A circa cinquecento metri dal confine della Casa Rossa di Gorizia, proprio dietro al piccolo Casinò Fortuna, accanto ad un paio di case modeste, abbiamo scoperto un cimitero ebraico.

Ci si arriva attraversando un prato non curato, costeggiando le due abitazioni: a dir la verità, noi esploratrici entriamo maldestramente nel cortiletto, facendoci immediatamente notare dal padrone di casa, il quale ci indica la strada giusta per l’entrata. “Girate dietro quella rimessa per gli attrezzi” ci urla in un italiano perfetto, che pochi nostri connazionali potrebbero ricambiargli con la stessa scioltezza in sloveno. Dunque, Giorgia ed io seguiamo le indicazioni senza invadere ulteriormente la proprietà privata, scoprendo finalmente l’ingresso: un cancello arrugginito, lasciato aperto, posto al di là di un ponticello che scavalca un ruscelletto, probabile affluente dell’Isonzo. La vicinanza ad un corso d’acqua è una delle peculiarità dei cimiteri ebraici, considerata importante come simbolo della vita che continua.

All’entrata rimaniamo in silenzio per qualche minuto: non si tratta del tipico mutismo rispettoso che si assume di fronte agli ordinatissimi cimiteri italiani, simili a tristi archivi di morte affacciati su lindi vialetti di ghiaia, colorati da fiori di plastica e lumini. No, è un silenzio del tutto diverso: le lapidi escono infatti sconnesse dalla terra bagnata, pietrone grezze sul procinto di cadere, o già cadute, in un disordine commovente ed angosciante allo stesso tempo. Camminiamo con attenzione: sotto i nostri piedi, sotto quelle primule timide nell’erba ancora umida, c’è un’intera comunità. La prima tomba che ci fermiamo ad osservare ci dà la conferma dell’identità ebraica: simboli aramaici celebrano l’epitaffio di una giornalista, Luzzatti…la pioggia, il vento, i licheni hanno divorato quelle poche parole in italiano che forse ci avrebbero permesso di sapere di più su questa donna scomparsa quasi un secolo fa. La natura presto si porterà via ogni dato, ogni traccia, ogni accesso alla memoria delle persone seppellite sotto di noi.

Ritroviamo con stupore su una serie di lapidi la stessa data di morte: 1910…uomini e donne ebrei tra i 20 e i 40 anni misteriosamente scomparsi, senza nessun riferimento, nessuna spiegazione. Ci sforziamo di ricondurre questa data a qualche avvenimento storico preciso, ma la ricerca è vana.

Camminiamo ancora, troviamo gruppi famigliari consistenti, cognomi come Morpurgo, Michaelstaeder…

Il paradosso più incredibile sta proprio al di là del piccolo muro che delimita il cimitero: la grossa insegna del casinò. Una sadica torretta gonfiabile di circa sette metri si eleva sopra le lapidi: è inquietante la scelta di piazzare la scritta “casinò” alla cima della torre, seguito da una freccia in verticale che indica”Fortuna” (il nome del locale), seguito da un’altra freccia verticale che pare proprio condurre lo sguardo a una lapide, più imponente delle altre, forse perché di un medico o di un personaggio dal ruolo importante…il gioco che porta alla morte?O macabra ironia?

Ma più della discutibile scelta di costruire un casinò a pochi metri da un luogo del genere, mi colpisce l’incredibile abbandono in cui sono lasciate quelle pietre. Là dentro c’è un pezzo di storia, che io non comprendo, e che non mi è permesso conoscere, parrebbe…

Arianna Olivero,Giorgia Turin