Agota Kristof, nata ungherese, ma estirpata dalla sua terra nel 1956, sembra soffrire in tutti i meandri dei suoi libri del distacco e della perdita.
La sua è una scrittura sintatticamente semplice, costituita da frasi concise, poche subordinate. Eppure, pur nella mancanza più assoluta di orpelli ornamentali o descrittivi, l’immagine che si ricava è brutale, secca.
La sua apparente semplicità è in realtà un taglio alla Fontana, qualcosa che lascia interdetti, inabilita il pensiero e lascia solo una coltre di amaro, di tristezza, di malinconia lontana.
L’immediatezza della parola, così come posta, si perde nella realtà di personaggi alienati, senza identità, né adesione al mondo o ai valori.
In “la Vendetta”, edito da Einaudi (come anche “Ieri” e “La Trilogia della città di K.”, entrambi vivamente consigliati), delle figure senza nome esprimono con brevi pennellate la loro estraniazione, si rendono quanto più surreali, grotteschi e distanti possibili da noi. Il loro individualismo, la loro tristezza, i loro gesti apparentemente aberranti, allucinati e distorti ci urlano addosso “vendetta” parola che, più o meno distante, accomuna i tutti.
Ma più ci immergiamo in questi brevissimi racconti, più ci accorgiamo che non si tratta di scherzi, invenzioni letterarie. Sentiamo che questo mondo irreale ed allucinato è anche il nostro, che i personaggi, anche -ma non unicamente- perchè anonimi, possono assomigliarci, e la reazione non può essere altra che l’amarezza.
Questo piccolo libro, una settantina di pagine, viene a dimostrarsi come piccolo fardello, come qualcosa che soppesa le allegrie quotidiane e ci rende, per un’ora o poco più, leggermente più pesanti.
Ma non è mia intenzione, con questo, di allontanare nessuno dalla lettura di questa splendida scrittrice. Il piccolo fardello che ci chiede di portare è ampiamente alleggerito dalla leggiadria, dal lirismo che queste frasi concise portano con sé.
Il fardello stesso si trasfigura e diventa  piuma.

Buona lettura.

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