1954: la televisione arriva in Italia.

2006: la televisione muore in Italia.

Mi chiedo a volte se tutte quelle parole di libertà, di partecipazione, di conoscenza, di sviluppo siano state svuotate del loro significato intrinseco o se per caso siano solamente i nomi con cui vengono identificati i fili attraverso cui qualcuno ci muove dall’alto.

Mi chiedo se dal lontanissimo alto ci considerino degli emeriti cretini, se il grande popolo italiano, terra dei grandi artisti (novità di Bramante, di Stilnovo e Dante come recita un passo di Notre Dame de Paris) della cultura, della civiltà abbia ancora una volta la volontà di farsi trasportare da quell’alta onda di una marea chiamata sistema, invisibile, silenziosa ma che nel suo lento scorrere travolge tutto e porta la gente ignara, stanca a fare affidamento ad un salvagente, l’unico disponibile chiamato televisione italiana. E i sopravvissuti vedono il mondo da questo piccolo salvagente, l’unica loro ancora quella che gli permette di galleggiare in uno stadio di apatia senza mai andare a fondo nelle cose, sospesi in una dimensione tra cielo e terra senza mai conoscere né l’uno né l’altro.

Quant’è bello galleggiare! Quant’è bello non faticare per raggiungere la riva, ma farsi trasportare da quest’onda, in verità nemica ma tuttavia quella che ci offre il nostro mondo…

Questa è la nostra televisione, quell’unico salvagente offerto, disponibile per tutti che esteriormente si abbellisce sempre più…la qualità di trasmissione dell’immagine è sempre più alta, la qualità del contenuto è ridicolamente scarsa. L’alta marea ci culla tranquillamente tra reality proiettati ogni giorno a ritmo pesante cha appiattiscono il pensiero, che azzerano la volontà di iniziativa e che offrono un’immagine ormai distorta di quello che ci circonda. Così avvinghiati, stretti stretti alla nostra ciambella non impariamo a nuotare, a conoscere il mare in cui viviamo, ad esplorare nuove spiagge ma vaghiamo incerti chiedendoci forse se tutto quello che ci viene offerto dal piccolo schermo sia la vera realtà o un mondo fittizio di cui purtroppo non riusciamo a fare a meno.

È triste, deprimente sapere che uno dei mezzi che ha favorito la conoscenza rapida, accessibile a tutti, mattone solido del villaggio globale, in Italia si stia disgregando a poco a poco portando non solo vergogna al bel Paese ma facendolo crollare anche dal punto di vista intellettuale, culturale scosso continuamente “dai personaggi cicaleggianti dei talk-show che squittiscono ad ogni ora un nuovo vero. Io dico addio”. Io dico addio come recita la famosa canzone di Guccini. Addio ai continui litigi televisivi, a quella gente considerata ormai come modelli di vita (tu chiamala vita!) che dietro una mal celata ipocrisia continua ad urlare, ad offendere, a mostrare la propria incapacità di discutere, la propria mancanza di umiltà, ergendosi a difensori della ormai abusata parola “valori”. Dico addio a quella falsa alternativa di programmi televisivi offerti dalla tv a pagamento che favoriscono la divisione della conoscenza in una conoscenza di serie A e serie B (uccidendo l’uguaglianza guadagnata a fatica a partire dalla rivoluzione francese e americana) . Dico addio allo stesso pubblico statico e legittimante che viaggia nel salvagente della servitù volontaria. Addio alla mia imposta posizione di spettatrice, sentendomi raggirata, non sentendomi parte di quel mondo così tetro, così freddamente triste e lontano. Dico addio alla classe politica attuale che continua a proporre leggi agendo con la logica del “domani è un altro giorno”.

Pur vedendo nella scienza politica la possibilità di risolvere tale problema; mi alzo, spengo il televisore e inizio a nuotare.

Nicoletta Favaretto