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QUANDO IL VERMONT NON TI LASCIA DORMIRE
Non c’è un’unica realtà, caporale. Ce ne sono molte. Non c’è un unico mondo. Ci sono molti mondi, e tutti continuano in parallelo l’uno all’altro, mondi e antimondi e mondi-ombra, e ciascun mondo è sognato o immaginato o scritto da qualcuno in un altro mondo. Ciascun mondo è la creazione di una mente.

Uomo nel buio
Man in the dark
Paul Auster
Romanzo, Stati Uniti, 2008
152 pp.
Einaudi, 2008
***
August Brill, noto critico letterario, è costretto a letto a seguito di un incidente stradale. Non riesce ad addormentarsi e allora lui, che per tutta la sua vita ha letto storie di altri, decide di passare il tempo creandosele.
Dal 21/03 al 04/04 Auster sarà il protagonista della XV edizione di Dedica festival, a Pordenone.
***
Il nuovo romanzo di Paul Auster, Uomo nel buio, è così convincente nell’ evocare lo stato di insonnia che, almeno che non siate asausti, partecipereste molto volentieri alla colazione della penultima pagina: “uova strapazzate, bacon, pane fritto, frittelle, non ci si fa mancare niente”!
Arrivato a questo punto, il lettore è sopravvissuto non solo ad una normale notte di insonnia, ma anche ad una notte dell’ anima, nera come la pece.
Nel 2007, il settantaduenne August Brill giace sul suo letto nel Vermont, a casa di sua figlia.
La loro è una casa di anime profondamente ferite: Brill ha perso la moglie e si è frantumato una gamba in un incidente stradale; sua figlia Miriam è sui 50 ed è divorziata; sua nipote Katya ha 23 anni ed ha da poco subito una perdita. Tutti loro cercano di dormire da soli.
Per non pensare al suo dolore personale o a quello della sua famiglia, Brill si racconta la storia di un mondo parallelo nel quale l’ America non è in guerra contro il terrorismo, ma contro se stessa.
In questa America parallela, in cui le Twin Towers sono ancora al loro posto e non esiste alcuna guerra in Iraq, c’è stata una secessione dalla federazione da parte di 16 stati democratici a seguito della illegittima elezione di Bush nel 2000. New York è stata bombardata, 80 mila individui sono morti, e nel Paese infuria la guerra civile.
In questo mondo parallelo il protagonista è Owen Brick, un giovane prestigiatore che si trova per caso nella condizione di essere stato trasportato contro la sua volontà da un’ America all’ altra. Si sveglia all’ interno di una fossa nel terreno e tutto intorno a lui sente spari e urla di gente terrificata. Per la prima volta ha veramente paura di morire.
Auster utilizza tecniche post-moderne per riflettere sulla pazza logica degli incubi. A Brick viene ordinato di trovare e uccidere Brill per far finire la guerra che è cominciata e sta continuando solo perchè un vecchio, scontento della sua vita, la sta immaginando.
E come mai questo uomo merita di morire?
Perchè possiede la guerra. L’ha inventata lui, e tutto quello che succede o succederà sta dentro la sua testa. Elimina quella testa e la guerra finisce. Semplice.
Semplice?Da come ne hai parlato, sembra Dio.
Non Dio..solo un uomo. Sta tutto il giorno seduto in una stanza a scrivere, e quello che scrive si avvera. Secondo i rapporti dell’ intelligence è tormentato dal senso di colpa, ma non può fermarsi. Se quel bastardo avesse il fegato di farsi saltare le cervella, ora non saremmo qui a fare questi discorsi.
Ma è Auster, ora sessantunenne, non Brill, il bastardo che fa esistere gli orrori della guerra.
I tentativi di Brill di distrarsi hanno poco successo. Continua a pensare a sua moglie deceduta, ai dolori della figlia e della nipote. Guarda film con Katya che, prima della morte del suo ragazzo, studiava cinematografia.
Poco prima dell’ alba Katya, che non riesce a prendere sonno, entra nella stanza del nonno. Comunemente insonni, parlano francamente delle rispettive vite. Possono parlare di tutto, aprirsi completamente a vicenda. Ma ciò di cui non parlano – non possono parlarne!- è il video della decapitazione di Titus, il ragazzo di Katya, assassinato in Iraq per mano di un manipolo di “terroristi”. I tre inquilini l’ hanno guardato quel video e lo continueranno a vedere, perchè lo devono alla vittima di quell’ insensata violenza, per accompagnarlo in quel buio spietato che l’ha inghiottita.
Sarebbe un romanzo molto più irritante se, leggendolo, non si continuasse a sentire il dolore che male si nasconde dietro alla scherzosità dei toni.
I personaggi di Auster sanno che la solidarietà e la compagnia sono ciò che più desideriamo in momenti di dolore e di insonnia.
Un romanzo da leggere e meditare.
Alessandro Battiston
schlagstein@gmail.com
Il racconto breve di Tommaso
Cari lettori, quanto segue non è un articolo, ma il primo episodio di una storia a puntate che – se, con il vostro gradimento, sosterrete – avrei intenzione di pubblicare d’ora in avanti in questa rubrica. Essendo questo una progetto in itinere, attendo con trepidazione vostri commenti, suggerimenti e spunti per proseguire il mio lavoro. Buona lettura!
Episodio 1 – Il risveglio
Paolo non sapeva bene come avesse fatto a trovarsi lì. La sua mente era annebbiata. Non vedeva bene. Sebbene i suoi occhi fossero aperti, era come se ci fosse un muro di nebbia. Tentò di alzarsi, ma non ci riuscì. Dov’era? Perché non riusciva a vedere? Pian piano, la nebbia nei suoi occhi si diradò. Era pieno giorno. Una luce intensa per un attimo gli ferì gli occhi. Proveniva da un’ampia vetrata, inondando la stanza. Era una luce dorata, ma tenue, non sicuramente potente come quella di una calda giornata estiva. Si accorse di essere seduto per terra, con la schiena appoggiata verso il muro.
Cercò di alzarsi, ma solo con fatica vi riuscì, sostenendosi alla parete bianca. Sentiva in sé un dolore soffuso… Accennò un passo, ma delle fitte laceranti lo bloccarono a metà, facendolo ritornare malamente appoggiato. Tutti i muscoli gli facevano un gran male: come se lo avessero bastonato. Per il momento, camminare sarebbe stato troppo faticoso. Iniziò ad osservare intorno a sé. C’era da un lato, sulla sinistra, una lunga vetrata, oltre la quale si vedeva un ampio terrazzo, raggiungibile tramite una porta-finestra sul fondo della stanza. Varie piante lo decoravano con i colori delle loro foglie, anche se molte di queste erano ormai a terra. Dall’altro lato, dietro un angolo, poteva intravvedere un elegante tavolo da pranzo in vetro con delle sedie di metallo e un sofà bianco, una lampada su un tavolino. Che strano…quel luogo gli era familiare… perché? Provava un’inquietante sensazione: anche se non aveva piena visuale su quel lato della stanza, sentiva, però, che qualcosa non era come doveva essere.
Una brezza fredda lo fece rabbrividire: la porta finestra era aperta. Il dolore lo aveva abbandonato un poco… forse sarebbe riuscito a camminare. Lentamente, si avviò verso l’ingresso della terrazza.
Concentrò le sue energie nel muoversi, fino a raggiungere l’altro lato della stanza. Affaticato, si appoggiò al vetro, con il viso rivolto verso il centro della stanza.
Quello era il soggiorno di casa sua!
Ma, cosa era successo? I cuscini del divano erano in completo disordine: uno da un lato, strappato e svuotato del suo contenuto – che si trovava tutt’intorno – mentre l’altro era dall’altro lato della stanza. La lampada, invece, si trovava ancora dove doveva essere, ma era tutta incrinata:che fosse stata raccolta da terra? Si mise una mano alla tempia. Gli stava venendo un terribile mal di testa; un’incessante serie di pulsazioni alla tempia che non gli permettevano di riflettere. Forse, se avesse chiuso la finestra, sarebbe stato meglio. Chiuse la porta finestra. Quando, però, tolse la mano dalla maniglia, scoprì con orribile sorpresa che era macchiata di sangue. La vista del sangue peggiorò immediatamente il suo mal di testa: la stanza iniziò ad oscillare. Si ritrovò di nuovo per terra, colto dal panico: che diavolo era successo in casa sua?!
Chiuse gli occhi per cercare di riprendersi, respirando a fondo mentre provava a fare quiete nella sua mente sconvolta. Continuò così finché il mal di testa non gli diede tregua.
Quando aprì nuovamente gli occhi non avrebbe mai saputo dire quanto tempo fosse passato all’incirca – se non fosse stato per il fatto che la luce era cambiata molto rispetto a quando li aveva chiusi. Doveva essere l’ora del tramonto.
Sentiva in bocca il sapore del sangue. Si portò una mano al volto e ben presto capì che era perché la sua tempia sanguinava. Aveva ricevuto forse un colpo in testa?
Si accorse di una porta leggermente socchiusa, che prima non aveva notato.
Questa volta si rialzò con più facilità e, ansioso per ciò che avrebbe potuto trovarvi al di là, pose la mano tremante sulla maniglia…la scena che vide spazzò via in una sola folata di vento tutta la nebbia che aveva gravato sulla sua mente: Bianca distesa sul letto, morta.
Tommaso Ripani
Ogni romanzo, per definizione, racconta una storia. Oggi siamo sommersi da romanzi di ogni genere e da ogni parte del mondo. È però veramente raro trovare un libro che non si limiti a raccontare una storia, ma che presenti e condensi in sé tutto un Paese, tutta una società, tutta un’epoca. Questo è il caso di Palazzo Yacoubian, primo romanzo del medico egiziano ‘Ala Al-Aswani. In esso si raccontano le vite di diversi abitanti,ricchi e poveri, di questo palazzo nel cuore del Cairo, una volta sfarzoso, oggi decadente. Davanti a noi compaiono l’aristocratico decaduto amante della Francia e delle donne, il figlio del portiere che abita sul tetto e sogna di fare il poliziotto, ma finisce per unirsi ai Fratelli Musulmani, la sua fidanzata, che per lavorare deve sottostare alle “richieste” dei datori di lavoro, l’intellettuale gay, e molti altri personaggi. Al-Aswani è molto abile nel tenere l’attenzione sullo svolgimento dell’azione, alternando le varie storie, accompagnandoci un po’ nelle vite dei protagonisti e poi lasciandoli ad un certo punto, per poi riprenderli dopo alcune pagine. In questo modo, riesce a creare una narrazione corale in cui nulla è ridondante, nulla è fuori posto, e tutto fluisce dalla prima all’ultima pagina. Infatti, la caratteristica del romanzo è quella di essere, potremmo dire, “neorealista”: l’autore non compare, si limita a raccontare e ad ordinare i fatti, lasciando il giudizio su ciò che accade agli stessi personaggi e al lettore, che è chiamato a raccogliere tutti i segni nelle singole storie per capire la società egiziana nel suo complesso. Ma comunque l’intento del “documentarista” è ben chiaro: si tratta di un’accusa violenta alla società egiziana, in preda all’ipocrisia, alla corruzione , al classismo e ad un servilismo interessato. Per l’autore, l’Egitto moderno è governato da una classe dirigente per cui “quello egiziano è il popolo più obbediente che ci sia, perché è fondamentalmente pigro e accondiscendente; non occorrono brogli, l’Egiziano voterà per chi ha il potere in quel momento”. Ma nonostante i politici del libro dicano così, la corruzione c’è, ed è tanta, a tutti i livelli. Per qualunque posto di rilievo occorre pagare, ed è così che i poveri sono senza speranza, e la ricchezza si perpetua nelle mani degli stessi ricchi. Nelle figure di Taha, il povero figlio del portiere, e la sua fidanzata Buthyaina si legge la rassegnazione, il desiderio di uscire da un Paese che non può offrire niente a loro se non umiliazioni. Un Paese claustrofobico, chiuso deliberatamente ad ogni progresso. Ed è in tale situazione che la rassegnazione e la povertà si mescolano, e portano giovani come Taha ad avvicinarsi al fondamentalismo islamico, visto come promessa di una vita migliore, ma anche come protesta verso uno Stato, che si proclama laico, che ha fallito.
Quindi, questo romanzo ha una forte valenza sociale, anche per il fatto che Al-Aswani in Egitto è uno degli intellettuali più attivi nella protesta contro la dittatura di Mubarak. Ma oltre a presentare il Cairo del 2002, dà anche a noi, lettori occidentali di regimi cosiddetti “democratici”, motivi di riflessione. Dopotutto, i personaggi sono sì abitanti dell’Egitto contemporaneo, e in quanto tali ben caratterizzati; ma essi sono anche un esempio vivido di tutti i tipi umani. I desideri e i sogni di Taha sono gli stessi sogni e desideri di ogni adolescente, e così sono le sue delusioni e le sue angosce, che lo spingono a trovare riparo tra i Fratelli Musulmani; cerca un nuovo senso nella vita, e questa ricerca si mescola alla rabbia di non essere accettato com’è. Ogni giovane ci si può riconoscere, come si può riconoscere nel desiderio di andarsene di Buthyaina. Poi c’è il vecchio nobile nostalgico, amante delle donne e del vino, simbolo di un edonismo orgoglioso , ma anche della paura di invecchiare; e l’intellettuale gay, alfiere di una minoranza combattuta, ma nonostante ciò orgoglioso e dignitoso nella sua scelta di vita. Si potrebbe continuare così per molto, visto che ogni personaggio racchiude in sé un mondo; ma ciò che veramente conta è che questo dentista del Cairo, strenuo difensore della libertà di parola, è riuscito a creare un gioiello di letteratura, ben calato nella società in cui vive, ma contenente tutto l’universo delle passioni e dei difetti umani. Proprio come solo i grandi libri possono fare. ‘Ala è grande.
Giovanni Collot
giovanni.collot@sconfinare.net
I miei anni con Falcone e Borsellino di Giuseppe Ayala
“È bello morire per ciò in cui si crede: chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola”: la frase di Paolo Borsellino da cui è significativamente tratto il titolo riassume perfettamente la vita di questi 2 grandi magistrati, incrollabilmente onesti e coerenti.
Giuseppe Ayala fu il loro più stretto collaboratore, a partire dalla costituzione del superpool all’interno della procura di Palermo fino a rappresentare l’accusa al maxiprocesso contro la mafia di fine anni ‘80.
Lo stile scelto da Ayala è quello del racconto, condito da numerosi squarci sulla sua vita privata: questo libro infatti non è solo un doveroso ricordo dei suoi colleghi e amici Falcone e Borsellino, ma anche una maniera per Ayala di rispondere a tutte le malignità che i suoi avversari hanno continuamente insinuato sul suo conto e sulle loro iniziative in generale. Come scrive lui stesso: “Qualcuno ha scritto che, a 15 anni di distanza da quel tremendo 1992, Ayala ha pagato il torto di essere vivo”: questa frase condensa il dolore provato per tutte le umiliazioni che Ayala ha dovuto subire in dignitoso riserbo.
D’altronde, i grandi uomini hanno sempre molti nemici. Quando poi si vanno a toccare interessi di enorme portata, è ovvio che il minimo che ci si possa aspettare siano falsità e attacchi continui.
Forse Ayala, il miglior erede di quella grande esperienza civile che fu il maxiprocesso a Cosa Nostra, non avrebbe dovuto tacere e tenere gli occhi bassi, se il governo e la classe politica tutta avessero sostenuto lui (e anche Falcone e Borsellino, finché erano in tempo) o gli avessero riconosciuto tutti i meriti che gli spettavano. Il problema è che il supporto che lo Stato diede fu a tratti forte (durante il maxiprocesso vero e proprio, ad esempio), ma discontinuo: è Falcone stesso a dire che “Prima di tutto bisogna non essere soli…”, dopo l’omicidio di un mafioso, uno delle migliaia di omicidi che insanguinavano la Sicilia degli anni ‘80. Soli come Dalla Chiesa, Ninni Cassarà, Rocco Chinnici e molti altri, che non devono essere dimenticati e che Ayala ricorda dalla prospettiva unica di chi è stato protagonista di quelle vicende.
Già alla fine degli anni ‘80, la classe politica italiana cominciò a intuire il disastro imminente di Tangentopoli: non era certamente il clima adatto per permettere di scavare più a fondo in quel mare di omertà e collusioni che avrebbe sicuramente affrettato una fine comunque inevitabile. L’istinto alla sopravvivenza prevalse sulla volontà di squarciare il velo di ipocrisia, quasi impenetrabile, che nascondeva le collusioni con la mafia: un comportamento umanamente comprensibile, certo, ma che ebbe conseguenze di portata incalcolabile. Sarebbe stata forse l’ultima occasione di dimostrarsi classe politica seria e responsabile (sia a sinistra che a destra) e non fu colta. L’amarezza di Ayala nel vedere lo smantellamento della struttura investigativa e processuale faticosamente messa in piedi assieme agli altri magistrati della Commissione Antimafia è grande, tanto più vedendo che a questo di accompagnava l’emarginazione sua e di Falcone e Borsellino, specie da parte dei membri del Consiglio Superiore della Magistratura.
A che gli domandava perché fosse stato l’unico a sopravvivere alla mafia, Ayala rispondeva: “Mi ha salvato l’ENEL”: risposta provocatoria ma non troppo ed indicativa del processo di isolamento ed esclusione che Falcone, Borsellino e Ayala dovettero subire una volta che l’attenzione dei media e soprattutto la protezione delle istituzioni svanirono. Il fatto che Ayala fosse deputato a gestire pratiche irrilevanti non fece scattare la fatale combinazione di cui parlava Della Chiesa: essere personaggi scomodi, pericolosi, e soprattutto essere isolati. Ayala fu “depotenziato”: dalle pagine in cui affiora la stanchezza di una vita continuamente in tensione, con la paura di essere uccisi da un momento all’altro, si potrebbe pensare che sia stata una scelta in parte volontaria. Io, francamente, non posso certo biasimarlo.
Falcone e Borsellino, per quanto sfiduciati e depressi dalla cappa di ostilità che li copriva, furono più tenaci. Le conseguenze sono note: 23 Maggio e 19 Luglio 1992, l’Italia perde gli avvocati che tutto il mondo ci invidiava (tanto per dare una misura di questa ammirazione, nella scuola della CIA fu eretta una statua a Falcone!).
Non ci si può certo illudere che un problema enorme come quello della mafia abbia soluzioni facili. Osservando le cifre e studiandone le cause, ci si può facilmente abbandonare a un cinismo senza speranza riguardo alle possibilità di successo della lotta contro la mafia. Prima di leggere questo libro, non ero certo lontano da un simile pessimismo: ora non posso comunque abbandonare uno sguardo disincantato, però sento il dovere di continuare la lotta, assolutamente giusta, per rendere onore alla memoria di questi grandi uomini.
Un libro che vale più di 1000 lezioni di educazione civica e di discorsi ufficiali: se non si vuole perdere la speranza, quasi obbligatorio.
Federico Faleschini
Federico.faleschini@sconfinare.net
Premio Nobel tra polemiche, minacciate crisi intergovernative e opinioni assai differenti, ma pur sempre grande letteratura.
12 Ottobre: premio nobel assegnato allo scrittore turco Orhan Pamuk.
“Ho trascorso la mia vita ad Istanbul, sulla riva europea, nelle case che si affacciavano sull’altra riva: l’Asia. Stare vicino all’acqua, guardando la riva di fronte, l’altro continente, mi ricordava sempre il mio posto nel mondo, ed era un bene. E poi un giorno è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando ero sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancor più bello vedere le due rive insieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere.”
Con questa affermazione del neo premio nobel Orhan Pamuk si riassume la sua visione del mondo, la sua concezione di letteratura; egli ci dona una piccola goccia dei suoi pensieri riguardo alla Turchia, patria dell’autore dal 1952. Al di là delle continue dichiarazioni tra lo stato francese e quello turco; dopo l’approvazione da parte dell’Assemblea Nazionale di una legge che punisce penalmente chi nega il genocidio della comunità cristiana armena degli anni 1915-18. Al di là della disapprovazione di Pamuk stesso e della Comunità Europea della suddetta proposta di legge considerata illiberale e controcorrente rispetto alla politica di riconciliazione dell’Ue atta a permettere l’entrata della Turchia nell’Unione. Al di là di tutte le polemiche, quello che non si deve porre in secondo piano ma far emergere con determinazione è l’esistenza di una produzione letteraria di alto stile che a partire dal 1974 muove timidamente i suoi primi passi con il romanzo “Oscurità e luce”. Dopo aver studiato giornalismo alla Istanbul University, Pamuk è stato ricercatore alla Columbia University a New York e alla University of Iowa. In questo periodo inizia a scrivere i suoi primi romanzi legati alla corrente del naturalismo; tutto riconduce a descrizioni di paesaggi smarriti e sconvolti della provincia turca, allo splendore della capitale sul Bosforo. Fino alla fine degli anni ‘80 la sua produzione rimane legata soprattutto ad elementi biografici, a descrizioni di luoghi in cui l’autore ha trascorso la propria infanzia (La casa del silenzio, il castello nero). Il 1990 è l’anno di svolta che segna l’inizio del periodo postmoderno (Il libro nero); un periodo che tuttavia rimane fortemente permeato dallo spirito favoloso, dall’oralità della tradizione orientale, dall’eco dei vari racconti dei saggi nei quartieri turchi. D’importanza fondamentale è, quindi, il tema dell’identità che riconducibile sia al conflitto di valori tra l’occidente europeo e la cultura islamica, sia ad una più profonda radice psicologica. I romanzi lasciano spesso in sospeso la soluzione di tale conflitto, presentano trame complesse e personaggi di grande carica emotiva. L’Istanbul contemporanea e dell’impero ottomano non è solamente lo sfondo delle vicende umane ma assume la qualità di personaggio, di organismo vivo, con una sua storia da raccontare.
Ed è questo che costituisce il valore aggiunto del premio Nobel. La descrizione di una città sempre luogo di passaggio e di incontro tra diverse culture. Il valore aggiunto risiede in quella capacità di unire la sua formazione estremamente influenzata dall’Oriente e quella sua nuova vita sempre a contatto con il mondo occidentale. L’autore si erge a punto di contatto tra queste due realtà eterogenee, le descrive, le fa leggermente sfiorare come un timido incontro e poi le fonde assieme. Stoccolma, infatti, annuncia: ” A Orhan Pamuk perché nell’anima melanconica della sua città ha scoperto nuovi simboli dello scontro e dell’interrelazione delle culture” .
Quest’anno il premio Nobel è stato assegnato, perciò, ad uno scrittore simbolo della cultura laica, ha prevalso una certa ragione politica che vede premiare un personaggio al centro di un archiviato caso politico, accusato dal governo turco di antinazionalismo per la sua presa di posizione sui massacri degli armeni e curdi. La sua patria nega, quindi, la classificazione di quest’uomo, che ha rifiutato il titolo di artista di stato, come un autore esponente di quell’engagierte Literatur, utilizzando una definizione tedesca, ossia di quella letteratura politicamente impegnata che da pochi anni ha incontrato la penna di Pamuk. Letteratura che coniuga efficacemente tradizione, avanguardia e sensibilità politica, nettamente al passo con i grandi processi di sviluppo che accompagnano i nostri giorni.
Nicoletta Favaretto
Bibliografia:
Oscurità e luce, 1974
La casa del silenzio, 1984
Il castello bianco, 1985
Il libro nero, 1990
Il volto segreto, 1992
La nuova vita, 1995
Gli altri colori, 1999
Il mio nome è rosso, 2000
Kar (neve), 2002
Istanbul, 2004
È una giornata come tante al Decimo Distretto: il serial killer Libra ha decapitato un’altra prostituta; l’agente Pete si è reso imbarazzante con il suo razzismo antirobot; dei folletti usciti dalla psiche di un teppista fatto di iperadrenalina hanno rubato la ciotola del sergente Cesar; l’agente Smax ha picchiato a sangue un mostro squamoso e ubriaco alto venti metri; ed è arrivata una nuova recluta. Robyn Slinger è fresca d’accademia, e farà carriera, se riuscirà a non impazzire. Benvenuti a Neopolis, l’unica città al mondo in cui tutti hanno superpoteri. O poteri magici. O qualche gingillo ultratecnologico.
In questo straordinario fumetto di Alan Moore i classici meccanismi delle serie poliziesche vengono applicati ad un ambiente folle, esilarante eppure realistico. Perché ogni membro del Top Ten è un personaggio ben definito, con personalità e motivazioni credibili, dal “duro” Smax al cane parlante Kemlo, al detective Corbeau, amabile e colto adoratore del demonio, fino al tassista zen che guida bendato. La storia si protrae per tre volumi splendidamente illustrati da Gene Ha, destreggiandosi fluidamente tra le indagini e la vita privata dei protagonisti. Con una straordinaria miscela di umorismo e profondità, si tratta probabilmente della migliore tra le opere recenti di Moore (la leggenda del fumetto inglese autore di Watchmen e V for Vendetta). Top Ten è una lettura che consiglierei a chiunque, ed un acquisto obbligato per gli appassionati di fumetti veterani, che potranno passare giorni interi a cercare la miriade di citazioni nascoste nelle dettagliatissime vignette.
Luca Nicolai
Istanbul, di Orhan Pamuk, Einaudi editore
Come raccontare se stesso attraverso una città o, altrimenti detto, come raccontare una città attraverso se stesso. Viene rivoltato l’assunto da cui si parte sempre quando si racconta una città: questa troverebbe il suo spazio solo perché oggettivamente particolare nel quadro delle mille città sconosciute, per questo maggiormente ambite. La visione d’insieme di questo libro, le sensazioni olfattive, visive, puri stimoli dell’immaginazione, mi rimandano l’immagine di un narratore delle “Mille e una notte”, immerso però nella Istanbul del cambiamento dove, per una sorta di “egoismo della percezione”, tutto prende il colore e la forma che l’osservatore vuole dargli. Molto pirandelliano il riferimento. Per questo sembra di vivere mille e una Istanbul: ci viene sì presentata la città dell’autore, strettamente legata alla sua storia, ma nel momento della lettura questa diventa anche un po’ di chi quelle sensazioni le riceve. Mi sembra di vedere la città, senza esserci mai stato. La concezione di casa che si tende ad avere, nel senso più largo del suo termine, è quella che si cerca sempre come base psicologicamente stabile, la definirei, e che si apprezza solo quando i colori, i profumi, le persone sono lontani da apparire sbiaditi, ma non per questo immersi nell’oblìo, non per questo abbandonati nel fondo di un cassetto. Ma che si è portati sempre a voler rimettere in discussione con qualcosa di nuovo, come la necessità di vedere nell’altro l’elemento fantastico che non si riesce più a concepire dagli stimoli quotidiani, senza rendersi conto che molte volte basta guardarsi le tasche e trovare qualcosa di non concepito fino ad allora al suo interno, per il quale però proviamo motivi di indifferenza. Pamuk inverte: è come se volesse con questa sua convincerci, e forse un po’ convincersi, che una città può essere di milioni di sensazioni, non obbligatoriamente tutte positive, ma anche in questo particolari, perché le milioni di persone al suo interno sono milioni di occhi e ci insegna a vivere la differenza non come oggettiva rappresentazione di questa, ma come diverso punto di osservazione di questa. Cos’è allora una città, se non il punto di incontro di visioni “egoiste”? La sua visione di Istanbul non può essere che la sua vita. In questo non si nega in nulla, la scrittura rappresenta l’apice non di una descrizione, ma della sua descrizione. Con questo non si vuole accusare la visione globale che altri narratori fanno delle proprie città, bensì si vuole ridare forza ad una visione più locale delle proprie vite, come base per la conoscenza. Come punto di partenza per ripartire, sempre. Così come una famiglia.
Ho appena idealizzato la milleunesima Istanbul.
Edoardo Buonerba
Un filosofo, un pensiero, una vita.
Gorizia, 1910, 17 ottobre, con un colpo di rivoltella un giovane ragazzo di origine ebrea si toglie la vita, solo a casa sua. Nessun messaggio, nessun evento particolarmente traumatico da poter spiegare questa prematura morte.
Era Carlo Michelstaedter, giovanissimo, nato nel 1887, ed aveva appena concluso la sua tesi di laurea. Il suo requiem. Chi l’avesse conosciuto si sarebbe trovato d’innanzi ad una ragazzo sia intellettualmente che fisicamente sano e vitale, studente tra la città d’origine, Gorizia, e Firenze.
Nella sua breve vita, Carlo Michelstaedter ci ha lasciato poesie, dipinti, disegni e scritti; poliedrico nella sua espressione artistica, tanto da non essere immediatamente classificabile, è però sicuramente brillato maggiormente nella stesura del suo ultimo scritto. La sua tesi di laurea: La Persuasione e la Rettorica.
Non sono moltissime le pagine ma sono dense di contenuti, v’è rappresentata la sua visione del mondo con tutto ciò che la ha influenzata. È importante dire, innanzitutto, che questo ragazzo, come Svevo a Trieste, fa parte di quel mondo che si potrebbe dire (seppur la parola è ultimamente abusata) “mitteleuropeo”: da un lato influenze germaniche e nordeuropee, dall’altro la forte influenza italiana.
In effetti, quando parla di Dio, come può non venire in mente la “morte di Dio” di Nietsche? Oppure Leopardi, quando traspare la sua malinconica disillusione? Va poi aggiunta la rilevanza che hanno avuto nella sua formazione i filosofi della classicità, ben visibile nelle numerose citazioni e riflessioni che impregnano interamente la sua opera.
Ma arriviamo al dunque: cosa intende dire Michelstaedter quando parla di “persuasione” e di “rettorica”? C’è qualche legame tra questo scritto e l’
immediatamente successiva morte?
La persuasione “falsa” è quella che ci nasconde che anche la felicità ed i bei momenti della vita, nascono in realtà dal dolore, che ogni cosa è dolore, che in ogni momento c’è una voce che ci sussurra all’orecchio che non siamo nulla che “non c’è alcun dio, dio muore con te” e che questa paura c’è fin dalla culla dove sei nato.
La vita, mi verrebbe da dire, sembra quasi un negativo fotografico della morte, dove le due cose coincidono e l’una è semplicemente l’altra faccia dell’altra.
Secondo Michaelstaedter, dunque, va aborrita la “rettorica”, che vede incarnate nei pensieri di Platone, Aristotele ed Hegel, i quali, come dice D. Fusaro, vogliono scavalcare fittiziamente la nostra “deficienza ontologica” con illusori sistemi.
È retto invece l’uomo “persuaso” che ha abbandonato la “filopsichia” e la rettorica, che attraverso una persuasione “illusoria” danno soltanto un’ansia di vivere proiettati verso un qualcosa di esterno che dia un senso alla vita.
L’uomo “persuaso” ha quindi la certezza di non averne alcuna, se non la morte, e vive la vita con una sua pienezza, senza tormentose ricerche, ma soddisfatto nella sua disillusione senza distinguere troppo tra vita e morte, tra nulla ed esistenza.
Carlo Michaelstaedter, secondo me, rappresenta completamente questo ideale di uomo e quindi me lo immagino, in modo che azzarderei “romantico-esistenzialista”, prendere in mano la sua rivoltella, fissare il soffitto bianco in silenzio, con espressione neutra, soddisfatto della sua indifferenza, senza rimorsi premere il grilletto.
Allan-Francesco Cudicio
Un uomo seduto. Solo nella sua stanza. La luce soffusa di una lampada. Carte attorno a lui. Fogli attorno a lui. Perso in un mondo lontano, scrive.
Una ragazza seduta al parco. Estranea a ciò che la circonda, legge.
Un ragazzo seduto in una biblioteca, piena di altri ragazzi come lui, legge, sottolinea, cerca, sfoglia, scrive. Torna a leggere.
In quel momento niente esiste attorno a questi personaggi. Il loro rifugio è un altro mondo. Un mondo dinamico, flessuoso, in continua evoluzione. La nuova realtà è quel libro appena scritto, è quel libro appena letto, quel libro velocemente sfogliato, frettolosamente sottolineato, schematizzato, nella disperata ricerca di un messaggio. Del messaggio.
In ogni testo si racchiude un pensiero. Il libro, composto da più pensieri, elaborati, aggrovigliati, infiniti appare come una stesura lineare dell’incredibile capacità intellettiva umana. Il libro è la sfida continua di ogni uomo alla sua sofferta incapacità di far corrispondere la parola al pensiero. E così l’uomo si trova alla ricerca scostante, confusa, di quella parola, di quell’insieme di parole che meglio esplicano il suo pensare. Quando le trova, quando un’illuminante intuizione arriva improvvisamente, egli la prende e la trascrive per non dimenticare quell’ordine così perfetto, quella realtà mentale che gli è apparsa tanto vivida in quell’istante.
La scrittura rappresenta, quindi, la volontà di comunicare quel successo, al di là dello scopo estrinseco di ciò che è stato scritto. La lettura, quale sua compagna inscindibile, rappresenta l’umile volontà di ricevere il messaggio e si meraviglia, s’inorridisce, lo elogia, lo tiene comunque per sé. Un gioco in completa sintonia, uno scambio continuo dove la ricerca di un quid è ciò che muove assieme lo scrivere e il leggere. Filo conduttore dell’incessante interscambio è il pensiero, che vuole essere sprigionato, essere comunicato, essere scritto, essere letto, essere capito…
Il nostro scopo è quello di assecondarlo.
Nicoletta Favaretto
Organizzazione che vince non si cambia: è andata così in scena la seconda edizione de “La Storia in testa”, con la stessa voglia dell’anno passato di dare adito a dibattiti e incontri, quest’anno sul tema degli Imperi. La storia vista quindi non come l’ennesima lista di fatti e date, ma l’occasione di capire ciò che la storia rappresenta e che ci potrebbe insegnare, se solo fossimo più accorti nel saperla analizzare. Un insieme di ideologie, il supporto di culture, la descrizione linguistica, il rapporto tra civiltà: questa è la base dell’“Impero”, parola chiave dell’evento. Più volte si è ripetuto nella storia, la quale rappresenta un ciclo perché, per la sua eterogeneità, si basa sull’imitazione e spinge anche i più piccoli stati a sgomitare tra i ranghi per forgiarsi di tal nome. Inutile cercare scusanti: la competitività è una caratteristica umana, non ci si può tagliare fuori, al contrario si finirebbe per atrofizzarsi nelle proprie convinzioni, quando queste sono mutevoli. La competitività è anche un modo di mettersi alla prova, un modo di criticare ed autocriticarsi. In questo l’Impero è la capacità dell’uomo di creare un mondo intorno alla sua ideologia e alla sua cultura, anche negli aspetti più cinici che queste possono avere, finché il suo corpo è sano. Appena viene meno l’organizzazione, vi è il declino. Dallo studio del passato si guarda avanti al futuro: cambiano i nomi ma la sostanza è la stessa. Dice il prof. Kennedy, direttore del Dipartimento di Studi Strategici della Yale University: «se gli Stati Uniti si comportano come un Impero e i loro intellettuali li considerano tale, allora probabilmente lo sono», presagendo che in questa bilancia di forze, quella economica e politico-militare della Cina avrà la meglio prossimamente (nulla di nuovo!). In più di una occasione viene menzionato il sogno italiano di Impero che Mussolini aveva percepito e realizzato anche attraverso l‘occupazione yugoslava, nonostante tale argomento sia ancora una ferita aperta a Gorizia. Nell’ideologia fascista confluivano le necessità soprattutto di consolidare la Nazione Italia e ottenere prestigio e peso specifico nelle trattative europee ed internazionali. L’idea dell’Adriatico quale “lago italiano” nasce da questi presupposti. La caduta del fascismo e la guerra civile hanno significato poi l’esatto opposto: disgregazione nazionale. Da allora abbiamo smesso di sognare un ordine “imperiale”, che al giorno d’oggi vorrebbe dire riprendersi quel primato internazionale che per molto tempo ci è appartenuto e che ultimamente è invece sbeffeggiato da tutti: il primato culturale. Una conferenza tenuta dal prof. Dorfles sabato scorso sui mezzi di comunicazione ne è stata l’avvertimento: senza la lettura, lo studio e l’approfondimento, senza una comunicazione epurata dal suo materialismo e con l’utilizzo invece della tecnologia per raggiungere un fine, e non come uso fine a se stesso, allora potremmo ripartire da una base critica e forse dare concretezza al nostro sogno, al nostro Impero.
Edoardo Buonerba
Pianificazione. Amministrazione. Progetto. Strategia. Tutto ciò fa parte della psicologia di qualsiasi organizzazione. Anche di un’organizzazione Criminale.
In copertina tre volti, quasi tre maschere dal sorriso tagliente, figure emblematiche di ciò che sta all’interno di “ Romanzo Criminale”. Emblematica pure una delle due citazioni che aprono il libro, tratta dall’opera teatrale di Bertold Brecht, die drei Groschenoper: “la limitazione al minimo, la razionalizzazione dello spargimento di sangue è un principio commerciale”. Così Giancarlo De Cataldo, giudice presso la Corte d’Assise oltre che scrittore, inizia la sua danza epica, raccontando minuziosamente e in modo acritico uno dei misteri d’Italia.
1977. Mentre l’Italia è scompaginata dal terrorismo e dal pericolo rosso, una potente holding del crimine inizia ad insinuarsi con passo felpato fino a radicarsi anche nei più stretti vicoli della capitale. Progetto della banda non è solamente quello di trarre profitto dalle numerose attività illegali. Ciò che accomuna tutti i ragazzi è la volontà di giungere al totale controllo dell’Urbe. Questo è l’obiettivo della Banda della Magliana. “Io voglio Roma con le buone e se serve con le cattive”, questo è quanto afferma il Libanese, capo e ideatore dell’organizzazione.
Il lato oscuro della capitale inizia la sua corsa reinvestendo il denaro ottenuto dal sequestro del barone Rossellini. Il grande disegno di appropriarsi Roma si concretizza controllando il mercato della droga, le bische, le case di lusso i cui protagonisti sono attori, cantanti, poliziotti, avvocati, giornalisti, politici.
I membri della banda sono gente di strada il Dandi, il Freddo, Trentadenari, Bufalo, il Sorcio ognuno con un soprannome ad indicare la provenienza e la particolare personalità.
La Mafia, la Camorra, ogni forma di delinquenza entra ed esce. Appare. Magistralmente scompare, per poi riapparire nuovamente. In un continuo gioco di patti, alleanze, litigi, confessioni, di entrate ed uscite dal Rebibbia e dal Regina Coeli l’organizzazione si estende, si allarga, rischia il tracollo. La corruzione prende per mano ciascun personaggio e lo porta allegramente verso nuovi orizzonti, deviandolo dall’obiettivo iniziale in nome del Potere e del Dio Denaro. Chi non riesce ad afferrare sono i due idealisti del romanzo: il giudice Borgia e il suo commissario Scialoja, che tentano per anni di incastrare la malavita romana.
Tra le pagine girate sempre più velocemente si intrecciano le vite dei giovani eroi maledetti con continui riferimenti al divenire italiano. A fare da sfondo è il Vecchio, personaggio sfumato e sfuggente, il cui scopo è quello di alimentare il Caos. Regna il Caos tra i criminali, regna il Caos in Italia il cui tempo è scandito dai vari attentati terroristici, dall’ inquinato sistema giudiziario, dalla frammentazione politica…
Impossibile classificare questo romanzo entro una determinata categoria. Non un giallo, non un poliziesco, non un noir; ma un’ottima combinazione di questi generi.
625 pagine di fusione perfetta tra finzione narrativa e storia.
625 pagine in cui “il cuore occulto dell’Italia è messo a nudo”.
Nicoletta Favaretto
“Perdere la memoria è come camminar nella neve senza lasciar impronta”. Edoardo Pittalis, editorialista e vicedirettore del Gazzettino, spiega così le necessità del suo ultimo parto letterario. “Il sangue di tutti. 1943-1945 in Triveneto” si muove da un preciso territorio, e dalla gente comune, per raccontare uno degli avvenimenti tra i più studiati della storia recente e, forse proprio per questo, tra i più discussi.
“Quando il fascismo cade l’Italia è spaccata in due, ai milioni rimasti fascisti se ne contrappongono altrettanti d’antifascisti”. E’ poi l’armistizio dell’8 settembre a “spappolare quel che ne rimane: iniziano due anni d’occupazione nazi-fascista, due anni in cui la scelta tra Repubblica di Salò e resistenza è un niente, mancano gli elementi e la consapevolezza per capire; d’altronde l’unica certezza nel Veneto d’allora era la fame”. E nella “gran fame del tempo di guerra”, persone qualunque diventano, quasi inconsapevolmente, artefici della storia.
Una storia di morte, di sofferenze, che racconta d’eccidi di bande nere, che riecheggia le gesta disumane di Julio Valerio Borghese (proprio quello del tentativo di “golpe” del ’70) e dei suoi della X^M.A.S. nel Montello, che fotografa le macerie di una Treviso bombardata alla vigilia di Pasqua di 72 anni fa, che riscopre la crudele verità delle impiccagioni di Belluno, storia che sconfina fino a Trieste, nella Risiera di San Sabba dove ci fu chi si chiese da dove venivano quelle ceneri che cadevano sulle case di Servola e sul mare…
Ma è anche una storia che non dimentica le rivalità interne sul confine orientale, come a Porzus dove, al grido di una libera Italia contrapposto al sogno rosso titino, s’uccisero tra loro partigiani e cadde tra gli altri Ermes, nome di battaglia di Guidoalberto Pasolini, il fratello del genio letterario di Casarsa. Storia che non trascura la sommersa verità delle foibe, il disegno oscuro di chi nel cancellare la memoria altrui la seppellisce nelle voragini della madre terra.
E’ tutto questo e altro ancora il libro di Edoardo Pittalis, il tutto scritto con un inchiostro che vuole rimanere indelebile nella mente dei lettori. Perchè quel “sangue di tutti” non può versarsi nel già straripante fiume dell’oblio.
Davide Lessi






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