Una delle più note abitudini degli universitari è la passione per gli scherzi complicati, che i college americani hanno elevato allo stato di arte. Una delle burle di maggior successo nella storia degli Stati Uniti è senza dubbio l’Associazione dei Veterani delle guerre future.

Questa poco nota organizzazione dal nome ossimorico nasce nel 1936, negli Stati Uniti. Nel gennaio di quell’anno, infatti, la lobby dei veterani della Grande guerra era riuscita a far ratificare al Congresso un anticipo di dieci anni nell’erogazione delle pensioni di guerra, allo scopo di far fronte alla depressione. La notizia diede a Lewis Gorin, studente a Princeton, un’idea innovativa: perché non consegnare in anticipo tutte le pensioni di guerra, anche quelle di chi non aveva ancora avuto occasione di combattere? Data la situazione internazionale dell’epoca, era chiaro che una guerra era imminente, quindi perché non dare ai futuri soldati il loro premio quando potevano goderselo, invece di aspettare il dopo, quando molti di loro sarebbero stati morti? Lewis discusse l’idea con un amico, Thomas Riggs jr, e nel marzo del ’36 Patriotism Prepaid, il manifesto dei Veterani delle guerre future, fu pubblicato. Il documento richiedeva il pagamento anticipato di un bonus di 1.000 dollari più interessi (cifra notevole per l’epoca) ad ogni cittadino maschio tra i 18 e i 36 anni, ed ebbe una tale risonanza che nel giugno dello stesso anno l’organizzazione contava 50.000 iscritti paganti che avevano adottato il saluto sociale: braccio destro sollevato in direzione di Washington, con il palmo rivolto verso l’alto, in richiesta (una parodia del saluto fascista, che si stava diffondendo in Europa). Sulla scia dei Veterani futuri nacquero altre associazioni simili, tra cui le Future madri dei caduti (che richiedevano al Governo di essere inviate in Francia a visitare le future tombe dei loro figli), i Futuri corrispondenti di guerra e addirittura i Futuri pescecani di guerra. In origine l’intenzione dei Futuri veterani era stata quella di ridicolizzare sia il bellicismo che la politica assistenzialista, ma fu l’aspetto pacifista dell’associazione a divenire dominante, e a garantirle un importante articolo su Time. Come era legittimo aspettarsi, le vere associazioni di veterani non gradirono l’iniziativa, e tacciarono ripetutamente i Futuri veterani di insufficiente patriottismo, mentre un rappresentante del Congresso dichiarò tale organizzazione “indegna di pubblica attenzione” aggiungendo che sarebbe stato compito di “ogni vero americano” denunciarla. Non furono però le critiche a segnare la fine dell’associazione, quanto piuttosto la noia: per la fine dell’anno si decise che lo scherzo era durato abbastanza, e le 584 cellule locali dei Futuri veterani si sciolsero senza clamore. A loro onore va detto che la quasi totalità degli ex membri servirono durante la Seconda guerra mondiale.

Luca Nicolai