finanziaria o altri argomenti, si crea una situazione di particolare tensione e nervosismo, puoi rasserenare gli animi dei tuoi colleghi raccontando una divertentissima barzelletta. Oppure, e sarebbe ancora meglio, durante una foto con tutti i leader partecipanti ad un vertice potresti fare il simpatico gesto delle corna a chi si trova davanti a te. Ma basta anche che tu, alzandoti, batta con i polpastrelli sulla testa di chi ti è seduto a fianco per avere un effetto soddisfacente.
4- L’opinione pubblica è, per sua natura, diffidente nei confronti dei leader senza senso dell’umorismo. Consapevole di ciò, dimostra in ogni occasione possibile la tua verve e la tua simpatia, farcendo di battute acute ed intelligentissime ogni tuo discorso o commento. In particolare, sottolinea i difetti o le particolarità fisiche dei tuoi colleghi ai vertici; questo adempie ad una duplice funzione: da un lato, dimostra la tua grande capacità di caricaturista, molto apprezzata dall’opinione pubblica; dall’altro, crea quel senso di familiarità molto importante per la buona riuscita del vertice (come già detto al punto 3). Un altro modo per mostrare il tuo umorismo può consistere nel fare simpatici scherzi ai tuoi colleghi stranieri; ad esempio, nascondersi dietro un palo della luce e sbucare improvvisamente al loro passaggio, meglio se accompagnando il tutto con un significativo e ben modulato ‘cucù!’. In ogni caso, naturalmente, prima di fare tutto ciò assicurati che ci siano delle telecamere presenti: sarebbe un vero peccato che si perdessero le tue perle. Se per un caso malaugurato qualcuno non dovesse capire una tua battuta, mostrati deciso: accusalo di non avere il minimo senso dell’umorismo. Scusarsi significherebbe cedere alla stupidità imperante oggigiorno.
Questo è quanto. Sono poche regole, ma molto impegnative; in ogni caso, sono un insostituibile guida da seguire passo passo verso una soddisfacente carriera diplomatica all’ultima moda. Buona fortuna!
Giovanni Collot
giovanni.collot@sconfinare.net
In questi giorni, mentre i forti Alisei delle elezioni americane e gli intricati turbini della protesta universitaria soffiano poderosi e portano con sé aria di speranza e voglia di cambiare, è difficile riuscire a sentire la bava di vento che viene da sud, dalla lontana Africa. Laggiù, e più precisamente in Congo, essa è un vento dall’odore greve, che porta con sé aria colma di sangue, morte e paura: si sta compiendo l’ennesimo intricatissimo dramma del continente nero. I ribelli del CNDP (Congrès national pour la défense du peuple), hanno messo in scacco le forze dell’esercito regolare congolese. A guidarli c’è Laurent Nkunda che, fermando i propri uomini non lontano da Goma, capoluogo della regione del Kivu nord, ha decretato un “cessate il fuoco” unilaterale, e chiesto l’apertura di trattative con il governo congolese. Obiettivi delle trattative con il governo congolese dei ribelli del CNDP sarebbero l’annullamento di accordi commerciali con la Cina del valore di 5 miliardi di dollari – che secondo il loro capo avrebbero svenduto le ricchezze naturali del Paesi – e il disarmo dei ribelli Hutu delle Forces Democratiques de Liberation du Rwanda(FDLR), rifugiatisi in Congo al termine del genocidio ruandese del 1994 e fautori di rappresaglie e discriminazioni nei confronti della etnia Tutsi in Kivu, di cui Nkunda si dice difensore. Ulteriori richieste del CNDP sono la creazione di un esercito nazionale repubblicano, un più forte impegno nelle strutture sanitarie, una maggiore trasparenza nei contratti minerari ed un federalismo a livello nazionale. Ma nel frattempo,nonostante la tregua stabilitasi, i soldati dell’esercito regolare congolese in ritirata, sono entrati nei villaggi, saccheggiando, ferendo, violentando ed uccidendo. Anche i due ospedali cittadini di Goma sono stati saccheggiati dai soldati, peggiorando ulteriormente la già grave crisi umanitaria. La gente ha cercato di fuggire come ha potuto verso le frontiere dell’Uganda e del Ruanda, portando con sé a mala pena quello che è riuscita ad afferrare, ma il fronte della guerra va dal massiccio del Masisi fino al confine con Ruanda e Uganda ed è in continuo mutamento. Così, molti dei profughi (1 milione e 600 mila) si ritrovano chiusi “tra due fuochi”. Le ONG e l’ONU hanno sfruttato il “cessate il fuoco” e cercato di portare aiuto ai profughi, ma molti dei campi sono stati trovati deserti: le persone erano rifuggite, perché di nuovo perseguitate, ora dai soldati congolesi, ora dai ribelli del FDLR, comunque operante in zona. L’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) ha stimato in 2,5 milioni il numero delle persone minacciate da epidemie di colera e di morbillo nella provincia del Nord-Kivu, nell’est della Repubblica Democratica del Congo, mentre Medici senza Frontiere (Msf) denuncia l’assoluta mancanza di organizzazioni umanitarie nelle zone più colpite dal conflitto. Intanto, ci sono stati degli scontri tra le forze di Nkunda e miliziani Mai-Mai di Rutshuru, una località situata ad appena una sessantina di chilometri a nord di Goma. Questi miliziani, sebbene attivissimi in tutte le guerre susseguitesi nella zona dei grandi laghi, non sono altro che gruppi armati senza legami né etnici né politici: fanno capo ad anziani della tribù, a signori della guerra o capi villaggio e, in teoria, si batterebbero per la difesa del proprio territorio ma, in realtà si mettono al servizio del miglior offerente, cambiando continuamente le alleanze.
Ora, sebbene la comunità internazionale ben sappia che la crisi è un problema interno allo stato congolese, si spera che qualcosa possa essere risolto con il summit di Nairobi in cui parteciperanno i 2 stati contendenti più gli stati confinanti di Uganda, Burundi e Tanzania , l’Unione Europea e gli Stati Uniti.
Così, mentre la lunga e complessissima epopea delle guerre centroafricane prosegue con un nuovo sanguinoso capitolo, l’unico ruolo svolto dalle potenze occidentali in tutta questa storia è sempre stato quello di osservare da lontano una situazione che avevano creato e che, incapaci di comprendere veramente , hanno lasciato e lasciano continuamente scivolare in secondo piano.
Tommaso Ripani
Tommaso.ripani@sconfinare.net
Barack Hussein Obama II (Honolulu, 04/08/1961) è, dunque, il quarantaquattresimo Presidente degli Stati Uniti d’America. O, meglio, lo sarà dal 20 gennaio 2009, quando ci sarà la cerimonia di insediamento e riceverà i pieni poteri. Della sua storia, a tratti addirittura messianizzata e che non pochi imbarazzi ha creato allo stesso candidato durante la campagna elettorale (‘A differenza di quanto si dice in giro’, esclamò tra l’altro, ‘non sono nato in una mangiatoia.’), hanno parlato e parleranno in tanti. Così pure della lunghissima campagna elettorale, dello sconfitto McCain, di Biden e della Palin. E se ne parlerà così a lungo che si rischierà di perdere di vista –e forse già si è perso- il dato politico. Che non è il colore della pelle di Obama, o non solo e non principalmente: un afroamericano (tale, in effetti, solo a metà) alla Casa Bianca è certo un fatto di per sé positivo, un segnale di apertura al mondo, magari anche di un certo coraggio. Un fatto non previsto né prevedibile anche solo pochi anni fa, e sarebbe stato un fulmine a ciel sereno anche se fosse arrivato dall’elefantino repubblicano, piuttosto che dall’asinello democratico. Un presidente nero, va aggiunto, non è necessariamente un ottimo presidente. Dato che dalla sua posizione condizionerà pesantemente le nostre vite negli anni a venire, possiamo sperare in bene, ma certo non possiamo esserne sicuri. Potrebbe rivelarsi un completo incompetente, a dispetto di tutto ciò che abbiamo visto in quresti anni. Quindi, forse sorprendentemente, suggerisco che, a ben vedere, il dato più importante –il dato politico intendo, non certo sociologico o storico o culturale, in quei campi il colore della pelle conta, eccome-, è la novità di questa elezione, e della campagna elettorale che l’ha preceduta. Ma andiamo con ordine.
Innanzitutto, la relativa originalità dei due sfidanti principali, Obama e McCain. Uno molto giovane, l’altro molto vecchio, entrambi piuttosto slegati dall’establishment dei loro partiti: Obama per l’età e perché, nonostante amicizie importanti (a cominciare dal ex candidato del 2004, Kerry), ha osato sfidare e battere l’imponente organizzazione Clinton, evitando abilmente di perdere l’appoggio del partito, seducendolo giorno dopo giorno. McCain per il suo carattere spigoloso, per la sua consolidata abitudine a criticare il suo stesso partito e per le sue tendenze quasi liberal, al confronto con gli altri politici della sua area.
In secondo luogo, il programma del presidente in pectore, per il quale è stato addirittura additato come ’socialista’, uno degli insulti più gravi nel Nordamerica. Rimane pur sempre un programma moderato, se visto con ottica europea; ma negli Stati Uniti il suo è un programma interno indubbiamente avanzato, progressista, che propone un timido abbozzo di riforma dello stato sociale, che si dice fuori dalla logica delle lobby, che avanza proposte sorprendenti sulla politica energetica e sulle alternative al petrolio.
In terzo luogo, il modo in cui Obama ha vinto. Non solo nei luoghi in cui tradizionalmente un democratico vince, come il Maine, l’Oregon, Washington, New York e gli Stati delle coste in generale, o come in Illinois. Non solo in alcuni degli Stati che solitamente avevano votato un repubblicano, come la Virginia o l’Ohio. Ad un’analisi più precisa emerge un particolare piuttosto interessante: Obama non è stato votato solo dagli elettori democratici; ha sottratto tantissimi voti non tanto (o non soltanto) ai repubblicani, ma in gran parte ai partiti che vanno sotto la voce ‘altri’. Ha ricevuto voti, insomma, da coloro che solitamente non si riconoscono nella bipolarismo americano. Ma, e questo è significativo, ha ricevuto la fiducia della maggioranza dei giovani, nuovi elettori.
Basti un esempio, che poi è il più eclatante: il Texas dei Bush ha, com’era prevedibile, votato in maggioranza l’elefantino, ma McCain è passato dal 61%(4.495.797 voti) di Bush 2004 ad un ‘normale’ 55%(4.450.403), mentre Obama ha incrementato il 38%(2.816.501) di Kerry, arrivando al 44%(3.514.788). Un guadagno di ben 698 mila voti e spiccioli, su un totale di circa otto milioni di votanti. Moltissimo, e sorprendente.
Sarà capace di meritarli, il primo presidente afroamericano del paese che per decenni ha discriminato quelli come lui? O questo sogno non si rivelerà piuttosto un incubo, e si scoprirà che in realtà Barack Obama è davvero troppo inesperto per governare gli Stati Uniti d’America?
Il bello della vita è che per avere certe risposte bisogna prima vivere.
Francesco Scatigna
francesco.scatigna@sconfinare.net
La politica interna inevitabilmente influenza quella internazionale
Quando i media si interessano massicciamente di un evento, inevitabilmente interferiscono con il naturale svolgimento di tale atto. Ciò vale sia per le piccole cose nella vita di tutti i giorni, sia per ifatti straordinari e particolarmente delicati. Spesso infatti per operare con la dovuta cautela situazioni che si mostrano di difficile
risoluzione, si fa spesso ricorso agli appelli per il silenzio stampa.
È quanto accade ogni volta in seguito ad un rapimento. La politica e la stampa rendono astratte situazioni di sofferenza reali, complicano la gestione delle trattative per i mediatori. Con l’intervento di giornalisti e politici si /spettacolarizza/ tutto e generalmente essi conoscono a malapena i Paesi e le popolazioni di cui parlano.
Il problema recentemente messo in luce da stampa e politica è relativo alle trattative con i sequestratori. Alcuni paesi, come Stati Uniti, Germania e Gran Bretagna, hanno da sempre affermato la loro fermezza sostenendo di non voler trattare con i terroristi. E spesso quanto si dichiara è ben diverso dai fatti reali: nonostante essi mantengano posizioni, sono noti i casi in cui questi stessi Stati sono scesi a patti con organizzazioni terroristiche e con Stati detenenti ostaggi. Per citare qualche esempio: il sequestro del personale diplomatico dell’ambasciata americana di Teheran avvenuto durante la rivoluzione islamica nel 1970; crisi che si risolse con la sottoscrizione di un trattato segreto nel 1981 con oggetto la fornitura di armi americane all’Iran, in quel periodo in guerra con l’Iraq. Israele che nel 2006 aveva usato come /casus belli /il rapimento di un suo soldato al confine con il Libano, dopo la fine di una inutile guerra ha iniziato a negoziare per la liberazione dell’ostaggio.
Questi eventi, si sa, non fanno notizia, dunque “/è giusto che” /vengano quasi ignorati dai media e dall’opinione pubblica. Nonostante le posizioni prese da alcuni Paesi, dunque, le trattative per la libertà degli ostaggi avvengono sempre. Il problema è, a questo punto, mantenere gli eventuali accordi come segreti evitando di far trapelare i dettagli delle operazioni. Questo particolare non deve considerarsi come un limite alla libertà di informazione, piuttosto come metodo di tutela nel caso in cui si verifichi nuovamente un rapimento: se fosse assolutamente certo e risaputo che una certa nazione arrivi sempre a patti per salvare i propri cittadini… probabilmente sarebbero
in pochi a viaggiare all’estero.
Con questo si giunge a parlare del caso (o caos?) circa il rapimento del giornalista italo- svizzero di Repubblica Daniele Mastogiacomo, accompagnato dal suo interprete e dal suo autista afgani, avvenuto agli inizi di marzo 2007. Il sequestro è terminato con la liberazione di 4 talebani detenuti nelle carceri in Afghanistan e con la morte dei due afgani rapiti.
I rischi connessi per la liberazione di Mastrogiacomo erano di diversa matrice:
- Credibilità internazionale dell’Italia legata alla trattativa con dei terroristi e, quindi, all’emergere di una possibile “debolezza” del nostro Paese nei loro confronti;
- Utilizzo di una Ong come Emergency (con uno dei fondatori, Luigi Strada, esplicitamente contrario alla nostra presenza militare ed a quella degli alleati) anziché ai nostri reparti militari speciali e dei servizi segreti italiani ed afgani (che avrebbero dovuto collaborare assieme);
- Fomentare i sospetti che non tutti i rapiti godano di pari dignità di trattamento, sia italiani sia, soprattutto, afgani con la conseguenza di accrescere il consenso per i talebani e per il fondamentalismo anti-occidentale e anti Karzai.
La nostra credibilità internazionale è inoltre minata dalle critiche sempre nuove che in Parlamento e quotidianamente nei giornali, l’opposizione muove contro il governo, sempre alla ricerca delle dimissioni, sempre con la stessa retorica spettacolare. Per liberare Mastrogiacomo si è trattato come il governo di centrodestra fece per altri quattro ostaggi (due sono stati uccisi e tre liberati dai militari statunitensi). Ancora un caso dunque dove l’opposizione ha preferito mettere in crisi il governo perseguendo gli obiettivi di partito, utilizzando per i propri infantili giochi, le vite umane coinvolte nella vicenda.
Infine il quesito: è giusto trattare? Come ogni cosa dipende dalle proprie scelte personali e dai punti di vista. Pensiamo a quanto può essere diverso il ragionamento in politica o agli occhi dell’opinione pubblica. Pensiamo a quanto può essere diverso agli occhi di chi è in ostaggio. Ma ancora pensiamo a tutti coloro che vanno in scenari di guerra per aiutare il prossimo, o per puri scopi giornalistici, consapevoli del pericolo che possono correre. Pensiamo se sia più importante la vita di un uomo o la credibilità internazionale di uno Stato. Probabilmente la vita di un uomo non è quantificabile, ma se lasciamo che altri interessi scavalchino il suo valore, continueremo a compiere gli innumerevoli sbagli che la storia riporta.
Diego Pinna
E’evidente che l’Italia e la Russia sono due paesi difficilmente comparabili. E non solo perché il nostro primo ministro è un cattolico bacchettone, mentre il loro presidente si lascia andare ad apprezzamenti su stupratori e simili. Una delle tante differenze, forse più pregnanti, sta nello sviluppo della coscienza politica di quella che, con una formuletta magica, quasi onnicomprensiva, viene chiamata “società civile”. Per numerose ragioni, in primo luogo di tipo storico, questa benedetta società civile, in Russia, non ha mai trovato un terreno fertile. E nemmeno dalle ceneri del regime sembra che sia sorto l’humus necessario. Del resto, è storia di questo inverno, Putin ha fatto approvare una legge per cui una ong può essere chiusa d’arbitrio se si dimostra irrispettosa verso il potere.
Membro attivo di un’ong è Sasha Philippova: trent’anni, sposata con una figlia di nove, lavora come impiegata presso un’azienda privata e vive a Cheboksary, in Chuvasha. Ho avuto la fortuna di conoscerla quest’inverno, partecipando ad un campo da lei organizzato nella sua città. Le ho chiesto cosa pensava del suo paese, dopo l’omicidio della Politkovskaya.
La sua e-mail è più disillusa di un industriale di fronte al governo. Inizia affermando che in Russia non c’è alcuna democrazia. Per sottolineare, nemmeno mezza riga dopo, la sua lontananza dalla politica. Dice:”So solo che la politica non è mai buona. E che i politici usano il proprio potere a fini personali. La scorsa settimana c’erano le elezioni in Chuvashia. Non sono nemmeno andata a votare, perché non ci credo. Davvero, qua è meglio starne fuori”. Successivamente, afferma:”Per me è difficile scrivere qualcosa di negativo riguardo alla Russia: è come una madre che, per quanto cattiva, continui ad amare”. La soluzione che Sasha ha trovato è un impegno diretto, slegato da qualsiasi tipo di pensiero politico strutturato, tramite la sua associazione. Organizza infatti dei campi di volontariato, volti a far socializzare gli studenti russi con dei ragazzi stranieri. E riesce a creare un clima di rispetto reciproco e di vicinanza fra le diverse culture davvero singolare. A me pare evidente che, dietro la stessa natura del campo, si possa rintracciare un’attitudine ben definita, in tempi di chiusura e sospetto come questi. Per lo meno, un embrione di attivismo politico. Il problema è che, quando si cerca di spostare questo impegno dal piano puramente idealistico a quello politico, portandolo sulla realtà russa, ci si scontra contro un muro. Doppiamente difficile da scavalcare, perché alla disillusione si unisce l’influenza del controllo mediatico. Ricordo ancora delle discussioni sulla Cecenia con una ragazza da poco laureata. Niente da fare, continuava a ripetere che l’intervento russo è giustificato, perché bisogna pur difendersi dai ceceni che ammazzano i bambini. Sembrava la parodia di Berlusca che rispolvera i bambini bolliti dai comunisti. Solo che lei era sincera. E da una marea di stronzate del genere nasce il supporto alla guerra, che così tante limitazioni della libertà ha giustificato. Abbiamo avuto molte altre discussioni del genere: noi stranieri non ci spiegavamo come i russi non volessero reagire alla decisione di Putin di nominare direttamente il governatore della Chuvasha, con la solita scusa di dover rafforzare il potere centrale, per questioni di sicurezza. Niente, o la buttavano sul ridere, o allargavano le braccia. Giusto per rendere l’idea della situazione, appena rientrato in Italia, ho letto che un imprenditore di Cheboksary è stato arrestato per impedirgli di presentarsi contro al governatore in carica. Guarda caso, è stato rilasciato non appena sono scaduti i termini per la candidatura.
Ecco, quello che mi ha maggiormente colpito è che una disillusione così forte non viene da un vecchio nato e cresciuto sotto il regime sovietico; ma da una persona abbastanza giovane da aver sfiorato l’URSS e sufficientemente vecchia per essere già disgustata della nuova Russia.
Andrea Luchetta
L’omicidio della giornalista:un chiaro segnale di minaccia della libertà di stampa
Uno dei diritti fondamentali su cui poggia ogni democrazia è stato violato:il diritto all’opinione, alla parola, all’espressione. Il 7 ottobre non solo è stata zittita una giornalista “scomoda”, quel giorno la Russia ha mostrato al mondo quel lato più oscuro di sé, quello di un paese in cui i diritti e le libertà dei cittadini vengono troppo spesso e facilmente negati.
Anna Politkovskaja si dimostrò da subito una cronista onesta e curiosa che abbracciando le libertà della perestrojka approdò alla stampa indipendente: prima con la Obshaja Gazeta, poi con la Novaja Gazeta. Ma dal momento in cui i nuovi paesi dell’Unione Sovietica cominciarono a camminare sulle proprie gambe, non tardarono a scoppiare una serie di lotte intestine, tra le quali la più feroce fu quella che dal 1994 imperversa nella regione della Cecenia. Ed è proprio alla questione cecena e alla critica del potere in questa zona che Anna dedicò gran parte del suo lavoro.
Accanto a queste critiche, la giornalista si fece notare per le posizioni assunte contro l’attuale equilibrio di potere russo e più in particolare verso il presidente Putin. Nel corso degli anni la cronista andò maturando l’idea che i sequestri, le uccisioni extra-giudiziarie, le sparizioni e le torture fossero il risultato di scelte politiche proprie del premier russo.
Lasciano forse l’amaro in bocca le parole pronunciate a Dresda da Putin, proprio nel giorno del funerale della giornalista: “Un delitto inaccettabile, un’atrocità che non può rimanere impunita”. Un sorriso amaro perché quel giorno, a quel funerale, tra le 2000 persone presenti, ci fu la totale assenza di qualsiasi rappresentante di rilievo delle istituzioni russe. Una “mancanza” che, forse, a mio avviso, poteva essere evitata.
Certo le parole pronunciate dal premier sono lodevoli e degne di nota, ma è forse anche vero che in certe circostanze i fatti valgono più di molte parole. Putin considera questo assassinio un danno per la leadership russa e specialmente per quella cecena; un grave danno morale e politico proprio perché va a danneggiare quel sistema politico che si sta costruendo,un sistema in cui la libertà d’opinione è garantita a tutti.
È proprio sulla figura del possibile mandante dell’assassinio che l’opinione di Putin e quella della stessa Politkovskaja collidono. Nell’ultima intervista rilasciata prima del tragico evento, la cronista disse chiaramente che Razman Kadyrov aveva più volte espresso la volontà di volerla uccidere. Quelle della giornalista furono parole molto dure a riguardo: “Lui è un pazzo,un idiota assoluto. Non gli piace che io lo ritenga un bandito di stato, che lo consideri uno degli errori più tragici di Putin”.
Il premier Kadyrov infatti, è uno degli alleati più importanti per Putin nella capitale cecena. Ma al contrario della giornalista, Putin da sempre crede che le rivelazioni della Politkovskaja non abbiano mai né danneggiato la politica di Kadyrov né creato ostacoli alla sua carriera politica.
Per tutta la sua vita Anna continuò a scrivere senza limitazioni o timori, sempre continuò a “dare fastidio” a molti. Come molte figure del passato a lei simili, figure di dissidenti in un certo senso, la giornalista continuò a creare tensioni anche dopo la sua stessa morte. Pochi giorni dopo il delitto infatti, la Novaja Gazeta decide di pubblicare la bozza dell’ultimo articolo da lei scritto. Un articolo corredato da alcune immagini provenienti dal materiale rinvenuto nell’appartamento della giornalista, immagini a dir poco “tremende” di due uomini seviziati probabilmente da agenti ceceni filo-russi. Nel pezzo, rimasto incompiuto,la cronista accusa le forze cecene filo-russe di torturare civili e presunti ribelli.
Proprio questo reportage,secondo gran parte degli osservatori, sarebbe il movente dell’assassinio della giornalista che aveva annunciato di lavorare a un servizio sulle torture commesse dagli uomini di Kadyrov.
Se tale scenario si rivelasse fondato, non credo di esagerare dicendo che quella in cui viveva Anna è una Russia non troppo distante dal vecchio paese sovietico,dominato da centralismo e totalitarismo. Un paese dove ogni forma di deviazionismo era punita,dove ogni pensiero “scomodo” veniva fatto tacere proprio come è stato fatto con Anna Politkovsaja.
“Nell’arco della mia esistenza voglio riuscire a vivere una vita da essere umano,in cui ogni individuo è rispettato”. In questo Anna credeva.
Monica Muggia
Il professore Giovanni Curatola, docente dell’Università Cattolica di Milano e dell’Università di Udine, esperto di arte islamica e profondo conoscitore dell’Iran, si è recato proprio in questo Paese dal 23 aprile al 7 maggio 2006, visitando le città più importanti dello Stato. Dato l’interesse sollevato dalle recenti dichiarazioni del primo ministro iraniano Ahmadinejad, e dal contrasto sorto in particolare con gli Stati Uniti sul tema della costruzione di centrali nucleari e centri di ricerca che potrebbero portare, in futuro, alla produzione della bomba atomica, il professore farà un po’ di luce su questo Paese, poco conosciuto, che desta così tante perplessità.
Cominciamo con il presentare la figura dell’attuale primo ministro iraniano Mahmoud Ahmadinejad.
Dopo aver ricoperto la carica di sindaco della capitale Teheran nel 2003, dove si è distinto per una buona amministrazione, è stato eletto nel 2005 dopo un’accesa campagna elettorale in contrapposizione al partito riformista, precedentemente al potere. Per la sua vittoria è risultato determinante l’appoggio dell’ayatollah Ali Khamenei, leader spirituale del Paese e figura di grande carisma. Egli quindi non è uno sprovveduto,ha governato la capitale del Paese che conta 8 milioni di abitanti e,come in molti altri Stati accade, è giunto fino alla guida dell’intero Iran.
A un anno dalla sua elezione, come viene giudicato il suo operato in patria?
Ahmadinejad aveva incentrato la sua candidatura sulla promessa di riforme sociali, sentite come assolutamente necessarie dalla popolazione, ma che al giorno d’oggi risultano ancora inattuate. In particolare la lotta alla disoccupazione, l’adeguamento dei salari al costo della vita e la risoluzione del delicato problema riguardante l’indennità ai veterani della guerra contro l’Iraq negli anni ‘80, i punti principali del suo programma di governo, sono ancora lontani dal trovare una soluzione stabile e duratura. La via verso il risanamento è ancora molto lunga. Da ciò la necessità del leader dell’Iran di sviare l’attenzione dell’opinione pubblica dai problemi interni, concentrandola sulla fantomatica minaccia da parte di un nemico esterno.
Come giudica le sue recenti dichiarazioni di stampo anti-occidentale ed antisemita che hanno destato tanto scalpore in ambito internazionale?
Tutto nasce dalla necessità di nuove risorse energetiche per sostenere il forte incremento demografico; la risposta di Ahmadinejad risiede nell’impiego dell’energia nucleare, potendo l’Iran vantare di abbondanti giacimenti di uranio. L’eventualità di una corsa al nucleare in Iran ha suscitato opposizioni all’interno della comunità internazionale e in particolare degli Stati Uniti. Il loro tentativo di dissuadere l’Iran dall’approfondire le sue ricerche sul nucleare ha dato la possibilità al premier di organizzare una crociata contro l’occidente, accusato di voler interferire negli affari di politica interna iraniana. Da qui le pesanti esternazioni e minacce indirizzate a Israele e agli Stati Uniti, che hanno scatenato una crisi diplomatica fra questi stati. A mio parere non c’è da preoccuparsi sulla reale portata delle dichiarazioni di Ahmadinejad. Esse fungono da collante tra i diversi strati sociali al fine di risolvere i problemi di politica interna prima denunciati.
Quali possono essere i possibili risvolti di questa crisi?
All’interno della comunità internazionale tre sembrano essere le vie di risoluzione della crisi iraniana: quella più probabile ed auspicabile è la via del negoziato, con l’obiettivo di raggiungere un compromesso tra le ambizioni nucleari iraniane, considerate legittime e necessarie dal premier Ahmadinejad e i timori più o meno fondati degli stati occidentali. Le altre due vie prese in considerazione sono l’attacco armato preventivo, misura adottata nel vicino Iraq, e in alternativa un bombardamento mirato dei centri di ricerca nucleare in territorio iraniano. Entrambe risultano impraticabili rispettivamente a causa dell’estensione del Paese e della disposizione sotterranea dei principali siti di ricerca e sperimentazione.
Leonetta Pajer e Davide Goruppi
Ahmadinejad e le ‘innegabili contraddizioni’
“Signor George Bush,, è da tempo che mi chiedo come si possono giustificare le innegabili contraddizioni che esistono sulla scena internazionale”. Così comincia la lettera che l’8 maggio il Presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad ha inviato al collega statunitense. Molti ne hanno parlato, chi enfatizzando la storica apertura di Theran, chi smascherando la falsità di tale mossa, chi altro giusto per sentito dire. Probabilmente sono pochi però ad averla letta davvero. Troppo lunga, forse, per gli standard occidentali? O semplicemente di troppo? Parliamone, anzi no, prima lasciamola parlare.
Il leader iraniano introduce le proprie argomentazioni chiedendosi: “Si può essere seguaci di Gesù Cristo […] sentirsi obbligati a rispettare i diritti umani, presentare il liberalismo come un modello di civiltà […] fare della ‘Guerra contro il Terrore’ il proprio slogan […] ma allo stesso tempo…” ottenere risultati completamente opposti? E da qui inizia la rassegna degli errori (o se preferite orrori) che, secondo Ahmadinejad, sono poi gli stessi aspetti contradditori del modus operandi statunitense.
Innanzi tutto la guerra in Iraq. “A causa della possibile esistenza di armi di distruzione di massa in un certo Paese questo viene occupato, circa 100 mila persone uccise[…]180 mila soldati stranieri spiegati a terra[…]e il Paese catapultato indietro di 50 anni”.
Nel dar voce ad un bisogno collettivo di chiarezza, continua: ” […]i giovani, gli studenti universitari, le persone comuni hanno alcune domande circa il fenomeno Israele”. Entra così nel vivo della lettera. “Storicamente molti paesi sono stati occupati, ma penso che lo stabilirsi di un nuovo paese con un nuovo popolo sia un fenomeno esclusivo dei nostri tempi. I miei studenti dicono che 60 anni fa questo stato non esisteva.[…] Ho detto loro di studiare la storia della seconda guerra mondiale. […] Dopo la guerra sostennero che 6 milioni di ebrei erano stati uccisi. […] Supponiamo che questi eventi siano veri. Questo deve logicamente tradursi nella fondazione dello Stato di Israele o nel sostegno di quello stato?”
La questione israeliana è, con il recente programma di sviluppo energetico, uno dei punti a cui la comunità internazionale è più sensibile. Non stupisce pertanto che il tema successivo sia appunto il nucleare. Parola scomoda, mai usata nella lettera, che risalta con evidenza dal contesto: “Perché ogni progresso tecnologico raggiunto in Medio Oriente è tradotto e dipinto come una minaccia allo stato sionista? La ricerca e lo sviluppo non è uno dei basilari diritti delle nazioni?”.
La discussione sul progresso tecnologico spinge il Presidente iraniano a riflettere sui paesi meno sviluppati: perché in America Latina e in Africa i governi “eletti sono contrastati mentre vengono sostenuti leader golpisti” ed “enormi ricchezze sono saccheggiate. Anche il popolo dell’Iran ha molte domande e motivi di lagnanza, inclusi il colpo di stato del 1953[…]l’opposizione alla Rivoluzione islamica[…], il sostegno a Saddam nella guerra mossa contro l’Iran.”
L’analisi degli ultimi avvenimenti passa ovviamente attraverso l’11 settembre che, riconosce Ahmadinejad: “è stato un avvenimento spaventoso”. Non senza esprimere quei riserbi inquietanti di cronaca recente:”non è stata un’operazione semplice. Possibile che sia stata preparata ed eseguita senza alcun coordinamento con l’intelligence ed i servizi segreti?”. Decisivo, a suo avviso, il ruolo dei medi che “hanno parlato costantemente della possibilità di nuovi attacchi terroristici e tenuto la gente nel terrore[…]. Alcuni credono che l’esagerazione mediatica abbia aperto la strada per l’attacco all’Afghanistan[…]“.
Dall’informazione manipolata alla critica del potere democratico il passo è breve. “Nei paesi di tutto il mondo, i cittadini pagano le spese dei propri governi, in modo che i governi possano a loro volta servirli”. Ahamadinejad allora si chiede “che cosa hanno prodotto per i cittadini le centinaia di miliardi di dollari spese ogni anno per pagare la campagna irachena?” e ricorda al Presidente Bush le ‘regole democratiche’. “Chi si trova al potere ha un mandato con una scadenza, e non governa per sempre. Però i loro nomi saranno registrati nella storia, e verranno giudicati costantemente, nel futuro prossimo e lontano[…]. Siamo riusciti a portare la pace, la sicurezza e la prosperità per il popolo, oppure insicurezza e disoccupazione?”
Si apre così la parte finale della lettera nella quale emerge con forza il parallelismo tra i valori di due universalismi: quello cristiano e il suo pari musulmano. Valori e toni altrettanto profetici, che considerati con un po’ di relativismo, fanno assomigliare gli ayathollah di Theran ai teocon dell’amministrazione di Washington. D’altronde guardando alla storia il fondamentalismo cristiano e quello musulmano non sono poi così lontani. Un raffronto religioso di cui è intarsiata tutta la lettera: al richiamo dei principi della tradizione cristiana, è continuo l’alternarsi dei versetti del corano. Il tutto in una ricercata continuità di quella parola condivisa da “Tutte le religioni divine […] che è “monoteismo”. E quindi: “Tutti i versetti di cui sopra si possono ritrovare in un modo o nell’altro anche nel Vangelo[…].Non pensate che la fede in questi principi promuova e garantisca la pace, l’amicizia e la giustizia? […]. Non accetterete (l’invito ad) un ritorno autentico agli insegnamenti dei profeti[…]?”. Il crescendo sui principi del monoteismo si accoppia alla constatazione del risveglio dei popoli. “I popoli protestano contro il crescente divario tra coloro che hanno e coloro che non hanno”, e si celebra il funerale del “liberalismo e la democrazia di tipo occidentale” che “non sono stati in grado di realizzare gli ideali dell’umanità […]. Sempre di più vediamo che i popoli di tutto il mondo si stanno rivolgendo verso un punto focale – Dio l’Altissimo. […]La domanda che io vi rivolgo è questa: non volete unirvi a loro?”.
Questa la lettera di Ahmadinejad dunque. Resta, a nostro avviso, una considerazione da fare. La colpa dell’amministrazione Bush sarebbe, a detta di Ahmadinejad, quella di praticare i principi professati, andando a sbattere in ‘innegabili contraddizioni’. Ma come l’America, così l’Iran vive di contraddizioni. Non espresse nella lettera, come era d’aspettarselo, ma presenti nella realtà. Tutta la società ne è pervasa dall’economia e dalla politica fino alla stessa religione. Da un lato la censura, la legge islamica, la battaglia sul nucleare, gli interventi autoritari sulla vita pubblica delle persone (vedi l’hijab, l’abbigliamento previsto dall’ortodossia islamica per le donne); dall’altro la massa di giovani affamata di libertà (il 70% della popolazione ha meno di trent’anni), il fascino del modello di vita americano, la benzina che costa meno dell’acqua minerale seppur raffinata all’estero, e, soprattutto, la voglia di modernità di un paese che, come dice, Ramin Jahanbegloo, giovane filosofo di Teheran, vive in silenzio la sua rivoluzione culturale. “E’ il nostro maggio ‘68, un maggio silenzioso”.
Davide Lessi
Emmanuel Dalle Mulle
GORIZIA. Jean Lapeyre è il consigliere per gli affari sociali dell’ambasciata francese a Roma. Gli abbiamo posto alcune domande sulla questione del CPE.
Alla luce del passo indietro compiuto dal Governo e delle modifiche introdotte al CPE, ritiene che la Francia sia un paese difficile da riformare?
La Francia è da sempre un Paese difficile da riformare senza concertazione. Non è quindi disposta ad accettare riforme imposte brutalmente dal Governo. E’ quindi necessario un coinvolgimento attivo di tutti gli attori sociali attraverso il dialogo. In realtà, considerando la
storia francese possiamo dire che i più grandi cambiamenti si sono verificati in seguito alle rivoluzioni. Il dietrofront del Governo costituisce senza dubbio un indebolimento della sua capacità di avanzare delle proposte. Non è stato comunque il primo esempio di ritiro di una proposta di legge in seguito a contestazioni popolari: la legge anti fumo ne è un valido esempio.
Che strategia politica si nasconde dietro la proposta del CPE, in considerazione della possibile candidatura del primo ministro De Villepin alle presidenziali del 2007?
Non c’è una vera e propria strategia, se non la volontà di ottenere risultati in tempo brevi riguardo al problema della disoccupazione giovanile. Naturalmente con uno sguardo verso le prossime elezioni, sapendo che un probabile risultato positivo potrebbe aiutarlo a vincere la concorrenza nella corsa all’Eliseo.
E la posizione di Sarkozy, suo probabile rivale per la presidenza?
Non si può affermare che egli sia in disaccordo con il suo primo ministro, poiché in tal caso sarebbe costretto alle dimissioni. Il ministro dell’interno, infatti, condivide globalmente la politica del Governo: si sta dimostrando solidale con De Villepin, pur facendo sentire un’altra musica. Finora Sarkozy non si è posto in aperto contrasto, ha semplicemente indicato un’altra via. Il fallimento del
CPE non ha indebolito la posizione del ministro dell’interno, al contrario: una larga maggioranza dei Francesi ripone la propria fiducia in lui per la risoluzione della crisi. Man mano che le elezioni si avvicinano, le tensioni saranno sempre più forti, a destra come a sinistra. Sarebbe davvero interessante sapere in che momento Sarkozy deciderà di uscire dal Governo…
Possiamo ipotizzare un parallelo tra il CPE e la legge Biagi, varata in Italia nel 2003?
Mi sembra del tutto azzardato: la legge Biagi aveva la ben più grande ambizione di realizzare una riforma organica dell’intero mercato del lavoro. Il CPE invece s’indirizza unicamente alla risoluzione del problema della disoccupazione giovanile.
Qual è stato l’atteggiamento dei giovani delle banlieues rispetto alla contestazione degli studenti?
La situazione delle banlieues era ed è tuttora critica. Il CPE, a differenza del nuovo provvedimento varato in sua sostituzione, non andava a risolvere i problemi dei “banlieusards”, i quali, privi di qualsiasi speranza, manifestano la propria rabbia con la violenza. Non si può sperare di risolvere la questione delle banlieues nel giro di pochi mesi, e neppure di qualche anno. In questo caso,si manifesta in tutta la sua evidenza il fallimento delle politiche di integrazione della seconda e della
terza generazione di immigrati.
La generazione del ’68 è stata colpevole di non avere assicurato il futuro della generazione seguente?
Premetto che non sono molto obiettivo perché anch’io ho faccio parte di quella generazione. I sessantottini hanno perso la capacità d’indignarsi, integrandosi nella società
borghese. Ci sono delle grandi differenze tra i due movimenti di protesta: le ideologie sono scomparse a vantaggio degli ideali. I contestatori di oggi mirano a risultati concreti e materiali, mentre quelli del ’68 volevano cambiare il mondo. Il coinvolgimento in associazioni con finalità umanitarie e ambientalistiche rende l’impegno dei ragazzi di oggi più pragmatico
E’ possibile un avvicinamento di Francia, Italia, Spagna e Germania al modello scandinavo, che sta dando ottimi risultati nella lotta alla disoccupazione giovanile?
Sarebbe disonesto indicare il sistema di “flex securité” scandinavo come la risposta ideale in contesti così differenti. Il sistema dei Paesi nordici si regge su una diversa organizzazione della società e su una pressione fiscale forte, che permette allo stato di offrire maggiori garanzie di reinserimento all’interno del sistema lavorativo. Elementi che non si possono inserire nei Paesi sovracitati.
Agbe Komi
Davide Goruppi
Andrea Luchetta
E’ calata la ghigliottina sul contratto di primo impiego e forse anche sulla testa del suo primo sostenitore, Dominique de Villepin.
Il primo ministro ha giocato il suo asso e la Francia ha risposto; gli studenti hanno vinto la lotta di riconquista del proprio futuro, delle proprie certezze. Il voto dell’Assemblea nazionale del 12 Aprile ha celebrato l’allegro funerale del CPE, imposto, tra cori e danze, da una moltitudine trasversale che ha marciato nei boulevards, facendo cadere l’intonaco dai palazzi istituzionali per oltre due mesi.
Il CPE, assurto, nella mentalità collettiva, a nemico numero uno dei lavoratori, era stato concepito come soluzione alla feroce disoccupazione che colpisce i giovani francesi.
L’idea di base era quella di sostituire i contratti a termine molto diffusi tra i giovani, offrendo una nuova formula di contratto indeterminato che prevedesse specifiche forme di tutela e garanzie al lavoratore. In caso di licenziamento e trascorsi almeno 4 mesi dall’assunzione, l’ex dipendente avrebbe avuto diritto a una cospicua retribuzione forfetaria, senza contare i vantaggi previsti dall’ormai defunta legge in materia di diritto alla formazione e facilitazioni per l’accesso a un casa. Un contratto per aiutare i giovani, insomma. Solo che prevedeva un certo “periodo di consolidamento dell’impiego”…24 mesi(due interi anni, si noti), durante i quali il contratto concedeva al datore di lavoro la pericolosissima facoltà di licenziare in qualunque momento, senza giusta causa o giustificato motivo un dipendente con meno di 26 anni.
Una legge per i giovani e da questi rifiutata, naturale: uno sente parlare di solidarietà verso i giovani e poi legge del consolidamento d’impiego, quale meraviglioso eufemismo! Chi l’ha concepito o era dotato di scarso senso dell’umorismo, o era uno capitato lì per caso, o credeva che i tempi delle proteste fossero finiti e gli studenti tutti rimbecilliti a guardare O.C. Sbagliava profondamente.
Questa primavera francese ha dato una netta indicazione: gli studenti, figli e protagonisti dell’era moderna ne hanno rifiutato uno degli assunti più biechi, la precarietà. La rapida trasformazione dell’esperienza sociale del lavoro rischia, infatti, di destabilizzare un’intera generazione, e minare le fondamenta e la credibilità del mondo che viene consegnato dagli adulti ai giovani. I primi che ancora siedono su una poltrona che è salda e cercano di spiegare ai secondi che le loro seggiole di plastica stenteranno a reggere e che è giusto così, perché questa è la modernità, dinamica, flessibile, precaria, e va accettata. E invece no. La flessibilità, è vero, nasce dall’esigenza di ridurre le rigidità che ostacolano la crescita di un’economia e della sua competitività. Tuttavia, non solo ha condotto a salari più bassi e ad una minor sicurezza dell’impiego, ma ha avuto talvolta effetti negativi sull’economia, in termini di riduzione della domanda di beni, a causa di più bassi livelli di reddito e maggior incertezza. Contrazione della domanda aggregata significa, inoltre, minore livello occupazionale. Se a tutto ciò si aggiunge che, per un paradosso logico, il lavoratore flessibile,con maggior probabilità di essere licenziato, riceve, in media, un salario più basso, allora diventano comprensibili i malumori, le frustrazioni di chi, dopo anni di studio matto e disperatissimo, si avvia claudicante verso il mondo del lavoro.
Il lavoro e la sua etica perdono il ruolo centrale nei processi sociali, detenuto nella società industriale. L’indebolimento del lavoro come diritto, come strumento di partecipazione attiva alla società, non può che causare scompensi agli equilibri esistenziali di generazioni,soprattutto nei rapporti con le istituzioni. Da qui il sentimento di malessere che pervade i giovani, istruiti e post-industrializzati, molte lauree e poche certezze; dalla precarietà del lavoro ad un’esasperata precarietà dell’esistenza. Non si può lasciar correre una carrozza impazzita senza cocchiere. Così oggi non ci si deve limitare a mere strategie tecnico-economiche, un problema che prima che di numeri è fatto di persone, va gestito con politiche di ampio respiro, tali da curarne le piaghe di natura culturale e sociale. Lo Stato dimostri di pensare ai propri figli e se ne faccia carico: se flessibilità dev’essere, allora vi siano anche maggiori misure di protezione sociale. E in questo clima l’Università assuma il ruolo che le spetta, stendendo un terreno culturale di riflessione adatto all’ascolto dei giovani e delle loro difficoltà, per restituire fiducia e sentimento del futuro a coloro che lo dovranno costruire.
Chiedetevelo, in che mondo vogliamo vivere?
Ian Hrovatin







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