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Agota Kristof, nata ungherese, ma estirpata dalla sua terra nel 1956, sembra soffrire in tutti i meandri dei suoi libri del distacco e della perdita.
La sua è una scrittura sintatticamente semplice, costituita da frasi concise, poche subordinate. Eppure, pur nella mancanza più assoluta di orpelli ornamentali o descrittivi, l’immagine che si ricava è brutale, secca.
La sua apparente semplicità è in realtà un taglio alla Fontana, qualcosa che lascia interdetti, inabilita il pensiero e lascia solo una coltre di amaro, di tristezza, di malinconia lontana.
L’immediatezza della parola, così come posta, si perde nella realtà di personaggi alienati, senza identità, né adesione al mondo o ai valori.
In “la Vendetta”, edito da Einaudi (come anche “Ieri” e “La Trilogia della città di K.”, entrambi vivamente consigliati), delle figure senza nome esprimono con brevi pennellate la loro estraniazione, si rendono quanto più surreali, grotteschi e distanti possibili da noi. Il loro individualismo, la loro tristezza, i loro gesti apparentemente aberranti, allucinati e distorti ci urlano addosso “vendetta” parola che, più o meno distante, accomuna i tutti.
Ma più ci immergiamo in questi brevissimi racconti, più ci accorgiamo che non si tratta di scherzi, invenzioni letterarie. Sentiamo che questo mondo irreale ed allucinato è anche il nostro, che i personaggi, anche -ma non unicamente- perchè anonimi, possono assomigliarci, e la reazione non può essere altra che l’amarezza.
Questo piccolo libro, una settantina di pagine, viene a dimostrarsi come piccolo fardello, come qualcosa che soppesa le allegrie quotidiane e ci rende, per un’ora o poco più, leggermente più pesanti.
Ma non è mia intenzione, con questo, di allontanare nessuno dalla lettura di questa splendida scrittrice. Il piccolo fardello che ci chiede di portare è ampiamente alleggerito dalla leggiadria, dal lirismo che queste frasi concise portano con sé.
Il fardello stesso si trasfigura e diventa  piuma.

Buona lettura.

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Un uomo seduto. Solo nella sua stanza. La luce soffusa di una lampada. Carte attorno a lui. Fogli attorno a lui. Perso in un mondo lontano, scrive.
Una ragazza seduta al parco. Estranea a ciò che la circonda, legge.
Un ragazzo seduto in una biblioteca, piena di altri ragazzi come lui, legge, sottolinea, cerca, sfoglia, scrive. Torna a leggere.
In quel momento niente esiste attorno a questi personaggi. Il loro rifugio è un altro mondo. Un mondo dinamico, flessuoso, in continua evoluzione. La nuova realtà è quel libro appena scritto, è quel libro appena letto, quel libro velocemente sfogliato, frettolosamente sottolineato, schematizzato, nella disperata ricerca di un messaggio. Del messaggio.
In ogni testo si racchiude un pensiero. Il libro, composto da più pensieri, elaborati, aggrovigliati, infiniti appare come una stesura lineare dell’incredibile capacità intellettiva umana. Il libro è la sfida continua di ogni uomo alla sua sofferta incapacità di far corrispondere la parola al pensiero. E così l’uomo  si trova alla ricerca scostante, confusa, di quella parola, di quell’insieme di parole che meglio esplicano il suo pensare. Quando le trova, quando un’illuminante intuizione arriva improvvisamente, egli la prende e la trascrive per non dimenticare quell’ordine così perfetto, quella realtà mentale che gli è apparsa tanto vivida in quell’istante.
La scrittura rappresenta, quindi, la volontà di comunicare quel successo, al di là dello scopo estrinseco di ciò che è stato scritto. La lettura, quale sua compagna inscindibile, rappresenta l’umile volontà di ricevere il messaggio e si meraviglia, s’inorridisce, lo elogia, lo tiene comunque per sé. Un gioco in completa sintonia, uno scambio continuo dove la ricerca di un quid è ciò che muove assieme lo scrivere e il leggere. Filo conduttore dell’incessante interscambio è il pensiero, che vuole essere sprigionato, essere comunicato, essere scritto, essere letto, essere capito…
Il nostro scopo è quello di assecondarlo.

Nicoletta Favaretto

Un’esplosione nucleare: otto persone finiscono in un mondo parallelo e, come il detto di casa Savoia, governano il mondo uno per volta. Ci si crederebbe nel classico scenario fantascientifico, con finale scontato e morale banale e al solito si finisce col chiedersi dove sia l’originalità dell’opera di questo autore, recentemente rivalutato a livello letterario (ennesimo riconoscimento postumo). Eppure ciò che ci viene rappresentato in questo romanzo non è un classico sfondo fantascientifico dove il progresso diventa discopìa, appartiene piuttosto alla trama classica di un romanzo fantastico dove quello che è al di sopra di noi non è né divino né inspiegabile: è semplicemente illusione, prodotto della psiche umana e, in quanto frutto della psiche, legato alla sua etica della responsabilità. In questo senso si definisce una dimensione “laica”, una dimensione dove Dio non è mai stato così uomo, dove il religioso rappresenta a tratti solo un modo per l’uomo di deresponsabilizzarsi di ciò che avviene intorno, quasi un ritorno al paganesimo dove esiste un Dio per tutto. Allo stesso tempo però ci si chiede se l’altro opposto, la grande industrializzazione, la specializzazione e il progresso tecnologico, garantiscano davvero la realizzazione di un equilibrio di benessere per questa società o se non sia solo un mezzo per “governare”, nel senso più claustrofobico del termine. Ci si ritrova quasi in un mondo a compartimenti stagni e gli interessi individuali soffocano e stravolgono anche i concetti più importanti della sociologia in quanto rete di rapporti mirata alla convivenza. Il concetto weberiano è così il vero fondamento di questo romanzo, dove il ruolo delle scienze umane sta nel far riconoscere come norma universale il fatto che gli individui scelgono diverse posizioni di valore, ma che ogni valore equivale all’impegno di osservare una coerenza tra mezzi e fini. Al contrario, ciò che nel romanzo viene messo in luce in maniera negativa è proprio l’assenza di una capacità valutativa, la discresìa di ciò che è bene e male, non come posizione di partenza ad un dialogo con l’altro ma come corazza difensiva nei confronti dello stesso. La mancata conoscenza dello “straniero”, dell’hostis greco, significa cioè pregiudizio nei suoi confronti e inficia per forza qualsiasi costruzione di una società. La critica nascosta dietro le parole è forte e richiede del tempo, non di lettura ma di riflessione. L’autore si inebria di utopie su una società collaborazionista, dove nessuno venga tagliato fuori e dove tutti possano trovare la strada per un comune futuro. Eppure, nonostante il tentativo molto ambizioso, il solo fatto di far nascere una riflessione è un risultato raggiunto.
E.B.

Il campo di lavoro è sicuramente una delle esperienze più interessanti e intense che uno studente possa fare, soprattutto se  interessato, dopo l’università, ad intraprendere una carriera nel volontariato umanitario. Il campo di lavoro è inoltre la situazione ideale per chi vuole iniziare ad approcciarsi al mondo della cooperazione nei paesi in via di sviluppo, per chi non ha esperienza e vuole un impegno a breve termine. Soprattutto in vista delle vacanze estive, questi campi vengono spesso indicati come delle ottime esperienze propedeutiche, utili e arricchenti dal punto di vista umano. Sotto il profilo psicologico i campi di lavoro non sono particolarmente impegnativi, anche perché molto spesso si è inseriti in un gruppo di coetanei; lo scopo primario per cui si partecipa rimane comunque sempre lo stesso: aiutare chi ha bisogno.
Nei campi di lavoro spesso non è richiesta esperienza, la struttura è organizzata per accogliere un certo numero di volontari, i tipi di lavoro richiesti sono semplici e mai in situazioni estreme (spesso è messo in preventivo che ci siano delle persone meno motivate e capaci di altre…). I campi di lavoro sono una prova di volontariato all’estero: una volta che nel vostro curriculum avrete un po’ di anni di volontariato in questi campi , con anche referenze attestabili, questo potrà essere considerato un requisito sufficiente ad essere ammessi come volontari di maggior responsabilità o per il volontariato retribuito a lungo termine.
Come già è stato ricordato la professionalità richiesta è molto bassa o nulla e questo rende i campi di lavoro più accessibili a noi poveri inesperti del settore…solitamente è solo richiesta la conoscenza della lingua utilizzata nel campo di lavoro (quasi sempre l’inglese).
Chi poi ha più esperienza può sempre ambire ad una posizione di coordinamento, per essere più gratificato e valorizzato.
E’ bene ricordare infine che le posizioni di volontariato generico, soprattutto nei campi di lavoro,  generalmente non sono retribuite;al massimo si riceve un rimborso spese.

Pubblicazioni

Esistono diverse pubblicazioni utili per chi vuole approfondire il mondo della Cooperazione. Esiste innanzitutto un’ottima e completa guida per chi vuole iniziare una carriera in cooperazione: “Guida alla cooperazione e al volontariato internazionale”. Viene aggiornata ogni due anni ed elenca tutte le ONG riconosciute dal Ministero Aff. Esteri (le ONG possono anche non essere riconosciute), tutti i loro progetti in corso, con gli Enti finanziatori e i settori di intervento suddivisi per Paesi. La guida riporta anche molte informazioni utili, tra cui le organizzazioni che allestiscono dei campi di lavoro,  gli uffici dei comuni e tutti i corsi di formazione, Master e Scuole di specializzazione organizzate da Università, enti pubblici o dalle stesse ONG. La guida viene pubblicata da un ufficio pubblico, il SOCI di Milano (Servizio Orientamento Cooperazione Internazionale, che dipende dal Settore Relazioni Esterne e Comunicazione del Comune). Per chi semplicemente inizia e vuole affrontare volontariato a breve termine questa guida è fin troppo dettagliata; è possibile richiederla (verrà spedita per posta) telefonando al Servizio SOCI- P.zza Duomo 21- 20121 Milano, tel. 02 8846 3636, fax. 02 8846 3635, e-mail: ufficio.soci@comune.milano.it –  http://www.comune.milano.it/ relazioninternazionali/ cliccare su Cooperazione internazionale.
Molto interessante è anche il libro del CISPI (una delle tre federazioni nazionali di ONG): “Come diventare operatore della Solidarietà Internazionale”. Questo libro offre le basi per conoscere il mondo delle ONG, i presupposti, le strategie di Cooperazione, il tipo di sviluppo sostenibile, le relazioni economiche tra Nord e Sud. La guida si può ordinare dal sito del CISPI: http://www.cispi.it
Molte ONG hanno dei bollettini a varia periodicità che si possono ottenere associandosi o facendo una donazione all’ONG che li pubblica. Possiamo citare ad esempio “Volontari per lo Sviluppo”, periodico mensile edito da un consorzio di 13 importanti ONG italiane tra cui la FOCSIV. Vedere il sito: http://www.volontariperlosviluppo.it

In rete

http://www.fivol.it: il sito della Fivol, Federazione Italiana Volontariato. Il sito distingue la sezione “Per fare volontariato in Italia” e la sezione “Per fare volontariato in un Paese in via di Sviluppo” e contiene inoltre una lista di oltre 20000 organizzazioni di volontariato censite.

http://www.unimondo.org: il sito dell’associazione Unimondo di Trento, parte del network mondiale OneWorld, con offerte di volontariato internazionale.

http://www.volint.it: gestito dal VIS, Volontariato Italiano per lo Sviluppo, contiene una sezione dedicata alle offerte di lavoro dalle ONG di Cooperazione allo Sviluppo.

http://www.cocis.it: il sito del COCIS, Coordinamento delle Organizzazioni non Governative per la Cooperazione Internazionale allo Sviluppo.

http://www.cispi.it: il sito del CISPI, Coordinamento di Iniziative Popolari di Solidarietà Internazionale.

http://www.oneworld.net: il sito di OneWorld che riporta occasioni di volontariato in tutto il mondo, oltre ad offerte di lavoro e numerosi link.

http://www.esteri.it: cliccando: Politica estera, Grandi temi, Cooperazione allo sviluppo, si accede alle pagine dedicate alla Cooperazione. Si segnala la pagina “Opportunità nelle Organizzazioni Internazionali” e in particolare la sezione “Posti vacanti e opportunità per i giovani”.

http://www.idealist.org: il sito con il più grande data base di associazioni al mondo, ripartite per campo di intervento e stato.

http://www.worldvolunteerweb.org: portale dell’ONU gestito dall’UNV, l’agenzia delle Nazioni Unite per il volontariato.

http://www.vfp.org: lista di campi di lavoro in 80 paesi del mondo.

http://www.alliance-network.org: sito dell’Alliance of European Voluntary Service Organisations; contiene una lista di ONG europee che offrono campi di lavoro.

http://www.missionfinder.org: occasioni di volontariato a lungo e breve termine nelle missioni di tutto il mondo.

http://www.reliefweb.int: sito dello United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs (OCHA); contiene una lista aggiornata di posizioni professionali vacanti.

Chiunque avesse bisogno di qualche altra informazione, anche relativa ad un’organizzazione specifica, può contattarmi all’indirizzo e-mail: mister_bush@hotmail.it

Situata nella piccola località collinare di Albana, in comune di Prepotto, l’azienda agricola Grillo ha sede in una bella casa del ’700 dotata di cortile interno. L’immobile è stato restaurato da circa tre anni ed è ora possibile ammirare la meravigliosa cantina vecchia con la suamuratura originale, non più mascherata dall’intonaco, e l’accogliente e piacevole sala di degustazione, con i suoi bei mobili in artepovera.
Dai sette ettari di terreno argilloso e marnoso dell’azienda si ricavano veri e propri vini d’eccellenza, tra i quali spicca indubbiamente il pinot grigio, vitigno che nei Colli orientali del Friuli trova l’ambiente migliore possibile per la sua produzione. Ma non si possono certo dimenticare i grandi rossi di struttura della produzione Grillo. Tra questi compaiono lo Schioppettino e il Refosco dal peduncolo rosso.
Proprio il Refosco è il vino del mese. Quello omonimo è un antico vitigno autoctono e – all’interno della tradizione friulana – è considerato la migliore varietà di uva nera.
Ha caratteristiche ben definite già nel colore, un rosso rubino particolarmente intenso. Al naso riporta aromi fruttati che ricordano i frutti di bosco, in particolare more e lamponi. Al gusto mostra tutta la sua struttura; abbastanza tannico e dal sapore non eccessivamente erbaceo, rotondo al palato, su sfondo lievemente amarognolo. Il sapore secco e il suo corpo asciutto lo rendono adatto a carni grasse, pollami, umidi, fatta eccezione per la selvaggina con salse piccanti e più in generale i piatti tipici della cucina regionale. Servire in calici ampi alla temperatura di 16/18 °C.

Refosco dal peduncolo rosso 2004 “Grillo Iole”

Tipo: Rosso Secco
Zona di produzione: Albana di Prepotto – D.O.C. Colli Orientali del Friuli
Terreno: Collina
Superficie/Resa per ettaro: 0.4 ettari/48.8 ettolitri
UveImpiegate: 100% Refosco p.r.
Vinificazione: raccolta manuale, diraspatura e fermentazione per 15 giorni atemperatura controllata di 26/27°C, segue svinatura e stabilizzazione a 4/5 °C per cinque giorni
Affinazione: botti grandi di rovere per sedici mesi

Organizzazione che vince non si cambia: è andata così in scena la seconda edizione de “La Storia in testa”, con la stessa voglia dell’anno passato di dare adito a dibattiti e incontri, quest’anno sul tema degli Imperi. La storia vista quindi non come l’ennesima lista di fatti e date, ma l’occasione di capire ciò che la storia rappresenta e che ci potrebbe insegnare, se solo fossimo più accorti nel saperla analizzare. Un insieme di ideologie, il supporto di culture, la descrizione linguistica, il rapporto tra civiltà: questa è la base dell’“Impero”, parola chiave dell’evento. Più volte si è ripetuto nella storia, la quale rappresenta un ciclo perché, per la sua eterogeneità, si basa sull’imitazione e spinge anche i più piccoli stati a sgomitare tra i ranghi per forgiarsi di tal nome. Inutile cercare scusanti: la competitività è una caratteristica umana, non ci si può tagliare fuori, al contrario si finirebbe per atrofizzarsi nelle proprie convinzioni, quando queste sono mutevoli. La competitività è anche un modo di mettersi alla prova, un modo di criticare ed autocriticarsi. In questo l’Impero è la capacità dell’uomo di creare un mondo intorno alla sua ideologia e alla sua cultura, anche negli aspetti più cinici che queste possono avere, finché il suo corpo è sano. Appena viene meno l’organizzazione, vi è il declino. Dallo studio del passato si guarda avanti al futuro: cambiano i nomi ma la sostanza è la stessa. Dice il prof. Kennedy, direttore del Dipartimento di Studi Strategici della Yale University: «se gli Stati Uniti si comportano come un Impero e i loro intellettuali li considerano tale, allora probabilmente lo sono», presagendo che in questa bilancia di forze, quella economica e politico-militare della Cina avrà la meglio prossimamente (nulla di nuovo!). In più di una occasione viene menzionato il sogno italiano di Impero che Mussolini aveva percepito e realizzato anche attraverso l‘occupazione yugoslava, nonostante tale argomento sia ancora una ferita aperta a Gorizia. Nell’ideologia fascista confluivano le necessità soprattutto di consolidare la Nazione Italia e ottenere prestigio e peso specifico nelle trattative europee ed internazionali. L’idea dell’Adriatico quale “lago italiano” nasce da questi presupposti. La caduta del fascismo e la guerra civile hanno significato poi l’esatto opposto: disgregazione nazionale. Da allora abbiamo smesso di sognare un ordine “imperiale”, che al giorno d’oggi  vorrebbe dire riprendersi quel primato internazionale che per molto tempo ci è appartenuto e che ultimamente è invece sbeffeggiato da tutti: il primato culturale. Una conferenza tenuta dal prof. Dorfles sabato scorso sui mezzi di comunicazione ne è stata l’avvertimento: senza la lettura, lo studio e l’approfondimento, senza una comunicazione epurata dal suo materialismo e con l’utilizzo invece della tecnologia per raggiungere un fine, e non come uso fine a se stesso, allora potremmo ripartire da una base critica e forse dare concretezza al nostro sogno, al nostro Impero.

Edoardo Buonerba

Cronaca di una giornata da sostenitori della squadra azzurra

In un sabato romano, il grigio del cielo è compensato da colonne di tifosi multicolore che errano per la città ingombrando viale Flaminio e i mezzi di trasporto della capitale. Molti di questi, in attesa del fischio d’inizio, si riscaldano con considerevoli quantità di birra. Per molti scozzesi è la prima volta nel nostro paese e il “leone” Italia li aspetta nel Colosseo del rugby: lo stadio Flaminio. Non c’è bisogno di polizia, non c’è bisogno di “spartiacque”, si parla la lingua dello sport, ci si capisce benissimo senza intermediari. C’è un grande rispetto da entrambi i lati, nessuna pretesa di superiorità: solo la concentrazione prima di una partita importante e la voglia di vivere un’esperienza memorabile. Da una parte i tifosi scozzesi incitano la squadra italiana con una pronuncia stentata, dall’altra gli italiani applaudono calorosamente i giocatori britannici.
Si è disputata così sabato 18 marzo allo Stadio Flaminio di Roma l’ultima giornata del torneo delle 6 nazioni 2006. Quest’anno l’Italia del rugby aveva tutte le possibilità di far bene e battere la Scozia, dopo l’ottimo gioco dimostrato con le tre grandi del torneo, Francia, Inghilterra e Irlanda e dopo il promettente pareggio del sabato precedente contro il Galles a Cardiff (18-18). La Scozia, dopo un’esaltante partenza in questa edizione con la vittoria sulla Francia, ha perso slancio e anche la possibilità di fare il “grande slam” (i.e. la vittoria di tutte le partite). A conferma dell’entusiasmo scozzese, i biglietti per assistere alla partita erano già terminati con un mese di anticipo; considerati poi i risultati effettivi ottenuti dalla loro nazionale, molti degli allegri tifosi in kilt hanno deciso di restare a casa e guardarsi la partita in tv. Nonostante questa ritirata all’ultimo momento, molti sostenitori scozzesi hanno comunque voluto esserci per incitare con i loro cori e le loro cornamuse i giocatori in maglia blu, e lo stadio figurava comunque straripante. Tutto nella massima tranquillità e allegria, con le tifoserie, al solito, pacificamente mischiate tra loro per tifare ognuno la propria nazionale, ma soprattutto per divertirsi e festeggiare questa grande giornata di rugby.
L’esecuzione degli inni è avvenuta in segno di profondo rispetto: un silenzio rotto solo alla fine da grandi applausi per l‘inno scozzese, “Flowers of Scotland”, interpretato da una banda composta interamente da cornamuse, e un unico grande coro per l’inno di Mameli che sicuramente è servito a scaldare gli animi dei giocatori e a far entusiasmare gli spettatori. In alto i cuori! l’arbitro irlandese ha fischiato l’inizio.
Con un po’ di ritardo, arriva anche un gruppo di scozzesi, impegnati più a bere piuttosto che a vedere la partita, vestiti solo di lenzuola bianche a modo di senatori romani. Intorno a noi, molte società di rugby venute da tutta Italia: Taranto, Messina, Ascoli, Latina, Venezia, e spettatori di origini emiliana e toscana. L’ennesima dimostrazione che lo sport, ed il rugby in particolare, unisce.
L’Italia ha iniziato scoppiettando, andando in meta già al 6’ minuto con Mirko Bergamasco, ennesima conferma di questo torneo, con un’azione partita da un raggruppamento a terra e un ingegnoso calcio in avanti di Ramiro Pez che ha lanciato in meta il biondo numero 12. L’autore della meta, trasformata poi dallo stesso Pez, ha festeggiato sotto la nostra postazione, a pochi metri dal campo. Stadio in delirio, un unico sventolio di tricolori, urla di giubilo per un grandissimo e inaspettato 7-0 a pochi minuti dall’inizio. Ma la “nave Scozia” non è affondata così facilmente e grazie al superiore gioco di piede gli scozzesi sono riusciti a controllare il timone e a recuperare la rotta, mandando in meta il capitano Chris Paterson. Ristabilita la parità dopo la trasformazione della meta, l’Italia si è lasciata imbrigliare dal gioco scozzese ed ha cominciato a giocare di piede, lasciando in secondo piano il gioco di mano di cui aveva fatto buon uso finora nel torneo. La partita ha quindi cambiato volto rendendosi a tratti addirittura noiosa. Questo torpore è stato scosso da un drop italiano (calcio in mezzo ai pali) purtroppo non realizzato e da un drop scozzese invece messo a segno che ha chiuso il primo tempo sul risultato di 10-7 per la Scozia. Nel secondo tempo, sotto un cielo sempre più carico di pioggia, l’Italia non ha reagito come doveva ed è riuscita soltanto a riportare il risultato in parità con una punizione del solito Pez. Per il resto la situazione è rimasta invariata: un’Italia visibilmente sempre più stanca, che vedeva andare in fumo tutti gli sforzi e per sfortuna e per errori basilari. La Scozia dal canto suo non ha cercato veramente la meta continuando a respingere a perfezione gli attacchi italiani, rimandando la palla lontano di quaranta metri con dei calci millimetrici. A quattro minuti dalla fine poi, la beffa: l’arbitro ha frantumato i gloriosi sogni azzurri concedendo una punizione alla Scozia da posizione non difficile; con la riuscita di questa da parte di Paterson, sicuramente il migliore in campo, la Scozia si è portata a tre punti, aggiudicandosi così la seconda vittoria in questo torneo e scatenando la gioia dei suoi numerosi supporters i quali non hanno certo indugiato a cantare, ballare e soprattutto lanciarsi in memorabili bevute per festeggiare il successo della loro nazionale. All’Italia i nostri complimenti, nonostante la sconfitta; la bevuta, ancora una volta, sarà per dimenticare. Il primo punto all’estero guadagnato a Cardiff contro i temibili gallesi è assolutamente da tenere in considerazione e fa ben sperare per il prossimo torneo delle 6 nazioni e soprattutto per i mondiali dell’anno prossimo che si svolgeranno in Francia.
Come al solito, il finale più bello: dopo 80 minuti di placcaggi e colpi duri, le due squadre si complimentano a vicenda e si abbracciano, nella consapevolezza di far parte di un mondo dove non esiste violenza, ma solo sana competizione.

Edoardo Buonerba
Andrea Romani

Sono i deportati di Gorizia: 1048 nomi che compongono l’elenco consegnato il 12 dicembre 2005 dal Sindaco di Nova Gorica, Mirko Brulc, al Sindaco di Gorizia, Vittorio Brancati, per conto del Ministro degli Esteri Dimitrij Rupel. La lista è stata resa nota dalla Prefettura di Gorizia soltanto tre mesi dopo, agli inizi di marzo, ed è stata messa a disposizione della cittadinanza e di chiunque volesse consultarla. Contiene i nomi di soldati, carabinieri, finanzieri, funzionari di banca e di istituti pubblici, professori, maestri di scuola e molti altri che nel maggio del 1945 furono rastrellati dalle truppe titine del comandante Boro, il IX Korpus, e portati in Jugoslavia da dove non fecero più ritorno. E’ impossibile calcolare con esattezza il numero dei deportati e forse non si saprà mai quante persone subirono l’infoibamento o morirono nei campi di prigionia per mano dell’OZNA, la polizia politica del Maresciallo Tito. Oltre al desiderio di vendetta per le terribili violenze subite dai fascisti durante la guerra, dai documenti emerge la volontà delle truppe comuniste di attuare una sorta di pulizia etnica: non furono catturati solo fascisti o presunti tali, militari o resistenti, ma tutti quegli italiani e sloveni che avrebbero potuto rappresentare un ostacolo per la creazione di un forte stato jugoslavo e per l’annessione del Friuli Orientale e della Venezia Giulia. Ora questo elenco dovrebbe contribuire a fare un po’ di chiarezza e di giustizia in quei tragici eventi a lungo ignorati e addirittura nascosti per sessant’anni dall’una quanto dall’altra parte. La documentazione, elaborata dalla storica slovena Natasa Nemec, rivela che “gli arresti furono effettuati secondo accurati elenchi pronti dal 1944”, e riporta diverse notizie sugli scomparsi: dati anagrafici, professione o corpo militare di appartenenza, data e luogo di arresto. Purtroppo manca il dato più atteso dai parenti delle vittime: il luogo della morte. Il luogo in cui potersi recare per portare l’estremo saluto ai propri padri, fratelli, mariti e amici, per dare una risposta al bisogno di onorare le vittime in un luogo fisico oltre che nella memoria. Sostanzialmente il documento non porta grandi novità: secondo i parenti e diversi storici sloveni e italiani, molti nominativi erano già noti perché comparsi in precedenti studi, altri sono imprecisi o addirittura erronei. La stessa Nemec sostiene che l’elenco da lei elaborato sia un “dossier ancora parziale”: altri nomi dovranno essere aggiunti in futuro, e molti archivi devono essere ancora aperti; i dati più importanti potrebbero trovarsi a Belgrado.
Altre critiche contestano il modo in cui l’elenco è stato trasmesso e diffuso dalle autorità, alimentando un’accesa polemica. Polemica prevedibile considerato il periodo politicamente delicato in cui la lista è stata pubblicata: il 9 e 10 aprile gli elettori italiani saranno chiamati ad esprimersi nelle elezioni politiche, mentre a fine anno in Slovenia si svolgeranno le elezioni amministrative. Il Sindaco di Nova Gorica ha espresso infatti il timore che queste vicende possano alienargli il supporto dell’elettorato che rimane legato al mito partigiano, e ha voluto sottolineare come l’iniziativa di consegnare l’elenco sia partita dal Ministro degli Esteri sloveno Dimitrij Rupel. Brulc ha inoltre aggiunto che il periodo scelto per pubblicare l’elenco indica la volontà di strumentalizzazione “da parte italiana per fini politici di carattere preelettorale”. Vittorio Brancati ha replicato di aver chiesto espressamente al neo-Prefetto di Gorizia Roberto De Lorenzo (nelle cui mani era passato l’elenco dopo la consegna al Sindaco) di essere consultato prima della pubblicazione senza che ciò sia avvenuto. Brancati si è dunque rivolto a Brulc pregandolo di non fermare il dialogo iniziato, pur dichiarandosi consapevole della difficile situazione in cui è stato messo il suo omologo sloveno. Inoltre, il fatto che l’elenco sia in mano al Prefetto, che è il rappresentante del governo a livello locale, ha i suoi aspetti positivi: passando dai due Sindaci ai due Governi, il documento potrebbe acquisire più chiaramente il significato di passo in avanti verso la creazione di una memoria riconosciuta e condivisa a livello ufficiale. Ed è proprio su questo punto che si innestano altre critiche. Secondo lo storico sloveno Branko Marusic, consulente scientifico dell’ Accademia delle arti e delle scienze di Lubiana, il documento avrebbe dovuto essere consegnato dal Ministro Rupel al suo omologo italiano, utilizzando i normali canali diplomatici. L’effettivo modo di diffusione dell’elenco ha invece sminuito il possibile valore simbolico del gesto. Anche lo storico italiano Roberto Spazzali, autore di studi sulle foibe, si è chiesto che senso abbia “tenere questo dossier come una cosa in famiglia”, e sostiene che il modo migliore per far luce su quanto accadde sia “un controllo incrociato con gli elenchi preesistenti” effettuato da storici di professione.
Purtroppo, il modo in cui è stata gestita la vicenda (a partire dall’accuratezza della ricerca storica alle modalità in cui è stata consegnata e diffusa) secondo alcuni alimenta l’impressione che il gesto sloveno sia solo una sorta di “contentino” per gli italiani. Ma al di la delle polemiche, inevitabili per un argomento così delicato, è sicuramente un passo importante per riparare lo strappo nella memoria italiana e slovena, il possibile inizio di un reale percorso di dialogo, riconoscimento e riconciliazione verso una memoria condivisa e ufficiale. Questo elenco non è ancora in grado di rendere giustizia e di lenire lo straziante dolore delle famiglie che videro scomparire i loro cari nella notte, ma è un gesto significativo e necessario anche alla luce dell’entrata della Slovenia nell’Unione Europea. “E’ un momento importante” ha spiegato il Sindaco di Gorizia, “la dimostrazione che in questa piccola città si stanno abbattendo grandi muri. Nessuna frontiera europea può cadere se non si abbattono anche le frontiere della memoria.”

Athena Tomasini
Antonino Ferrara

In data 15 marzo 2006 si sono svolte le elezioni dei rappresentanti degli studenti negli organi universitari e regionale per il biennio accademico 2006/2007. Dalla nostra piccola Gorizia siamo riusciti ad “imporre” ben tre rappresentanti su cinque per il Consiglio di Facoltà di Scienze Politiche. Tre nomi, tre garanzie. Per GO Hussam Hussein, Valentina Collazzo e Beatrice Moda, della lista Studenti in movimento e per TS Luca Marsi e Xhomaqi Brikena, de Lista di sinistra.
Vista l’inclinazione femminile della nostra rubrica abbiamo deciso di intervistare l due giovani promesse della politica universitaria affinché ci illuminassero su alcune tematiche che le riguardano da vicino come rappresentanti e come donne.
Cosa vuol dire far parte del Consiglio di Facoltà? Da chi è composto?
Le nostre mitiche avranno l’onore di votare o presentare proposte durante le riunioni dell’organo, costituito da docenti ( ordinari, ricercatori, associati), rappresentanti degli studenti, rappresentanti dell’amministrazione. Inoltre gli stessi fanno parte anche del Consiglio degli Studenti, consultivo del Consiglio di Amministrazione.
MA ciò che l’uomo della strada vuole sapere è: che scopi si prefigge la lista?
First of all, la ricerca di una maggiore chiarezza comunicativa nelle spesso difficili relazioni tra Gorizia e Trieste. Secondly, partecipare attivamente alle trasformazioni chela riforma universitaria porterà al nostro corso di laurea, concentrandosi in particolare su alcune problematiche e incognite come : i fantomatici microcrediti( cosa sono? Ma soprattutto posso convertirli in punti dell’A&O?), la gestione del sito e di un eventuale sportello stage. E’ per questo che le due propongono la creazione di un regolamento universitario che nasca dalla collaborazione tra i referenti dei diversi ambiti gestionali. Finally, il coinvolgimento responsabile delle masse alle assemblee “d’Istituto” eventualmente divise per anno di studio, che –ricordiamolo- sono elemento fondamentale della democrazia.
Ma cosa le ha portate alla folle scelta di accollarsi questo andato biennale?
La scelta di Beatrice nasce nel lontano febbraio 2005, quando disordini prossimi a quelli  “du mars français 2006” si erano verificati in quel di Gorizia in seguito alla precaria situazione dovuta alla riforma universitraria. Ella, trovatasi impotente, decise di scavalcare le barricate e immolarsi per la giusta causa.
Valentina, si autodescrive invece come maniaca dell’attivismo gestionale, tuttavia ( chi la conosce lo sa) la sua adesione deriva anche dal suo incontro/scontro con la fumosa burocrazia universitaria per il trasferimento da un altro ateneo.
Al di là delle motivazioni una piattaforma di ideali e speranze comuni unisce le due ragazze.
Tema scottante di queste settimane è l’assegnazione delle borse erasmus. Che cosa capiterà mai se una di queste viene assegnata a un rappresentante?
Obbligo immediato è dare le dimissioni dalla carica ed essere sostituiti ma le ragazze evidenziano come l’importante sia mantenere una linea di continuità di idee ma non necessariamente di persone.
La situazione universitaria di netta prevalenza femminile ci spinge a chiedere un parere sul ruolo delle donne in politica.
Secondo Beatrice la SID-formation ci porta a lavorare all’estero, dove il ruolo delle donne è meno marginale, e quindi il problema si può porre in termini di carriera diplomatica, dominata a tutt’oggi dall’universo maschile. A detta di Valentina, il sesso non dovrebbe essere una discriminante, poiché ciò che conta sono capacità e creatività.
La domanda cruciale arriva puntuale a fine intervista: a quando la festa d’investitura( e specialmente di ringraziamento ai votanti)?
La certezza è che si farà, si parla di fine maggio con finanziamento dei partecipanti( che beffa!!), senza dubbio numerosi.
Lasciamo le due belle al loro lavoro… e in bocca al lupo a tutti!

Leonetta Pajer
Giulia Cragnolini

Intervista al sindaco Mirko Brulc

Il 16 Maggio 2006 c’è stata la proclamazione di Nova Gorica “città universitaria”; abbiamo intervistato il sindaco Mirko Brulc (ringraziamo per la traduzione Bojan Starec).

– Com’è strutturato il nuovo polo universitario di Nova Gorica?
A Nova Gorica sta sorgendo il quarto polo universitario sloveno, dove è possibile seguire i corsi di Megatronica, Diritto Europeo, Infermieristica, Scienze Sociali. Interessante è l’indirizzo di quest’ultimo corso, incentrato sulle dipendenze da vizi come i giochi d’azzardo.
–    Perché uno studente dovrebbe scegliere proprio Nova Gorica?
Fra i principali obiettivi che questa giunta si è prefissa c’è la creazione di una realtà accogliente per il mondo universitario: va letta in questo senso la nascita di un campus studentesco, di nuove strutture sportive e la promozione di numerosi eventi culturali. Inoltre forniamo agli studenti una guida completa della città, trasporti gratuiti, buoni pasto accettati nella maggior parte dei locali cittadini e la consulenza di un ufficio che fra i suoi compiti ha quello di indicare la possibilità di lavoro occasionale. Abbiamo molta fiducia in questo progetto, tant’è che crediamo che nel 2010 avremo almeno 4000 studenti.
–    Nova Gorica diverrà sede erasmus?
Si, lo è già. Il confine non esiste già da tempo nelle nostre teste, al punto che sono numerosi i docenti stranieri che insegnano nelle nostre aule, dalle elementari all’università, e da ben prima che la Slovenia entrasse nell’Unione Europa.
Mi auguro che in futuro si venga a creare una situazione di tolleranza tale che gli studenti possano scegliere la lingua con la quale sostenere gli esami, tra inglese, sloveno e italiano.
–    Si dice che buona parte dei finanziamenti per l’Università di Nova Gorica provenga dai Casinò. Qual è la sua posizione a riguardo?
Esiste un centro di raccolta fondi per l’Università. Buona parte dei finanziamenti proviene dal comune e da ditte private, fra cui anche la Hit. Il peso della Hit è notevole: finanzia infatti al 50%
il corso di Diritto Europeo e probabilmente sarà ancora più cospicuo il suo contributo al corso di scienze Sociali.
Credo sia positivo che parte dei guadagni dei casinò vengano riutilizzati per il bene della comunità.
–    È prossima la creazione di un nuovo centro di divertimenti; non crede che questi finanziamenti dei casinò possano essere interpretati come un tentativo di guadagnarsi il supporto di coloro che si oppongono alla nascita di questo nuovo centro?
Non c’è dietro nessun disegno del genere. Del resto solo il 10% di quest’area sarà destinato ai casinò. Non amo questo genere di divertimento, ma è la natura umana che ci spinge a cercarlo. Con questo progetto speriamo che il bacino di utenza sia di almeno 600 km, e puntiamo ad attirare turisti dall’America, dalla Russia e dalla Cina. Non si tratta dunque di un progetto locale: due snodi cruciali saranno il porto di Monfalcone e l’aeroporto di Ronchi. E’evidente che si richiederà la collaborazione italiana, portando anche alla creazione di nuovi posti di lavoro.
–    Come crede che la proclamazione di Nova Gorica città universitaria possa influenzare i rapporti tra le due Gorizie?
Sono contento dei rapporti molteplici che in questo modo vengono ad instaurarsi tra le due realtà. inoltre esiste già un rapporto di collaborazione con le università di Trieste ed Udine.Senza considerare che la nostra Università ha già aperto una sede a Venezia e un’altra a Gorizia.
–    Secondo lei c’è rischio che nasca una rivalità tra i due poli?In particolar modo non crede che per loro natura il corso di laurea di Diritto Europeo e quello di Scienze Internazionali Diplomatiche finiranno per confliggere?
Per quanto riguarda il SID credo che il suo indirizzo sia più generico di quello di Diritto Europeo, perciò non ci sarà concorrenza. Sicuramente uno dei nostri obiettivi è quello di diventare un polo di attrazione per gli studenti balcanici e dell’est europeo, anche per aiutare il processo di integrazione nell’UE di questi paesi. Del resto noi ospitiamo da tre anni un forum economico rivolto prevalentemente a queste realtà. Personalmente credo ci sia spazio per entrambi i poli universitari, e il mio desiderio è che si vengano a creare dei programmi comuni. Sono già avviate diverse iniziative di collaborazione, come quella del 23 Giugno, quando verrà una troupe di ballerini cubani in piazza Transalpina per una serata all’insegna dell’unione transfrontaliera.

Arianna Olivero
Andrea Luchetta
con la collaborazione di Bojan Starec

Pianificazione. Amministrazione. Progetto. Strategia. Tutto ciò fa parte della psicologia di qualsiasi organizzazione. Anche di un’organizzazione Criminale.
In copertina tre volti, quasi tre maschere dal sorriso tagliente, figure emblematiche di ciò che sta all’interno di “ Romanzo Criminale”. Emblematica pure una delle due citazioni che aprono il libro, tratta dall’opera teatrale di Bertold Brecht, die drei Groschenoper: “la limitazione al minimo, la razionalizzazione dello spargimento di sangue è un principio commerciale”. Così Giancarlo De Cataldo, giudice presso la Corte d’Assise oltre che scrittore, inizia la sua danza epica, raccontando minuziosamente e in modo acritico uno dei misteri d’Italia.
1977. Mentre l’Italia è scompaginata dal terrorismo e dal pericolo rosso, una potente holding del crimine inizia ad insinuarsi con passo felpato fino a radicarsi anche nei più stretti vicoli della capitale. Progetto della banda non è solamente quello di trarre profitto dalle numerose attività illegali. Ciò che accomuna tutti i ragazzi è la volontà di giungere al totale controllo dell’Urbe. Questo è l’obiettivo della Banda della Magliana. “Io voglio Roma con le buone e se serve con le cattive”, questo è quanto afferma il Libanese, capo e ideatore dell’organizzazione.
Il lato oscuro della capitale inizia la sua corsa reinvestendo il denaro ottenuto dal sequestro del barone Rossellini. Il grande disegno di appropriarsi Roma si concretizza controllando il mercato della droga, le bische, le case di lusso i cui protagonisti sono attori, cantanti, poliziotti, avvocati, giornalisti, politici.
I membri della banda sono gente di strada il Dandi, il Freddo, Trentadenari, Bufalo, il Sorcio ognuno con un soprannome ad indicare la provenienza e la particolare personalità.
La Mafia, la Camorra, ogni forma di delinquenza entra ed esce. Appare. Magistralmente scompare, per poi riapparire nuovamente. In un continuo gioco di patti, alleanze, litigi, confessioni, di entrate ed uscite dal Rebibbia e dal Regina Coeli l’organizzazione si estende, si allarga, rischia il tracollo. La corruzione prende per mano ciascun personaggio e lo porta allegramente verso nuovi orizzonti, deviandolo dall’obiettivo iniziale in nome del Potere e del Dio Denaro.  Chi non riesce ad afferrare sono i due idealisti del romanzo: il giudice Borgia e il suo commissario Scialoja, che tentano per anni di incastrare la malavita romana.
Tra le pagine girate sempre più velocemente si intrecciano le vite dei giovani eroi maledetti con continui riferimenti al divenire italiano. A fare da sfondo è il Vecchio, personaggio sfumato e sfuggente, il cui scopo è quello di alimentare il Caos. Regna il Caos tra i criminali, regna il Caos in Italia il cui tempo è scandito dai vari attentati terroristici, dall’ inquinato sistema giudiziario, dalla frammentazione politica…
Impossibile classificare questo romanzo entro una determinata categoria. Non un giallo, non un poliziesco, non un noir; ma un’ottima combinazione di questi generi.
625 pagine di fusione perfetta tra finzione narrativa e storia.
625 pagine in cui “il cuore occulto dell’Italia è messo a nudo”.

Nicoletta Favaretto

Oca in salmì.

Allevata fin da tempi antichissimi, l’oca, una volta considerata “il maiale dei poveri”, risulta essere un prodotto tipico di molte località del Friuli. In particolare per quanto riguarda l’allevamento si segnala la città di Palmanova, tuttora considerata una “cittàdell’oca”.
Nella tradizione friulana si trovano molti piatti e prodotti a base d’oca, a cominciare dagli affettati come salame, prosciutto e lardo d’oca, perarrivare a piatti più raffinati come il patè di fegato d’oca, gnocchi al sugo d’oca e oca in salmì. Questi ultimi sono tipici di alcune feste popolari come la “Sagra dell’Oca” che si svolge ogni novembre a Morsano al Tagliamento.
Il piatto risulta piacevolmente vellutato al palato, con la carne che si sciogliein bocca e l’ottimo Refosco in abbinamento che sottolinea la delicatezza e la particolarità della carne d’oca. Si raccomanda di accompagnare il piatto con della polenta bianca molto morbida, come da tradizione. Sempre in tema di tradizione, gli amanti dell’oca possono tranquillamente preferire al Refosco (pure considerato il miglior prodotto a una nera della regione) il vino che più frequentemente, nella cucina tipica friulana, accompagna questa prelibata carne: il Pinot nero.

Ingredienti
1 ocamolto grande
1 bottiglia di vino rosso (merlot)
1 grande carota
1 costa di sedano
2 cipolle rosse
3 foglie di alloro
4 bacche di ginepro – timo fresco
3 chiodi di garofano
2 spicchi d’aglio
3 fette di lardo o pancetta
1 limone non trattato
Brododi verdura
Olio extravergine d’oliva
Sale e pepe nero

Preparazione
Pulite l’oca e tagliatela a pezzi, tenendo da parte le frattaglie.
Lavate, mondate e tagliate le verdure. In una casseruola unite il vino, le verdure, le spezie e l’oca.
Fate marinare la carne per almeno 10 ore. Poi scolatela e soffriggetela in due cucchiai d’olio, assieme all’aglio pelato e al lardo tritato.
Tritate insieme le verdure della marinata, le spezie e le frattaglie tenute da parte; quando la carne sarà ben rosolata, aggiungete il trito e la scorza di limone,salate e continuate la cattura a fiamma vivace, versandovi a filo anche il vinomarinato. Quindi abbassate la fiamma, coprite e lasciate cuocere per circa tre ore. Se il sugo si dovesse asciugare troppo, unite un mestolino di brodo.
Intanto preparate una polena bianca molto morbida. In Friuli si usa accompagnare l’oca con polenta bianca molto morbida, simile ad un puré di patate.

Buon appetito!

Voto : 7

Anno : 1994
Nazione : Francia
Cast : Jean Reno
Natalie Portman
Gary Oldman
Danny Aiello
Ellen Greene
Peter Appel
Durata : 199’

Il film racconta di come la vita di un infallibile sicario (Jean Reno) si intrecci con quella di una bambina, Matilda (Natalie Portman).Lei bambina simil Lolita, lui killer spietato ma buono di fondo che la aiuta quando le viene sterminata la famiglia per una questione di droga. Da questo incontro nasce una specie di amicizia/ amore dai tratti a volte « casalinghi », a volte romantici.
La trama è molto avvincente, ricca di suspance e le scene violente sono ben distribuite. Soprattutto non hanno quell’ effetto alla Matrix- che tante volte le rende insopportabili- anche se il sicario e i suoi molteplici avversari dispongono di un arsenale veramente invidiabile.
I personaggi sono ben delineati e non mancano figure caratteristiche come il delinquente italiano proprietario di trattoria e il comandante della narcotici corrotto e ovviamente tossicomane che assomiglia molto al delirante Edward Norton di Fight Club. Vincente è soprattutto la figura del protagonista che si snoda tra il carattere impacciato, schivo, incredibilmente sensibile- che emerge grazie all’affetto della bambina- e il suo mestiere che lo vede freddo e spietetato.
L’unica pecca a questo punto sembrerebbe l’intercalare di alcune parti assolutamente banali, perlopiù discorsi mielosi e sentimentali tra il killer e Matilda di cui si potrebbe volentieri fare a meno, ma che forse danno al film ancor più una connotazione melodrammatica.

Francesca Fuoli

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Voto: 9

Nazione: Francia
Durata: 122’
Produzione: Filmmauro
Sceneggiatura: Jean-Paul Gautier
Fotografia: Thierry Arbogast
Cast: Bruce Willis
Milla Jovovich
Gery Oldman
Ian Holms
Chris Tucker
Lee Evans

Siamo nel 2259. In un futuro tecnologizzato e iper-popolato si ripropone l’antica lotta tra bene e male. Grazie ad un’antica alleanza con i simpatici -ma bruttini- robot extraterrestri solo l’essere perfetto: il quinto elemento (Milla Jovovich), potrà tentare di sconfiggere il male.

Non manca ovviamente l’eroe umano: Corbend (Bruce Willis), che parteciperà all’immancabile salvataggio di mondo e umanità.

Una delle tematiche principali di Besson: la contrapposizione tra ingenuità e realismo che solitamente si rispecchia nei personaggi principali, viene qui esaltata e potenziata dal contesto e dalla bravura degli attori. Assolutamente immancabile la scena dove la protagonista guarda degli spezzoni di filmati storici e ne rimane  talmente sconvolta fino ad affermare che non ha scopo lottare per salvare la vita, considerato l’uso che ne facciamo.

Assolutamente magnifiche sono le parti comiche del film (anche se il termine più appropriato sarebbe eccentriche), amplificate dai costumi meravigliosi creati da Jean Paul Gautier che, col suo stile inconfondibile, riesce a dare un tocco di follia a tutti i personaggi.

Il fattore che rende  questo film diverso da tutti gli altri del genere è che riesce a coniugare gli elementi tipici dei colossal (effetti speciali, l’eroe/eroina comunque vincenti, alieni, antieroi cattivissimi, il mondo da salvare) con un cinema di qualità. La storia, che se vogliamo è scontata sin dall’inizio, non è resa banale ma impreziosita da personaggi particolari (conduttore radiofonico, i due preti, il cattivo). I vari caratteri sono talmente ben inseriti nell’insieme da rendere il film assolutamente unico.

Francesca Fuoli

La creazione di una rubrica riguardante il “Gusto”, inteso come insieme di sapori, profumi, sensazioni, non deve indurre il lettore a farsi facili opinioni sulla serietà con cui gli argomenti di questa rubrica verranno trattati, sul rischio che molte parole possano essere utilizzate per discussioni inutili, a fronte di argomenti molto più intellettualmente rilevanti che riempiono le pagine di “Sconfinare”.
Il lettore non deve infatti perdere di vista ciò che per un Paese come l’Italia è qualcosa di più di una semplice necessità naturale.
L’Italia è una terra che fa della sua diversità culturale il suo punto di forza, quell’elemento che affascina molti turisti stranieri in visita nel Belpaese. Non esiste lembo d’Italia che non sia caratterizzato da sue specificità storiche e culturali in tutti i campi: dialetti e lingue, abbigliamento, feste, proverbi, credenze, modi di fare. Ma uno degli elementitipici di una cultura locale, volutamente lasciato a parte,  è senza ombra di dubbio l’enogastronomia.
I prodotti tipici di una terra sono in grado di raccontare cose che le parole non possonodescrivere. Il contatto con la propria natura, con la quella terra che oggi viene trattata troppo spesso come fonte di guadagno o come semplice fonte di risoluzione di un bisogno primario.
Ci sono piatti la cui fragranza riporta ai profumi della storia che quel piatto racconta. Ci sono sapori che meritano di essere riscoperti o – purtroppo – per molte persone scoperti per la prima volta.
Ci sono vini – e chi scrive non può in questo momento non pensare al Collio goriziano, alla zona Doc Gorizia-Isonzo, ai Colli orientali del Friuli – la cui degustazione è un viaggio nelle sofferenze e nelle gioie di chi da secoli li produce nelle colline attorno Gorizia. Vini non semplicemente da bere, che tutti sono in grado di produrre grazie alle moderne tecnologie, ma da pensare; cioè quei vini che non passano e che lasciano un ricordo indelebile in chi ha la fortunadi poterli gustare.
L’enogastronomia è dunque per noi una parte preponderante della cultura di un luogo, un elemento culturale che tutti dovrebbero imparare a conoscere, per calarsi appieno nella realtà in cui vivono o in cui – per esempio per studio – si trovano a vivere. Ma per poterlo fare è necessaria una guida che aiuti in quest’opera di conoscimento di un territorio. Ecco qual è l’obbiettivo che la redazione della rubrica gusto di propone, fungere da input per un approfondimento della realtà enogastronomica della zona e,nel contempo, fornire gli elementi necessari a rendere questo approfondimento più consapevole e “culturale” possibile.
Per questo primo numero abbiamo preparato una scheda su un piatto tipico della zona e un vino in abbinamento. Questo sarà uno dei tratti tipici della nostra rubrica,che in futuro consiglierà anche veri e propri itinerari enogastronomicidella zona, in modo da fornire ai lettori anche un suggerimento su come impegnare una giornata dedicata allo svago e al riposo, e soprattutto come farlo in modosalutare e piacevole.
La nostra rubrica – che parla del gusto, ma non è fatta “per gusto”! – è naturalmente aperta a tutti coloro che vogliano contribuire al nostro progetto inviandoci suggerimenti o richieste su quali elementi approfondire.
Buonappetito!!!!

La redazione di “Gusto”

Massimo Pieretti maxpierry@libero.it
Andrea Bonetti abonez85@libero.it
Rodolfo Toè rodozero@yahoo.it

Flickr Photos

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