You are currently browsing the monthly archive for giugno 2006.

Da un po’ d’anni a questa parte le radio trasmettono sempre la stessa musica. È una cosa chiamata playlist, un espediente delle compagnie musicali per pubblicizzare i loro protetti. Sfortunatamente le grandi compagnie puntano a massimizzare le vendite, e a questo scopo operano una selezione di musiche e testi, scegliendo quelli che possano piacere ad un pubblico vasto. Questo porta inevitabilmente ad una desolante banalità.. Fortunatamente il mondo informatizzato in cui viviamo ci fornisce un buon numero di alternative all’ottusità dell’industria discografica mainstream. Jonathan Coulton è la mia ultima scoperta, un cantautore americano dalla voce dolce e dalla mente bizzarra, esponente di punta della cosiddetta geek music, musica per sfigati. Nelle sue canzoni la ballata melodica e il soft-rock accompagnano testi surreali ed esilaranti: in I Crush Everything si dà voce ad un calamaro gigante solo e depresso, mentre Mandelbrot Set è l’elogio dell’inventore della teoria dei frattali. De-evolving affronta il dramma di un uomo che assiste impotente alla propria trasformazione in scimmia, e The Future Soon ci immerge nei sogni di un ragazzino alienato che aspira a costruire un esercito di robot guerrieri. Coulton ha anche un lato più apertamente sarcastico, e con I Feel Fantastic disegna un impietoso ritratto d’uomo moderno imbottito di farmaci e sempre di corsa, mentre I’m a Mason Now prende come bersaglio l’arrivismo generale. Ma il suo capolavoro è probabilmente Skullcrusher Mountain, la strana e goffa serenata di un genio malvagio da film di serie B. “Ho fatto per te questo mostro mezzo scimmia e mezzo pony” canta il villain innamorato, “ma ho la sensazione che non ti piaccia. Perché gridi tanto? Ti piacciono i pony, ti piacciono le scimmie, forse non ti piacciono i mostri? Oppure ho usato troppe scimmie? Non ti basta sapere che ho rovinato un pony per farti un regalo?” Straordinarie sono anche Ikea (probabilmente la prima canzone dedicata alla catena di mobilifici svedese e al rapporto di odio-amore che ci lega ad essa) e Re: your brains, un surreale dialogo tra un impiegato e il suo collega trasformato in zombie.

Finora Jonathan Coulton ha inciso tre dischi (Our Bodies, Ourselves, Our Cybernetic Arms,
Smoking Monkey e il meraviglioso Where Tradition Meets Tomorrow), ma temo che sia piuttosto difficile trovarli nei negozi. Fortunatamente è possibile ascoltarli gratuitamente su www.jonathancoulton.com. Gratuitamente perché il Nostro crede fermamente nel “dare via roba come strumento di autopromozione”. Chiunque dovesse apprezzare le sue canzoni potrà poi scaricarle permanentemente al prezzo simbolico di un dollaro. Ne vale ogni centesimo.

 

 

 

 

 

 

Annunci

E anche quest’anno è finalmente arrivata l’estate, ed è arrivato anche il momento di tirare le somme sulle attività sportive del CUS. Noi, assieme ad altre ragazze (Cate, Mira, Susanna, Desirée, Valerie,
Carmen, Giulia, Francesca, Isabella, Jane, Valeria, Elena, Erinda, e Lydie) abbiamo deciso di provare l’esperienza del calcetto femminile. Nonostante i maliziosi commenti dei nostri compagni maschi, ci siamo
divertite veramente tantissimo. Ovviamente la tecnica non era molta, ma la voglia si, e così ogni lunedì sera ci trovavamo in qualche palestra (che poi col caldo è diventata campetto) per tirare 4 calci “in amicizia”. Purtroppo non essendoci un torneo femminile non abbiamo avuto molte occasioni per mostrare al mondo quanto siamo dei fenomeni… Abbiamo disputato una sola partita, formando squadre miste con dei simpatici “volontari” del SID, visto che la squadra femminile di Udine (temendo le nostre grandi doti) ha dato forfait. Il prossimo appuntamento (a meno che non vi siano cambiamenti di programma) è il 28 giugno, proprio contro il polo di Udine al (…nome del campo…). Aspettiamo dunque un pubblico numeroso e, nel mentre, cogliamo
l’occasione per ringraziare coach Domenico e la sua infinita pazienza…

Giulia e Leonetta

Le due Gorizie saranno sede di una rassegna d’arte contemporanea che diviene sempre più trasfrontaliera ed europea.

 

Un semplice muretto con una rete. Un’apparenza modesta per quello che è stato uno dei confini caldi dello scorso secolo, la divisione tra est ed ovest, tra comunismo e capitalismo, tra Gorizia e Nova Goriza. Questo confine però sta subendo un processo di cambiamento inesorabile che ha avuto inizio ben prima della fine della guerra fredda, grazie alla volontà di cooperazione fra le due parti di quella che era stata un’unica realtà isontina.

Arcipelago 06 è la seconda edizione del Festival d’arte contemporanea trasfrontaliero e si terrà dall’1 all’8 luglio principalmente lungo la linea del confine che porta dal valico di San Gabriele a quello di Salcano oltre che ovviamente in piazza transalpina, il punto nevralgico ed emblematico del nostro confine. Questa piazza infatti è un po’ la porta di Brandeburgo goriziana, uno dei punti importanti di quando la città era unita ed ora invece è una piazza divisa fra le due realtà.

Eppure, come può aver senso una piazza che è per definizione punto d’incontro di vie e genti, nel momento in cui diventa confine?

La mostra Arcipelago riconsegna alla piazza la sua valenza unificatrice e di scambio, le sue opere d’arte, sparse e diverse, sono come isole, appunto, di un arcipelago, separate dal mare di un confine di burocrazie e leggi ma unite dalla loro forma, la loro essenza artistica che supera senza difficoltà ogni confine.

Questa rassegna diventa anche occasione di numerose altre attività culturali, dalla performance alla poesia, prosa, teatro, film, animazione e concerti musicali.

Le opere d’arte che sono presentate quest’anno sono emblematiche del successo di questa iniziativa: in una anno il numero egli artisti è più che raddoppiato ed ora sono presenti nomi dalla Bosnia Erzegovina, Croazia, Germania, Italia, Olanda, Serbia, Scozia e Slovenia. Nell’arco di due edizioni la rassegna si apre immediatamente al resto d’Europa dimostrando quanto è importante e sentito il tema del confine e della ricerca del suo superamento, oltre che ricordarci che questo è un confine europeo e rappresenta quelle barriere che dai Pirenei all’Egeo stiamo lentamente cercando di togliere.

Le opere d’arte che saranno esposte saranno molto all’avanguardia, utilizzando mezzi spesso inusuali per comunicare al visitatore e giungendo ad effetti più o meno apprezzabili a dipendere dei propri gusti ( ed alla bravura dell’artista); il mio consiglio è quello di osservare queste opere, più che esclusivamente come singoli pezzi, come un tutt’uno, un “arcipelago” che unisce e poi magari prendere spunto per riflessioni sul confine, per sconfinare con la mente.

Sconfinare. Sì è proprio questa la cosa secondo noi più importante, il pensiero che deve dominare non solo l’osservatore di questa mostra ma ognuno che vive e visita questa cittadina di “confine”. Siamo giunti, noi studenti, infatti a Gorizia con il sogno di andare oltre le barriere, di andare oltreconfine per l’abbattimento del confine stesso, per sconfinare.

Appoggiamo quindi pienamente lo splendido lavoro che stanno facendo per questa mostra la PROLOGO di Gorizia e KREA e LIMB di Nova Goriza e ci auguriamo che quando ognuno di noi osserverà le varie opere d’arte ,butterà l’occhio dall’altra parte per vedere quello che vi si trova, focalizzandolo fino a far scomparire il reticolato bianco dalla sua vista.

 

Cudicio Allan-Francesco

Un filosofo, un pensiero, una vita.

Gorizia, 1910, 17 ottobre, con un colpo di rivoltella un giovane ragazzo di origine ebrea si toglie la vita, solo a casa sua. Nessun messaggio, nessun evento particolarmente traumatico da poter spiegare questa prematura morte.

Era Carlo Michelstaedter, giovanissimo, nato nel 1887, ed aveva appena concluso la sua tesi di laurea. Il suo requiem. Chi l’avesse conosciuto si sarebbe trovato d’innanzi ad una ragazzo sia intellettualmente che fisicamente sano e vitale, studente tra la città d’origine, Gorizia, e Firenze.

Nella sua breve vita, Carlo Michelstaedter ci ha lasciato poesie, dipinti, disegni e scritti; poliedrico nella sua espressione artistica, tanto da non essere immediatamente classificabile, è però sicuramente brillato maggiormente nella stesura del suo ultimo scritto. La sua tesi di laurea: La Persuasione e la Rettorica.

Non sono moltissime le pagine ma sono dense di contenuti, v’è rappresentata la sua visione del mondo con tutto ciò che la ha influenzata. È importante dire, innanzitutto, che questo ragazzo, come Svevo a Trieste, fa parte di quel mondo che si potrebbe dire (seppur la parola è ultimamente abusata) “mitteleuropeo”: da un lato influenze germaniche e nordeuropee, dall’altro la forte influenza italiana.

In effetti, quando parla di Dio, come può non venire in mente la “morte di Dio” di Nietsche? Oppure Leopardi, quando traspare la sua malinconica disillusione? Va poi aggiunta la rilevanza che hanno avuto nella sua formazione i filosofi della classicità, ben visibile nelle numerose citazioni e riflessioni che impregnano interamente la sua opera.

Ma arriviamo al dunque: cosa intende dire Michelstaedter quando parla di “persuasione” e di “rettorica”? C’è qualche legame tra questo scritto e l’

immediatamente successiva morte?

La persuasione “falsa” è quella che ci nasconde che anche la felicità ed i bei momenti della vita, nascono in realtà dal dolore, che ogni cosa è dolore, che in ogni momento c’è una voce che ci sussurra all’orecchio che non siamo nulla che “non c’è alcun dio, dio muore con te” e che questa paura c’è fin dalla culla dove sei nato.

La vita, mi verrebbe da dire, sembra quasi un negativo fotografico della morte, dove le due cose coincidono e l’una è semplicemente l’altra faccia dell’altra.

Secondo Michaelstaedter, dunque, va aborrita la “rettorica”, che vede incarnate nei pensieri di Platone, Aristotele ed Hegel, i quali, come dice D. Fusaro, vogliono scavalcare fittiziamente la nostra “deficienza ontologica” con illusori sistemi.

È retto invece l’uomo “persuaso” che ha abbandonato la “filopsichia” e la rettorica, che attraverso una persuasione “illusoria” danno soltanto un’ansia di vivere proiettati verso un qualcosa di esterno che dia un senso alla vita.

L’uomo “persuaso” ha quindi la certezza di non averne alcuna, se non la morte, e vive la vita con una sua pienezza, senza tormentose ricerche, ma soddisfatto nella sua disillusione senza distinguere troppo tra vita e morte, tra nulla ed esistenza.

Carlo Michaelstaedter, secondo me, rappresenta completamente questo ideale di uomo e quindi me lo immagino, in modo che azzarderei “romantico-esistenzialista”, prendere in mano la sua rivoltella, fissare il soffitto bianco in silenzio, con espressione neutra, soddisfatto della sua indifferenza, senza rimorsi premere il grilletto.

Allan-Francesco Cudicio

A circa cinquecento metri dal confine della Casa Rossa di Gorizia, proprio dietro al piccolo Casinò Fortuna, accanto ad un paio di case modeste, abbiamo scoperto un cimitero ebraico.

Ci si arriva attraversando un prato non curato, costeggiando le due abitazioni: a dir la verità, noi esploratrici entriamo maldestramente nel cortiletto, facendoci immediatamente notare dal padrone di casa, il quale ci indica la strada giusta per l’entrata. “Girate dietro quella rimessa per gli attrezzi” ci urla in un italiano perfetto, che pochi nostri connazionali potrebbero ricambiargli con la stessa scioltezza in sloveno. Dunque, Giorgia ed io seguiamo le indicazioni senza invadere ulteriormente la proprietà privata, scoprendo finalmente l’ingresso: un cancello arrugginito, lasciato aperto, posto al di là di un ponticello che scavalca un ruscelletto, probabile affluente dell’Isonzo. La vicinanza ad un corso d’acqua è una delle peculiarità dei cimiteri ebraici, considerata importante come simbolo della vita che continua.

All’entrata rimaniamo in silenzio per qualche minuto: non si tratta del tipico mutismo rispettoso che si assume di fronte agli ordinatissimi cimiteri italiani, simili a tristi archivi di morte affacciati su lindi vialetti di ghiaia, colorati da fiori di plastica e lumini. No, è un silenzio del tutto diverso: le lapidi escono infatti sconnesse dalla terra bagnata, pietrone grezze sul procinto di cadere, o già cadute, in un disordine commovente ed angosciante allo stesso tempo. Camminiamo con attenzione: sotto i nostri piedi, sotto quelle primule timide nell’erba ancora umida, c’è un’intera comunità. La prima tomba che ci fermiamo ad osservare ci dà la conferma dell’identità ebraica: simboli aramaici celebrano l’epitaffio di una giornalista, Luzzatti…la pioggia, il vento, i licheni hanno divorato quelle poche parole in italiano che forse ci avrebbero permesso di sapere di più su questa donna scomparsa quasi un secolo fa. La natura presto si porterà via ogni dato, ogni traccia, ogni accesso alla memoria delle persone seppellite sotto di noi.

Ritroviamo con stupore su una serie di lapidi la stessa data di morte: 1910…uomini e donne ebrei tra i 20 e i 40 anni misteriosamente scomparsi, senza nessun riferimento, nessuna spiegazione. Ci sforziamo di ricondurre questa data a qualche avvenimento storico preciso, ma la ricerca è vana.

Camminiamo ancora, troviamo gruppi famigliari consistenti, cognomi come Morpurgo, Michaelstaeder…

Il paradosso più incredibile sta proprio al di là del piccolo muro che delimita il cimitero: la grossa insegna del casinò. Una sadica torretta gonfiabile di circa sette metri si eleva sopra le lapidi: è inquietante la scelta di piazzare la scritta “casinò” alla cima della torre, seguito da una freccia in verticale che indica”Fortuna” (il nome del locale), seguito da un’altra freccia verticale che pare proprio condurre lo sguardo a una lapide, più imponente delle altre, forse perché di un medico o di un personaggio dal ruolo importante…il gioco che porta alla morte?O macabra ironia?

Ma più della discutibile scelta di costruire un casinò a pochi metri da un luogo del genere, mi colpisce l’incredibile abbandono in cui sono lasciate quelle pietre. Là dentro c’è un pezzo di storia, che io non comprendo, e che non mi è permesso conoscere, parrebbe…

Arianna Olivero,Giorgia Turin

Voto: 8-

Nazione: USA

Cast: Tom Hanks

Audrey Tatou

Jean Reno

Ian McKellen

Alfred Molina

Paul Bettany

Durata: 149′

La riduzione cinematografica del best seller di Dan Brown, com’era prevedibile, ha suscitato molte discussioni e polemiche per il suo contenuto giudicato da alcuni “blasfemo”, mentre i critici cinematografici l’hanno stroncata con l’accusa di essere il solito, pacchiano “polpettone” à la Hollywood. Ma è meglio lasciar da parte le dispute teologiche e come pure certe inesattezze storiche di Brown, per concentrarsi su quello che è veramente il “Codice da Vinci”: una bella storia d’azione e di fantasia, su un argomento tutto sommato insolito nel mondo del cinema. La vicenda si apre con Jacques Saunière (Jean-Pierre Marielle), custode del Louvre, che viene inseguito e assassinato da un sinistro monaco albino (Paul Bettany) al servizio dell’Opus Dei, organizzazione disposta a tutto pur di impossessarsi del segreto che fa da filo conduttore del film; il tutto è intervallato dalle scene dove viene introdotto il personaggio di Robert Langdon (un sottile Tom Hanks), professore di simbologia religiosa a Harvard. Ciò che segue è un avvincente thriller, ricco di colpi di scena per chi non conosce il libro, e comunque piacevole per chi sa già come va a finire. Il regista Ron Howard riesce a intrecciare molto bene le diverse storie di inseguimenti tra Londra e Parigi, con anche degli efficaci momenti di “spiegazione” e flashback storici a completare la frenetica ricerca del “Santo Graal”. Azzeccatissimo Jean Reno nella parte del poliziotto francese Bezu Fache, bella e brava Audrey Tatou nei panni della crittologa Sophie Neveu, e immenso come sempre Ian McKellen nel ruolo dell’ambiguo studioso inglese Sir Leigh Teabing.

F.P.

Molte sorprese e qualche delusione alla kermesse francese del cinema

Si è svolta dal 17 al 28 maggio la 59° edizione del prestigioso festival francese, che ormai ha poco o nulla da invidiare agli Oscar in fatto di glamour, ed è anzi denotato da una certa eleganza rispetto alle pacchiane cerimonie hollywoodiane. D’altra parte, dai cugini d’oltralpe non ci si può aspettare nulla di meno. La giuria, multinazionale, è stata presieduta dal grande regista cinese Wong Kar-Wai, con, fra gli altri, Helena Bonham Carter, Samuel Jackson, Zhang Ziyi e Monica Bellucci.

Fuori concorso, ad aprire la manifestazione è stato l’attesissimo e tanto discusso “Codice da Vinci”, ma l’esordio è stato deludente: un minuto scarso di applausi e qualche risata hanno seguito la prima proiezione. Molte, in compenso, le pellicole, che hanno riscosso grande successo tra il pubblico del Palais du Cinéma:in particolare, applausi e standing ovation per Kim Rossi Stuart, al suo esordio come regista con “Anche libero va bene”, e per “Il regista di matrimoni” di Marco Bellocchio. Consensi anche per “Il caimano” di Nanni Moretti, dato per favorito ma poi rimasto a mani vuote al momento della consegna dei premi. Stessa sorte per Pedro Almodóvar, in gara con “Volver”, a cui è sfuggita anche questa volta la Palma d’oro: si è però consolato con il premio per la miglior sceneggiatura, e con l’assegnazione del premio per la miglior attrice all’intero cast femminile del suo film (“capitanato” da Penélope Cruz). Premio collettivo pure per gli interpreti maschili di “Indigènes” (di Rachid Bouchareb); la Palma d’oro è invece andata all’unanimità a Ken Loach e al suo “The wind that shakes the barley”, film sulla guerra d’indipendenza irlandese del 1916-1921. Tra i rimanenti premi, l’hanno fatta da padrona i film che hanno affrontato il tema della guerra: “Flandres” di Bruno Dumont (Gran Premio della Giuria), “Babel” di Alejandro González Iñárritu (miglior regia). Sconvolti quindi tutti i pronostici, ma anche quest’anno sulla Croisette non sono mancate le forti emozioni.

Federico Permutti

Pred dnevi sva Giorgia in jaz naključno odkrila majhno, nepoznano in zapuščeno židovsko pokopališče, ki se nahaja v neposredni bližini državne meje in bolje znanega “Casino Fortuna”.

Pokopališče je težko dostopno in nek mož, v katerega dvorišče sva neopazno zašla, nama je obrazložil, kako priti do njega. Presenetljivo je bilo dejstvo, da nas je ogovoril v perfektni italianščini, medtem ko lahko na eni roki preštejemo tiste, ki onstran meje v Gorici obvladajo slovenščino.

Sledila sva danim navodilom in dospela do pokopališča, v bližini katerega nemoteno teče potok. Voda je bila Židom zelo pomembna, saj je bila simbol za življenje, ki se nikoli ne prekine.

Predno bi vstopila se trenutek vstaviva, ne samo kot znak spoštovanja da kraja večnega počitka, temveč predvsem zaradi zapuščenosti v kateri se pokopališče nahaja. Okrušeni in razmajani nagrobni kamni, iz katerih se z veliko težavo razbere ime tistega, ki tamle počiva, med temi tudi imena pomembnih družin Morpurgo, Michaelstaeder…

Burja in dež bosta kmalu zabrisala za vedno še tisto malo čitljivih napisov in tako izbrisala za vedno pomemben del naše zgodovine.

Našo pozornost je nato pritegnila vrsta grobov z istim datumom smrti 1910, poleg tega pa nobena razlaga o tem kar se je bilo zgodilo vsem tistim, ki so v tako velikem številu preminili v istem letu.

Paradoks predstavlja, ob zidu postavljen napis “Casino Fortuna”, ki obvešča o casinoju, obenem pa nekako vodi pogled mimoidočega na zapuščeno pokopališče…in ironično povezuje igro s smrtjo.

Najbolj pa zaboli dejstvo, da je bil Casino postavljen prav ob pokopališču za katerega nihče se ne zmeni in katerega sledi bodo kmalu izbrisane, tako da bomo za vedno prikrajšani dela naše domače zgodovine.

Prevedel Samuele Zeriali

Titolo: Il codice da vinci

Regia: Ron Howard

Attori:     Tom Hanks

    Audrey Tautou

    Jean Reno

Durata:149 minuti

Quando Dan Brown non è solo in libreria

 

Uscita la versione grande schermo del Codice da Vinci, la redazione di sconfinare non poteva certo sottrarsi alla “trappola Dan Brown”.

Ron Howard, già conosciuto per aver firmato pellicole come “Apollo 13” e “Cinderella Man”, questa volta si è lanciato nella trasposizione cinematografica del romanzo più venduto del momento. Un misterioso omicidio al Louvre, una setta segreta (il Priorato di Sion), e una caccia al tesoro tra i simboli e i misteri della pittura di Leonardo sono gli ingredienti di 149 minuti di azione e fine logica. Tom Hanks nei panni Robert Langdon, brillante storico dei simboli, assieme alla poliziotta Sophie Neveu (interpretata da Audrey Tautou) si ritrova invischiato in un mistero custodito da secoli che li metterà sulle tracce del sacro graal. E se, nonostante la loro innocenza, avessero anche alle calcagna il più tenace mastino di Parigi, Captain Fache interpretato (Jean Reno)? E se dovessero chiedere aiuto a Sir Leigh Teabing, esperto di storia del Priorato? Nella loro perenne fuga i nostri protagonisti non avranno un secondo di respiro e il numero di rompicapo che “Sherlock Hanks” si troverà a risolvere potrà addiritura disorientarvi.

Il tocco di Howard è inoltre evidente negli espedienti cinematografici usati per visualizzare le deduzioni del protagonista. Comunque, a parte il senso di dejà vu che proverete di fronte a anagrammi e lettere illuminate (sempre ce abbiate visto “A Beautiful Mind”), azione e suspance sono ben calibrate e il film non risulta affatto noioso.

 

Ooops!

 

Come tutti sappiamo nulla è perfetto. E per i perfezionisti del cinema, la redazione cinema è andata scovare i piccoli e immancabili errori che vengono commessi nel girare anche le migliori pellicole. Aguzzate la vista per vedere se riuscite a scovare altri dettagli che sono sfuggiti ai migliori professionisti di Hollywood!

 

  1. Quando Teabing punta la pistola a Sophie per costringerla ad aprire il cryptex, c’è un primo piano su Langdon che dice “un momento”con le mani alzate. Nella sequenza successiva, che riprende Teabing e Langdon, le mani di quest’ultimo sono abbassate.
  2. Nella scena finale in cui Langdon è sulla piramide capovolta del Louvre, si vedono il camera man e il suo assistente riflessi nei vetri.
  3. Quando Langdon e Sophie sono inginocchiati a tiro di pistola, la posizione de cryptex per terra cambia.
  4. A casa di Sir Leigh Teabing, la mattina, il momento della giornata continua a cambiare (notare il cielo e il sorgere del sole)
  5. Alessandro Pope non fece mai nulla per il funerale di Newton, solo scrisse su di lui una poesia.
  6. Mentre Silas parla in latino al telefono, chiama “Parigi” come “Parisi”. Peccato che il nome latino della città sia “Lutetia” e i “Parisi” i suoi abitanti!
  7. Quando Sophie posa il suo piede sull’acqua, le sue scarpe sono già macchiate di un’alga verde.
  8. Mentre sta scoprendo la cripta della Maddalena, Langdon sposta un tappeto. Ovviamente il pavimento sotto il tappeto è abbastanza pulito ma nella scena successiva è pieno di sporco e di polvere.

 

Francesco Gallio

Secondo le più rosee previsioni Francesco Peroni è stato eletto Magnifico Rettore dell’Università di Trieste. È accaduto giovedì 15 giugno quando, al quarto scrutinio, il preside della Facoltà di Giurisprudenza dell’Ateneo giuliano ha ottenuto a suo favore 549 voti, mentre il suo rivale principale, Walter Gerbino (già pro-rettore e docente alla Facoltà di Psicologia), ne ha conseguiti 166. Va ricordato che gli elettori, tra docenti e rappresentanti degli studenti e del personale amministrativo, erano 1127 ma soltanto 744 aventi diritto si sono recati alle urne.

La competizione elettorale si era già aperta ai primi di maggio, quando il professor Peroni accettò di candidarsi alla massima carica universitaria in seguito alle numerose richieste che gli erano state rivolte in tal senso da parte di colleghi docenti e di studenti di Giurisprudenza e non, e divenne man mano più intensa nei vari faccia a faccia tra Peroni ed il rettore uscente Domenico Romeo (ricandidato per il secondo mandato). Proprio in tali incontri è emersa la debolezza programmatica di Romeo e soprattutto la sua reticenza a parlare di temi significativi come l’aumento delle tasse universitarie e soprattutto la riforma dello Statuto di Ateneo, problema che da tempo suscita aspre polemiche nella sede del Senato accademico. Al contrario Peroni si è dimostrato molto deciso nell’evidenziare le carenze sul piano amministrativo e finanziario registrate durante i tre anni di mandato dell’ormai ex rettore e non ha mancato di sottolineare che, una volta eletto, egli avrebbe dato maggiore sostegno alle strutture scientifiche e didattiche (dipartimenti e facoltà) e avrebbe razionalizzato la macchina amministrativa così da renderla più efficiente e più competitiva nei confronti degli altri atenei.

La prima tornata elettorale si è dunque svolta il 31 maggio facendo registrare immediatamente un successo per Peroni, che con 451 voti contro i 258 di Romeo si mostrava il favorito. Il mancato raggiungimento della maggioranza assoluta (il quorum era di 564 voti) richiesta per i primi tre turni non ha però consentito la sua elezione. Il copione è stato pressoché lo stesso per la seconda votazione (6 giugno) dove il Preside di Giurisprudenza ha aumentato di poco il suo consenso, ma il colpo di scena si è verificato il giorno successivo con l’annuncio da parte di Romeo del suo ritiro dalla competizione. Il posto del rettore uscente è stato quindi preso dal professor Gerbino, che al terzo turno elettorale dell’8 giugno si è piazzato al secondo posto con soli 62 voti a fronte dei 494 di Peroni.

Il problema della nomina del nuovo rettore si è quindi sciolto giovedì 15 giugno con il ballottaggio tra i due candidati più votati, Peroni e Gerbino appunto, e la scontata elezione del primo che, appena conosciuti i risultati delle votazioni, non ha mancato di ringraziare in primo luogo gli studenti per averlo unanimemente appoggiato. E proprio con gli studenti il neo-rettore ha voluto festeggiare la vittoria. A suo giudizio è stato premiato il carattere istituzionale e non politico della sua candidatura come evidenziato dall’ampio consenso ricevuto da parte dei docenti, del personale tecnico-amministrativo e degli studenti.

Diamo ora un breve sguardo alla vita professionale di Francesco Peroni. Nel 1961 nasce a Brescia ma la sua vita si svolge quasi interamente a Pavia, dove nel 1985 si laurea a pieni voti e con lode in Giurisprudenza. Nel 1987 ottiene l’idoneità alla professione di avvocato e nel 1992 lascia Pavia per Trieste essendo diventato ricercatore presso la locale Università. Il 1996 lo vede designato dal Consiglio superiore della Magistratura magistrato esperto del Tribunale di sorveglianza del Distretto di Corte d’appello di Trieste. In tempi brevissimi Peroni diviene professore universitario di seconda fascia (1998), professore associato (sempre 1998), professore di prima fascia con cattedra di Procedura penale (2000) e quindi, nel 2004, professore ordinario. Dal 2003 è preside della Facoltà di Giurisprudenza, incarico che continuerà a ricoprire anche da rettore. È autore di un’ottantina di pubblicazioni, tra monografie, articoli, voci enciclopediche e contributi a convegni. Con i suoi 45 anni è il più giovane rettore d’Italia, ma ricordiamo che inizierà il suo mandato soltanto a partire dal 1° novembre.

Confidando nella prestigiosa esperienza alle sue spalle, formuliamo i migliori auguri di buon lavoro a Francesco Peroni, neo-rettore dell’Università di Trieste.

Andrea Grisilla

Dalla Bosnia tutto il fascino della musica balcanica

Un piccolo villaggio ebraico fugge la follia hitleriana e affida le sue speranze a un treno che corre verso il fronte russo, un train de vie, accompagnandosi con danze dal sapore antico e accogliendo un popolo, i Rom, rimasto senza terra. Una artista fugge la follia di una guerra fratricida e affida la propria vita a una musica che, come un treno dei ricordi, profuma di Balcani e di speranza che fatica a sopravvivere. È sempre la stessa mente melodica dietro a queste immagini: Goran Bregović.

Nato nel 1950 da madre serba e padre croato, cresciuto nella Sarajevo multietnica prebellica, Goran si è avvicinato alla musica attraverso il violino a cui però ha preferito la chitarra, la quale lo ha portato, appena quattordicenne, ad inserirsi in rock
bands e a fondare poi, nel 1974, il gruppo che l’ha reso uno dei più famosi artisti slavi, i Bijelo Dugme (Bottone Bianco), scioltosi nel 1989. Forse può stupire questo suo passato, ma, come lui stesso dice, il rock “…era un modo per esprimere il malcontento senza finire in galera…”.

Poi è venuto il turno dei films, fra cui quelli firmati Kusturica, suo concittadino, come Il tempo dei gitani (1989), Arizona Dream (1993), Underground (Palma d’Oro al Festival di Cannes 1995), di cui ha composto le colonne sonore, un mix di temi zigani e slavi mescolati ai suoni caldi degli ottoni. Musiche particolari, lontane, che fanno venir voglia di ballare.

Infine la svolta: la creazione, nel 1995, della Orchestra per i matrimoni e funerali, con la quale ha ripreso a suonare musica dal vivo. A causa dei problemi logistici derivati dalle dimensioni (120 musicisti sul palcoscenico!), l’orchestra è stata ridotta a 50 elementi, ma non ha certo perso il suo carattere: Goran, infatti, ha continuato a infiammare le folle durante i suoi concerti e ha persino organizzato, all’inizio del tour italiano del 2000, un “Grande matrimonio a Palermo”, per la festa di S. Rosalia del 14 luglio, in cui ha riunito musicisti provenienti da Belgrado, Sofia, Budapest e Istanbul. Perché l’essenziale sta nell’originalità!

E proprio all’insegna dell’originalità, Goran ha deciso di occuparsi anche di teatro e lirica, scrivendo, ad esempio, una nuova versione della Carmen presentata nell’aprile 2004 a Trieste: La Karmen di Goran Bregović con lieto fine, in cui, finalmente, scompare il tragico epilogo. Una speranza che torna a fortificarsi, come quella che accompagna l’ex Jugoslavia verso il futuro.

 

Ius Isabella

elan_isa@hotmail.it

 

 

“E’ molto romantico pensare che noi artisti possiamo cambiare le cose. Purtroppo, però, la storia della Jugoslavia la fanno i soldati, non i musicisti”.

Per un punto di vista più serio e ufficiale sui primi 100 giorni del Governo Prodi, abbiamo rivolto alcune domande al Sottosegretario triestino Ettore Rosato. Impegnato in politica fin dal 1987, inizialmente nel Comune di Trieste, in seguito anche in Provincia e in Regione, nel 2005 annuncia la sua intenzione di candidarsi a sindaco di Trieste: vince le elezioni primarie dell’Unione ma l’anno seguente viene sconfitto, seppur per pochissimi voti, dal candidato della destra
Roberto Dipiazza. Dal 18 maggio del 2006 fa parte del secondo governo Prodi in qualità di sottosegretario agli Interni.

Il 25 e il 26 giugno gli italiani saranno chiamati a decidere le sorti della cosiddetta “legge sulla devolution”; la maggioranza di Governo si schiera a favore del no.Quali sono le ragioni di questa opposizione? Il nostro no è motivato dal fatto che questa riforma della Costituzione è stata fatta esclusivamente per un accordo politico all’interno del centrodestra in cui ognuno ha inserito ciò che voleva: da una parte una sottospecie di federalismo, dall’altra un presidenzialismo spinto ma soprattutto un sistema legislativo che non delinea bene i confini tra Camera e Senato.Tutto ciò non consente sicuramente al nostro paese di migliorare i suoi assetti costituzionali. Qualunque sia l’esito del referendum, cosa farà il centrosinistra per il federalismo? Penso che la lezione della riforma del Titolo V voluta dal centrosinistra nel 2001 sia stata importante: le riforme della Costituzione si fanno solo con un largo consenso nel Paese e nel Parlamento. Cercheremo di definire meglio i confini delle competenze e rendere la nostra Costituzione più attuale. Ma il dato importante è che le riforme si possono fare anche a Costituzione vigente, intervenendo sulla legislazione e aumentando il potere delle nostre regioni. Per quanto riguarda il ritiro delle truppe dall’Iraq, sarà rispettata la scadenza del 31 dicembre 2006? Un eventuale ritiro potrebbe compromettere il nostro rapporto con gli Stati Uniti e la Nato? Credo che il ritiro avverrà sicuramente entro fine anno se non prima perché così è stato deciso, e personalmente ritengo sia giusto. Siamo sempre stati un Paese amico degli Stati Uniti e continueremo ad esserlo ma abbiamo il dovere di saper decidere autonomamente. L’intervento in Iraq non è stato condotto sotto l’egida delle Nazioni Unite ma è stata un’operazione unilaterale da cui vogliamo ora disimpegnarci. Alcuni ritengono che le quote rosa siano poco lusinghiere nei confronti delle donne in politica in quanto attribuiscono loro il ruolo di “minoranza da tutelare”. Lei che cosa ne pensa? Crede che il Governo riuscirà a farle approvare? Non sono mai stato innamorato delle quote rosa e del principio che c’è sotto ma devo ammettere che oggi i partiti non riescono ad adottare strumenti autonomi per coinvolgere in maniera più forte le donne in politica, questo vuol dire che sarà necessario uno strumento legislativo. A livello economico e finanziario la manovra bis cercherà di portare il rapporto deficit/pil sotto il 4% e di realizzare un avanzo primario del 3,5%. Nel Dpef, invece, uno degli snodi principali è la diminuzione del cuneo fiscale di 5 punti. Come sono possibili tali riduzioni in un Paese dove il debito è al 108%? Da dove si attingeranno i soldi per attuarle? La situazione economica del nostro Paese è difficile sotto due profili: innanzitutto vi è la necessità di riprendere competitività sui mercati mondiali; in secondo luogo bisogna risanare il bilancio delle Stato riducendo la spesa pubblica. Il taglio del cuneo fiscale, che sostanzialmente comporta una riduzione del costo del lavoro per le imprese e un aumento del denaro in busta paga per i lavoratori, rivestirà assieme alla riduzione dell’Iva sugli aumenti dei carburanti un ruolo centrale nel rilancio dell’economia. Quando Berlusconi ha presentato il Governo nel 2001 il centrosinistra ha criticato duramente il numero elevato di incarichi distribuiti, 98 per la precisione; l’8 giugno Prodi ha nominato altri tre sottosegretari portando così il Governo a 102 componenti: non le sembra una mancanza di coerenza? Ma soprattutto, che efficienza può avere un Governo così numeroso? La coerenza non è sempre la migliore delle virtù della politica. Purtroppo, l’attuale sistema elettorale voluto dal centrodestra rende necessario ogni singolo voto per la tenuta della coalizione, e in questo modo anche il più piccolo dei partiti pretende e ha il diritto di avere una rappresentanza governativa. Per quanto riguarda l’efficienza nella maggior parte dei ministeri il numero dei sottosegretari è giustificato dalla necessità di coprire diverse funzioni e di essere presenti anche sul territorio. L’entrata in vigore della riforma del sistema giudiziario voluta dal Governo Berlusconi del 2004 è stata prorogata; cosa farà il centrosinistra per rendere migliore il nostro sistema giudiziario? La giustizia è un tema che riguarda tutti, perché quando una giustizia è efficiente diminuisce anche l’illegalità nel Paese, che spesso è prodotta dal fatto che si sente impunibili perché il sistema giudiziario non arriva a colpire i veri responsabili. Il precedente Governo si è distinto per aver voluto fare una crociata inspiegabile contro i magistrati costruendo una riforma osteggiata anche da tutte le altre parti in causa. Il nostro compito sarà quello di ricostruire il dialogo con la Magistratura, il corpo degli avvocati e i detenuti e far in modo che i processi siano più rapidi. Cpt, lei cosa ne pensa? Crede siano la soluzione adatta per limitare l’immigrazione clandestina e che rispettino adeguatamente i diritti degli immigrati? Quello dell’immigrazione è un tema complicatissimo. Oggi dobbiamo riformulare la politica in materia, poiché l’immigrazione è necessaria per il nostro Paese: facciamo pochi figli ma sappiamo che è necessario avere molte braccia che lavorino nelle nostre aziende. C’è sicuramente bisogno di regole, ma dobbiamo renderle più civili. I centri di permanenza temporanea sono stati voluti da una legge del centrosinistra, la Turco-Napolitano, ma sono stati gestiti con le modalità del centrodestra, cioè come centri di detenzione e non di identificazione. Bisogna diminuire i giorni di permanenza nelle strutture, dare garanzie perché le persone possano entrare in Italia con gli strumenti della legalità, riformulare la politica di accoglienza per chi vuole contribuire allo sviluppo del nostro Paese.

Cosa ne pensa della sostanziale equiparazione tra eroina e marijuana introdotta dalla legge Fini? Crede che una legge così rigida possa avere degli effetti positivi? Sono contrario al proibizionismo come soluzione di tutti i problemi. Non possiamo pensare che i nostri giovani non si avvicinino alla droga perché definiamo in maniera più forte il reato. Bisogna tornare ad occuparsi di educazione dei giovani, spiegare in maniera più diffusa i rischi e gli effetti dell’assunzione di droghe, leggere o pesanti che siano. Il tossicodipendente è una vittima, colpevole ma pur sempre una vittima che va recuperata e reinserita nella società. Per concludere,le chiediamo un parere sulla realtà che ci riguarda più da vicino, quella universitaria.Cosa intende fare il Governo per migliorarla? E per il successivo inserimento nel mondo lavorativo?

Per come è impostata attualmente, l’università dà una preparazione scarsamente applicabile nel mondo lavorativo. C’è necessità di una riforma che consenta maggior rapidità negli studi, esperienze a più stretto contatto con la realtà e la possibilità per chi arriva dal mondo dell’impresa di dare un contributo alla formazione dei giovani. È utile che ci sia flessibilità dell’ingresso nel mondo del lavoro ma questa flessibilità non deve essere eterna. Lavoreremo in questa direzione.

 


 

Il professore Giovanni Curatola, docente dell’Università Cattolica di Milano e dell’Università di Udine, esperto di arte islamica e profondo conoscitore dell’Iran, si è recato proprio in questo Paese dal 23 aprile al 7 maggio 2006, visitando le città più importanti dello Stato. Dato l’interesse sollevato dalle recenti dichiarazioni del primo ministro iraniano Ahmadinejad, e dal contrasto sorto in particolare con gli Stati Uniti sul tema della costruzione di centrali nucleari e centri di ricerca che potrebbero portare, in futuro, alla produzione della bomba atomica, il professore farà un po’ di luce su questo Paese, poco conosciuto, che desta così tante perplessità.
Cominciamo con il presentare la figura dell’attuale primo ministro iraniano Mahmoud Ahmadinejad.

Dopo aver ricoperto la carica di sindaco della capitale Teheran nel 2003, dove si è distinto per una buona amministrazione, è stato eletto nel 2005 dopo un’accesa campagna elettorale in contrapposizione al partito riformista, precedentemente al potere. Per la sua vittoria è risultato determinante l’appoggio dell’ayatollah Ali Khamenei, leader spirituale del Paese e figura di grande carisma. Egli quindi non è uno sprovveduto,ha governato la capitale del Paese che conta 8 milioni di abitanti e,come in molti altri Stati accade, è giunto fino alla guida dell’intero Iran.

A un anno dalla sua elezione, come viene giudicato il suo operato in patria?

Ahmadinejad aveva incentrato la sua candidatura sulla promessa di riforme sociali, sentite come assolutamente necessarie dalla popolazione, ma che al giorno d’oggi risultano ancora inattuate. In particolare la lotta alla disoccupazione, l’adeguamento dei salari al costo della vita e la risoluzione del delicato problema riguardante l’indennità ai veterani della guerra contro l’Iraq negli anni ’80, i punti principali del suo programma di governo, sono ancora lontani dal trovare una soluzione stabile e duratura. La via verso il risanamento è ancora molto lunga. Da ciò la necessità del leader dell’Iran di sviare l’attenzione dell’opinione pubblica dai problemi interni, concentrandola sulla fantomatica minaccia da parte di un nemico esterno.

Come giudica le sue recenti dichiarazioni di stampo anti-occidentale ed antisemita che hanno destato tanto scalpore in ambito internazionale?

Tutto nasce dalla necessità di nuove risorse energetiche per sostenere il forte incremento demografico; la risposta di Ahmadinejad risiede nell’impiego dell’energia nucleare, potendo l’Iran vantare di abbondanti giacimenti di uranio. L’eventualità di una corsa al nucleare in Iran ha suscitato opposizioni all’interno della comunità internazionale e in particolare degli Stati Uniti. Il loro tentativo di dissuadere l’Iran dall’approfondire le sue ricerche sul nucleare ha dato la possibilità al premier di organizzare una crociata contro l’occidente, accusato di voler interferire negli affari di politica interna iraniana. Da qui le pesanti esternazioni e minacce indirizzate a Israele e agli Stati Uniti, che hanno scatenato una crisi diplomatica fra questi stati. A mio parere non c’è da preoccuparsi sulla reale portata delle dichiarazioni di Ahmadinejad. Esse fungono da collante tra i diversi strati sociali al fine di risolvere i problemi di politica interna prima denunciati.

Quali possono essere i possibili risvolti di questa crisi?
All’interno della comunità internazionale tre sembrano essere le vie di risoluzione della crisi iraniana: quella più probabile ed auspicabile è la via del negoziato, con l’obiettivo di raggiungere un compromesso tra le ambizioni nucleari iraniane, considerate legittime e necessarie dal premier Ahmadinejad e i timori più o meno fondati degli stati occidentali. Le altre due vie prese in considerazione sono l’attacco armato preventivo, misura adottata nel vicino Iraq, e in alternativa un bombardamento mirato dei centri di ricerca nucleare in territorio iraniano. Entrambe risultano impraticabili rispettivamente a causa dell’estensione del Paese e della disposizione sotterranea dei principali siti di ricerca e sperimentazione.

Leonetta Pajer e Davide Goruppi

Ahmadinejad e le ‘innegabili contraddizioni’

“Signor George Bush,, è da tempo che mi chiedo come si possono giustificare le innegabili contraddizioni che esistono sulla scena internazionale”. Così comincia la lettera che l’8 maggio il Presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad ha inviato al collega statunitense. Molti ne hanno parlato, chi enfatizzando la storica apertura di Theran, chi smascherando la falsità di tale mossa, chi altro giusto per sentito dire. Probabilmente sono pochi però ad averla letta davvero. Troppo lunga, forse, per gli standard occidentali? O semplicemente di troppo? Parliamone, anzi no, prima lasciamola parlare.

Il leader iraniano introduce le proprie argomentazioni chiedendosi: “Si può essere seguaci di Gesù Cristo […] sentirsi obbligati a rispettare i diritti umani, presentare il liberalismo come un modello di civiltà […] fare della ‘Guerra contro il Terrore’ il proprio slogan […] ma allo stesso tempo…” ottenere risultati completamente opposti? E da qui inizia la rassegna degli errori (o se preferite orrori) che, secondo Ahmadinejad, sono poi gli stessi aspetti contradditori del modus operandi statunitense.

Innanzi tutto la guerra in Iraq. “A causa della possibile esistenza di armi di distruzione di massa in un certo Paese questo viene occupato, circa 100 mila persone uccise[…]180 mila soldati stranieri spiegati a terra[…]e il Paese catapultato indietro di 50 anni”.

Nel dar voce ad un bisogno collettivo di chiarezza, continua: ” […]i giovani, gli studenti universitari, le persone comuni hanno alcune domande circa il fenomeno Israele”. Entra così nel vivo della lettera. “Storicamente molti paesi sono stati occupati, ma penso che lo stabilirsi di un nuovo paese con un nuovo popolo sia un fenomeno esclusivo dei nostri tempi. I miei studenti dicono che 60 anni fa questo stato non esisteva.[…] Ho detto loro di studiare la storia della seconda guerra mondiale. […] Dopo la guerra sostennero che 6 milioni di ebrei erano stati uccisi. […] Supponiamo che questi eventi siano veri. Questo deve logicamente tradursi nella fondazione dello Stato di Israele o nel sostegno di quello stato?”

La questione israeliana è, con il recente programma di sviluppo energetico, uno dei punti a cui la comunità internazionale è più sensibile. Non stupisce pertanto che il tema successivo sia appunto il nucleare. Parola scomoda, mai usata nella lettera, che risalta con evidenza dal contesto: “Perché ogni progresso tecnologico raggiunto in Medio Oriente è tradotto e dipinto come una minaccia allo stato sionista? La ricerca e lo sviluppo non è uno dei basilari diritti delle nazioni?”.

La discussione sul progresso tecnologico spinge il Presidente iraniano a riflettere sui paesi meno sviluppati: perché in America Latina e in Africa i governi “eletti sono contrastati mentre vengono sostenuti leader golpisti” ed “enormi ricchezze sono saccheggiate. Anche il popolo dell’Iran ha molte domande e motivi di lagnanza, inclusi il colpo di stato del 1953[…]l’opposizione alla Rivoluzione islamica[…], il sostegno a Saddam nella guerra mossa contro l’Iran.”

L’analisi degli ultimi avvenimenti passa ovviamente attraverso l’11 settembre che, riconosce Ahmadinejad: “è stato un avvenimento spaventoso”. Non senza esprimere quei riserbi inquietanti di cronaca recente:”non è stata un’operazione semplice. Possibile che sia stata preparata ed eseguita senza alcun coordinamento con l’intelligence ed i servizi segreti?”. Decisivo, a suo avviso, il ruolo dei medi che “hanno parlato costantemente della possibilità di nuovi attacchi terroristici e tenuto la gente nel terrore[…]. Alcuni credono che l’esagerazione mediatica abbia aperto la strada per l’attacco all’Afghanistan[…]”.

Dall’informazione manipolata alla critica del potere democratico il passo è breve. “Nei paesi di tutto il mondo, i cittadini pagano le spese dei propri governi, in modo che i governi possano a loro volta servirli”. Ahamadinejad allora si chiede “che cosa hanno prodotto per i cittadini le centinaia di miliardi di dollari spese ogni anno per pagare la campagna irachena?” e ricorda al Presidente Bush le ‘regole democratiche’. “Chi si trova al potere ha un mandato con una scadenza, e non governa per sempre. Però i loro nomi saranno registrati nella storia, e verranno giudicati costantemente, nel futuro prossimo e lontano[…]. Siamo riusciti a portare la pace, la sicurezza e la prosperità per il popolo, oppure insicurezza e disoccupazione?”

Si apre così la parte finale della lettera nella quale emerge con forza il parallelismo tra i valori di due universalismi: quello cristiano e il suo pari musulmano. Valori e toni altrettanto profetici, che considerati con un po’ di relativismo, fanno assomigliare gli ayathollah di Theran ai teocon dell’amministrazione di Washington. D’altronde guardando alla storia il fondamentalismo cristiano e quello musulmano non sono poi così lontani. Un raffronto religioso di cui è intarsiata tutta la lettera: al richiamo dei principi della tradizione cristiana, è continuo l’alternarsi dei versetti del corano. Il tutto in una ricercata continuità di quella parola condivisa da “Tutte le religioni divine […] che è “monoteismo”. E quindi: “Tutti i versetti di cui sopra si possono ritrovare in un modo o nell’altro anche nel Vangelo[…].Non pensate che la fede in questi principi promuova e garantisca la pace, l’amicizia e la giustizia? […]. Non accetterete (l’invito ad) un ritorno autentico agli insegnamenti dei profeti[…]?”. Il crescendo sui principi del monoteismo si accoppia alla constatazione del risveglio dei popoli. “I popoli protestano contro il crescente divario tra coloro che hanno e coloro che non hanno”, e si celebra il funerale del “liberalismo e la democrazia di tipo occidentale” che “non sono stati in grado di realizzare gli ideali dell’umanità […]. Sempre di più vediamo che i popoli di tutto il mondo si stanno rivolgendo verso un punto focale – Dio l’Altissimo. […]La domanda che io vi rivolgo è questa: non volete unirvi a loro?”.

Questa la lettera di Ahmadinejad dunque. Resta, a nostro avviso, una considerazione da fare. La colpa dell’amministrazione Bush sarebbe, a detta di Ahmadinejad, quella di praticare i principi professati, andando a sbattere in ‘innegabili contraddizioni’. Ma come l’America, così l’Iran vive di contraddizioni. Non espresse nella lettera, come era d’aspettarselo, ma presenti nella realtà. Tutta la società ne è pervasa dall’economia e dalla politica fino alla stessa religione. Da un lato la censura, la legge islamica, la battaglia sul nucleare, gli interventi autoritari sulla vita pubblica delle persone (vedi l’hijab, l’abbigliamento previsto dall’ortodossia islamica per le donne); dall’altro la massa di giovani affamata di libertà (il 70% della popolazione ha meno di trent’anni), il fascino del modello di vita americano, la benzina che costa meno dell’acqua minerale seppur raffinata all’estero, e, soprattutto, la voglia di modernità di un paese che, come dice, Ramin Jahanbegloo, giovane filosofo di Teheran, vive in silenzio la sua rivoluzione culturale. “E’ il nostro maggio ’68, un maggio silenzioso”.

Davide Lessi

Emmanuel Dalle Mulle


 

Dograditev železnice leta 1906 je bil zaključek dolgoletnega procesa, ki je obnovil prometno mrežo, ki je povezovala Gorico z ostalimi deli cesarstva.

Proces se je začel nekaj let prej, ko so prišli v Gorico C.V.Czoering, funkcionar, ki je imel nalogo preveriti vse možnosti, ki bi omogočale razvoj tega dela »Kustenlanda« in družina nemškega izvora Ritter. Slednja je izbrala Gorico za sedež svojih dejavnosti.

Izbira je imela izredni pomen za Gorico, saj so Ritterjevi pritiskali na cesarsko oblast, da bi Južna železnica, ki bi povezovala Dunaj s Trstom in ki jo je finansirala družina Rothscild, peljala mimo Gorice. Razlog za to zahtevo je bila potreba povezav za dostavo izdelkov in trgovanje s Trstom ter drugimi centri Avstro-Ogrskege. Do tega je prišlo leta 1860.

Zgraditev železnice pa je povzročila določene urbanistične spremembe. Železnico je bilo treba povezati z mestnim središčem in tako je nastala cesta, ki danes ni nič drugega kot znameniti »Corso Italia« oz. Najpomembnejša ulica, ki pelje skozi mesto.

Južna železnica ni zadostvovala novim potrebam po sodobnejših povezavah za trgovanje. Železnica sama je pospešila trgovanje ne samo družine Ritter, temveč cele vrste manjših in večjih trgovcev in družb (obrtniki in proizvajalci vina) ki so se tako preselili v Gorico in tu uspešno obratovali.

Lokalne oblasti so razumele, da le nova železnica, ki bi peljala do Koroške, to je najvažnejšega trgovskega centra za goriške trgovce in obrtnike, bi lahko bila kos povečanemu prometu.

Ta železnica je današnja tako zvana »Bohinjska železnica«, ki je prišla v Gorico šele leta 1906. Razlogi, da je bila zgrajena komaj na začetku 20. stoletja so bili tehnični problemi vezani na nedostopnost ozemlja, ki pa obenem nudi potniku lep razgled celotnega ozemlja. Železnica je bila pomemba avstrijskim oblastem ne samo zaradi ekonomskih razlogov temveč tudi vojaških,saj je dovoljevala hiter premik vojaških enot do meje z Italijo. Ta poteza pa se je pozneja pokazala za strateško zelo šibko točko, saj je postala med prvo svetovno vojno lahko dosegljiva tarča za obstreljevanje.

Leta 1906 pa je prihod železnice predstavljal za Gorico donos novih moči in dohodkov z dograditvijo novih ulic in zgradb v neposredni bližini železniške postaje. Trgovci so tako bili čim bližji postaji, kar je pozitivno vplivalo na trgovanje s Koroško. V čudni igri vsode je Gorica dosegla svoj višek le osem let pred vojno, po kateri so tu nastale nove meje, ki so odrezale Gorico od njenega zaledja in nenadoma vse te železniške povezave so bile neuporabne in zamanj.

Vseeno do druge svetovne vojne so lokalni trgovci uporabljali del železnice za trgovanje z ozemljem ob Soči. Tudi to ni trajalo dolgo. Po drugi svetovni vojni pa je prišlo do novih sprememb, ki so onemogočile še to poslednje trgovanje in celo odrezale železnico od mesta za katerega je bila le-ta zgrajena.

Prevedel Samuele Zeriali

Flickr Photos

Commenti recenti

Anulik su Armenia e Nagorno Karabak…
Edoardo Buonerba su Benvenuti al Sud
Fabione su Un piccolo riepilogo sulla…
marzia su Agenzie interinali
dott. Luca Campanott… su Il Friulano non è una lin…

Blog Stats

  • 10.850 hits
Annunci