Istanbul, di Orhan Pamuk, Einaudi editore

Come raccontare se stesso attraverso una città o, altrimenti detto, come raccontare una città attraverso se stesso. Viene rivoltato l’assunto da cui si parte sempre quando si racconta una città: questa troverebbe il suo spazio solo perché oggettivamente particolare nel quadro delle mille città sconosciute, per questo maggiormente ambite. La visione d’insieme di questo libro, le sensazioni olfattive, visive, puri stimoli dell’immaginazione, mi rimandano l’immagine di un narratore delle “Mille e una notte”, immerso però nella Istanbul del cambiamento dove, per una sorta di “egoismo della percezione”, tutto prende il colore e la forma che l’osservatore vuole dargli. Molto pirandelliano il riferimento. Per questo sembra di vivere mille e una Istanbul: ci viene sì presentata la città dell’autore, strettamente legata alla sua storia, ma nel momento della lettura questa diventa anche un po’ di chi quelle sensazioni le riceve. Mi sembra di vedere la città, senza esserci mai stato. La concezione di casa che si tende ad avere, nel senso più largo del suo termine, è quella che si cerca sempre come base psicologicamente stabile, la definirei, e che si apprezza solo quando i colori, i profumi, le persone sono lontani da apparire sbiaditi, ma non per questo immersi nell’oblìo, non per questo abbandonati nel fondo di un cassetto. Ma che si è portati sempre a voler rimettere in discussione con qualcosa di nuovo, come la necessità di vedere nell’altro l’elemento fantastico che non si riesce più a concepire dagli stimoli quotidiani, senza rendersi conto che molte volte basta guardarsi le tasche e trovare qualcosa di non concepito fino ad allora al suo interno, per il quale però proviamo motivi di indifferenza. Pamuk inverte: è come se volesse con questa sua convincerci, e forse un po’ convincersi, che una città può essere di milioni di sensazioni, non obbligatoriamente tutte positive, ma anche in questo particolari, perché le milioni di persone al suo interno sono milioni di occhi e ci insegna a vivere la differenza non come oggettiva rappresentazione di questa, ma come diverso punto di osservazione di questa. Cos’è allora una città, se non il punto di incontro di visioni “egoiste”? La sua visione di Istanbul non può essere che la sua vita. In questo non si nega in nulla, la scrittura rappresenta l’apice non di una descrizione, ma della sua descrizione. Con questo non si vuole accusare la visione globale che altri narratori fanno delle proprie città, bensì si vuole ridare forza ad una visione più locale delle proprie vite, come base per la conoscenza. Come punto di partenza per ripartire, sempre. Così come una famiglia.

Ho appena idealizzato la milleunesima Istanbul.

Edoardo Buonerba