Opera concettuale, basata sull’assenza, Wish You Were Here è dedicato al primo leader e fondatore del gruppo, Syd Barret, allontanato (o meglio abbandonato) per problemi psichici legati all’abuso di lsd. Una scorsa al libretto interno chiarisce il senso delle canzoni, per l’immediatezza delle immagini: un uomo che brucia, un velo sospinto dal vento, un nuotatore nel deserto, un tuffatore che penetra le acque senz’alcuna increspatura. Il vuoto, l’immobilità divengono visivi.

Pink Floyd - Wish You Were Here CD (album) cover

Questo disco chiede tempo. I brani hanno una struttura complessa, non si esauriscono in pochi attimi. L’inizio, Shine On You Crazy Diamond, è un lento adagio di tastiere. Musica che muta in paesaggi: prati in nitide giornate d’autunno, spiagge deserte. I Pink Floyd non sono mai stati musicisti. Piuttosto, dei pittori. Il brano si carica dei toni dell’elegia, canta giovinezza e vitalità perdute. Il suo finale è in dissolvenza, sfuma e si trasforma nella cupa atmosfera claustrofobica di Welcome To The Machine. Sorge un senso d’amarezza. Disillusione. La tensione di chitarre e tastiere, fisse su pochi accordi minori, sembra comunicare il nulla che abbiamo in mano. Poi s’odono risate. Rumori e suoni di festa, gente che sta bene, ride, si diverte. E’ Have A Cigar. Siamo maschere sorridenti. La vacuità e l’inutilità di ciò che otteniamo ogni giorno, “consumandoci fino alle ossa”, sono messe a nudo. Il brano successivo, Wish You Were Here, è forse il più conosciuto del gruppo. La solitudine è tutta qui, un giro di chitarra acustica senza nient’altro, incredibilmente intimo. Il senso della mancanza sopprime ogni altra emozione, la annega. Vecchie foto, memorie, il passato che ritorna. Frasi cancellate con noncuranza ma che si riescono ancora a leggere. Il ricordo di chi non si può raggiungere. La distanza, che non è solo temporale e materiale, ma anche emozionale, la consapevolezza che non torneremo mai come eravamo. Il dolore di avere rinunciato a tutto per inseguire fantasmi, sogni irrealizzabili e fantasie, bisogni indotti. ‘We are just two souls swimming in a fish bowl/running over the same old ground/what have we found?/The same old fears/wish you were here’. Gli ultimi accordi scemano e su di essi si posa il rumore del vento. Tutto passa, svanisce, si consuma. Dal nulla riemerge la seconda parte di Shine On You Crazy Diamond, lunga coda all’intera opera. E improvvisamente, negli ultimi minuti di questo disco s’intravede uno spiraglio di sole. La tastiera torna ad occupare l’intera scena, conferendo circolarità alla musica. Il motivo conclusivo, da lugubre, si carica di una singolare solennità, di nuovo s’aprono spazi di luce ed aria, trapela un accenno di ottimismo. Non rimango con l’amaro in bocca, il finale consola e tranquillizza, placa la tristezza dei minuti precedenti, mi appaga. Come sempre, quando finisce, non sento il bisogno di ascoltare altre canzoni. La mia mente è pulita, quasi come se fosse parte integrante della canzone stessa il silenzio che la segue. E’ come il risveglio dopo un lungo sonno profondo. La capacità visionaria di questa musica sorprende. E’ sognante, avvolgente, a tratti impalpabile come il velo raffigurato nel libretto interno, a tratti ossessiva, pesante. La bellezza non è nella singola canzone, ma nella totalità del disco. Da ascoltare in solitudine, dall’inizio alla fine, possibilmente seduti alla finestra, gli occhi fissi al cielo

Rodolfo Toè