GORIZIA. Jean Lapeyre è il consigliere per gli affari sociali dell’ambasciata francese a Roma. Gli abbiamo posto alcune domande sulla questione del CPE.

Alla luce del passo indietro compiuto dal Governo e delle modifiche introdotte al CPE, ritiene che la Francia sia un paese difficile da riformare?
La Francia è da sempre un Paese difficile da riformare senza concertazione. Non è quindi disposta ad accettare riforme imposte brutalmente dal Governo. E’ quindi necessario un coinvolgimento attivo di tutti gli attori sociali attraverso il dialogo. In realtà, considerando la
storia francese possiamo dire che i più grandi cambiamenti si sono verificati in seguito alle rivoluzioni. Il dietrofront del Governo costituisce senza dubbio un indebolimento della sua capacità di avanzare delle proposte. Non è stato comunque il primo esempio di ritiro di una proposta di legge in seguito a contestazioni popolari: la legge anti fumo ne è un valido esempio.

Che strategia politica si nasconde dietro la proposta del CPE, in considerazione della possibile candidatura del primo ministro De Villepin alle presidenziali del 2007?
Non c’è una vera e propria strategia, se non la volontà di ottenere risultati in tempo brevi riguardo al problema della disoccupazione giovanile. Naturalmente con uno sguardo verso le prossime elezioni, sapendo che un probabile risultato positivo potrebbe aiutarlo a vincere la concorrenza nella corsa all’Eliseo.
E la posizione di Sarkozy, suo probabile rivale per la presidenza?
Non si può affermare che egli sia in disaccordo con il suo primo ministro, poiché in tal caso sarebbe costretto alle dimissioni. Il ministro dell’interno, infatti, condivide globalmente la politica del Governo: si sta dimostrando solidale con De Villepin, pur facendo sentire un’altra musica. Finora Sarkozy non si è posto in aperto contrasto, ha semplicemente indicato un’altra via. Il fallimento del
CPE non ha indebolito la posizione del ministro dell’interno, al contrario: una larga maggioranza dei Francesi ripone la propria fiducia in lui per la risoluzione della crisi. Man mano che le elezioni si avvicinano, le tensioni saranno sempre più forti, a destra come a sinistra. Sarebbe davvero interessante sapere in che momento Sarkozy deciderà di uscire dal Governo…

Possiamo ipotizzare un parallelo tra il CPE e la legge Biagi, varata in Italia nel 2003?

Mi sembra del tutto azzardato: la legge Biagi aveva la ben più grande ambizione di realizzare una riforma organica dell’intero mercato del lavoro. Il CPE invece s’indirizza unicamente alla risoluzione del problema della disoccupazione giovanile.

Qual è stato l’atteggiamento dei giovani delle banlieues rispetto alla contestazione degli studenti?

La situazione delle banlieues era ed è tuttora critica. Il CPE, a differenza del nuovo provvedimento varato in sua sostituzione, non andava a risolvere i problemi dei “banlieusards”, i quali, privi di qualsiasi speranza, manifestano la propria rabbia con la violenza. Non si può sperare di risolvere la questione delle banlieues nel giro di pochi mesi, e neppure di qualche anno. In questo caso,si manifesta in tutta la sua evidenza il fallimento delle politiche di integrazione della seconda e della
terza generazione di immigrati.

La generazione del ’68 è stata colpevole di non avere assicurato il futuro della generazione seguente?

Premetto che non sono molto obiettivo perché anch’io ho faccio parte di quella generazione. I sessantottini hanno perso la capacità d’indignarsi, integrandosi nella società
borghese. Ci sono delle grandi differenze tra i due movimenti di protesta: le ideologie sono scomparse a vantaggio degli ideali. I contestatori di oggi mirano a risultati concreti e materiali, mentre quelli del ’68 volevano cambiare il mondo. Il coinvolgimento in associazioni con finalità umanitarie e ambientalistiche rende l’impegno dei ragazzi di oggi più pragmatico

E’ possibile un avvicinamento di Francia, Italia, Spagna e Germania al modello scandinavo, che sta dando ottimi risultati nella lotta alla disoccupazione giovanile?
Sarebbe disonesto indicare il sistema di “flex securité” scandinavo come la risposta ideale in contesti così differenti. Il sistema dei Paesi nordici si regge su una diversa organizzazione della società e su una pressione fiscale forte, che permette allo stato di offrire maggiori garanzie di reinserimento all’interno del sistema lavorativo. Elementi che non si possono inserire nei Paesi sovracitati.

Agbe Komi
Davide Goruppi
Andrea Luchetta