Trieste era bellissima, abbagliante sotto un caldo sole di inizio ottobre. Il gruppo di amici con cui ero venuta in città si muoveva rapido verso l’ingresso del grande centro espositivo, mentre io mi soffermavo ad ammirarne l’imponenza dall’esterno, cercando allo stesso tempo di sbirciare dentro le alte finestre. Ma non riuscivo a scorgere altro che cumuli di scatoloni di cartone. Incuriosita, mi diressi anch’io a passo più celere verso la piccola, ma estremamente luminosa, saletta d’entrata. Avevo una conoscenza scolastica di Andy Warhol, dunque ero davvero impaziente di vedere una mostra che, almeno nelle intenzioni dei curatori, avrebbe dovuto svelare l’intimità e la creatività dell’ideatore della pop art e che, nelle mie intenzioni, mi avrebbe fatto decidere se appassionarmi ulteriormente alla carriera warholiana.

Nei primi passi all’interno del salone espositivo sono rimasta affascinata dalla maestosità dell’edificio, più che da qualsiasi altra cosa: quella che a inizio secolo era la Pescheria centrale, mi aveva lasciata letteralmente a bocca aperta. Lo spazio era immenso e il sole filtrava ovunque, grazie a quei finestroni da cui avevo sbirciato quando ero fuori. La mia attenzione, dopo aver ammirato lungamente la struttura, si spostò sul pannello introduttivo, dal quale si poteva leggere una sorta di spiegazione sul concept della mostra. Vi era scritto che il filo conduttore della mostra era la volontà di trasmettere alla gente come ciò che Warhol immagazzinava in boxes di cartone fosse strettamente connesso alla sua attività artistica e come ogni oggetto, dal più umile possibile, potesse divenire una forma d’arte, in linea con i dettami della pop art. Le scatole erano poi considerate alla stregua di time capsules, cioè testimonianze del presente da lasciare in eredità alle generazioni future che le avessero trovate. Tutto questo ovviamente rendeva la mostra, ai miei occhi, un interessante viaggio nel tempo, tanto più geniale dal momento che avrei potuto produrre anch’io una mia eredità in boxes. Le istruzioni di Warhol erano chiare e facili: “Quello che devi fare è tenere una scatola per un mese, ficcarci dentro di tutto e alla fine del mese chiuderla per bene”. Lui l’aveva fatto per oltre 600 volte, riempiendo meticolosamente tali cartoni perennemente poggiati su un lato della sua scrivania e facendoli sigillare e datare dal suo assistente. E ora queste sue “creazioni” erano esposte in pubblico, in una rassegna di respiro internazionale.

Un inizio così intrigante non poteva che spingermi rapidamente verso il cuore della mostra: quegli enormi cumuli di scatole che avevo già notato dall’esterno, ma che ora assumevano un loro senso. Erano delle riproduzioni, in scala molto più ampia, delle boxes warholiane, attraverso le quali avrei potuto fare un itinerario, non soltanto metaforico, ma anche fisico, nella vita dell’artista. Entrando nel primo box però mi sono ritrovata catapultata tra oggetti personali, foto e altri feticci che non riuscivo a collocare, probabilmente causa la mia poca conoscenza dell’artista, in una chiara serie di opere, non essendoci mai, salvo rari casi, l’esplicito collegamento tra fonti e creazioni artistiche. Ad approfondire il mio smarrimento, vi era la mancanza di cartellini identificativi per gli oggetti e le (poche) opere e la sbrigativa spiegazione del senso delle stanze in grandi pannelli. Ogni box in cui entravo era un’ulteriore riprova di questo: il mio era un viaggio nell’intimità e nella complessità del pensiero di Warhol, ma non mi erano stati dati i mezzi per compierlo se non in modo estremamente superficiale. Le “stanze” dell’esposizione si susseguivano, in ognuna era percepibile un senso, ma quale questo fosse restava sempre un mistero. Passavo da fotografie e stampe conosciute (solo per citarne alcune, “Cow”, “Liza Minnelli”, “Mao”) a immagini di volti di persone comuni, da copertine della rivista di Warhol (“Interview”) ai suoi film, da copertine di dischi da lui disegnate (come quello famosissimo di “The Velvet Underground & Nico”) a locandine delle sue produzioni, da filmati brevi che ritraevano attori o amici dell’artista a una vera e propria riproduzione in piccolo della “Silver factory” newyorkese. E sono questi ultimi due i box che più mi hanno colpito, nel bene e nel male: l’esperimento warholiano a mio parere tra i più riusciti fu quello del riprendere, con una sorta di videocamera con pellicola da tre minuti circa, i volti delle persone che andavano a trovarlo nella factory, creando in questo modo dei ritratti viventi, delle foto in movimento. Allo stesso tempo, il box che meno mi ha coinvolto è stato quello della factory d’argento, uno tra i più stravaganti laboratori di Warhol; la sala che la riproduceva aveva le pareti ricoperte di carta d’alluminio, ad eccezione di una, nella quale troneggiava un’immagine dell’artista steso sul suo divano al centro della factory: il senso di oppressione e di asfissia che ho percepito non veniva per nulla placato dalle poche immagini affisse sul domopak.

A conclusione della visita, posso affermare, ovviamente senza alcuna pretesa critica, ma piuttosto da un ruolo di osservatrice, che una tale mostra può essere considerata un successo da diversi punti di vista, ma un fallimento da altri. Trieste si è trovata ad ospitare una tra le più innovative, geniali e, dal punto di vista temporale, complete serie di opere dell’artista, dando finalmente spazio a una visione intima e multisfaccettata di un uomo, prima che di un pittore, fotografo, grafico, regista. Ma la cattiva organizzazione degli spazi, che, lasciati liberi da barriere che li avrebbero parcellizzati, sembrano troppo ampi e producono una sensazione di vuoto e di scarsa consistenza della mostra e, allo stesso tempo, il senso di insoddisfazione che l’esposizione lascia nei visitatori fanno perdere alla mostra tutta la sua peculiarità e, essendo appunto la prima e l’ultima sensazione che si provano, permangono più forti nelle persone, giustificando un’eventuale –e probabile- giudizio negativo del tutto.

Michela Francescutto