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La Signora si è messa in tiro. Nella preparazione dell’evento, forse perchè i portoghesi stessi conoscono i loro ritmi, ci si è presi un pò in anticipo. Il Natale, questo evento, si è presentato nella mente della gente, forse anche un pò nei portafogli di chi la città la vive, con un pò di anticipo. Il 25 di ottobre, per l’esattezza, si cominciavano a montare queste palle colorate un pò dappertutto, con l’incertezza degli occhi scrutatori se si stesse organizzando una parata omosessuale o magari la più vicina festa dei Santi. Santi un pò contemporanei. Invece, come le formiche in periodo estivo, i lisboneti si preparavano al Natale, alle onde di turisti, mascherando la città dietro milioni di luci, lucette, lampadine. Angeli, croci e stelle. In ogni piazza e nelle vie. Un mese dopo, a uno preciso dal compleanno più famoso del mondo, si sono accese le candeline. Dietro, la volontà di illuminare, di far risplendere di colori forti la città, perchè per due mesi bisognerà coprire di un manto di velluto la malinconia, il malessere. Perchè in fondo non è un pò l’immagine di ognuno quella che viene fuori dal tutto? difficile argomento da far capire a certe persone. Ma è il fermento che invece tiene alto il valore di quei dieci milioni spiccioli di portoghesi. Ma non c’è tempo di sospirare, non c’è tempo…che tutto risplenda! fino al giorno, ma che in fin dei conti non si può chiamare più giorno, ma stagione. Allora cos’è un Natale spalmato per due mesi? un cadavere sotto ad uno scialle di cachemire. L’occasione di ritrovo non è più dietro una tavola imbandita, ma nei reparti di un grande supermercato o dietro un massacro alimentare. Mi sembra che quest’onda continui a fare vittime, mi chiedo se nonostante il tanto parlare non finisca anch’io inevitabilmente, per farne parte. Lisbona si è spaccata in due in un mese, sottraendosi in tutto ciò che ha potuto salvaguardare finora. L’estetica vince sull’etica. Vado alla ricerca allora di ambienti piccoli. Non mi hanno mai deluso. E una volta di più, i miei occhi non faranno più caso a tanto barlume. La Signora è pronta.

Edoardo Buonerba

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Martedì 7 novembre, ore 15.00. Università degli Studi di Trieste.

Trovare parcheggio è anche più difficile di quanto non sia nei giorni comuni.

Un convulso movimento di persone, telecamere, forze dell’ordine e macchine d’ordinanza prelude all’inaugurazione dell’ottantatreesimo anno accademico.

Nell’accaldata Aula Magna al terzo piano di piazzale Europa, traboccante di persone come solo in speciali occasioni si vede, regna una trepidante attesa per l’arrivo del Magnifico Rettore e del Ministro per le Politiche Giovanili e le Attività Sportive, l’onorevole Giovanna Melandri.

Inseguiti dalle irreprensibili hostess prendiamo posto: i più organizzati e puntuali, seduti; gli altri, e molti, in piedi.

Ci sono il coro dell’Università, il gruppo dei goliardi con il tradizionale cappello, rappresentanti degli studenti, del personale tecnico – amministrativo, senato accademico e professori. Le autorità, fra cui il sindaco di Trieste, Di Piazza e il presidente della regione, Illy, sono presenti numerose ed in prima fila.

Sfilano i Presidi di Facoltà ed i rappresentanti delle altre Università. Assente di rilievo, il rettore uscente, Domenico Romeo.

Alla speaker che annuncia “il Magnifico Rettore, prof. Francesco Peroni” segue un’inusuale standing ovation. “Una cosa mai vista ad una cerimonia di questo genere”, secondo le spettatrici più esperte. E l’ovazione si ripete, per ben due volte.

Sono gli studenti i più entusiasti. Gli stessi studenti che il neo – eletto rettore ringrazierà e ricorderà quali primi sostenitori della sua candidatura e quale risorsa preziosa, meritevole di particolare attenzione.

Così inizia un discorso che rivela da subito un deciso programma d’azione per i prossimi tre anni: riforma della didattica nel segno della professionalità e della razionalizzazione; collaborazione con gli enti locali al fine di migliorare i molteplici aspetti della vita universitaria; centralità degli studenti e valutazione dell’operato dell’ateneo da parte di soggetti esterni ad esso; sostegno alla ricerca, anche se in un periodo di evidenti difficoltà finanziarie.

Questi, alcuni dei principali aspetti di un discorso che unisce realismo politico a sani ideali di meritocrazia e collaborazione.

“Fate che”, dirà in conclusione del suo intervento il prof. Peroni, citando un discorso di Aldo Moro, “la vita pulsi dentro – l’università -, che la società con i suoi interrogativi vi si rifletta, che i problemi della difficile convivenza umana vi siano compresi ed affrontati.

Gli interventi a seguire, del rappresentante del personale tecnico – amministrativo, dott.ssa Giuliana Masci, e del presidente del Consiglio degli Studenti, dott.ssa Gisella De Rosa, manifestano fiducia e speranze nel nuovo dirigente.

Pur senza omettere le numerose necessità ed esigenze dei 23000 studenti dell’ateneo giuliano, la neo dottoressa De Rosa ribadisce l’appoggio dell’organo da essa rappresentato al rettore ed auspica un dialogo ed una collaborazione sempre più proficui con i vertici dell’Università.

“Il più giovane rettore d’Italia sostenuto dai giovani”. Questa, una delle prime considerazioni del Ministro Giovanna Melandri, che condivide con il rettore il medesimo primato, tra i ministri in carica, e che rimarca l’interesse del governo verso le nuove generazioni, riconoscendone il rilevante apporto alla comunità locale.

Un discorso lungo ed articolato, il suo, che, da una generale considerazione sull’impossibilità di colmare il ritardo storico accumulato con una sola finanziaria, giunge ad una presentazione più completa del programma economico in discussione in parlamento (sostegno al precariato, bonus fiscale di 2.600 € per gli studenti fuori sede, prestiti bancari agevolati e quant’altro).

Nel corso della cerimonia viene, in fine, conferita la laurea ad honorem in ingegneria ambientale e del territorio al prof. Adolfo Josè Melfi, Rettore Emerito dell’Università Statale di São Paulo (Brasile).

Resta di questa giornata la chiarezza d’intenti e l’attenzione del Rettore Peroni, come altresì dimostra la presenza di quest’ultimo il 17 novembre scorso all’inaugurazione del ciclo conferenziale presso il polo goriziano.

In questo “piccolo mondo nel quale completamente quello grande si riflette”, riprendendo il pensiero do Aldo Moro riportato dal prof. Peroni, speriamo davvero di poter “fare che questa piccola società sia un ponte verso la vita”.

Valentina Collazzo

I DIRITTI DEI MINORI NELLA RASSEGNA DEL GRUPPO UNICEF DI GORIZIA

Attraverso lo spunto del film “Trainspotting” si è parlato, la sera di giovedì 1 dicembre, di droga, minori e droga e della realtà locale di Gorizia. La serata, ospitata dal “Punto Giovani”, è stata organizzata dal nascente gruppo giovani che si sta formando in seno alla sezione provinciale dell’Unicef, ed è la seconda di una serie di tre, dal titolo “Children’s Rights”, che si concluderà giovedì 12 dicembre con la proiezione del film “American History X” di Tony Kaye, sul tema del razzismo.

Presente all’incontro(come quello di dicembre, aperto a tutti gli interessati) in qualità di esperto, Massimiliano Ortolan, capo della Squadra Mobile della Polizia di Gorizia, ha presentato il rapporto delle forze dell’ordine col problema del consumo e del traffico di stupefacenti, nello specifico del contesto Goriziano. Il dibattito è stato di informazione, grazie all’apporto di Ortolan, ma anche di confronto e di condivisione di conoscenze ed esperienze.

La coordinatrice della serata è stata Anna Maria Verbi, segretaria del Comitato Provinciale per l’Unicef di Gorizia.

Questi incontri vogliono essere un modo per far conoscere ai giovani presenti nella zona le attività del gruppo, che sono incentrate appunto sull’informazione, sulla sensibilizzazione e su opere di beneficenza a favore degli obiettivi Unicef; già un buon numero di volontarie tra gli studenti in Gorizia partecipa con entusiasmo a queste iniziative.

Davide Caregari

Con Phil Collins l’unione di tribale e melodia per creare l’emozione

Rumori lontani, echi. Improvvisamente partono congas, timbales e bonghi. Ritmo e volume salgono e con essi la tensione. Poi, tutt’un tratto, lo scoppio delle altre percussioni. Gli archi iniziano il loro trillo lontano, ma teso e piuttosto acuto; i corni e gli strumenti gravi caricano l’aria di ansia e paura. C’è un cattivo che si aggira per la jungla: ha già colpito. Forse ancora colpirà…

Sembra la descrizione di un triller, vero? E invece è una traccia della colonna sonora di “Tarzan”, il cartone animato firmato Walt Disney uscito nelle sale di tutto il mondo nel 1999. Anzi, ad esser precisi è “Two worlds“, la canzone scritta da Phil Collins e da lui non solo cantata in più di venti lingue diverse, ma addirittura suonata: sue sono la batteria e molte percussioni che si sentono nella versione originale. Un omaggio alla sua passione e allo strumento che, ai tempi dei “Genesis”, l’ha reso famoso in tutto il mondo.

“Two worlds” (in italiano titola “Se vuoi“), è una canzone speciale, dal messaggio profondo e forse per questo più adatto a questo periodo dell’anno, in cui ognuno esce dalla propria routine per guardare là dove la vita è spesso violata. Rappresenta bene l’esordio del film, il momento tragico in cui il cucciolo d’uomo Tarzan perde mamma e papà e un dolce gorilla femmina perde il proprio piccolo a causa dello stesso nemico. Da questo tragico evento, infatti, proprio come recita la canzone, due mondi si toccheranno e scopriranno che, a dispetto di quanto progresso e pregiudizi dicano o facciano, le diversità possono ancora convivere pacificamente.

E che dire di “You’ll be in my heart” (in italiano “Sei dentro me“)? Altra canzone del film, forse più celebre, uscita dalla penna di Phil Collins e Mark Mancina (quest’ultimo ha creato gran parte della colonna musicale), momento in cui una mamma scopre che può essere tale anche nei confronti di un figlio che non ha il suo stesso aspetto…

Meno note sono invece “Son of man” (“In tuo figlio“), in cui un cucciolo cercherà di conquistare l’affetto di un padre che non si sente più tale e “Strangers like me” (“Al di fuori di me“), che accompagna l’avvicinamento fra due anime tanto simili quanto in apparenza lontane.

Forse vi sarà già capitato di ascoltare una colonna sonora prima di aver visto il film a cui essa fa da cornice. A me capita spesso ed è andata così anche con questa colonna sonora, che credo sia speciale non solo per le tematiche che toccano canzoni e film in sé, ma anche per il collegamento con l’esotico che scatta appena si sentono le prime battute.

Se non avete visto il cartone animato, beh, vi consiglio di guardarlo, soprattutto ora che è quasi Natale e tutti hanno voglia di sentirsi più buoni. Se già l’avete visto guardatelo di nuovo e ascoltate bene le canzoni. Scoprirete che, in fondo, parlano di tutti noi.

Ius Isabella

“E’ il tuo cuore che ti sta parlando. Se vuoi, lo sentirai. Lascialo decidere, non ti deluderà.”

Se vuoi, P. Collins

Durante l’ultima settimana sono finalmente state comunicate le nuove nomine per gli organi di intelligence dello Stato italiano(SISMI, informazioni e sicurezza militare; SISDE, informazione e sicurezza democratica; CESIS, comitato di coordinamento). Il cambiamento è più legato allo scandalo del rapimento Abu Omar(l’imam sequestrato in Italia nel febbraio 2003 in connivenza con la CIA) che all’effettivo avvicendarsi del colore politico del governo italiano con le elezioni di aprile 2006.

L’intero caso è al centro dell’attenzione dei media fin dall’apertura da parte della procura di Milano di un’indagine sulla legittimità del sequestro e della raccolta di dati sul soggetto, che ne ha permesso la cattura ed il trasferimento forzato in Egitto. Le nuove cariche hanno dovuto caratterizzarsi, quindi, come “neutre”, fuori dai giochi politici, con tanto di apprezzamento delle parti politiche e delle cariche istituzionali. Per il vero, anche i predecessori dei nuovi vertici si configuravano come personalità di altissimo profilo e comprovata professionalità(il curriculum dello stesso Pollari, ex capo SISMI, ne è una prova lampante). Sono proprio l’enfasi mediatica ed il giudizio politico espresso dai giornali che, a nostro avviso, evidenziano la prospettiva errata che il dibattito su un piano più popolare ha assunto.

Il SISMI “È chiamato ad assolvere tutti i compiti informativi e di sicurezza per la difesa sul piano militare dell’indipendenza e dell’integrità dello Stato da ogni pericolo, minaccia o aggressione. Svolge compiti di controspionaggio, comunica al Ministro della Difesa e al CESIS tutte le informazioni ricevute o comunque in suo possesso, le analisi e le situazioni elaborate, le operazioni compiute e tutto ciò che attiene alla sua attività“. Difendere con efficacia sul piano militare e su quello dell’indipendenza uno Stato è faccenda quantomai delicata e complessa; la stessa inclusione nella definizione dei compiti di controspionaggio è un accenno alle attività al limite della costituzionalità che proprio per difendere quel regime costituzionale, l’organo compie. In questo senso, e con l’incalzante richiesta di una riforma dei Servizi, l’opinione pubblica esprime un giudizio operativo sulle vicende conosciute, e chiede di fatto più garanzia, esplicata con una maggiore conoscenza del lavoro del SISMI e delle sue forze.

Il nostro giudizio sul primo punto, ovvero sull’incostituzionalità delle operazioni nel caso Abu Omar, è conforme a quello della stampa in generale: come non condannare la raccolta illegale di dossier su un privato incensurato, e favorirne(se non effettuarne) poi il sequestro e l’estradizione(in località tuttora sconosciuta)? La violazione dei principi fondamentali dei diritti dell’uomo è evidente, e la brutalità dell’azione compiuta appare straordinaria anche per i servizi segreti. Tuttavia, riteniamo che alla base vi sia un fraintendimento e una generalizzazione eccessiva del recente(e sicuramente riprovevole) caso montato alla ribalta.

Il principio operativo degli organi di estrema sicurezza legittima questi(di necessità pratica) a muoversi al limite del rispetto delle libertà individuali e personali, proprio per garantire a tutta la cittadinanza di uno Stato la sicurezza che, spesso si dimentica, non è solo quella visibile tramite le pattuglie di Polizia lungo le strade. Per la stessa definizione(illegale, anticostituzionale, lesiva) del crimine, un intervento nel rispetto di tutti i diritti del cittadino non può che essere curativo,e per questo tardivo, mentre un’efficace opera di prevenzione deve, in questo ambito, informarsi alle modalità del male da prevenire(fintanto che rappresentano i canali comunicativi, d’informazione).

Alla luce di questa definizione, una riforma dei servizi segreti che incentrasse la sua opera sul maggiore controllo mediatico o istituzionale di questi tradirebbe il suo preposto scopo di garanzia sulla trasparenza delle procedure e dei metodi. I funzionari del SISMI si troverebbero, al contrario, ad avere a che fare con un’aumentata complessità del lavoro, percepibile in termini effettivi unicamente come un diminuito standard di sicurezza per il maggior numero di cittadini.

Davide Caregari, Riccardo Dalla Costa

Titolo La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo

Autore Audrey Niffenegger

Casa Editrice Oscar Mondadori

“E’ dura rimanere indietro. Aspetto Henry senza sapere dov’è e se sta bene. E’ dura essere quella che rimane”: inizia così la storia di Clare, innamorata di un uomo che scompare in continuazione lasciandola sola ad aspettare il suo ritorno. Fino a qui, la loro sembrerebbe una storia d’amore più o meno simile a molte altre, se non fosse per un particolare: Henry DeTamble non lascia Clare per sua volontà, semplicemente scompare senza poter far nulla per impedirlo e si ritrova a viaggiare nel tempo, catapultato improvvisamente nel suo futuro o nel suo passato. I medici la chiamano “cronoalterazione”, una malattia che Henry non può controllare: in un momento qualsiasi della giornata il tempo può rapirlo, sottrarlo alle sue occupazioni quotidiane, trasportarlo e lasciarlo completamente nudo di fronte ad un divertito se stesso bambino o ad un Henry adulto che lo fissa con aria interrogativa. I viaggi sono frequenti, passato e futuro si inseriscono continuamente nel suo presente frammentandolo, sconvolgendolo, ma c’è una cosa , una cosa soltanto capace di resistere al frenetico e casuale movimento delle lancette: Clare.

“E Clare, sempre Clare. Clare la mattina, assonnata (…) Clare che legge con i capelli sparsi sullo schienale della sedia (….) La voce bassa di Clare nel mio orecchio, spesso. Odio trovarmi dove lei non è, quando lei non c’è. E invece me ne vado sempre, e Clare non mi può seguire.”

Clare è l’amore di Henry, la bambina che a soli sei anni si trova davanti quell’uomo di trentasei, nudo come un verme, in piedi in mezzo al giardino di casa ed, invece di scappare a gambe levate urlando, gli procura degli abiti e qualcosa da mangiare e poi inizia a contare i giorni che la separano dalla sua successiva apparizione. Tutto quello che possiede è un quadernetto e delle date, intervallate da giorni, mesi , a volte persino anni di silenzio: Henry tornerà, prima o poi, forse per darle il primo bacio, quando ormai nel presente di baci ne hanno consumati a migliaia, forse per fare l’amore con lei per la prima volta, quando nel suo presente sono già sposati da tempo. L’intero libro si snoda così come una specie di diario a due voci, un susseguirsi di episodi accaduti in momenti fra loro lontani ma assemblati in modo da acquisire coerenza e fluidità. Le prime pagine possono risultare un po’ difficili, ma, una volta entrati nel meccanismo, si viene assorbiti completamente dalla storia. Una storia strana, un po’ ingarbugliata, ma dolce e mai banale, la storia di un amore che nasce e cresce in circostanze surreali, ma, dietro la componente fantastica, fa trasparire tutti gli elementi di cui è composto l’amore, quello vero. Alla fine del libro ciò che rimane è proprio la straordinaria semplicità di un amore che a prima vista di semplice ed ordinario non ha proprio nulla: “Mi fa paura l’idea di perderti” dice Henry ad un certo punto e Clare divertita “Come potresti perdermi? IO non vado da nessuna parte!” “Mi preoccupa l’idea che tu ti possa stancare della mia inaffidabilità e lasciarmi” “Non ti lascerò mai” risponde Clare “Anche se tu mi lasci sempre”.

Paola Barioli

Profesorja Georga Meyra, docenta zgodovine mendnarodnih odnosov na fakulteti Mednarodnih in diplomatskih ved, smo povprašali za mnenje

Nam lahko na kratko obrazložite vsebino ‘Sporazuma o neširjenju atomske oborožitve’, ki je v veljavi od leta 1970? Kakšno učinkovitost je imela v letih?

Konec šestdesetih let je marsikdo menil, predvsem zaradi srednjevzhodne krize iz leta 1967, da je obstajala resnična nevarnost širjenja atomske oborožitve s strani velesil, zmagovalk druge svetovne vojne. Zato je bil sklenjen sporazum, podpisan leta 1968, s katerim so se podpisniki obvezali, da ne bodo prenašali in prejemali tehnologije in materiala, ki je primeren za izdelavo atomskega orožja. Treba pa je upoštevati naprej naslednje: prvič, težko je določiti mejo med civilno jedrsko energijo (jedrske elektrarne, sredstva javnega prevoza) in jedrsko energijo za vojaško uporabo. Ko je človek sposoben pravilno upravljati jedrsko elektrarno, lahko brez težav izdela atomsko bombo. Drugič, sporazum želi, čeprav tega ne izrecno izraža, ustaviti preveč samosotojno atomsko delovanje Kitajske in Francije, ki sta se prav v tistem obodobju oddaljili prva od Sovjetske Zveze, druga od zveze Nato. Mislim, da sporazum ni dosti učinkoval, kajti države – atomske sile, so kot take ostale, države pa, ki niso imele nikakršnih načrtov, da bi to postale, so se tega izogibale. Kdor se je skušal oskrbeti z jedrskim orožjem ,mu je nedvomno spelo, saj smo namreč vstopili v dobo novega in zanesljivega širjenja atomske oborožitve. Danes številne države, ki tega seveda ne jasno ne povedo, verjetno posedujejo atomsko orožje.

Nal lahko izrazite svoje mnenje glede nedavnih jedrskih poskusov v Severni Koreji: kakšne politične učinke so povero na mednarodni ravni? Kateri je bil konkreten cilj Koreje?

Jasno je, da mednarodna politična scena te poskuse občuti z nekoliko bojazni, v primerjavi s tistimi v demokratičnih državah. saj gre tu za obliko diktature. Mislim, da Severna Koreja resnično sploh ne namerava nepremišljeno uporabiti atomskega orožja, je nelogično. Govorimo o državi, ki se je znašla v skrajni ekonomski krizi, zato bo skušala pridobiti mednarodno podporo/pomoč za svojo pripravljenost k razoborožitvi. Čeprav se je vse to odvijalo brez groženj in krize, ne smemo pozabiti, da so nekatere države nekdanje SZ svoje jedrsko orožje uporabile kot sredstvo za izmenjavo v zameno za ekonomsko pomoč. Nedvomno je res, da so sosednje velesile zaskrbljene nad S. Korejo, vendar se zavedajo, da ni neposrednen nevarnosti.

Japonska vlada je nedavno izjavila, da ne izključuje možnosti nabave jedrskega orožja za obrambene namene: kaj menite o tem?

Japonska bi, s tehnološkega vidima, zlahka izdelala ali si pridobila jedrsko orožje za obrambo, in mislim, da se temu mednarodne politične sile ne bi zoperstavile. Toda prepričan sem, da imajo te izjave zgolj zastraševalno funkcijo proti njej bližnji državi kot je Koreja, nosilki starih zamer zaradi vsiljenega japonskega Protektorata v obdobju 1910-1945. Ta pomemben/ težek znak opozarja na nemirni in destabilizacijski položaj:če država, ki je edina v resnici doživela atomski napad in je vedno nadvse zaničevala ta sektor, premišljuje o atomskem orožju, pomeni, da obstajajo napetosti, ki se jih ne gre podcenjevati.

Katere države so v dobrih/boljših odnosih s Korejo? Katero vlogo bi lahko prevzele s Korejo v zvezi s to tematico?

Edina država, ki z vso težo lahko vpliva/ pogojuje Korejo, je Kitajska. Najprej zaradi očitne geografske bližine ( ločuje ju le reka Yalu). Drugič pa, ker naglo postaja ogromna gospodarska velesila in končno ker na videz predstavlja še nekaj komunizma, čeprav vsi vemo, da to še zdaleč ni. Mislim tudi, da ima Kitajska priliv vseh glavnih korejskih zalog, je torej edina, ki lahko usmerja korejsko politiko. Če bo zahodni svet pametno ravnal s Kitajsko, bo ona verjetno postala naravni nadzornik severnokorejskega območja.

Il porto sepolto

Vi arriva il poeta
E poi torna alla luce con i suoi canti
e li disperde
Di questa poesia
mi resta
quel nulla
d’inesauribile segreto

G. Ungaretti

Poesia. Una parola intrigante, carica di significato, dolcemente riempita di emozioni, di aggettivi che la qualificano. Cos’è la poesia? Cosa la rende tale da essere considerata un magico punto d’incontro tra gli uomini? Questa la domanda centrale della conferenza svoltasi a Trieste il primo dicembre presso la Scuola Superiore di lingue moderne per Interpreti e Traduttori. Questa la domanda a cui ha risposto poeticamente Tahar Ben Jelloun, scrittore franco-marocchino, noto soprattutto per il suo impegno contro il razzismo. Tutto è stato meravigliosamente facile: ascoltare l’autore parlare di poesia, immergersi in quella dimensione, comprenderla. È stato tutto così piacevolmente normale senza quell’inquietudine iniziale che assale chiunque si cimenti con essa.

Poesia è magia, incanto. È amore e violenza nel medesimo istante. Essa è testimonianza, è secondo la definizione utilizzata da Pavese, l’espressione della condizione umana. La si ritrova in quel grido disperato perfettamente riconoscibile della sofferenza. Nel grido dei poeti francesi della Resistenza, come René Char ” J’ai difficulté de me rencontrer dans le fil de l’évidence”. Essa rappresenta l’uscita dall’isolamento, dall’emarginazione. Dov’è la poesia? Al di là del visibile. Impalpabile, ma c’è. Se ne sta in disparte con aria fintamente distaccata ma sempre pronta a catturare ognuno e a portarlo nel mondo del poeta sofferente, del poeta allegro, del poeta malinconico. Quel mondo così stranamente somigliante a quello reale perché la poesia si configura come una traccia, come un passaggio che regge il pesante emblema del mondo universale. Ben Jelloun mette in evidenza l’importanza di questa dimensione. La necessità di staccarsi da un’ottica che presuppone il limite dell’identità e delle diverse culture e civilizzazioni, sottolineato con notevole insistenza dal mondo occidentale. Il dovere di non interpretare in modo erroneo la condizione umana, di evitare la definizione e la catalogazione per sfuggire ad una generalizzazione e caricatura delle stesse culture. La poesia non delimita. La poesia è soltanto un’umile rivelazione dell’umano. Essa è mezzo di comunicazione universale. Non sopporta la debolezza ed è per questo che si annuncia con vitalità, con vigore. Non si serve di mezzi termini, perché odia l’ipocrisia. Il poeta non ha ispirazione. O scrive o non scrive. Esprime i suoi disagi, le sue gioie viscerali e ugualmente diventa portavoce del pathos dell’umanità.

Chi è il poeta? Ruolo difficile da definire. Non è un saggio. Non fa parte della schiera dei “sani”. Ma è colui che aggiunge alla propria vita un po’ di eccentrica follia, sperimenta il proprio io, sfida insistendo il mondo irreale della parola a cui non sa resistere…

L’autore accompagna il pubblico in questo mondo, lo fa citando poeti, riportando testi e afferma con forza l’elemento distintivo della dimensione poetica: “l’endourance”. La poesia resiste al tempo; al tempo incalzante, incurante della pausa, della riflessione, della tranquillità. La poesia si oppone al nuovo valore del mercato economico; non è distrutta dalla diffidenza e dall’indifferenza dell’editore. L’imperativo categorico di Ben Jelloun è “la poesia deve continuare”. Ed essa silenziosamente continua. Continua nelle note dei cantautori, nelle notti di due cari amici che timidamente leggono Prévert. Continua nella volontà dei traduttori di rendere accessibile il testo poetico a tutti. Permane nel sogno di molti, nell’anima di alcuni, nella penna di altri. Resta scritta violentemente in una pagina di appunti strappata che scivola delicatamente da un quaderno…cade a terra, viene raccolta, letta e portata via dall’io bisognoso che da lungo tempo cercava l’espressione delle sue parole incompiute.

Ero entrato a far parte della Komuna da pochi giorni, quando una bella sera con alcuni amici siamo andati alla ricerca dell’Hot Clube; rinomato Jazzclub in Praca da Alegria, dove è solita l’esibizione di spettacolari jam-session non solo dei musicisti locali, ma anche delle stelle del Jazz, le quali, dopo concerti in sale e stadi affollate dalle masse si rifugiano benvolentieri in postacci con pareti scure, tavoli rotondi ed il solito barista scortese fumatore incallito, per prolungare la notte fino al mattino. Ebbene, qui inizia la storia.
Quella sera stavo assistendo ad una jam spettacolare, come ne ho sentite poche, segno che i musicisti fra di loro si conoscevano come le proprie tasche. Il perchè l’ho capito subito dopo, durante l’intervallo, quando mi sono stati presentati i coinquillini mancanti all’appello.
La Komuna è una casa storica in una zona storica, sopra la downtown lisboeta, di fronte alla casa di Camoes. Ci hanno vissuto in tanti; jazzisti tedeschi, fadisti giapponesi, artisti di ogni genere, studenti erasmus azoriani, lavoratori del sociale asociali. In quattro anni ci hanno vissuto circa un centinaio di persone provenienti da tutte le parti del mondo, distribuite tra i due piani che formano la Komuna. Quante persone vi siano passate per un cafesinho, per una festa oppure per provare l’ultima sambinha prima del concerto, è un dato incerto. Tutti però hanno lasciato una loro traccia, che sia una frase su una parete o una goccia di vino sul vecchio pavimento in legno.
Attualmente la casa si trova in uno stato di continuo degrado fisico; piogge monsoniche in più stanze e invasioni di insetti in cerca del Lebensraum ideale, per non parlare della constante minaccia del crollo di un palazzo vicino. Il proprietario è un mistero e risulto tra i pochi fortunati che sono riusciti a vederne l’ombra. L’affitto passa attraverso il classico fruttivendolo sotto casa che funge anche da fonte di informazioni del quartiere, ma questa è un’altra storia.
Per quanto riguarda regolamenti vari e turni di pulizie, nella Komuna non esistono; tutto è basato sul senso di responsabilità ed il rispetto verso gli altri, di ogni singolo Komunard. Questioni aperte vengono discusse tra un bicchiere e l’altro nelle riunioni, festosamente annunciate sulla bacheca nel corridoio accanto a depliant di Yoga misto con Flamenco e fusioni di Tablas indiani e Appenzeller Hackbrett.
In questo periodo la Komuna è abitata da 14 persone provenienti da 17 nazioni diverse, distribuite sulla Komuna de baixo e la Komuna de cima. Lo spirito di ospitalità portoghese induce però sempre a tenere un ospite in casa, che sia il senzatetto che passa per farsi la barba o il viaggiatore cronico non ancora pronto per tornare alle proprie radici, la porta è constantemente aperta.
Bene, visto che il tempo sta migliorando e oggi è domenica, mi recherò in spiaggia ad aspettare l’onda giusta. Buon proseguimento a tutti.

Stefan Festini Cucco

Come accade ogni anno, si inizia a pensarci già a novembre: basta il primo freddo pungente, la prima nebbia e già la mente si proietta verso l’estate successiva sognando di scappare dall’inverno il più in fretta possibile. Nei mesi seguenti, però, si viene catturati da una routine quotidiana sempre più fitta e frenetica ed in un momento ci si ritrova ad inizio luglio, sfiniti dalla sessione d’esami e dal caldo insopportabile, con un bisogno immenso di partire e andare lontano, non importa dove. Era ormai metà luglio quando mi sono decisa: è stato un attimo, l’impulso del momento, compilare la domanda d’iscrizione trovata sul sito dell’Alliance Française e trovarsi con un biglietto aereo per Parigi e dentro di me soltanto impazienza e confusione. Perché, per quanto lo si desideri con tutto se stessi, partire non è mai semplice: c’e sempre qualcosa dentro di noi che ci trattiene, un’amicizia, un problema, un amore, un dolore, molto spesso lo stesso che ci spinge ad allontanarci. Questa volta è stato diverso da tutte le altre: non partivo con amici né in gruppo per un viaggio studio, partivo da sola, per un mese, senza altri punti fissi che un indirizzo, Boulevard S. Jourdan n° 7, ed uno zaino pieno di dizionari e libri di grammatica francese con in testa l’idea che l’ostacolo più grande sarebbe stato quello della lingua e lo sforzo più impegnativo quello di imparare vocaboli e coniugazioni.

Dall’aeroporto d’Orly alla Citè Universitarie ci vuole circa un quarto d’ora, il che vuol dire 15 minuti di conversazione con un tassista che ancora non lo sapeva e forse non lo saprà mai, ma aveva una responsabilità enorme: era la prima persona con cui parlavo, stava a lui farmi sentire a casa nonostante il mio francese alquanto incerto oppure tacere e creare quel clima d’imbarazzo e tensione che può far rimpiangere persino la spiaggetta di Jesolo dove la gente la conosci da una vita, le conversazioni non sono mai troppo impegnative e l’accento più strano in cui puoi imbatterti è quello mestrino. Per fortuna, il “mio” tassista era un uomo simpatico, ebreo con origini tunisine, immigrato in Francia da una ventina d’anni, l’esempio perfetto di come molto spesso, in questa Francia multirazziale e a volte contraddittoria, le differenti culture, lingue, religioni e credenze che nella società e nelle banlieues finiscono per scontrarsi violentemente confluiscono invece in un unico individuo mescolandosi in un’armonia perfetta, portando ognuna un piccolo tassello che si incastra con gli altri formando figure e personalità ricche e mai banali.

La mia avventura nella Ville Lumière è cominciata così, come per tutti i turisti, per poi trasformarsi invece in qualcosa di completamente diverso: alla fine del mese ormai conoscevo ogni via, ogni negozio del mio quartiere; la sera uscivo per fare la spesa al supermercato all’angolo, mi fermavo a fare due chiacchiere con il portiere, mi sentivo a casa. In meno di trenta giorni si era già innescato quello strano, meraviglioso meccanismo che ci aiuta a trasformare un luogo sconosciuto e anonimo in un pezzetto di noi, come quando da bambini piangevamo prima di partire per il campo scout o per la vacanza studio e poi ci ritrovavamo a sperare che l’esperienza potesse non finire mai.

La sera prima della partenza l’ ho passata in veranda, chiacchierando con una trentina di ragazzi e ragazze da tutto il mondo che erano diventati i miei compagni di viaggio per quattro intense settimane. Insieme avevamo frequentato i corsi, spiegandoci a vicenda le stranezze dei nostri paesi e delle nostre genti, insieme eravamo usciti tante sere, un po’ provati dalle giornate intense, ma felici di poter pique-niquer ai piedi della Tour Eiffel o di poter condividere una bottiglia di Beaujolais con i ragazzi della coperta accanto guardando le proiezioni del cinéma en plein air. Insieme avevamo superato i primi giorni in cui non riuscivamo a dire una parola senza consultare il nostro fido Becherelle e le sue provvidenziali coniugazioni, e insieme avevamo poi capito che stavamo costruendo qualcosa che andava ben al di là di costruzioni grammaticali o regole d’accento. Per un attimo le nostre storie si erano incrociate e sovrapposte, donandosi qualcosa a vicenda: è stato proprio questo il fulcro di tutta l’esperienza, questo saper di aver creato una piccola “casa”, seppure temporanea, un rifugio dove ognuno ha potuto migliorare non soltanto il proprio livello di francese ma anche e soprattutto la conoscenza di se stesso, dei propri sogni e del proprio percorso.

Di Shane Black

Con Robert Downey Jr., Val Kilmer, Michelle Monaghan

 

Harry Lockhart (Robert Downey Jr.) è un ladruncolo newyorchese che si imbuca ad un’audizione per sfuggire alla polizia, si aggiudica la parte e viene spedito a Hollywood prima ancora di capire cosa gli stia succedendo. Essendo il film un poliziesco la produzione decide di fargli accompagnare l’investigatore privato “Gay” Perry (Val Kilmer) nelle sue indagini, per aiutarlo ad entrare nella parte. Nella prima notte di lavoro i due incappano però in un cadavere nascosto, e qualcuno cerca di incastrare Harry per l’omicidio. A complicare le cose arriva Harmony (Micelle Monaghan, la vera rivelazione del film), la ragazza di cui Harry era innamorato al liceo, che lo crede un vero detective e gli chiede di indagare sul suicidio della sorella. L’intreccio noir è standard, con i due casi che si riveleranno collegati, ma fortunatamente il regista (già creatore della serie Arma Letale) ne è consapevole e usa l’impianto del noir per raccontare una commedia brillante, dai dialoghi straordinari. Tutti i clichè sono al loro posto, ma nessuno va come dovrebbe, dalla scena della roulette russa a quella in cui l’eroe difende l’onore della ragazza. I personaggi sono straordinari, a cominciare dall’adorabile fallito Harry, la cui voce narrante dirige il film confondendosi, riavvolgendo intere scene e discutendo col pubblico. Ma la cosa migliore di questo gioiello di film è che non insulta l’intelligenza dello spettatore con rallentamenti a beneficio dei più ottusi: la storia procede a ritmo serrato, fino alla resa dei conti finale.

VALUTAZIONE: 9-

 

 

 

 

 

 

 

 

Abbiamo chiesto un’opinione al professor Georg Meyr, docente di Storia delle relazioni internazionali del corso di laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche.

Può spiegare brevemente il contenuto del “Trattato di non proliferazione nucleare” entrato in vigore nel 1970?Che efficacia ha avuto negli anni?

Alla fine degli anni ’60 si ritiene, soprattutto sull’onda della crisi mediorientale del ’67, che vi sia un effettivo rischio di proliferazione degli armamenti nucleari da parte delle potenze vincitrici del secondo conflitto mondiale. Sulla base di tutto questo si mette a punto un trattato che viene firmato nel 1968 il quale impegna chi firma a non trasferire e a non ricevere tecnologia e materiali idonei alla realizzazione di armamenti nucleari. Ci sono due considerazioni obbligatorie e immediate: la prima è il difficilissimo limite di demarcazione fra nucleare civile (centrali, propulsori di mezzi di trasporto) e il nucleare per uso militare. Nel momento in cui si è in grado di far funzionare correttamente una centrale atomica non ci sono problemi a realizzare una bomba atomica. La seconda è che il trattato ha anche la volontà non dichiarabile ma ben solida di cercare di fermare l’azione nucleare troppo autonoma di Cina e Francia, che proprio in quel periodo hanno preso entrambe le distanze: la prima dall’Unione Sovietica, la seconda dal dispositivo Nato. Non ritengo che possa aver avuto un’efficacia reale, perché chi era già potenza nucleare è rimasta tale, chi non aveva la minima intenzione di diventarlo se n’è guardato bene. Chi cercava di dotarsi di armi nucleari vi è sicuramente riuscito ed infatti siamo entrati in un’era di nuova e sicura proliferazione. C’è oggi un numero importante di Paesi che, senza dichiararlo, verosimilmente hanno armi atomiche.

In relazione ai recenti test nucleari effettuati dalla Corea del Nord, vorremmo avere la sua opinione: quali ripercussioni politiche hanno avuto a livello internazionale? Qual era l’obiettivo concreto della Corea?

E’ chiaro che, trattandosi di una forma di dittatura, le sue scelte politiche sono percepite con più timore, a livello internazionale, rispetto a quelle dei Paesi democratici. Io non credo minimamente che la Corea del Nord intenda realmente utilizzare l’arma atomica in maniera sconsiderata, non ha alcun senso logico. Si tratta di uno stato in estrema difficoltà economica, cercherà di far pesare sul piatto degli aiuti internazionali la sua disponibilità al disarmo. Anche se tutto è avvenuto fuori da un contesto di minaccia e di crisi, non dimentichiamo che alcuni Paesi dell’ex Unione Sovietica detentori di potenziale nucleare, hanno utilizzato quest’ultimo come merce di scambio per aiuti economici. E’ sicuramente vero che le potenze dell’area vivono con inquietudine tutto questo, ma sanno che il rischio non è così reale.

Il governo giapponese ha recentemente affermato di non escludere la possibilità di dotarsi di ordigni nucleari per scopi difensivi: che cosa ne pensa?

Il Giappone non avrebbe sicuramente problemi di natura tecnologica a dotarsi di un sistema nucleare a scopo difensivo, né credo che l’attuale scenario internazionale possa minimamente opporsi a questo. Ma credo che tali dichiarazioni vogliano fungere semplicemente da deterrente verso un Paese molto vicino come la Corea, portatore di vecchi rancori a causa del Protettorato impostole dal Giappone nel periodo che va dal 1910 al 1945. Tutto questo è il segnale grave di come ci sia una situazione di inquietudine e destabilizzazione: se l’unico Paese che ha patito veramente un attacco atomico e ha sempre guardato con assoluto disprezzo questo settore può pensare di dotarsi di quel tipo di armi, è evidente che ci sono delle tensioni da non sottovalutare.

Quali sono i Paesi che intrattengono relazioni migliori con la Corea? Quale ruolo potrebbero assumere nei confronti della Corea riguardo a queste tematiche?

L’unico Paese in grado di condizionare pesantemente la Corea è la Cina. Innanzitutto per l’evidente vicinanza geografica (a separarli c’è solo il fiume Yalu), in secondo luogo perché sta diventando velocemente un’ enorme potenza economica e commerciale ed in fine perché presenta una qualche apparenza di comunismo, anche se sappiamo tutti che sostanzialmente non lo è. Credo inoltre che la Cina abbia il “rubinetto” di tutti gli approvvigionamenti principali della Corea, sono cioè gli unici che hanno la possibilità di indirizzare la politica coreana. Se il mondo occidentale saprà agire intelligentemente con la Cina, essa diventerà probabilmente il controllore naturale dello scenario nord-coreano.


 

Redki bi bili sposobni razpravljati o ureditvi sovjetskega režima v letu 1956.Šibka demokratizacija pod krinko destalinizacije je bila takrat le navidezna; vzpon Nikite Krusčeva, kritično stanje Poljske ter Madžarske-spletke totalitarizma, ki še danes skuša, kljub formalnim spremembam, potegniti račun v svoj prid.

V tistih letih je bil za Rai iz Moskve korespondent Demetrio Volčic. Njegov glas je takrat odmeval v radijskih oddajah in se danes ponovno vrača v knjigi “1956-Krusčev contro Stalin” (Krusčev proti Stalinu), v kateri so zapopadene njegove radijske reportaže. Knjiga naj bi bila v glavnem neke vrste “jezikovno navodilo”, kako improvizirane besede zapisati črno na belo; ni pa golo pripovedovanje, marveč življenjska preizkušnja obogatena z anekdotami in radovednostmi enega glavnih goriških kulturnikov.

Predstavitev, ki je potekala v prostorih goriškega Pokrajinskega Sveta,se je prepletala med utrinki iz preteklosti in današnjimi dogodki. Razpravljalo se je o zapletenih zvezah med demokracijo ter totalitarizmom, če je zaščita naroda, ki ga država zlorablja, res dolžnost zunanjih moči, o javni brezbrižnosti in cinizmu; Volčič pa se izredno diplomatsko izmika tovrstnim vprašanjem. Težko pa se je brzdal, ko je potekal govor o vseh-še ne kaznovanih-zločinih na Kitajski in v Rusiji. Nadaljevalo se je v znamenju Evropske Unije; kako se je treba obnašati do držav, ki so se komaj rešile ljudske demokracije? Avtorju pa je le uspelo izogniti se opredelitvi pri tako pekoči tematiki. Raje se je vezal na zgodovino, tisto, ,ki se je zapečatena.Tisto, ki jo lahko le še pripovedujemo v upanju, da nas nihče ne oporeka, ki je navidezno objektivna..zgodovino mrtvih.

Volčič pa se tudi navezoval na dejstvo, da vprašanja , na katera skušamo dnevno dobiti odgovor pa ostajajo nespremenjena: preteklost in sedanjost se prepletata v spomin, ki se popolnoma prilagodi današnjemu času. Aktualna situacija se popolnoma prilagodi pretekli.Nauki nimajo zapadlosti, pravi Volčič,le človek se ne spreminja.

Pochi saprebbero raccontare i difficili assestamenti del regime sovietico nel 1956. I suoi complicati esercizi d’equilibrio sul filo d’una democratizzazione di facciata, spacciata come de-stalinizzazione. L’ascesa di Nikita Krusčev. Le crisi polacca e ungherese. L’incespicare di un totalitarismo che cerca di completare la sua muta, che stenta nonostante le trasformazioni formali a normalizzare la propria vita ancor oggi.

In quei giorni corrispondente da Mosca per la Rai era Demetrio Volčic. La sua voce riverberava nelle trasmissioni radio, ed oggi torna a farlo. Perché la sua nuova fatica, “1956 – Krusčev contro Stalin”, è proprio la trasposizione di quelle sue cronache radiofoniche. Essa, pertanto, “si interessa principalmente al linguaggio: a come le parole, improvvisate nel racconto orale, debbano essere rese per iscritto”. Non si tratta semplicemente d’un mero resoconto, bensì di una vera esperienza di vita arricchita da aneddoti e curiosità, narrati da una delle personalità di spicco del panorama culturale goriziano.

Gli spunti offerti dalla presentazione, avvenuta al Consiglio Provinciale di Gorizia, trascendono gli anni cinquanta per divenire attuali: il rapporto complicato tra democrazie e totalitarismi, il presunto obbligo d’intervenire a tutela della società civile quando questa è vittima di abusi da parte dello stato, la nostra indifferenza e spesso il nostro cinismo. Volčic, interrogato su questo argomento, cerca di rispondere con diplomazia, glissa, ma non riesce comunque a celare una critica ai “calcoli” cui i Governi devono sottostare, ingoiando a cuor leggero i crimini ancora commessi da Cina e Russia. E ancora: quali sono gli obblighi, gli sforzi che una già rachitica Unione Europea è tenuta a sostenere nei confronti dei paesi che dall’esperienza delle democrazie popolari sono usciti? Il tema non è semplice e l’autore evita, prudentemente, di schierarsi. Meglio ritornare alla storia. Quella finita. Quella che si può solo raccontare, sperando di non essere contestati. Quella che ci illude di essere oggettiva. La Storia dei Morti.

Ma i quesiti che dobbiamo risolvere, giorno per giorno, a ben guardare sono sempre gli stessi. E l’autore, nella sua presentazione, lo intuisce: passato e presente si fondono, in una memoria che si adatta benissimo all’oggi. A chi chiede un’opinione sugli avvenimenti odierni, Volčic risponde indirettamente, tornando sul più solido terreno di ciò che è già stato e che ormai si sta raffreddando. Ma la lezione che ne emerge non ha una data di scadenza. In fondo, verrebbe da dire, l’uomo non cambia.

 

Il liceo femminile “Santa Caterina da Siena” ha organizzato una festa. È la scuola di T ed E, e non mi è difficile procurarmi un ingresso. Mentre mi reco al bar del parco che ospita la festa rifletto divertito su come solo una scuola femminile possa organizzare la propria festa annuale la sera della prima partita della Nazionale. Arrivato sul posto presento il mio invito ai due culturisti di guardia, e l’organizzatrice mi consegna un buono consumazione. Si chiama S, e ha l’aria tesa di un regista esordiente la sera della prima. I suoi occhi scuri sono gentili, e la sua scollatura sta per esplodere. Interessante. Sorrido a lei e alle sue amiche, ma prima di poter intavolare una conversazione vengo investito da T. Ha un bel vestito nuovo senza spalline, e sta aspettando che arrivi il suo ragazzo. Il suo nuovo ragazzo, G. L’ho incontrato un paio di volte, e per quanto non sia esattamente nelle mie corde è certamente meglio di L. T mi presenta due amiche: I è bassa, paffuta e olivastra, mentre M è alta e atletica, con un viso dai tratti decisi. Carina. Il vestito nero le dona molto. Scambiamo qualche parola, poi muovo verso il vivo del party. Vengo deluso: E non si vede, e la festa sembra avere difficoltà a decollare. Tutti i maschi sono in disparte, a guardare la partita su un maxischermo, mentre le ragazze ciarlano a gruppetti. In un angolo un DJ pastrocchia pessima musica. Di colpo mi rendo conto di aver fatto un grottesco errore di valutazione: non ho calcolato che T ha due anni meno di me, e che è stata bocciata due volte. L’età media di questa festa è sedici anni. Di colpo mi sento vecchio. La prima ora passa senza sussulti, mentre sorseggio la mia Pepsi e violo continuamente la regola dei tre secondi*. L’evento più rilevante della successiva mezz’ora è costituito da L che si presenta alla porta in piena crisi di gelosia da ex possessivo. I muscolosi non lo fanno entrare, ma T diventa dolorosamente consapevole dell’enorme ritardo di G. A quel punto il DJ inizia a mettere sul piatto canzoni sopportabili, e lentamente si inizia a ballare. Gestisco male la cosa, ovviamente. Mai stato un buon ballerino, e le sottigliezze del rimorchio su pista da ballo mi sono aliene. Dopo aver ballonzolato senza scopo per una decina di minuti decido che è ora di una sigaretta. Esco dal bar e trovo T in lacrime. Non c’è che dire, ha un vero dono per trovare il ragazzo sbagliato. La consolo al meglio delle mie possibilità, le offro un tiro, e in quel momento parte “Hot Stuff”. Mercuriale come sempre, T si illumina in volto e schizza sulla pista. La inseguo, per accertarmi che non faccia sciocchezze e per riprendermi la sigaretta. La pista è più popolata, ora, e T inizia a flirtare con quattro ragazzi insieme. Ballo con lei, la maggior parte del tempo. So che il suo è solo un gioco, per prendersi una piccola rivincita sul suo ragazzo ritardatario, ma non voglio correre rischi. Da come balla, pochi capirebbero che sta giocando. Cerco anche di ballare con qualche ragazza, ma non sembro riuscire a stabilire un contatto. Dopo qualche minuto mi rendo conto che sto venendo evitato: le ragazze fuggono da me. Ho vent’anni, i peli sul petto, gli occhi affamati. Logico che le spavento. Due bimbette alte si e no un metro e quarantacinque mi si avvicinano, una delle due trascina l’altra. La vittima mi chiede quanti anni ho. Rispondo la verità, e le vedo fuggire un istante dopo. Mi fanno tenerezza, e mi sento ancora più vecchio. Aspetto la fine della canzone e poi siedo a riposare le mie vecchie ossa. Sono accanto ad M e I, e le ascolto parlare. M parla delle poesie macabre che scriveva alle medie e della voglia che ha di picchiare qualcuno. Sembra che abbia un delizioso lato oscuro, non troppo profondo, ma coltivato con cura sufficiente da rendere interessante una ragazza che fa venticinque ore a settimana di danza. Vorrei conoscerla meglio, ma non stasera, non dopo essere stato rifuggito da ogni ragazza presente. Ci sono cose più importanti del mio non battere chiodo: T è in crisi nera. È uscita di nuovo nel cortile, e sta piangendo. Io ed M la abbracciamo e le diciamo di non preoccuparsi. Mezz’ora dopo la partita è finita e G. si degna di arrivare. Osservo sconsolato il teatrino dell’incomunicabilità che ne segue e mi accendo un’altra sigaretta. T si fa venire a prendere da sua madre, io approfitto del passaggio e poco prima di arrivare a casa scopro che M, che contavo di rivedere, è una quindicenne. Serata persa, senza speranza.

*una volta stabilito contatto visivo con una ragazza, bisogna andare a parlarci entro tre secondi, per non perdere il coraggio e non passare per un maniaco.

Luca Nicolai

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