Come una voragine la scomparsa dell’ex- presidente serbo Slobodan Milosevic (avvenuta l’11mazo scorso n.d.r.) ha catturato l’attenzione delle principali testate giornalistiche europee. Abbiamo appreso così le cause apparentemente naturali del decesso, il rammarico dei nostalgici e quello, forse maggiore degli inquisitori, i litigi riguardanti la sepoltura. Oltre la sua cronaca però l’evento spinge a focalizzare l’attenzione sulla regione balcanica e sull’istituzione del Tribunale Internazionale per i crimini in ex-Jugoslavia. In entrambi i casi è naturale chiedersi che cosa rappresenti la scomparsa del leader.
Per la Serbia essa potrebbe costituire un’occasione per affrontare la propria storia recente ed esorcizzare i demoni del passato, operazione tuttavia molto ardua. Oggi il Paese è attraversato da una divisione politica variegata tra progressisti e nazionalisti, con una leggera prevalenza della destra. L’attuale governo è infatti portavoce di un nazionalismo conservatore e tradizionalista amplificato dal risorgere della Chiesa Ortodossa. La religione non solo ha ritrovato il fervore popolare, ma si è inserita nel mondo politico, caricandolo di simboli e miti che, in spregio ad ogni laicità dello stato, hanno portato verso una “divinizzazione della nazione”. La possiamo riconoscere nell’atteggiamento serbo verso il Kosovo. La regione è infatti considerata la culla della nazione, sede di monasteri e luoghi sacri che hanno forgiato l’identità nazionale. Tuttavia esso è, ormai da un decennio, un corpo estraneo inaccessibile ai serbi non residenti e da altrettanto i luoghi di culto non sono più oggetto di visite e pellegrinaggi. L’indipendenza probabilmente permetterebbe un transito più agevole, riaprendo ai serbi il proprio patrimonio identitario senza minarne l’autenticità, ma “la religione politica della nazione” (secondo un’espressione di Ivan Colovic) cozza con queste considerazioni.
Non sorprende quindi lo scontro continuo tra i messaggi di commiato all’ex-presidente lasciati dai cittadini di Belgrado a radio B92, tra saluti affettuosi e addii velenosi, elogi ad un eroe e maledizioni per la mancata condanna di un criminale: è lo specchio di una Serbia divisa e brancolante. La morte di Milosevic potrebbe spingerla ad imboccare una direzione definitiva, ma i tempi non sono maturi. Scacciare i fantasmi del passato è difficile perché alla fine della guerra non è stato accusato l’intero popolo serbo; si è chiesto invece d’individuare dei singoli responsabili, soluzione certo opportuna, anzi ineccepibile, ma sposata alla difficoltà di definire nettamente criminali e non, liberando così un’ampia zona di contingenza (tra presunti carnefici, complici scampati, fiancheggiatori e sostenitori passivi) che naviga nella società serba rallentandone l’emancipazione dall’eredità delle guerre.
Infine un breve accenno alla situazione del Tribunale internazionale. Alcuni dicono che la morte di Milosevic l’abbia ucciso. Certo sarebbe stato meglio che tutto fosse accaduto dopo il raggiungimento di un verdetto. Ora infatti in mano a Carla Del Ponte e colleghi rimangono per lo più le critiche ai lunghi tempi di procedura. Non è certo questa la sede e non sono mie le competenze per discutere approfonditamente la questione. Vale solamente la pena di ricordare che alcuni criminali incriminati sono ancora in circolazione. Un’energica azione dei procuratori per spingere le autorità nazionali alla cattura e all’estradizione, potrebbe spegnere le polemiche. I protagonisti (procuratori, UE e governanti serbi) sembrano averlo capito: l’UE ha deciso di non sospendere i negoziati di associazione e stabilizzazione e in cambio la Serbia ha dichiarato il suo impegno nella cattura ed estradizione di Ratko Mladic, con toni tanto risoluti e precisi riguardo alle condizioni del ricercato da far pensare che egli abbia già un piede all’Aja. La convergenza d’interessi tra gli attori comunitari e governativi potrebbe dunque assicurare un altro criminale alla giustizia, risollevando le sorti del Tribunale Internazionale e il cammino della Serbia verso l’UE.