Un’esplosione nucleare: otto persone finiscono in un mondo parallelo e, come il detto di casa Savoia, governano il mondo uno per volta. Ci si crederebbe nel classico scenario fantascientifico, con finale scontato e morale banale e al solito si finisce col chiedersi dove sia l’originalità dell’opera di questo autore, recentemente rivalutato a livello letterario (ennesimo riconoscimento postumo). Eppure ciò che ci viene rappresentato in questo romanzo non è un classico sfondo fantascientifico dove il progresso diventa discopìa, appartiene piuttosto alla trama classica di un romanzo fantastico dove quello che è al di sopra di noi non è né divino né inspiegabile: è semplicemente illusione, prodotto della psiche umana e, in quanto frutto della psiche, legato alla sua etica della responsabilità. In questo senso si definisce una dimensione “laica”, una dimensione dove Dio non è mai stato così uomo, dove il religioso rappresenta a tratti solo un modo per l’uomo di deresponsabilizzarsi di ciò che avviene intorno, quasi un ritorno al paganesimo dove esiste un Dio per tutto. Allo stesso tempo però ci si chiede se l’altro opposto, la grande industrializzazione, la specializzazione e il progresso tecnologico, garantiscano davvero la realizzazione di un equilibrio di benessere per questa società o se non sia solo un mezzo per “governare”, nel senso più claustrofobico del termine. Ci si ritrova quasi in un mondo a compartimenti stagni e gli interessi individuali soffocano e stravolgono anche i concetti più importanti della sociologia in quanto rete di rapporti mirata alla convivenza. Il concetto weberiano è così il vero fondamento di questo romanzo, dove il ruolo delle scienze umane sta nel far riconoscere come norma universale il fatto che gli individui scelgono diverse posizioni di valore, ma che ogni valore equivale all’impegno di osservare una coerenza tra mezzi e fini. Al contrario, ciò che nel romanzo viene messo in luce in maniera negativa è proprio l’assenza di una capacità valutativa, la discresìa di ciò che è bene e male, non come posizione di partenza ad un dialogo con l’altro ma come corazza difensiva nei confronti dello stesso. La mancata conoscenza dello “straniero”, dell’hostis greco, significa cioè pregiudizio nei suoi confronti e inficia per forza qualsiasi costruzione di una società. La critica nascosta dietro le parole è forte e richiede del tempo, non di lettura ma di riflessione. L’autore si inebria di utopie su una società collaborazionista, dove nessuno venga tagliato fuori e dove tutti possano trovare la strada per un comune futuro. Eppure, nonostante il tentativo molto ambizioso, il solo fatto di far nascere una riflessione è un risultato raggiunto.
E.B.

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