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Luci e ombre del decreto anticrisi

Il 28 Novembre è stato varato il decreto legge n. 185/2008, meglio noto come “decreto anticrisi”, che ha acceso una vivace discussione all’interno del Parlamento. Le misure adottate muovono circa 80 miliardi di € nel corso dei prossimi 2-3 anni, con l’obiettivo immediato di ristabilire la fiducia, come ha detto il ministro Tremonti.

Il ddl è composto di 36 articoli, divisi in 5 titoli, e le misure più importanti sono quelle a sostegno delle famiglie più bisognose – bonus da 200€ a 1000€, compensazione per l’acquisto di gas naturale – e in generale a tutti i cittadini (ammortizzatori sociali dotati di 1,2 mld circa di € in più per il triennio 2009-2011), oltre ad altre misure di varia natura (tra cui sostegno alle Ferrovie, misura per contrastare la fuga di cervelli e di sostegno ai precari).

Il punto su cui però il dibattito è stato più intenso è la pesante riduzione delle risorse disponibili per gli sgravi fiscali a sostegno dell’efficienza energetica, che in pratica permettono a chi vuole migliorare l’efficienza energetica della propria abitazione di pagare solamente il 45% del costo degli interventi necessari. Con la modifica introdotta all’articolo 29, infatti, il limite di spesa per questi interventi è “pari a 82,7 milioni di euro per l’anno 2009, a 185,9 milioni di euro per l’anno 2010, e 314,8 milioni di euro per l’anno 2011″ (art. 29 comma 7). Per rendere l’idea di quanto sia ridicolmente bassa questa cifra, basti sapere che nel solo 2007 ci sono state richieste di sgravi fiscali per 825 milioni di €.

Inoltre, il procedimento per accedere a questi già scarsi fondi si è complicato, prevedendo l’invio di una “apposita istanza per consentire il monitoraggio della spesa e la verifica del rispetto dei limiti di spesa complessivi” di cui sopra: vale la regola del “silenzio dissenso”, cioè, se non si riceve entro 30 giorni la risposta dall’Agenzia delle Entrate, il contributo si intende non concesso.

Inizialmente il ddl rendeva questa norma addirittura retroattiva a partire dal 31 dicembre 2007 (riferito alle opere in corso a quella data): in pratica tutti coloro che avevano ottenuto degli sgravi fiscali da quella data in poi non ne avrebbero più beneficiato. Tuttavia, il 3 Dicembre ‘08 il governo ha fatto marcia indietro eliminando la retroattività, quindi chi ha già ottenuto gli sgravi fiscali nel corso del 2008 dovrebbe stare tranquillo (il condizionale è d’obbligo!).

Evidentemente il disaccordo è forte anche all’interno della maggioranza, se Tremonti ha subito ventilato l’ipotesi di porre la fiducia sul decreto. E per restare nell’ambito regionale, la Lega Nord del Friuli Venezia-Giulia ha duramente condannato questi tagli.

La motivazione ufficiale di questi tagli sarebbe evitare che i crediti d’imposta vengano “usati come dei bancomat”, cioè per finanziare spese per le quali non c’è la copertura necessaria da parte dei privati. Proposito ovviamente condivisibile, che però non può certo giustificare le dimensioni di questo taglio che di fatto blocca la diffusione degli interventi di risparmio energetico e dà anche un durissimo colpo alla giovane e attiva industria delle energie rinnovabili, una delle poche in buona salute anche in questo periodo di crisi.

Nel frattempo, in Europa e negli USA, si è ormai affermata una strategia di uscita dalla crisi economica che non solo non danneggi l’ambiente, ma anzi faccia dell’industria delle energie rinnovabili e del risparmio energetico due pilastri fondamentali per rilanciare l’economia. Su questo tema, che giustamente ha inserito fra le priorità del suo mandato, Obama è atteso al varco (il primo è la firma all’accordo di Kyoto). In Europa, invece, già da tempo ci sono paesi che investono nelle energie rinnovabili e che ne stanno traendo i benefici. Tanto per evitare di essere accusato di faziosità politica, faccio notare che è stato proprio il conservatore Sarkozy a difendere a spada tratta il pacchetto europeo contro il cambiamento climatico.

Ma si deve andare al di là dei benefici puramente economici ricavabili sul medio e lungo periodo dallo sviluppo delle energie rinnovabili. Non si tratta solamente di freddi calcoli economici,  non è una questione né di destra né di sinistra: la difesa dell’ambiente è una questione che tocca tutti, indistintamente, non perché tutti debbano amarla, ma semplicemente perché le conseguenze peseranno sulle spalle di tutti noi. Anzi, non peseranno sulle spalle di chi ora ha 60 o 70 anni e sta al governo o all’opposizione, ma soprattutto su quelle di noi giovani.

Vorrei abbandonarmi a un elogio lirico sull’amore per la Natura, ma so che non avrebbe molta presa (e non ne sarei capace!). Quindi preferisco tenere una linea “leggermente” più brusca: non possiamo permetterci di attendere troppo, è già tardi per evitare danni ma non è troppo tardi per evitare il peggio. Questa crisi è l’occasione di staccarci da un modello di sviluppo distorto che considera i danni ambientali una variabile quasi irrilevante: spero che si comprenda la mostruosità di questo errore senza doverlo provarlo sulla nostra pelle e senza che il nostro futuro venga compromesso. Abbiamo il diritto di non pagare le colpe altrui: rendiamocene conto e cominciamo noi stessi a cambiare le cose.

Federico Faleschini
federico.faleschini@sconfinare.net

Come il casinò finanziario blocca la locomotiva del nord est

Il denaro non produce denaro. Questa la prima lezione da trarre. E tra le ricette di eterna rifondazione di questo capitalismo malato, proposte proprio dai vecchi campioni del liberismo più sfrenato, che ora si esibiscono in piroette no global; e questa crisi che sembra caduta sulle nostre teste come una disgrazia, un imprevedibile disastro naturale, senza colpevoli o cause nominabili, come sta l’economia reale?

I governi di mezza Europa adottano pacchetti anti crisi, e in Italia a versare le lacrime più amare è proprio l’orizzonte produttivo di questo paese, la locomotiva del nord est, l’invincibile modello delle piccole – medie imprese, il tessuto di un’economia vincente. La locomotiva sferraglia oramai verso un binario morto, e il “popolo delle partite IVA” alza inesorabilmente bandiera bianca. Nessun settore merceologico può dirsi al riparo. Dalla recessione economica alla depressione il passo è breve, e i dati snocciolati da sindacati e gruppi confindustriali veneti sono da brivido: non siamo ancora alla depressione economica, ma poco ci manca: una ricerca prodotta da Veneto Lavoro analizza l’allarmante situazione della regione, sicuramente faro del “modello nord – est”, e snocciola dati da brivido: la crescita dell’economia regionale porta due segni negativi, le previsioni sono pessime con una dinamica del pil veneto pari a – 0,1 % nel 2008 ( – 0.2 % per l’Italia) e pari a – 0,2 % nel 2009 (- 0,4 % per l’Italia). Se queste previsioni venissero confermate, sarebbe la prima volta che il Veneto conosce un biennio di contrazione del prodotto. Forte riduzione delle assunzioni con una caduta ben superiore al 10 %, e ringraziamo gli immigrati: senza questi avremmo un welfare in crisi, un decrescita demografica inarrestabile, interi settori produttivi (turismo, edilizia, meccanico) che non resisterebbero un minuto di più. Ma ben più allarmanti sono le scelte delle aziende in tema di disoccupazione e il crescente ricorso agli ammortizzatori sociali: nei primi 8 mesi del 2008 l’incremento, sul corrispondente periodo dell’anno precedente, è stato del 50 % per quanto riguarda le ore di cassa integrazione ordinaria (che solitamente scatta per crisi temporanee) e del 42 % per quanto riguarda le ore di cassa integrazione straordinaria (prevista per ristrutturazioni strutturali e gravi crisi aziendali). E se i numeri percentuali non convincono, le cronache dai luoghi di lavoro fanno rabbrividire: Aprilia, Osram, Electrolux, le chimiche di Porto Marghera… le aziende annunciano piani – shock di taglio netto (in alcuni casi dimezzamento) dei posti di lavoro, veri e propri bollettini di guerra.

È una “tigre di carta” che non sa più a che aggrapparsi, che tra proclami per un non meglio precisato federalismo chiede a gran voce l’innegabile aiuto dopo aver sgobbato e tirato avanti la carretta italiana. L’aiuto di stato, sepolto dai guru del mercato negli anni ‘80 – ‘90, e che ora diventa un dovere, l’unica strada percorribile e dovuta per restare a galla. Sperem ben.

Matteo Lucatello

Matteo.lucatello@sconfinare.net

www.matteolucatello.it

Spunti sull’indipendentismo sardo e l’Italia

In mezzo al Mediterraneo sorge, fiero ed orgoglioso, quello scoglio chiamato Sardegna. È evidente la somiglianza tra questa terra e i suoi colori, i suoi sapori, i suoi profumi, i suoi abitanti e la loro lingua. La storia della Sardegna,purtroppo poco nota, è complessa ed affascinante, si mischia con la cultura pagana, quella cattolica, le tradizioni della vita agropastorale. In tanti, forse troppi, sono passati per questa terra, con gli abiti dei conquistatori. Dalla dominazione romana alla monarchia sabauda, senza dimenticare la Corona spagnola, eserciti potenti, organizzati ed armati si sono alternati nei secoli, contribuendo senza dubbio a creare l’unicità della cultura sarda ma reprimendo con la forza ogni tentativo dissenziente. Nel corso dei secoli, l’orgoglio dei sardi si è espresso con l’indipendentismo, forme di lotta più o meno violente contro l’oppressore straniero. Ogni secolo ha avuto i suoi “eroi indipendentisti”: Amsicora che combatté contro i romani nella prima guerra punica, Bernardino Puliga, il punitore dei mori nel 1581, o il giudice Angioy capo del movimento antifeudale sono solo tre esempi. Il movimento non si è mai fermato, anzi, nell’ultimo mezzo secolo è sembrato rifiorire più che mai, eccitato da simili esperienze in giro per il mondo nonché dalle possibilità attuali di diffondere idee e notizie ampiamente e con facilità. Le principali motivazioni della lotta indipendentista attuale si rifanno al retaggio storico e culturale sardo, notevolmente diverso da quello del resto d’Italia, ma mai valorizzato o almeno protetto adeguatamente da autorità centrali (“La caratteristica specifica della oppressione vissuta dal nostro popolo sta nella negazione della esistenza del diritto alla “diversità” che presuppone l’essere Sardi nello stato italiano” – Statuto del partito indipendentista Sardigna Natzione Indipendentzia), come al tempo della Riforma Manzoni, con l’imposizione di una lingua e di una cultura estranee all’isola. Al giorno d’oggi, inoltre, per taluni la cultura locale è diventata un fenomeno di colore folkloristico, per divertire i turisti piuttosto che per ripetere rituali ancestrali che si perdono nella notte della civiltà: ad esempio, le maschere tradizionali del carnevale della Barbagia, i Mamuthones, vestiti con un abito di pelle di pecora e lana grezza e un’armatura di circa 20 kg di campanacci, è “costretta” dalle Pro Loco a sfilare per la gioia dei turisti a ferragosto, snaturandosi dal suo significato reale (il carnevale sardo, che va dalla festa di sant’Antonio al mercoledì delle ceneri, coincideva con l’unico periodo dell’anno in cui i pastori stavano in paese, e le maschere grottesche e bestiali servivano ad esorcizzare una trasformazione dell’uomo in bestia durante i lunghi periodi d’isolamento in alpeggio). Ma il peggior affronto per gli indipendentisti sardi si chiama “servitù militare”. Ampi terreni strappati ai contadini per creare poligoni di tiro in cui testare proiettili convenzionali e non (cercate l’episodio di Pratobello), esercitazioni militari internazionali, basi americane (fino al 2006 il 60% delle servitù americane in Italia si trovavano nell’isola, con missili, basi e sottomarini nucleari, tratti di mare enormi chiusi al transito). I principali partiti indipendentisti al giorno d’oggi sono il Partito Sardo d’Azione (PSd’Az), fondato da Emilio Lussu, progressista e federalista, Sardigna Natzione Indipendentzia (SNI), da inquadrare nella grande sinistra europea, e Indipendentzia Repubrica de Sardigna (IRS), nato di recente da una costola di SNI e su posizioni più aperte e meno radicali; accanto vi troviamo numerosi movimenti ideologici, tra cui il più famoso è a Manca pro s’Indipendentzia (aMpI – a Sinistra per l’Indipendenza), movimento indipendentista comunista; i gruppi più violenti (Organizzazione Indipendentista Rivoluzionaria e Nuclei Proletari per il Comunismo) agiscono ormai raramente e nell’ombra, e spesso la legge colpisce persone ad essi estranee solo perché professano con coraggio idee che potrebbero risultare scomode (nel 2006, 44 indagati, 54 perquisizioni e 11 arrestati, rilasciati dopo 6 mesi perché le prove non si sono rivelate sufficienti), e accusando l’aMpI di fare loro da scudo. Il sentimento di dominazione esterna è vivo anche nel settore turistico: le enormi cifre di denaro che circolano in Sardegna sono divise tra vari imprenditori (Moratti, Rovelli, l’Aga Khan, Briatore, Berlusconi…) che concedono ai locali di fare da lavapiatti. In conclusione ricordo la sentenza della Corte Costituzionale 365/2007, che ha dichiarato l’incostituzionalità del termine “sovranità” nello Statuto regionale (“Statuto di autonomia e sovranità del popolo sardo”), senza censurare “popolo sardo”, espressione usata già dal 1948 e unica negli statuti regionali italiani; in merito alla sentenza, l’aMpI ha ribadito che “La Sardigna è una Nazione senza Stato in quanto ha un territorio ben determinato, definito e riconoscibile dal fatto di essere un’isola; in quanto ha storicamente sviluppato una sua propria economia autoctona fondata su una struttura di tipo agro-pastorale; in quanto abitata da un popolo inteso come comunità etnica stabile che ha avuto la capacità storica di elaborare una propria lingua, una propria cultura, codici di auto-regolamentazione della propria società”.

Matteo Carzedda

mattegolino@yahoo.it

Anche il numero 16 è fatto. E’ stato faticoso, ma speriamo sia un numero gradito, nei contenuti e nei nuovi piccoli dettagli che cambiano di volta in volta. Perché Sconfinare non è solo scrivere l’articolo o vedersi a riunione, o organizzare una bella serata a bere fuori. C’è anche, e sempre, qualcuno che dietro le quinte lavora alla luce di una candela per completare un nuovo numero.Il numero appare magicamente nella sua forma solo dopo il lavoro di alcuni baldi giovani, che puntualmente si ritrovano con l’impegno (o fardello, o fate voi, ma siate educati) dell’IMPAGINAZIONE del nuovo numero…..
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3 referendum popolari, tre bocciature: Dal “Trattato che istituisce una Costituzione per l’Europa”, bocciato nel 2005 da Francia e Olanda, al trattato di Lisbona firmato lo scorso dicembre e respinto nuovamente dagli irlandesi. La crisi attraversata dal vecchio continente non accenna dunque a concludersi, e con il terzo colpo d’arresto è ormai chiaro il clamoroso  preoccupante cortocircuito fra le istituzioni europee e il proprio popolo.

Credo fermamente che non vi sia nulla da festeggiare di fronte a questa crisi senza precedenti. E’ da troppo tempo che i paesi membri come il mondo intero hanno bisogno di un’Europa forte, autorevole, indipendente: lo scenario di crisi internazionale che si sta disegnando in questi mesi, come i venti di guerra degli otto anni di amministrazione Bush, hanno visto un’Europa totalmente incapace di appoggiare, opporsi, o semplicemente incidere nel panorama mondiale e guadagnarsi il ruolo di guida nello sviluppo della pace, di politiche sociali e ambientali.

Ma la colpa di tale arresto non può certo ricadere sugli irlandesi, il cui rifiuto non è stato minimamente indagato dai media nostrani; o su francesi e olandesi, sul cui rifiuto forse bisognava riflettere un pochino di più. Certo, il fatto che l’1 % rappresentato dal popolo irlandese tenga in scacco i 26 parlamenti nazionali che hanno ratificato – o si apprestano a farlo – il trattato (serve l’unanimità dei paesi membri per l’applicazione) pone un serio problema di democrazia all’interno dell’Unione. Ma che questa, alla prova democratica dei referendum popolari (saggiamente evitati ove possibile), sia stata clamorosamente respinta in tempi e luoghi diversi, rappresenta un problema non da poco. Considerando che il rifiuto è stato espresso in maggioranza da giovani, donne, e lavoratori; forse si dovrebbe riflettere su che Europa vogliamo costruire con questo trattato. E che questi sia, in sostanza, una copia di quello che era stato presentato come un grande progetto di Costituzione europea, salvo poi tramutarlo in un tronfio e incomprensibile accordo che, proprio per la sua oscurità, era meglio far approvare in silenzio dai potenti e dai parlamenti… be, questi sono altrettanto gravi problemi di democrazia. Il trattato di Lisbona influenzerà pesantemente le nostre vite, incidendo sugli organi – parlamento europeo e commissione – che oramai producono la gran parte del corpo legislativo che il parlamento nazionale si limita a percepire. Ebbene, in Italia è stato votato all’unanimità in un caldo giorno d’estate, senza che la stragrande maggioranza dei cittadini non solo l’abbia letto, ma sappia almeno di cosa si tratta. Informare, capire, correggere, elaborare un testo convincente e perlomeno leggibile; affidare la sua approvazione ad un referendum comune a tutti i cittadini Europei, magari da svolgersi con le stesse modalità e tempi in tutto il continente… Niente di tutto questo è stato vagliato per uscire dall’impasse dei primi “no”. La scelta è ricaduta sulla via più facile, caratterizzata da un sostanziale deficit di democrazia. Che, tra l’altro, continua ad essere la strada prescelta: Ora aboliamo la regola dell’unanimità, secondo cui ogni riforma deve essere accettata da tutti e 27 i membri, affidiamoci – snaturandolo – al principio di “Europa a due velocità”, e approviamo in fretta e furia questo pasticcio incomprensibile che – parole del commissario UE McCreevy – “difficilmente una persona sana o a posto mentalmente lo leggerebbe dall’inizio alla fine”. Gli Irlandesi, si arrangino: facciamoli rivotare una seconda e una terza volta, magari, finché si decideranno a votare sì. Fortuna che siamo in Europa, l’avamposto democratico dell’intero pianeta.

Non credo che Irlandesi, Francesi o Olandesi siano anti – europeisti. Abbiamo un disperato bisogno di un’Europa forte. Di un’Europa, però, che si schieri dalla parte dei cittadini, invece che con le banche e le burocrazie. Di un’Europa che ascriva nel suo DNA il fondamentale requisito di essere “sociale”, che difenda e promuova il welfare state invece di liberalizzare i servizi. Un’Europa che sappia schierarsi all’unanimità e senza tentennamenti contro la guerra, che riannodi i fili perduti per la ricerca di un dialogo volto a risolvere i conflitti che insanguinano il pianeta. Che rifiuti categoricamente l’idea di una sottomissione alla NATO, che non permetta ai governi di Praga e Varsavia l’installazione di missili e radar statunitensi senza alcuna discussione concertata con i partner europei – e del resto scelta osteggiata dalla maggioranza dei governati -. Abbiamo bisogno di un’Europa che lotti contro la pena di morte, invece di riabilitarla tramite protocolli e articoli del trattato (art 2 paragrafo 2 della CEDU). Di un’Europa che parli di integrazione e accoglienza e non costruisca fortezze, o si appresti a votare la “direttiva della vergogna”, prevedendo la detenzione degli stranieri irregolari fino a 18 mesi prima dell’espulsione. Un’Europa che difenda e promuova le conquiste dei lavoratori del secolo scorso, invece di cancellare con un colpo di spugna la settimana lavorativa di 48 ore e la contrattazione collettiva.

Abbiamo bisogno di un’Europa che ritrovi se stessa, la sua identità, rappresentata da qualcosa di più di una moneta comune. Che riparta, utilizzando la democrazia non solo a parole. Che si dia nuove regole per essere più aperta, democratica e trasparente, rivedendo i meccanismi di elezione e di decisione dei suoi organi, in primis il Parlamento. La vitale necessità di una Costituzione, però, deve passare per una ridefinizione dell’idea di Europa che vogliamo costruire, e una vera e propria rifondazione democratica dell’Unione.

Matteo Lucatello
Matteo.lucatello@sconfinare.net
www.lucatello.it

Roma, 19 Ottobre: dallo studio Rai di “Che tempo che fa”,il leader del PD Walter Veltroni annuncia pubblicamente la rottura dell’alleanza fra il suo partito e l’IDV dell’ex pm molisano Antonio Di Pietro. I motivi addotti per giustificare questa decisione sono stati le differenze sui modi di affrontare molte delle questioni dell’agenda politica ed il modo con cui il partito di pietrino sta conducendo la sua opposizione al governo, “Distante anni luce dall’alfabeto democratico del centrosinistra”.

Lo strappo si è consumato così nel tempo di una breve intervista,cogliendo di sorpresa i vertici dell’Italia dei valori e suscitando stupore e qualche disappunto fra i parlamentari del PD stesso (vedi ad esempio Parisi). La mossa di Veltroni è qualcosa di inedito nella storia della sinistra italiana del dopo tangentopoli:mai era successo infatti che una rottura fra partiti alleati si concretizzasse all’opposizione (finora era sempre accaduto il contrario).Ai motivi già esposti nell’intervista dal leader del centrosinistra per spiegare questa decisione, nuova per una democrazia come quella italiana, ma che probabilmente in altri paesi sarebbe stata quantomeno nell’aria,ne vanno aggiunti alcuni e chiariti altri. È vero per esempio che le opinioni dei due capi su molte questioni di politica erano divergenti, ma sul modo di condurre l’opposizione al governo la differenza era più formale che sostanziale,da Di Pietro a Veltroni il modo di criticare le politiche del governo cambia nei toni,ma non nella sostanza. Bisogna dire che , se l’alleanza è esistita nessuna delle due parti ha mai cercato veramente una mediazione con l’altra che andasse oltre alle dichiarazioni di intenti fatte agli organi d’informazione;la rottura fra i due partiti si è consumata a partire dalla tanto discussa manifestazione chiamata “No Cav Day”,tenutasi l’8 Luglio in Piazza Navona ed organizzata dall’IDV,dopo la quale Veltroni aveva per la prima volta parlato di divorzio fra i due partiti,questa volta facendolo dagli studi di matrix. Da lì in poi l’intesa si è trasformata in coabitazione forzata,e si è deteriorata col passare delle settimane,anche per via della “recidività” di Di Pietro,che nonostante i richiami alla calma degli alleati non ha addolcito i suoi modi di fare opposizione. Va poi detto che la fine dell’alleanza appare come una decisione presa non di concerto con tutte le correnti interne al partito,ma solamente dagli ambienti più vicini al segretario (con ovvie zone di tacito consenso), come dimostrano i non pochi mugugni che la notizia ha sollevato. Questo cambio di rotta mira a dare una scossa, a tentare di ristabilire o forse è meglio dire a tentare di creare quell’ordine che manca all’interno del PD: Veltroni ha pensato di andare avanti da solo per poter dedicarsi esclusivamente a cercare di ricomporre i numerosi dissidi interni al partito, una volta per tutte, senza dovere allo stesso tempo occuparsi di correggere il tiro delle dichiarazioni dell’ormai ex alleato, sempre più accese e distanti dalle sue più controllate affermazioni . La leadership del capo del maggior partito di centrosinistra è infatti da alcuni mesi messa in discussione da vari esponenti del suo partito, e questa mossa mira a cambiare gli equilibri del partito,a ristabilire l’ordine all’interno della compagine democratica, a dargli ,forse, una nuova forma, come dimostra il commento di Rutelli,che all’indomani della frattura ha parlato della necessità di rifondare il partito. Un altro obiettivo che si vuole raggiungere con la rottura è anche quello di guadagnare i voti di coloro che non voterebbero il PD se questo fosse alleato con Di Pietro, e allo stesso tempo la misura punta a sottrarre voti alla stessa Italia dei valori, uscita secondo molti democratici troppo rinforzata dalle urne delle politiche. Qualora il PD si riuscisse a ricompattare e a perseguire un programma coerente, mostrando una sola volontà comune e non cento intenzioni e programmi diversi,allora sicuramente si potrebbe riformare l’alleanza con Di Pietro, visto che l’Italia dei valori nella riunione dei vertici di partito del 22 Ottobre non ha chiuso,anche se avrebbe potuto farlo, le porte ai democratici malgrado l’ex pm di mani pulite.

Il banco di prova per la strategia Veltroniana sarà quello delle elezioni europee, ma nel frattempo se si vorrà fare in modo che questa scelta non sia stata un grosso errore strategico per il PD e la sinistra in generale, bisognerà lavorare moltissimo sulla rifondazione del partito, dandogli almeno un minimo di coerenza interna, chiarezza e coesione di programma,ma soprattutto creare un partito unico e compatto e non un collage di anime e correnti diverse.

Matteo Sulfaro

Matteo.sulfaro@sconfinare.net

“Bello il romanzo che hai scritto”.

Ragazzini salutano Saviano dopo la sua visita a Casal di Principe nel settembre 2007

 

“Saviano è un simbolo, ma non ‘il’ simbolo della lotta alla camorra. La lotta alla criminalità, però, la fanno polizia, magistratura, imprenditori che sono in prima linea ma non sulle prime pagine dei giornali. Spero che resti, con la sua immagine contribuisce alla lotta alla camorra, ma il contrasto viene fatto ogni giorno con azioni militari ed indagini. Non vorrei ridurre lo Stato e la sua azione ad una personificazione”.

Ministro dell’Interno, Roberto Maroni, a Napoli (Campania), 17/10/2008

“Su Saviano sono stato frainteso. Ho voluto fargli un favore. Non è un bene per lui caricargli addosso tutte queste responsabilità, perchè non lo fanno vivere bene, non può essere lui da solo a farsi carico nell’immaginario collettivo della lotta alla criminalità”.

Ministro dell’Interno, Roberto Maroni, a Saint-Vincent (Valle d’Aosta), 18/10/2008

 

La mafia, la camorra, prima di uccidere discredita. Prima di spargere sangue, getta fango sul suo nemico.

Saviano ha dimostrato quanto forte sia il potere della parola perché con Gomorra ha acceso grossi fari sugli affari che la camorra cerca di tenere nel buio più pesto.

Anche i Casalesi conoscono il potere della parola.

La usano per dialogare con il loro territorio, con il popolo omertoso e spaventato, per togliere stima e rispetto a chi non ha che un libro per combattere. Per questo, quando l’anno scorso nel 2007 Saviano è tornato nella sua Casal di Principe dopo la pubblicazione di Gomorra, ha trovato saracinesche abbassate e ragazzini strafottenti: «Hai scritto un bel romanzo», tutta fantasia, qui nessuno ti prende sul serio e ti appoggia.

 

Con gesti e parole, poi, la mafia dialoga con i poteri forti, e spesso ottiene risposta.

Anche se sicuramente non sono solo merito di Saviano i risultati ottenuti dallo Stato contro la criminalità organizzata in Campania ma pure di poliziotti, carabinieri, magistrati, imprenditori; anche volendo considerare lo scrittore come un parolaio, portabandiera di una lotta idealista alla mafia; comunque le parole del Ministro dell’Interno non sono solo solidarietà alle sue forze dell’ordine; non sono precisazioni utili a proseguire con strumenti migliori la lotta alla criminalità; non sono semplici “puntini sulle i” messi per amor di precisione; né tantomeno hanno l’obiettivo di ridurre il clamore mediatico attorno a un caso delicato che avrebbe bisogno (avrebbe bisogno?) di maggiore silenzio.

Sono una presa di distanza grave. Speriamo che i Casalesi non abbiano sentito perché potrebbero interpretare male; potrebbero intuire che per lo Stato perdere “un” simbolo della lotta alla camorra non sarebbe poi così grave, e agire di conseguenza. Speriamo che non abbiano sentito le parole pronunciate dal Ministro a Napoli, perché sicuramente la smentita, sussurrata dalla Valle d’Aosta, non è arrivata alle loro orecchie.

Mentre scriviamo la raccolta firme di solidarietà a Saviano promossa da Repubbica, che ha visto l’adesione di sei Nobel, ha superato le 200 mila adesioni. I teatri, le scuole e i cinema italiani sono diventati luoghi di lettura ad alta voce di Gomorra, il presidente Fini ha accettato di invitare lo scrittore alla Camera. Pare che l’Italia dunque non sia un paese insensibile verso chi rischia la vita per denunciare la corruzione diffusa tra cittadini comuni ed élites del potere.

 

Gomorra, si è detto, non è una scoperta dell’autore, molti dei testi si devono ai colleghi di Saviano(raccolti sul sito Nazione Indiana). Lui li ha sintetizzati e ha avuto la fortuna di incontrare la stupida industria culturale che cercando il fenomeno mediatico è stata fregata e ha permesso di mettere in pubblica piazza i nomi di Schiavone e di tutti i casalesi.

Evidentemente questo non toglie nulla al valore del libro, e sopratutto al sacrificio che fa un ragazzo di trent’anni, non vivere la sua età. La lotta alla criminalità è in primo luogo schierarsi, è una guerra di trincea, si sta da una parte o dall’altra, e chi sta con gli altri, che si chiami sistema(sistema, cioè ordine e non degenerazione!) o mafia o ‘ndrangheta.

E adesso? E adesso è sempre la stessa storia, ognuno deve fare la sua: lo Stato batta un colpo, dichiari la sua esistenza, le imprese continuino a denunciare il pizzo e investire in affari puliti, i maestri insegnino il senso dello stato e i genitori educhino al rispetto. Noi faremo la nostra, le rivelazioni di Saviano sono l’urlo di una generazione, è bene che la nostra non dimentichi, quando ci troveremo negli alti posti riservatici da una laurea al SID, da dove veniamo. In questo momento bisogna stare vicini a Roberto Saviano, il suo desiderio di andarsene è offensivo verso un paese europeo, sarebbe vergognoso se questo dovesse accadere: tutti abbiamo visto la faccia di Sandokan, o ci siamo indignati davanti all’intervista a Francesco Schiavone, ma facciamo emigrare l’autore perché non riusciamo a difenderlo, è lo Stato (non solo il Ministero dell’Interno, ma tutti noi nel più profondo senso collettivo) che si arrende.

Franderico Naschesano

Franderico.naschesano@sconfinare.net

Ventitrè maggio millenovecentonovantadue.

Diciannove luglio millenovecentonovantadue.

In cinquantasette giorni, la mafia riuscì a colpire lo Stato, nelle persone di Giovanni Falcone, nominato da appena un giorno nuovo Superprocuratore antimafia a Roma, e di Paolo Borsellino, Procuratore Aggiunto presso la Procura della Repubblica di Palermo.

Da quei giorni sono passati sedici anni e poco più, e quindi qualcuno si potrebbe chiedere come proceda la lotta alla mafia, della quale Falcone e Borsellino sono stati protagonisti ma non certo iniziatori, e soprattutto, purtroppo, non le ultime vittime.

Un modo originale di rispondere a questa domanda è volgersi in tutt’altra direzione. Il nostro Parlamento, si sa, non brilla per alacrità, ma riesce comunque a produrre una certa quantità di leggi e decreti, il cui impatto, quand’anche sembri dimesso, spesso si rivela travolgente.

Ed eccoci, al Senato, al nove ottobre duemilaotto. E’ al voto un decreto legge che ha come obiettivo l’aumento di retribuzione per i magistrati in sedi disagiate. Ma, come spesso succede, il decreto è infarcito di paroline e di articolini che c’entrano come i cavoli a merenda. La norma che ci interessa recita: ‘L’articolo 36 del decreto legislativo 5 aprile 2006 n.160, come modificato dall’articolo 2 comma 8 della legge 30 luglio 2007 n.111, è abrogato.’ Semplice, no? Mica tanto: significa, sempre che il decreto in questione passi anche alla Camera -il che non è scontato- che la norma varata dal governo Prodi, che vietava ai magistrati inquisiti ma poi assolti –e a cui quindi era concessa una ‘ricostruzione di carriera’- di poter occupare comuque posti di vertice oltre i 75 anni di età, è abrogata; significa cioè l’esatto opposto: che quella categoria di magistrati può ora occupare posizioni di vertice; e non ce ne sono tanti, in questa situazione: soprattutto, ce n’è uno solo che si è imposto all’attenzione dei –pochi- media che se ne sono interessati. Questo personaggio si chiama Corrado Carnevale.

Ora, bisognerà sottolineare l’importanza di questo nome ai fini della nostra vecchia domanda: in che stato è la situazione dell’antimafia, sedici anni dopo Falcone e Borsellino?

E Carnevale è molto, molto importante. Chi è, dunque, e perché si cerca di porlo in pole position per il ruolo di Presidente della Corte Suprema di Cassazione, con una norma ad hoc? Il ruolo è ora occupato da Carbone, che andrà comunque in pensione nel 2010, cosicchè rimarrà per Carnevale una finestra di tre anni (lui, in virtù di questa ‘ricostruzione di carriera’, andrà in pensione nel 2013, a 83 anni), che potrà sfruttare agilmente per essere eletto presidente: è praticamente certo, perché è il primo per anzianità.

Ma ancor più interessante non è tanto la norma, ma il personaggio in questione. Il suo soprannome era, ai tempi di Falcone e Borsellino, ‘l’ammazzasentenze’. Cosa faceva? In qualità di presidente della prima sezione della Corte di Cassazione, non faceva altro che essere molto pignolo: nel corso del tempo, ha cassato decine di processi a carico di mafiosi –ma non solo: persino uno contro la Banda della Magliana naufragò per sua decisione-, per via di difetti nella documentazione, come un timbro mancante, una virgola da spostare, una data imprecisa, e così via. Era inoltre nemico dichiarato del pool antimafia: sosteneva che quei magistrati fossero ’sceriffi’, ‘armi rivolte contro i nemici politici della sinistra di matrice comunista’, e in particolare nutriva un odio profondo nei confronti di Falcone e Borsellino: li definiva ‘due incapaci’, e per lui Falcone era ‘faccia da caciocavallo’; il culmine lo raggiunse dopo la loro morte, quando esclamò: ‘Io i morti li rispetto, ma certi morti no.’ Giudizi confermati poi anche in tribunale.

Sì, perché Carnevale, che alcuni ben vedrebbero al vertice della Suprema Corte, il massimo organo della Magistratura, ha scavalcato la sbarra, passando da giudice ad imputato. Il processo a suo carico, iniziato nel marzo 1993, concluse una sua prima parte con la condanna (giugno 2001) della Corte di Appello di Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa (pena: sei anni di reclusione, oltre all’interdizione dai pubblici uffici). La Cassazione lo ha poi assolto nell’ottobre 2002 con formula piena, ma tra le polemiche per la dubbia esclusione di alcune testimonianze chiave, inficiate solo dal fatto che erano scaturite da fatti avvenuti in camera di consiglio; fatti che sono generalmente considerati coperti da segreto, ma non così quando al suo interno si consumano dei reati: in tali casi, secondo molti, la loro segretezza dovrebbe venir meno.

Questo non è, com’è evidente, il pensiero della Cassazione, che, venute meno tali prove (alcune altre testimonianze, provenienti dall’esterno della camera di consiglio, sono state inspiegabilmente coinvolte nell’annullamento generale), ha assolto Carnevale, liberandolo da ogni accusa.

Ora, bisogna distinguere tra legalità e opportunità: legalmente, Carnevale è da considerarsi innocente; ma è forse opportuno non tanto lasciarlo lavorare, cosa che non gli si può negare, ma addirittura adoperarsi positivamente per spingerlo ad occupare il vertice massimo della Magistratura?

Ecco chi è Carnevale. A che punto è, dunque, la lotta alla mafia in Italia? E’ pretestuoso accostare quello che sta accadendo in favore dell’ormai ottantenne ‘ammazzasentenze’ ad un giudizio sullo stato attuale dell’Antimafia?

Francesco Scatigna

Francesco.scatigna@sconfinare.net

Capita a volte di vergognarsi moltissimo, per una gaffe, per un errore, per l’atteggiamento di un’altra persona. Io mi sono vergognata moltissimo la prima volta che ho letto il testo della legge 19 febbraio 2004 n.40 “in materia di procreazione medicalmente assistita”.
Il 12 e 13 giugno 2005, Radicali, Ds, Sdi, Rifondazione comunista e Associazione Coscioni sono riusciti ad indire un referendum, appoggiato da esponenti della stessa maggioranza come l’on. Fini, che verteva sull’abrogazione di quattro punti cardine della suddetta legge:
     – lo stop della ricerca scientifica sulle cellule staminali embrionali
Secondo le direttive della 40/04 è vietata la produzione di embrioni per scopi scientifici, è vietato l’utilizzo degli oltre 25.000 embrioni congelati e destinati per decorso naturale a deperire in 5 anni dal congelamento (si tratta di embrioni soprannumerari, ovvero prodotti e conservati prima del 2004 per un eventuale secondo impianto). E’ vietata, inoltre, la clonazione terapeutica, ovvero la possibilità di creare cellule geneticamente identiche a quelle di un individuo con il solo scopo di curarne eventuali patologie (come diabete, infarto, fibrosi cistica, autismo, sclerosi multipla, morbo di Parkinson, alcune forme di cancro, osteoporosi, lesioni del midollo spinale, ictus, sclerosi laterale amiotrofica, Alzheimer). Le stime parlano di 10 milioni di persone curabili con le staminali. L’ipocrisia sta nel fatto che la ricerca condotta su embrioni importati da paesi esteri è perfettamente legale.
     – norme sui limiti all’accesso alla procreazione medicalmente assistita
Per sottoporsi alle tecniche di fecondazione assistita i medici devono aver scoperto con certezza le cause della sterilità (in caso contrario si rimane sterili e senza aiuto medico) e le coppie devono aver seguito qualsiasi altro possibile metodo di guarigione. Le coppie non sterili ma portatrici di handicap genetici non possono accedere alla PMA. Inoltre possono essere fecondati solo 3 ovociti e tutti e 3 devono essere impiantati. Nel caso di fallimento la donna deve sottoporsi a una nuova stimolazione (per produrre altri ovociti che avrebbero potuto esserle estratti durante il primo ciclo) e ad un nuovo impianto triplice. Le cellule, una volta fecondate, devono essere impiantate anche se portatrici di malattie genetiche. Alla donna viene lasciata la possibilità di abortire (una, due o tre volte nello stesso ciclo di impianto) nel caso non voglia portare a termine la gravidanza di un feto malformato.
      – le norme su finalità, diritti, soggetti coinvolti
Secondo le direttive legislative l’embrione, già all’inizio del suo sviluppo (zigote, ovvero cellula singola), gode degli stessi diritti della persona. Il diritto alla salute della madre, dunque, viene subordinato al diritto all’integrità fisica dell’embrione. Questo provvedimento è tutt’ora in contrasto con il diritto all’aborto, con il ricorso alla pillola del giorno dopo e con il codice civile italiano che riconosce la titolarità di diritti e doveri solo al momento della nascita.
       – il divieto di fecondazione eterologa
E’ vietato ricorrere a gameti provenienti da individui esterni alla coppia. La legge, pertanto, impedisce di avere un figlio alle coppie in cui uno dei due o entrambi i membri siano sterili. Gli esclusi potrebbero essere persone nate sterili ma anche persone che lo sono diventate a seguito di interventi chirurgici o trattamenti antitumorali, così come i portatori di gravi malattie trasmissibili.
Il referendum è risultato nullo perché il quorum (50% più 1) non è stato raggiunto. I votanti sono stati il 25,9% degli aventi diritto; di questi una percentuale tra il 77 e l’88% ha votato per l’abrogazione di tutti e quattro i punti. Perché la richiesta di un referendum abrogativo possa essere reiterata è necessario il decorso di un periodo pari a cinque anni. Ne mancano ancora due.

Valeria Carlot

Valeria.carlo@sconfinare.net

Un obiettivo fisso per il 2009, a incoraggiare chi ha votato per il presente governo; un cambiamento storico, per rinnovare una sinistra troppo frammentata ed indecifrabile.

All’orizzonte della storia della politica italiana si inizia a definire(a partire dal congresso di Orvieto, che ha riunito i dirigenti dei partiti del centro sinistra) un nuovo soggetto, futura evoluzione dell’attuale maggioranza.

Il corso di formazione politica dei DS al Bagno Ausonia di Trieste è un fedele spaccato del dibattito che anima leaders e tesserati in tutto lo Stivale. La mattina del 21 settembre intervengono un sondaggista, esponenti dei DS alla regione e rappresentanti dei giovani del partito(SG). Le macrotematiche sono comunicazione, definizione del PD e programma.

I sondaggi devono essere il criterio di scelta dei leaders della sinistra: la popolazione li vuole più vicini, meno egocentrici. Il linguaggio dei politici, troppo tecnico ed astratto, allontana la gente dal dibattito e comunica un’idea di elitarismo. È un punto importante quello della partecipazione diretta: il futuro elettorato del PD conferma l’entusiasmo delle primarie e già nei sondaggi rivela di preferire l’elezione dal basso dei propri capi. Il passo storico del nuovo partito dovrà essere anche il punto di svolta per una terminologia tipica ormai ideologica e fuori luogo. Parole come “lotta di classe”; “proletariato”; “femminismo”; “nemici” dovranno cedere il passo a “risanamento(del pubblico)”; “questione morale”.

Proprio il punto moralità apre il dibattito sul programma. La volontà è quella di lanciare un partito reso credibile ,prima che dal passato delle correnti che lo formano, da un programma concreto e che risponda alle richieste di tutte le correnti costitutive, nessuno escluso. Maurizio Pessato(DS) stila allora una lista convincente: primato dell’attenzione ai giovani(per lavoro e partecipazione alla vita politica), territorialismo, meritocrazia, attenzione all’ambiente, impegno internazionale per la pace, piena accettazione dell’economia di mercato e integrazione al suo interno, redistribuzione della ricchezza.

Il quadro è reso completo nel menzionare, come sostrato fondante e necessario collante, l’egualitarismo. Derivato dell’esperienza storica del socialismo, la tensione verso un mondo di persone di uguale dignità e a cui siano garantite le stesse possibilità dovrà essere alla base della proposta di valori del PD.

Rimangono tuttavia molti interrogativi a rendere incerto e difficoltoso il processo di formazione della nuova proposta progressista: Sapranno i leaders abbandonare l’ottica troppo egocentrica che li ha contraddistinti? Riusciranno a mettersi in discussione affrontando il voto dell’elettorato che sceglierà gli uomini di riferimento? Basterà un programma ben studiato ad accomunare gli interessi ampiamente differenti che danno oggi vita a Margherita, DS, Udeur, Verdi…?

Davide Caregari

Come l’abbiamo capita

 

In quest’ultimo periodo, la parola “Finanziaria” ha invaso la vita degli italiani; ma non per la sua novità, bensì per i contrasti creatisi in seno alle forze politiche di questo paese. La battaglia si ripete in realtà ogni anno.

Mentre con la legge di bilancio il governo si limita a fotografare la situazione finanziaria del Paese, con la legge finanziaria esso modifica le voci di spesa, aumentando o diminuendo le tasse, regolando insomma la vita finanziaria dei cittadini per l’anno a venire. Alla luce della sua importanza un dibattito acceso è assolutamente comprensibile. Il progetto di legge deve essere presentato alla Camera o al Senato entro il 30 settembre. A questo punto una Commissione parlamentare di bilancio la discuterà, proponendo degli emendamenti, e porterà il risultato in aula dove si procederà alla votazione. (Naturalmente gli emendamenti alla finanziaria possono essere presentati dai gruppi costituiti in Parlamento o da singoli parlamentari). Il testo, una volta approvato, passerà all’altro ramo del Parlamento finché verrà approvato nella medesima forma. La finanziaria entrerà quindi in vigore. Tutto però deve avvenire entro il 31 dicembre, altrimenti si entrerebbe in un regime di “esercizio provvisorio” per cui ogni mese lo Stato potrà spendere al massimo 1/12 di quanto ha speso nello stesso mese l’anno precedente.

Questa ultima “manovra di bilancio”, si legge in una nota di Palazzo Chigi,’’si sviluppa secondo tre principi guida strettamente interconnessi: crescita, risanamento, equità”. Il progetto presentato quest’anno è notevolmente corposo: 33,4 miliardi di euro (la precedente era di 24 miliardi). Significa che il governo conta di raccogliere nelle sue casse la cifra menzionata e poi utilizzarla per due scopi principali:

-    favorire lo sviluppo (costo: 18,6 miliardi di euro);

-    mantenere il rapporto deficit/pil sotto il 3% (costo: 14,8 miliardi di euro).

Il primo ruota attorno alla riduzione del cuneo fiscale che è la differenza tra quanto pagato dal datore di lavoro ai dipendenti e quanto effettivamente essi percepiscono, al netto quindi di ciò che viene versato al fisco e agli enti di previdenza. Insomma si vorrebbe ridurre l’incidenza del fisco sul costo del lavoro che oggi è ad un livello del 45,4% dello stipendio lordo, mentre la media dell’UE a 25 è di 42,49%.

Il secondo deriva dai limiti del Trattato di Maastricht, con il quale i firmatari si impegnarono a rispettare un codice di condotta, le cui regole fondamentali sono due: un governo può spendere più di quanto raccoglie creando così deficit, ma non più del 3% di quello che il Paese produce in un anno. Infatti dietro al deficit si nascondono soldi che i cittadini prestano allo Stato, ma che andranno restituiti con tanto di interessi. Il deficit si accumula di anno in anno e forma il debito pubblico, ed ecco la seconda regola: per l’UE il debito non deve superare il 60% di quello che il Paese produce. Si tratta di parametri impossibili? Per l’Italia molto più che per altri Paesi perché essa ha accumulato negli anni un debito pubblico pari al 106% del PIL! L’UE nel ‘92 ci permise l’ingresso a patto che c’impegnassimo a ridurlo, mantenendo il deficit intorno allo o%. Se consideriamo che la scorsa finanziaria puntava ad abbassarlo dal 2,9% al 2,7% capiamo quanto l’obiettivo sia distante, ancor più difficile da raggiungere a causa degli interessi che bisogna pagare ogni anno (circa il 12% della spesa pubblica).

I parametri del patto di stabilità non sono un limite irraggiungibile solo per il nostro paese: nostri vicini, come Austria(62,9%) e Francia (66,8%), si trovano in condizioni fuorilegge, ma anche Belgio (93,3%) Germania (67,7%, e che presenta inoltre un deficit del 3,5%) , Portogallo (63,9%) e Grecia (107,5%), si presentano in situazioni simili da almeno 3 anni. Oltre ai diversi pareri , che ovviamente si sono creati all’interno del nostro paese, all’estero vi sono state discordanti reazioni, che però in parte approvano questa ultima legge finanziaria.

L’Economist affermava che tra le cose sicuramente positive di questo governo, c’era anche il decreto volto ad erodere il quasi- monopolio televisivo di Berlusconi; la lotta contro l’evasione fiscale, nel caso si verificasse nei numeri attesi dal governo, farà riprendere fiato alle casse statali, e sarà possibile eseguire una ridistribuzione delle tasse, “tutto il resto è secondario – Mr Prodi said”. Secondo il Financial Times, questa finanziaria ha il duplice scopo di garantire la sopravvivenza politica del governo e ridurre il deficit, ma con tre difetti: “Primo, punta sugli aumenti delle tasse più che sui tagli alla spesa pubblica. Secondo, contiene artifici contabili. Terzo, non prevede riforme strutturali. Il problema dell’Italia non è tanto il deficit in sé, ma il fatto che sia accompagnato da una scarsa crescita economica.” Il Wall Street Journal sostiene che la crisi italiana potrebbe mettere in difficoltà i paesi della zona euro: “L’Italia ha il secondo peggior rating dopo la Grecia. La possibilità che l’Italia sia costretta a uscire dalla zona euro è remota, ma non può essere esclusa”. Vedremo se il dibattito interno e i giudizi esteri porteranno o meno ad una revisione del progetto. Nel frattempo però l’ntesa tra il governo e parti sociali, mostra un clima di collaborazione in Italia, ed una volontà di dialogo, pur accompagnate dalle proteste in piazza dell’opposizione.

Nell’attesa gli studenti possono solo sperare che, qualunque sia il risultato, questa finanziaria sia la prima di una lunga serie che porterà ad una sensibile riduzione del debito e che possa riaccendersi con decisione la crescita italiana. Altrimenti un domani saremo noi, in prima persona, ad affrontare pesantemente queste vecchie responsabilità.

 

 

 

I NODI DELLA DISCORDIA 

Le principali novità e i punti della legge che più hanno sollevato polemiche

  • Le aliquote IRPEF (l’imposta sul reddito) passano da 3 a 5 , portando la pressione fiscale massima dal 41% al 43%;
  • Varia la “no tax area” (reddito minimo al di sotto del quale non c’è tassazione): 7500 euro per i pensionati, 8000 per i lavoratori dipendenti, 4800 per gli autonomi.
  • Le deduzioni diventano detrazioni. Per ogni familiare a carico, prima si scalava una quota del reddito su cui calcolare le tasse, ora si riduce l’ammontare     delle tasse;
  • In ambito scolastico si propone l’assunzione di 150 mila nuovi docenti e 20 mila ATA. L’obbligo d’istruzione e l’età di accesso al lavoro verranno innalzati a 16 anni.
  • Superbollo sui SUV (i fuoristrada di lusso), che ha destato un acceso dibattito;
  • Viene introdotta un’accisa sugli alcolici del 10%. Inoltre è vietata la somministrazione di alcolici ai minorenni nei pubblici esercizi.

 

Diego Pinna e Emmanuel Dalle Mulle

Per un punto di vista più serio e ufficiale sui primi 100 giorni del Governo Prodi, abbiamo rivolto alcune domande al Sottosegretario triestino Ettore Rosato. Impegnato in politica fin dal 1987, inizialmente nel Comune di Trieste, in seguito anche in Provincia e in Regione, nel 2005 annuncia la sua intenzione di candidarsi a sindaco di Trieste: vince le elezioni primarie dell’Unione ma l’anno seguente viene sconfitto, seppur per pochissimi voti, dal candidato della destra
Roberto Dipiazza. Dal 18 maggio del 2006 fa parte del secondo governo Prodi in qualità di sottosegretario agli Interni.

Il 25 e il 26 giugno gli italiani saranno chiamati a decidere le sorti della cosiddetta “legge sulla devolution”; la maggioranza di Governo si schiera a favore del no.Quali sono le ragioni di questa opposizione? Il nostro no è motivato dal fatto che questa riforma della Costituzione è stata fatta esclusivamente per un accordo politico all’interno del centrodestra in cui ognuno ha inserito ciò che voleva: da una parte una sottospecie di federalismo, dall’altra un presidenzialismo spinto ma soprattutto un sistema legislativo che non delinea bene i confini tra Camera e Senato.Tutto ciò non consente sicuramente al nostro paese di migliorare i suoi assetti costituzionali. Qualunque sia l’esito del referendum, cosa farà il centrosinistra per il federalismo? Penso che la lezione della riforma del Titolo V voluta dal centrosinistra nel 2001 sia stata importante: le riforme della Costituzione si fanno solo con un largo consenso nel Paese e nel Parlamento. Cercheremo di definire meglio i confini delle competenze e rendere la nostra Costituzione più attuale. Ma il dato importante è che le riforme si possono fare anche a Costituzione vigente, intervenendo sulla legislazione e aumentando il potere delle nostre regioni. Per quanto riguarda il ritiro delle truppe dall’Iraq, sarà rispettata la scadenza del 31 dicembre 2006? Un eventuale ritiro potrebbe compromettere il nostro rapporto con gli Stati Uniti e la Nato? Credo che il ritiro avverrà sicuramente entro fine anno se non prima perché così è stato deciso, e personalmente ritengo sia giusto. Siamo sempre stati un Paese amico degli Stati Uniti e continueremo ad esserlo ma abbiamo il dovere di saper decidere autonomamente. L’intervento in Iraq non è stato condotto sotto l’egida delle Nazioni Unite ma è stata un’operazione unilaterale da cui vogliamo ora disimpegnarci. Alcuni ritengono che le quote rosa siano poco lusinghiere nei confronti delle donne in politica in quanto attribuiscono loro il ruolo di “minoranza da tutelare”. Lei che cosa ne pensa? Crede che il Governo riuscirà a farle approvare? Non sono mai stato innamorato delle quote rosa e del principio che c’è sotto ma devo ammettere che oggi i partiti non riescono ad adottare strumenti autonomi per coinvolgere in maniera più forte le donne in politica, questo vuol dire che sarà necessario uno strumento legislativo. A livello economico e finanziario la manovra bis cercherà di portare il rapporto deficit/pil sotto il 4% e di realizzare un avanzo primario del 3,5%. Nel Dpef, invece, uno degli snodi principali è la diminuzione del cuneo fiscale di 5 punti. Come sono possibili tali riduzioni in un Paese dove il debito è al 108%? Da dove si attingeranno i soldi per attuarle? La situazione economica del nostro Paese è difficile sotto due profili: innanzitutto vi è la necessità di riprendere competitività sui mercati mondiali; in secondo luogo bisogna risanare il bilancio delle Stato riducendo la spesa pubblica. Il taglio del cuneo fiscale, che sostanzialmente comporta una riduzione del costo del lavoro per le imprese e un aumento del denaro in busta paga per i lavoratori, rivestirà assieme alla riduzione dell’Iva sugli aumenti dei carburanti un ruolo centrale nel rilancio dell’economia. Quando Berlusconi ha presentato il Governo nel 2001 il centrosinistra ha criticato duramente il numero elevato di incarichi distribuiti, 98 per la precisione; l’8 giugno Prodi ha nominato altri tre sottosegretari portando così il Governo a 102 componenti: non le sembra una mancanza di coerenza? Ma soprattutto, che efficienza può avere un Governo così numeroso? La coerenza non è sempre la migliore delle virtù della politica. Purtroppo, l’attuale sistema elettorale voluto dal centrodestra rende necessario ogni singolo voto per la tenuta della coalizione, e in questo modo anche il più piccolo dei partiti pretende e ha il diritto di avere una rappresentanza governativa. Per quanto riguarda l’efficienza nella maggior parte dei ministeri il numero dei sottosegretari è giustificato dalla necessità di coprire diverse funzioni e di essere presenti anche sul territorio. L’entrata in vigore della riforma del sistema giudiziario voluta dal Governo Berlusconi del 2004 è stata prorogata; cosa farà il centrosinistra per rendere migliore il nostro sistema giudiziario? La giustizia è un tema che riguarda tutti, perché quando una giustizia è efficiente diminuisce anche l’illegalità nel Paese, che spesso è prodotta dal fatto che si sente impunibili perché il sistema giudiziario non arriva a colpire i veri responsabili. Il precedente Governo si è distinto per aver voluto fare una crociata inspiegabile contro i magistrati costruendo una riforma osteggiata anche da tutte le altre parti in causa. Il nostro compito sarà quello di ricostruire il dialogo con la Magistratura, il corpo degli avvocati e i detenuti e far in modo che i processi siano più rapidi. Cpt, lei cosa ne pensa? Crede siano la soluzione adatta per limitare l’immigrazione clandestina e che rispettino adeguatamente i diritti degli immigrati? Quello dell’immigrazione è un tema complicatissimo. Oggi dobbiamo riformulare la politica in materia, poiché l’immigrazione è necessaria per il nostro Paese: facciamo pochi figli ma sappiamo che è necessario avere molte braccia che lavorino nelle nostre aziende. C’è sicuramente bisogno di regole, ma dobbiamo renderle più civili. I centri di permanenza temporanea sono stati voluti da una legge del centrosinistra, la Turco-Napolitano, ma sono stati gestiti con le modalità del centrodestra, cioè come centri di detenzione e non di identificazione. Bisogna diminuire i giorni di permanenza nelle strutture, dare garanzie perché le persone possano entrare in Italia con gli strumenti della legalità, riformulare la politica di accoglienza per chi vuole contribuire allo sviluppo del nostro Paese.

Cosa ne pensa della sostanziale equiparazione tra eroina e marijuana introdotta dalla legge Fini? Crede che una legge così rigida possa avere degli effetti positivi? Sono contrario al proibizionismo come soluzione di tutti i problemi. Non possiamo pensare che i nostri giovani non si avvicinino alla droga perché definiamo in maniera più forte il reato. Bisogna tornare ad occuparsi di educazione dei giovani, spiegare in maniera più diffusa i rischi e gli effetti dell’assunzione di droghe, leggere o pesanti che siano. Il tossicodipendente è una vittima, colpevole ma pur sempre una vittima che va recuperata e reinserita nella società. Per concludere,le chiediamo un parere sulla realtà che ci riguarda più da vicino, quella universitaria.Cosa intende fare il Governo per migliorarla? E per il successivo inserimento nel mondo lavorativo?

Per come è impostata attualmente, l’università dà una preparazione scarsamente applicabile nel mondo lavorativo. C’è necessità di una riforma che consenta maggior rapidità negli studi, esperienze a più stretto contatto con la realtà e la possibilità per chi arriva dal mondo dell’impresa di dare un contributo alla formazione dei giovani. È utile che ci sia flessibilità dell’ingresso nel mondo del lavoro ma questa flessibilità non deve essere eterna. Lavoreremo in questa direzione.

 


 

Adesso c’è la mania dei 100 giorni. L’ultima, insopportabile fissazione della politica-spettacolo, quella che ormai è solo comunicazione, velocità, sorpresa. Il corpo elettorale va steso con un paio di ganci da k.o. tecnico, rincretinito a tal punto da guadagnare un consenso sufficiente ad agonizzare per i restanti quattro anni e nove mesi di governo. Del resto, ce lo insegna Zapatero, mantenere uno straccio di promessa in tempi ragionevoli può pagare: sembra impossibile, ma è così; e già li vediamo, i nostri cervelloni, a darsi di gomito, a teorizzare l’impatto dei 100 giorni con la luce in fondo agli occhi, convinti di aver trovato la pietra filosofale della politica. A dire il vero, ci aveva già pensato il Berlusca, promettendo di risolvere il conflitto d’interessi entro i primi 100 giorni; e pazienza se ci ha messo più di dieci volte tanto. Aveva colto l’essenza: il 100 è un numero magico, è 10 volte 10, è Baggio per Platini, cioè molto più di Maradona. Non lo si scorda, impressiona.

E, forse, tentare di indirizzare chiaramente la linea di governo sin dal principio non è un’idea del tutto peregrina. Anzi, sembrerebbe persino furba. Solo che il teatrino della politica italiana non può fare a meno di renderla una commedia. E poi, diciamo la verità, anche noi ci mettiamo del nostro, con le nostre aspettative più vive e recondite. Quando ho votato per Prodi, non sognavo un Dpef equilibrato o una manovra correttiva esemplare. No, segretamente sognavo che la vita cambiasse davvero, che il vento girasse e andasse a chiudere un bel po’ di porte in faccia. Che Agnoletto interrompesse Ferrara e gli tirasse un calcio nelle palle. Che Montezemolo venisse rapato a forza, gli rimanesse solo una cresta viola da punk dei sobborghi di Tokyo, e che fosse costretto a girare su una 500 a manovella del ‘67. Che a Vespa si incastrassero le mani mentre le sfrega davanti al plastico della villetta di Cogne. Che la Palombelli smettesse di parlare della Franzoni, o almeno che Rutelli divorziasse. O, meglio, che Rutelli la piantasse di dirsi di centro-sinistra. Che Fede fosse condannato a inseguire in tanga per l’eternità decine e decine di pulzelle senza poterle mai raggiungere. Che mitraglietta Mentana s’inceppasse. Che il chirurgo di Berlusconi gli impiantasse un capello sì e sette no. Che La Russa fosse rinchiuso in sala di registrazione con gli Intillimani. Che gli Intillimani fossero rinchiusi in sala di registrazione con La Russa. Che Buttiglione e Nino D’Angelo dichiarassero il loro amore. Che tutte le Porsche s’ingolfassero sulla via di Cortina sotto una nevicata giustizialista. Che Afef facesse la fila alla posta con thermos e coperte per regolarizzarsi. E che Briatore fosse costretto a passare le vacanze a Rapallo su una barchetta a remi! E tutto questo per un decreto divino passato solo grazie al voto della Montalcini.

Questi sarebbero 100 giorni… Però io sono un po’astioso, per cui posso capire se i prodiani più buoni non condividono proprio tutti i miei desideri e cambiano regolarmente l’olio delle loro Porsche. Ma, se non proprio sogniamo, almeno speriamo. E sono comunque molte, anche se meno viscerali, le cose in cui sperare: a partire da un ritiro dall’Iraq senza troppe manfrine, passando per una discussione seria, con la società civile e non solo coi vescovi, su Pacs, precariato, indipendenza dell’informazione e riforma dell’istruzione. E se non finiremo in 100 giorni, pazienza. Sarà comunque un buon inizio. E invece, finora abbiamo visto solo l’ennesimo miracolo di moltiplicazione delle poltrone, liti su ministeri e presidenze, dichiarazioni arruffone e avventate sullo scibile umano e le prime, fatali, spaccature.

Se avessi cento euro, li scommetterei sul fatto che, il centesimo giorno, di fronte alla centesima polemica, pressato da cento sottosegretari, Prodi scapperà a cento all’ora nel bel mezzo della via. E che, al grido di “meglio tardi che mai!”, finirà per imbarcarsi come pianista su un traghetto per la Sardegna.

Andrea Luchetta

In qualunque modo la si voglia vedere,il primo mese di non-governo dell’Unione ha avuto un solo,vero protagonista:Massimo D’Alema. Non Prodi,che con lui dovrà fare i conti e non ha ancora potuto formare il suo governo;non Bertinotti,accontentato come un bimbo capriccioso ed ingessato nella sua nuova veste istituzionale;e nemmeno Napolitano,eletto comunque in opposizione:al baffetto d’Italia,al centro-destra,al fattore K e pure al buon senso,che vorrebbe un presidente nato almeno dopo la ferrovia.
D’Alema ha monopolizzato la scena,non si sa quanto volontariamente o meno,e,come spesso accade quando è lui a tirare le fila,si è capito ben poco. Sarà che è sempre stato un uomo contraddittorio,almeno a vederlo a centinaia di chilometri da palazzi,salotti e salottini:uomo di rottura e compromesso,appassionato contestatore e politico finissimo,sembra vittima della sua stessa intelligenza,in nome della quale è spesso costretto a compier scelte contrarie alla sua ambizione,o altrimenti inspiegabili. Certo,può sembrare davvero eccessivo voler tentare di capire una persona che,negli anni dei duri e puri,tirava molotov contro la polizia fascista e guerrafondaia,se poi la si ritrova nel ’99 ad ordinare il bombardamento della Serbia. O se pensiamo anche al suo arrivo a quel governo,dopo aver stragiurato di non voler fare il Presidente del Consiglio senza investitura popolare. Tutte scelte apparentemente contraddittorie,quasi quanto il suo rapporto con la socierà civile.
Ma sono anni difficili,con la Prima Repubblica ormai defunta e la Seconda ancora da sognare;e allora,possiamo forse pensare che il suo atteggiamento di fronte a Berlusconi sia frutto della confusione di quel periodo. A dire il vero,sembra più un comportamento schizofrenico,che caotico. O,forse,autenticamente politico. Si passa dalla lotta dura senza paura contro l’anomalia del sistema democratico,alla magnanimità sul conflitto d’interessi,fino ai presunti inciuci della Bicamerale,splendido laboratorio politico che a nulla portò,se non alla caduta di Prodi.
Difficile giudicare una personalità così poliedrica. Impossibile allontanare il sospetto che,forse,il gioco di squadra non è la sua dimensione ideale. Assolutamente inevitabile leggere nella sua bocciatura al Colle un regolamento di conti aperti nel passato. Se alla Camera l’esito poteva sembrare scontato,per la tentazione di imbalsamare Bertinotti e perché lo stesso vecchio sindacalista era pronto a riesumare l’orgoglio proletario in nome dell’occupazione delle poltrone,al Quirinale la situazione era diverso:lo skipper di Gallipoli sembrava veleggiare sicuro verso l’elezione,alcuni sostengono spinto dalle correnti berlusconiane,pronto a porsi al timone non più dell’Ikarus,ma dell’intero Transatlantico. E invece,adesso rimane solo da chiedersi se Massimo il navigatore non ha scelto troppo presto il suo lato di regata,o se forse qualcuno gli ha fatto girare il vento;probabilmente,più che all’Olimpo,sarebbe il caso di rivolgersi al nuovo Eolo di Palazzo Chigi…Sempre che D’Alema,da tattico lungimirante,non abbia scelto dal principio di lasciare la gara nobilmente,in previsione di un ben più importante giro di boa,quello del non troppo lontano(pare)dopo-Prodi.
E infatti,il nuovo passo indietro di D’Alema ha portato ad una celebrazione quasi inedita per uno sconfitto,seconda forse solo a quella di Ettore di Troia e di Massimo Moratti. Dicono che una persona si riconosca da come si comporta sul campo di gioco;chi ha conosciuto D’Alema da giovane,giura che fosse un ottimo giocatore di ping-pong. Ecco,per me non è difficile vederlo confondere l’avversario,imbrigliarlo in un gioco di palle lente e tagliate,per piazzare poi,dal nulla,un’accelerazione imprevista. E non è così improbabile ipotizzare che il suo prossimo rivale sarà,ancora una volta,l’ormai non più bonario Prodi.

Andrea Luchetta

Consideri il lettore lo sbarco di un extraterrestre sul suolo italico. Consideri che esso coincida con l’infuriare sul nostro suolo della tristemente famosa campagna elettorale del 2006. Si valuti anche l’assoluta estraneità del nostro ospite a vicende di partiti, partitini, partitoni, giochi, alleanze e tradimenti. Poco informato su coalizioni, programmi, sondaggi, trame e botteghe oscure. Si consideri che non abbia mai guardato Porta a Porta. Consideri il lettore, dunque, il suo arrivo e la sua reazione di fronte allo scempio di quell’evento. Ché se si vuole solo tentare di capire fino a che punto il bel Paese si sia trascinato, forse può essere utile levare i paraocchi del “tanto è sempre stato così”. Uscire per un attimo dai panni impolverati dell’italiano disilluso per ritrovarsi in quelli nuovi, vergini, di chi ancora non ha avuto tempo per disaffezionarsi. Il nostro amico iperspaziale che voglia mettersi al corrente si troverebbe davanti a fenomeni strani, “cose dell’altro mondo” penserebbe. Gli avevano detto che la politica è composizione d’interessi. O almeno un tentativo in tal senso. Gli avevano detto che lo scopo del gioco dovrebbe essere comune a tutti, il bene dello stato, più o meno. Gli avevano detto anche che per campagna elettorale s’intende la presentazione di un disegno politico e di un ideale, associata ad un’opera di convincimento della gente a sottoscriverli. Nessuno gli aveva parlato di astuzie, mezzucci e insulti. Due minuti in Italia e l’extraterrestre si rende conto che gli sono state dette falsità. Due giorni e comincia ad appassionarsi alla conditissima telenovela dei due schieramenti. Due settimane e si è bell’e dimenticato di ciò che gli avevano spiegato. Politica ha ormai il ben più accattivante significato di conflitto e la campagna elettorale non è che l’epico, necessario campo di battaglia della fatal contesa. Ne rimarrà soltanto uno. Cambio di prospettiva non da poco, così ben assimilato che nemmeno l’extraterrestre ricorda di averne mai avuta un’altra. Figuriamoci chi extraterrestre non lo è…Ordinaria è ormai la denigrazione dell’avversario e del suo programma piuttosto che l’esaltazione del proprio; allo stesso modo scontata è la fin troppo semplice arte manipolativa che muta episodi da prima pagina in sassolini da far pesare sulla bilancia dell’opinione pubblica. Tuttavia l’uso d’insulti riferiti non solo ad una fazione politica ma estesi all’intero elettorato che a quella fazione fa riferimento, dovrebbe almeno far arricciare il naso. Metà Italia. E invece tutto scivola
perché è il sangue che si vuole, gli elettori ne hanno piene le scatole di confronti tv alla camomilla. Non è certo un fenomeno nuovo; anche le
elezioni del 96 e la campagna elettorale che le precedette furono al vetriolo. Stesso verdetto politico, stessi protagonisti, stesse tattiche, stessi toni da curva nord, spesso stessi insulti. Stessa ambizione di conquistare un riconoscimento d’eccezionale rilevanza solo perché si è
meno peggio degli altri. Esistere in quanto opposto all’altro, il nemico da rifuggere. Dunque via a maccartismi reinventati e ad anacronistiche cacce alle streghe. Poco importa se non credete in noi, basta che votiate contro di loro. Tutto ciò vissuto come il caffè al mattino e il campionato la La Campagna Elettorale 2006 vista a posteriori. Cronache marziane sul voto italiano domenica: la più scontata delle normalità. Polpettone già visto: due eserciti in campo, un unico vincitore, evitabile qualsiasi composizione degli interessi, lotta dura senza paura, il riconoscimento del vincitore è un’eventualità da non considerare. Mai. Il conflitto cresce d’intensità, i civili si stringono attorno al loro esercito. Dagli al nemico….Il vero problema è che in Italia se il nemico non è l’altro, sono io.

Davide Goruppi