TRIESTE.Gloriosi stendardi tricolori e clima da finale di coppa del mondo. C’è un intero popolo di prodi (oops…)  difensori dell’italico vessillo all’apertura del comizio elettorale del ministro Gianfranco Fini, tenuto in un teatro Verdi di Trieste vestito a festa.
Pienone dunque, c’era da attenderselo: l’italianissima Trieste, strategico porto di frontiera, così a lungo attesa nel corso di secoli, discussa, divisa e poi mutilata della sua “naturale appendice”, non poteva che entusiasmarsi al richiamo risorgimentale del Gianfranco nazionale. E così tutti lì, cuore tricolore in mano e nostalgia negli occhi, ad attendersi ciò che in tivù non si può dire ma ad un comizio sì.
Pubblico di occhialuti e capelli bianchi, sembra un autobus su cui è doveroso lasciare il posto ai più anzianotti…
I gregari locali scaldano un auditorium mai così partecipe ed interagente;, perché se la politica attuale sa accendere la passione, il ricordo di ciò che è stato infiamma e coagula al tempo stesso, tizzone ardente su una ferita che rischia di essere ancora aperta (ahinoi…).
Sindaco Di Piazza, Scoccimarro, Lippi, Menia…Poi, bando ai convenevoli. Silenzio tutti, parla Fini. L’inizio è poderoso, da leader che non possa disattendere l’entusiasmo di una folla oceanica tutta lì, cuore, cervello e polmoni,  per lui. “Italiani e italiane di Trieste!” Il Verdi esplode. “Touché!” deve aver pensato Gianfranco. Il tasto da premere è quello, lo si sapeva anche prima di cominciare. Le prime parole sono un invito alla militanza, la folla risponde  il suo “obbedisco” di applausi, tra la baraonda spicca un “Vinceremo, vinceremo”. Sorriso sulle labbra di tutti. Compiacimento?
I toni sono accesi, Fini se ne rende conto ben presto e, da maldestro oratore che non sappia mantenere una folla in tensione ( o da abile giocatore di scacchi…), provvede a placarli. Il comizio del leader di AN è un Brasile che gioca col catenaccio; rapide e fugaci puntatine all’attacco, il pubblico per un momento s’infervora, tutti in piedi ad inseguire con lo sguardo quella punta che potrebbe essere così veloce… ed invece gioca con il freno tirato. Esigenze di campagna elettorale. Esigenze di moderare i toni. Fini lo sa bene; il suo comizio è poco sregolatezza e tanto senso tattico.  L’abile numero 8 dispensa assist quanto basta per non far sprofondare in letargo l’auditorium. A ogni calo di attenzione l’oratore lancia  un’esca a cui il pubblico abbocca con tanto tanto piacere.
E così è sufficiente un accenno alle irredente terre di Istria e Dalmazia per colpire il triestino laddove è più indifeso e scatenare bolgie furiose di applausi; basta un richiamino, tra le righe, all’amor patrio per svegliare chi, di sentire che la lotta al terrorismo verrà condotta senza tregua, ne ha piene le orecchie.
Il comizio continua singhiozzando talento a  monotonia, entusiasmo a politichese da Porta a Porta. Una domanda pare sorgere spontanea: è questa l’Alleanza Nazionale che esige più destra, che prima di Fiuggi…, che  conserva nel suo simbolo la fiamma tricolore? E’ questa l’Alleanza nazionale che una grande parte del popolo di sinistra non esita a definire ’ fassista’?
Il comizio si conclude sulle celebri note della Turandot di Puccini, un “vincerò, vincerò” che non sarà la scelta più originale ma di sicuro non lascia indifferenti. All’uscita m’imbatto in un tale al quale confido le mie perplessità riguardo il comizio. Troppo controllo palla, poche sortite all’attacco, come pretende di fare la punta questo Fini? E alleanza nazionale non rischia di snaturarsi, incatenata ai rigidi schemi imposti dalla politica di televisione, di elezione, di moderazione? Il tale risponde che no, che la via imboccata è quella giusta, che se non si vuole rimanere isolati in quella ragnatela all’angolino destro è necessario istituzionalizzarsi, moderarsi, allacciarsi. Melina? Sì,ma con la consapevolezza di restare attaccanti di razza!

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