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La candidatura di don Bellavite alle comunali e la crisi della politica italiana.

Leggendo i giornali locali in questi giorni mi sono chiesto che cosa penserebbero al mio posto Gino Cervi e Fernandel, i mitici interpreti di Don Camillo e Peppone. Si perchè la cronaca goriziana ci presenta una storia simile ma dai caratteri opposti: il prete fa politica e il comunista lo appoggia nella sua campagna.
Al di là del carattere apparentemente caricaturale della scena la situazione è di particolare interesse, tanto da trascendere la dimensione locale, sia per richiamo mediatico che per contenuti. La storia è abbastanza nota: don Andrea Bellavite, prete quarantasettenne, ha deciso di colmare il vuoto della sinistra locale candidandosi alle elezioni comunali appoggiato da Rifondazione Comunista, Verdi, Italia dei Valori e Comunisti italiani. La notizia ha immediatamente attratto l’attenzione dei principali quotidiani italiani. Su La Repubblica di giovedì 12 aprile, lo si descrive come «vicino ai ‘Beati i costruttori di pace’ contro le bombe atomiche alla base Usaf di Aviano in provincia di Pordenone e ai ‘no global’ contro il Cpt di Gradisca d’Isonzo in provincia di Goriza ». La descrizione che ne ha dato Il Manifesto mercoledì 11 aprile risulta però più incisiva:«…don Andrea Bellavite è a un passo dal diventare il candidato a sindaco di Gorizia del centrosinistra. Se non lo è ancora ufficialmente è perché nell’Unione c’è un partito che fa resistenza e caso strano è proprio il partito più cattolico del gruppo, la Margherita…don Andrea non è il tipo più comune di parroco, intanto perché non ha una parrocchia ma insegna filosofia e teologia a Udine e Trieste, poi fino all’altro ieri era direttore del settimanale diocesano Voce isontina, distribuito nelle carceri al motto «diamo voce a chi non ha voce»…». Il Giornale invece ha trattato la questione in maniera più lapidaria nella rubrica Spilli in cui si dice: «…don Andrea Bellavite deciderà in queste ore se candidarsi sindaco a Gorizia per l’Unione…Erano preti contro, ora sono sol preti con. Il governo attuale…”. Sul Corriere della Sera invece la questione è stata trattata in maniera più articolata. Venerdì 13 aprile si poteva leggere una lucida presentazione della situazione seguita da un’elencazione delle sue battaglie sociali alla quale si aggiungeva: “…ma nei giudizi politici, ora che è candidato, è più ecumenico: “Mi piacciono D’Alema, Bertinotti, Prodi. Ma stimo anche Casini e Fini”. Più che a Baget Bozzo – “fa politica per conto di settori della Chiesa” – si rifà ad esempi illustri: “Don Sturzo fu il sindaco di Caltagirone…” . Don Bellavite dunque ha proiettato la campagna elettorale goriziana su un palcoscenico nazionale che tuttavia non sembra interessarsi all’analisi delle motivazioni di una situazione se non altro anomala. Pochi o nulli infatti i commenti al riguardo.
Un prete che si candida alle comunali, per di più sostenuto dai principali partiti comunisti, è un evento piuttosto raro. Da una parte bisogna sottolineare la straordinaria larghezza di vedute del candidato che, al di là delle facili critiche, lo ammanta senza dubbio di un’aura da libero pensatore, insolita all’interno del mondo clericale spesso considerato rigidamente dogmatico. Dall’altra però non si può non cogliere come questa candidatura sia una manifestazione di una patologia della politica italiana. La decisione di padre Bellavite è una chiara reazione della società civile alla desolazione del panorama politico attuale. Come gli anticorpi agiscono quando una malattia colpisce il corpo, così la società civile interviene a sanare le patologie croniche della politica. Di per sè è una reazione positiva. Alcuni cittadini si fanno portavoce dell’esasperazione e della sfiducia collettiva e cercano di dare da soli una risposta che la classe poltica non è in grado di dare. Purtroppo però alla base vi è sempre una situazione insana. Il processo non è nuovo, si chiama populismo e ne sono esempi illustri il berlusconismo e la Lega Nord.
Dunque la situazione goriziana costituisce la manifestazione locale di una situazione patologica che la politica nazionale si trascina dall’inizio degli anni ’90. Tangentopoli, l’ascesa in campo di forze nuove, ‘apolitiche’, il passaggio a un sistema tendenzialmente bipolare, hanno solo alleviato i sintomi di una crisi politica languente nel Paese. La causa principale di tale fallimento probabilmente risiede nel mancato rinnovamento della classe politica. Le comunali goriziane sono ancora una volta esemplari al proposito. Infatti il centrodesta, pur riuscendo ad accordarsi su un unico candidato, ha concentrato le proprie speranze sul settuagenario Romoli: certo un candidato di spessore, ma anche un tipico rappresentante di una classe politica incapace di rinnovarsi.
Infine vi è un ultimo aspetto da considerare. Don Bellavite ha opportunamente deciso di sospendere temporaneamente il suo ruolo spirituale e gareggiare così da ‘laico’. Tuttavia, la sua non è una condizione che si cancella con una dichiarazione di principio. Nella sua campagna pertanto si troverà stretto tra l’impossibilità di farsi portavoce di interessi particolari e il rischio di scivolare nella demagogia se esagerasse nelle dichiarazioni di azione politica ‘ecumenica’. La situazione dunque è spinosa ed egli si troverà esposto a facili critiche. Uscirne indenne e al tempo stesso portatore di un programma politico efficace sarà impresa ardua. Ci vorrebbe un miracolo, ma per un religioso come lui potrebbe anche essere un vantaggio.

Emmanuel Dalle Mulle

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Il ddl approvato alla Camera rischia di comprimere il diritto di cronaca.

La storia si ripete. Soprattutto in Italia. Dopo l’ennesimo scandalo emerso grazie alle intercettazioni telefoniche utilizzate nelle indagini della magistratura, è ritornato a farsi sentire lo sdegno del mondo politico contro la pubblicazione dei dialoghi captati, soprattutto quando rivelano informazioni riguardanti la sfera personale di soggetti non direttamente coinvolti nelle indagini (credo che tutti abbiano bene in mente il caso Sircana). Di fronte alle veementi levate di scudi, non si può non sospettare che derivino dalla paura di essere coinvolti in modo più o meno indiretto nei grandi scandali che in Italia non finiscono mai. Abbiamo assistito per mesi e mesi a ripetitive filippiche bipartisan contro la “spregevole gogna mediatica”, “l’uso criminoso dei mezzi d’informazione”, “l’imbarbarimento della società civile”, e i politici preoccupati il 17 aprile hanno ottenuto un grande risultato. Sull’onda della riaccesa indignazione, il disegno di legge che dovrebbe innovare la regolamentazione della pubblicità degli atti d’indagine, proposto dal Ministro della Giustizia Mastella, è stato approvato dalla Camera dei deputati con una larga maggioranza. Il ddl modificherebbe il codice di procedura penale vietando la pubblicazione anche parziale o per riassunto degli atti di indagine contenuti nel fascicolo del pubblico ministero o delle investigazioni difensive, seppure non più coperte dal segreto, sino alla fine delle indagini preliminari o fino al termine dell’udienza preliminare. Stessa sorte naturalmente per qualsiasi tipo di intercettazione ambientale, telefonica o telematica. Per quanto riguarda le intercettazioni non rilevanti ai fini delle indagini, viene prevista una “scrematura”, operata prima dal pubblico ministero e poi dal gip, dopo la quale le informazioni verranno secretate e custodite in un apposito registro. Un provvedimento di questo tipo non può che suscitare preoccupazione in merito alla tutela della libertà d’informazione e del diritto di cronaca. Uno dei punti più sconcertanti è quello delle sanzioni previste per i giornalisti che infrangono il divieto: il testo modifica l’articolo 684 del codice penale che prevedeva, per i giornalisti che pubblicano materiale coperto da segreto, o l‘arresto fino a 30 giorni o un’ammenda fino a 258 euro. Se il ddl sarà approvato anche dal Senato, l’ammenda alternativa all’arresto andrà da 10.000 a 100.000 euro. Come evidenza Marco Travaglio, “se i cronisti insistono a pubblicare quello che sanno, verranno perseguiti dai Tribunali, ma anche dal Garante per la privacy (nominato dai partiti) che li condannerà per illecito per finalità giornalistiche, li metterà alla gogna con sentenze pubblicate sui giornali a loro spese e chiederà all’Ordine di punirli disciplinarmente”. Dunque, i giornalisti che vorranno pubblicare informazioni in loro possesso dovranno fare i conti con la possibilità di imbattersi in grossi problemi, e ci penseranno due volte prima di esercitare il diritto di cronaca. La sensazione è quindi quella di una stretta alla libertà di stampa. Supponiamo che lo scopo del ddl sia proprio quello di tutelare la privacy dei cittadini: se le intercettazioni verrebbero comunque “depurate” dalla magistratura dalle informazioni su soggetti non direttamente coinvolti, perché vietare la loro pubblicazione per un tempo più lungo rispetto a quanto avviene oggi? E’ chiaro che ogni individuo merita di vedere tutelata la propria sfera privata, ma non con provvedimenti che come fine ulteriore avrebbero quello di differire il diritto di cronaca (anche per un anno e mezzo, come ha affermato Lanfranco Tenaglia, relatore alla Camera del ddl). E’ facile passare per giustizialisti in questi casi, ma io credo che un giornalista debba avere il diritto di riferire ai cittadini ciò che sa sui processi in corso nel Paese, evitando sì di intralciare le indagini, ma senza essere colpito da divieti ulteriori quando cessa il segreto investigativo. Il problema sarebbe più semplice se i giornali non appagassero il voyeurismo del pubblico italiano dando un esasperato risalto a vicende private scabrose, palesemente irrilevanti ai fini dell’informazione giudiziaria. Dunque quello che è più urgente e necessario è che i giornali seguano e aggiornino il proprio codice deontologico, e che ciò avvenga in maniera spontanea all’interno dell’Ordine dei Giornalisti. Per essere davvero libero, un organismo come quello dell’informazione deve autoregolarsi in armonia con le leggi dello Stato, e non sottostare a divieti provenienti dall’esterno. L’articolo 21 della Costituzione sancisce che la libertà di stampa “non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”, ma stabilisce anche che “sono vietate le pubblicazioni (…) contrarie al buon costume”. Non bastava forse la Costituzione per far riflettere i giornalisti del Giornale sull’opportunità della pubblicazione delle foto di Sircana? Era necessario il provvedimento del Garante per la privacy del 16 marzo, che, vietandola esplicitamente pena la reclusione da 3 mesi a 2 anni, si configura come una vera e propria ingerenza nel diritto di cronaca? Quello che serve in questo momento è che i giornalisti riformino la propria sensibilità dall’interno, contribuendo così a rinnovare e migliorare l’opinione pubblica, cercando di liberarla dalla morbosità da reality show che sembra governarla. Solo così l’informazione sarebbe libera, e potrebbe diventare naturalmente rispettosa della privacy degli individui, senza bisogno di divieti. Ma forse l’obiettivo di chi ha proposto la legge non è esattamente questo.

Athena Tomasini

Impressioni di alcuni giovani sloveni sui rapporti con gli italiani

All’indomani dell’adozione dell’euro della Slovenia, alla vigilia del suo ingresso nell’area Schengen (che significa, anche, libera circolazione delle persone) sarebbe normale pensare che le relazioni quotidiane tra sloveni ed italiani siano sempre più fitte. Ma è veramente così? Lo abbiamo chiesto ad alcuni nostri coetanei di Nova Gorica, sottoponendogli alcune domande. Ecco la prima:
Cosa ne pensi del processo d’integrazione europea? E in particolare dell’abbattimento del confine tra Italia e Slovenia?
Anja (18 anni) si dichiara “Favorevole”. Come lei, Eva (25 anni), che attenta ai costi del confine, spiega: “Il processo d’integrazione permette di risparmiare tempo e denaro”. Analogamente Benjamin (27 anni) ritiene: “E’ una cosa buona”. Sulla stessa linea d’onda Mojca (30 anni), Sara (17 anni) e Maja (28 anni): “Siamo entrambe favorevoli”.
Il consenso è unanime: tutti per l’Europa. Ma se si approfondisce il discorso sull’andamento dei rapporti transfrontalieri con l’Italia, l’entusiasmo cala vistosamente. Questo il secondo quesito:
Dopo l’adozione dell’euro, vieni più spesso a Gorizia?
Anja: “Non è cambiato nulla, è rimasto tutto come prima”. Dello stesso parere Jasna la quale afferma: “Vengo a Gorizia per lo più per fare shopping, ma con la stessa frequenza di prima”. Lo shopping attira nella cittadina isontina anche Mojca e Maja, ma anche per loro la routine è rimasta tale e quale. Per Sara alle compere si aggiunge il divertimento: “Vengo spesso al Comix e al Fly”. Non escono dal coro Benjamin ed Eva; quest’ultima racconta: “Studiando ad Udine attraverso il confine quasi tutti i giorni, ma per ora nulla è cambiato”.
Sembra che la moneta comune non abbia modificato sostanzialmente le abitudini degli intervistati: la frequenza e le motivazioni che li spingono oltre confine, sono rimasti gli stessi. Il venir meno delle difficoltà connesse al cambio, non ha costituito un incentivo decisivo all’intensificazione dei rapporti. Con il tallero o con l’euro, poco cambia. Ma al di fuori delle relazioni economiche? Ecco allora il terzo quesito:
Come sono i tuoi rapporti con i coetanei italiani?
Eva e Sara sono un’eccezione: conoscono entrambi parecchi italiani e hanno rapporti con gli sloveni della minoranza. Gli altri, invece, poco o nulla. Benjamin afferma: “Non conosco nessun italiano”. Come lui Mojca e Maja: “Non abbiamo amici oltre confine”. Jasna infine ha come punto di riferimento delle assocciazioni culturali: “Conosco delle persone italiane, grazie a delle associazioni slovene che operano in Italia, ad esempio il Kulturni Dom”.
Insomma sia le relazioni economiche che quelle personali non sono state influenzate in maniera consistente dall’ingresso della Slovenia nell’euro.
Nonostante tutti i limiti della nostra indagine, come provare a valutare le relazioni tra sloveni e italiani? Stando agli intervistati nulla o poco è cambiato negli ultimi anni: i rapporti proseguono come in uno stato d’inerzia. Anzi, stando alle parole di Benjamin, con il quale abbiamo approfondito il tema, si può ipotizzare che in futuro, questi vadano peggiorando. Basti pensare ai beni di consumo: “Mentre una volta era necessario venire in Italia per comprare determinati prodotti che non c’erano da noi, -spiega Benjamin- oggi possiamo trovare tutto negli scaffali dei nostri supermercati”.
Più ancora che i rapporti economici, sono quelli personali (e se si vuole culturali) a sembrar destinati a diminuire, o comunque, a non aumentare. Una sua argomentazione appare illuminante a riguardo: “La maggior parte dei ragazzi sotto i 20 anni, a differenza dei più grandi, non sa parlare la lingua italiana, o lo fa con difficoltà. Questo perché, una volta, la presenza delle reti della televisione italiana era parte integrante della nostra vita. Molti di noi, da bambini, imparavano l’italiano con i vostri cartoni animati”. Dopo la creazione nel 1992 della repubblica Slovena e con il libero sviluppo della propria identità culturale, le cose sono cambiate: “Oggi, invece, la qualità della televisione nazionale è molto più alta e quando si guardano televisioni straniere generalmente si preferiscono le reti tedesche e anglosassoni”. Sembra quindi esserci un problema di comunicabilità di fondo: da una parte restano pochi gli italiani che parlano e s’interessano alla lingua slovena, dall’altra sta venendo meno, tra i giovani sloveni, la necessità dell’italiano. Un punto d’incontro si potrebbe trovare, come nel caso di Jansa, nelle associazioni culturali (come appunto il Kulturni Dom che ha da poco festeggiato il suo 25esimo compleanno) e nei progetti transfrontalieri europei. Uno di questi, denominato “GO & GO Centro audiovisivi. Servizi interculturali e transfrontalieri” e finanziato dall’Interreg IIIA, ha permesso, attraverso l’associazione Kinoatelje, di riprodurre pellicole di cultura video-cinematografica slovena e, più in generale, dei paesi dell’Europa centro-orientale; un appuntamento col cinema d’autore, che si rinnova ogni giovedì sera al Palazzo del Cinema di Piazza Vittoria.
Un’altra ipotesi d’incontro, per risolvere i problemi di comunicazione tra le due comunità, sarebbe quello della lingua inglese. Ma, qui appare ancora con più evidenza la disparità tra i giovani italiani e quelli sloveni. “Il problema è che voi italiani, l’inglese non lo sapete parlare” dice sarcastica Eva. E Benjamin conclude: “Comunicare tra italiani e sloveni in inglese? Perché no? Ma tutto dipende da voi…”. E’ mica arrivata l’ora dei cartoni animati in inglese? Sarà ma, per i nostalgici, sarà buffa l’idea di un grande Puffo che “puffa” in inglese.

Davide Lessi
Emmanuel Dalle Mulle

 

 

S tolarjem ali evrom malo je razlike
Vtisi mladih Slovencev o odnosih z Italijani

Potem ko so v Sloveniji uvedli evro, se približuje tudi vstop te države v Šengensko cono, kar pomeni prost premik ljudi med državami članicami. Prav zaradi tega bi bilo čisto logično sklepati, da so se odnosi med Slovenci in Italijani utrdili. Vprašati pa se je treba ali je res tako? Na to in na druga vprašanja so nam odgovorili naši sovrstniki iz Nove Gorice. Prvo iz med teh se je glasilo: Katero je tvoje mnenje glede na proces evropske integracije, in sicer o ukinitvi meje med Slovenijo in Italijo?

Anja (18 let) meni, da je proces pozitiven in da ona je za to. Kot Anja tudi Eva (25 let), ki je posebno pazljiva na stroške, tako nam obrazloži: “Integracijski proces omogoči manjšo izgubo časa in denarja”. Podobno tudi Benjamin (27 let), ki trdi, da je proces nekaj dobrega in istega mnenja so tudi Mojca (30 let), Sara (17 let) in Maja (28 let).

V bistvu vsi so odgovorili, da se strinjajo z evropsko integracijo. Ko pa se podrobneje analizira vsebino medmejnih odnosov z Italijo, pozitivno vzdušje nekako mine.

Tako pridemo do drugega vprašanja: Ali greš pogosteje v Gorico po uvedbi Evra?

Anja: “Nič se ni spremenilo, vse je ostalo kot prej”. Istega menenja je Jasna, katera izjavi: “Grem v Gorico samo po nakupe, ampak nič več kot prej”. Na isti način nakupovanje v soškem mestu privlačuje Mojco in Majo, a tudi za njiju navada je ostala nespremenjena. Sara ob nakupih doda tudi zabavo: “Večkrat grem v Comix in v Fly”. Vse to potrdita Benjamin in Eva: “S tem, da študiram v Vidmu, moram prekoračiti mejo skoraj vsak dan, a do sedaj je vse ostalo enako.”

Zgleda, da evro ni spremenil navade intervjuvanih: pogostnost in motivacije, ki jih pripeljejo v Italijo so iste kot prej. Čeprav težave zaradi menjave denarja so olajšane, to ni pripeljalo do tesnejših odnosov. Z evrom ali s tolarjem je malo razlike. Kaj pa izven ekonomskih odnosov? Evo tretje vprašanje:

Kakšni so tvoji odnosi z italijanskimi sovrstniki?

Eva in Sara sta izjemi, ker obe poznata mnogo Italijanov in se družita tudi s pripadniki slovenske manjšine. Drugi pa malo ali celo nič. Benjamin nam pove, da ne pozna nobenega Italijana. Enako kot on tudi Mojca in Maja, ki nimata nobenega prijatelja na drugi strani meje. Jasna pa podčrtuje vlogo kulturnih društev v izpostavitvi odnosov med Italijani in Slovenci. “S pomočjo kulturnih društev, ki delujejo v Italiji, kot npr. Kulturni Dom, sem imela možnost spoznati mnogo Italijanov.”

Vse to nas pripelje do zaključka, da vstop Slovenije v cono evra, ni vplival ne na ekonomske in ne na osebne odnose.

Čeprav je naša raziskava omejena, treba je sedaj razčleniti rezultate. Iz naših intervjujev se lahko zaključi, da v zadnjih letih so se odnosi malo ali pa celo nič spremenili. Benjamin predvideva, da se bodo ti celo poslabšali. Pomislimo samo na nakupe: “Medtem ko enkrat smo bili primorani iti v Italijo, če smo si hoteli kupiti določene stvari, ki jih nismo našli pri nas, dandanes lahko dobimo vse kar hočemo na deskah naših trgovin.”

Več kot ekonomski odnosi, zgleda da bodo upadli osebni (oziroma kulturni) odnosi, ali vsaj se ne bodo utesnili. “Večina mladih izpod 20ih let, z razliko večjih, ne pozna italijanščine, ali pa govori tale jezik s težavo. Razlog tega je, da nekoč vsi so gledali oddaje italijanske televizije. Veliko otrok se je naučilo italijanskega jezika s tem, da so gledali risanke v tem jeziku. Po neodvisnosti Slovenije leta 1992 in z razvojem kulturne identitete, stvari so se spremenile. Danes se je kvaliteta nacionalne televizije povišala in izbira tujih televizij gre na nemške ali angleške oddaje.” Obstaja torej komunikacijski zid, kajti malo je Italijanov, ki govori in se zanima na slovenščino, ter upada število Slovencev, ki pozna italijanski jezik. Možna rešitev bi lahko bila, kot v primeru Jasne, kulturna društva (npr. Kulturni Dom, ki je prav pred kratkim slavil svoj 25ti rojstni dan) ali čezmejni projekti evropske skupnosti. Eden izmed teh se imenuje “GO & GO Centro audiovisivi. Servizi interculturali e transfrontalieri” . S sodelovanjem društva Kinoatelje prireja vsak četrtek zvečer ogled slovenskih filmov in iz drugih držav vzhodne Evrope.

Druga možnost rešitve komunikacijskega problema, bi lahko bila angleščina. «Vi Italijani ne poznate dobro angleščine», sarhastično opominja Eva. Benjamin pa zaključi «Komunicirati v angleščini? Zakaj pa ne? A to je odvisno od vas.»

 

Sbaglieremmo a confinare il dibattito sulla politica estera alla sola questione afghana, così come sbaglieremmo a considerarla solamente il banco di prova della tenuta del governo italiano. In Afghanistan non è in gioco solamente la credibilità internazionale del nostro Paese; ma le diverse scelte e proposte per risolvere il nodo afghano, e dunque la credibilità di quegli organismi, paesi e uomini politici che di queste strategie si fanno promotori. E chi sta giocando di più, in questa partita, è la NATO. Barnett R. Rubin, del Council of Foreign Relations degli Usa, ha sottolineato come l’Afghanistan sia il “testing ground” dell’Alleanza. Ad essa non resta che vincere a tutti i costi per difendere il suo ruolo di protagonista, capace di svolgere la sua più grande e difficile operazione militare e ribadire il suo primato nella risoluzione delle controversie internazionali nelle quali si richieda un intervento militare, specialmente dopo che l’ONU si è aggiudicata la missione Unifil nel dopoguerra libanese. Ma vincere militarmente, ammesso peraltro che sia possibile, non vuol dire riappacificare l’Afghanistan: per ragioni storiche e geografiche, contro le quali si sono già scontrati i sovietici che avevano il triplo dei soldati di cui dispone oggi l’Isaf, è quasi impossibile vincere una guerra contro una parte consistente della popolazione che di certo non vede di buon occhio le forze della coalizione. Lo stesso Barnett ha scritto in un’influente rivista di politica internazionale statunitense “a meno che il debole governo afghano non riceva sia le risorse che la leadership richieste per far arrivare risultati tangibili nelle aree ripulite dagli insorti, la presenza internazionale in Afghanistan assomiglierà sempre di più ad una occupazione straniera; una occupazione che alla fine gli afgani respingeranno”. Due sono dunque le crisi da affrontare: una militare, l’avanzata dell’offensiva talebana, e l’altra umanitaria. Ed è sulla base di questo principio che deve avvenire un cambio di rotta: o si affrontano entrambe, o il finale può essere catastrofico.
L’Italia, per ora, pur attivandosi con importanti proposte per una nuova strategia non solo militare in Afghanistan (in primis il rilancio di una conferenza internazionale di pace) cerca di mantenersi fuori dal gioco e dal conflitto. In perfetta continuità con le azioni di un non troppo lontano passato, l’Italia riesce ad andare in guerra senza farla (o facendo, al limite, pessime figure), per poi rivendicare (si spera) un posto sul carro dei vincitori. Così, mentre i Talebani annunciano l’offensiva di primavera e l’Alleanza Atlantica si impegna per la controffensiva, con Belgio, Danimarca, Olanda, Gran Bretagna e Canada unici paesi impegnati nei combattimenti, l’Italia si tiene fuori dalle azioni militari conservando sotto il suo controllo Herat, la città dove ha sede il contingente italiano con il suo “Provincial Reconstruction Team” (PRT). Strumento che, all’interno della missione Isaf affidata alla NATO, vuole rappresentare il “volto umano” della guerra, contestato dalle ONG perché costituirebbe una pericolosa e indefinita miscela tra azione umanitaria e azione armata. Ma dire che le nostre truppe si tengono fuori dalla guerra, e che dobbiamo comunque rimanere in Afghanistan in nome di non meglio definiti impegni internazionali, non esclude che sia la guerra ad arrivare da noi. E le affermazioni del titolare della Farnesina, preoccupato che “le truppe italiane non siano in una buona situazione” sono fondate. Kandahar e Herat sembrano infatti essere gli obiettivi dell’offensiva talebana. “Affronteremo momenti difficili” ha ribadito il ministro degli Esteri. E se la guerriglia arriva a Herat (qualche sparo già c’è stato) possiamo starne certi. L’Italia dovrà giocare per forza, sarà costretta ad abbandonare il limbo di indecisione, il compromesso “ci siamo ma non combattiamo” e decidere: o si fa la guerra, o si va a casa.

Matteo Lucatello

Quest’anno ho avuto l’occasione di partecipare all’ISFIT (Internatonal Student Festival In Trondheim): si tratta di uno dei Festival studenteschi più importanti che si svolge ogni due anni in Norvegia per circa 10 giorni e a cui partecipano studenti provenienti da ogni parte del mondo, ospitati dalle famiglie del luogo. A prima vista potrebbe sembrare uno dei soliti raduni in cui ci si diverte e basta; in realtà, l’ho trovata un’esperienza molto costruttiva ed alquanto ben organizzata sia per gli argomenti trattati che per gli ospiti a livello internazionale presenti in essa. E già dai primi incontri attraverso il forum, ma soprattutto dalla cerimonia d’apertura, l’atmosfera che si respirava era grandiosa. Tema della manifestazione di quest’anno è stato “Global Boundaries”,con la suddivisione dei partecipanti(circa 400) in 16 workshops in cui poter discutere e confrontarsi. Io facevo parte del Ws10 Cultural Crossroads con una trentina di persone; stavamo con il gruppo dalle 9 alle 16.30 circa sviluppando gli argomenti sotto la guida dei groupleaders, poi si cenava insieme (in Norvegia hanno degli orari un po’ strani per noi italiani) e la sera di solito si svolgeva una conferenza aperta a tutti in cui ulteriori dibattiti e riflessioni erano possibili. Tra di esse molto interessante è stata quella tenuta da Kimmie Weeks, un giovane liberiano che dopo aver vissuto sulla propria pelle la guerra civile, ha deciso di dedicarsi alla lotta per i diritti umani,fondando la “Youth Action International” (associazione non Profit che fornisce aiuto in Africa soprattutto ai bambini e alle donne). Recentemente ha vinto il Brick Award 2007(consegna il 12 aprile), assegnato a chi ha fatto qualcosa di concreto per salvare il mondo prima di aver compiuto 25 anni. Altra figura di rilievo è stata una ragazza birmana di 22 anni, Charm Tong,; ella da ormai sei anni aiuta i rifugiati che dalla Birmania,a causa di un regime di repressione delle minoranze, riescono a scappare in Thailandia , ed inoltre è tra le fondatrici di una scuola che fornisce ai rifugiati un livello minimo di istruzione inglese ed informatica. A lei ed alla sua associazione è stato assegnato lo Student Peace Prize, un premio in denaro assegnato proprio in occasione dell’ISFIT ad una istituzione o ad una persona che abbia contribuito alla pace ed alla collaborazione soprattutto attraverso lo strumento dell’istruzione.E poi i dibattiti sulla globalizzazione, sul ruolo dei media nel rendere accessibili le informazioni, l’intervento della delegazione dell’Africa dai grandi laghi, etc. Tutti seguiti con grande interesse e rispetto dalla maggioranza delle persone presenti. Ma anche i dialoghi che ho sostenuto con svariate persone sono stati molto interessanti, in particolare con una ragazza palestinese e una israeliana, nonché con un ragazzo Sikh da Singapore. Culture diverse che si incontrano e si confrontano in un ambiente ideale.E se la parte concreta e di approfondimento ha giocato per me un ruolo fondamentale in questa manifestazione, di certo non sono mancati i momenti di divertimento; oltre al primo giorno passato ad Oslo in compagnia , concerti, musical e performances hanno animato le serate, nonchè la Global Fiesta: un’intera notte di manifestazioni con la possibilità per i partecipanti di mostrare qualcosa di tipico del Paese di provenienza, come una danza, una canzone,una leggenda. Insomma, un’esperienza davvero indimenticabile e che consiglio a tutti, nonostante il freddo e le scivolate sul ghiaccio, che ovviamente non sono mancate, e l’ormai famosa costosità della Norvegia (comunque ci si deve pagare solo il viaggio, per tutto il resto si è spesati). Concludo citando la frase più significativa del discorso finale del Presidente dell’ISFIT , accompagnato dalla canzone “Don’t stop me now”: “Siamo come palle di neve lanciate da una collina: rotolando diventiamo sempre più grandi fino a creare delle valanghe e farci sentire”.

Lisa Cuccato

La politica interna inevitabilmente influenza quella internazionale

Quando i media si interessano massicciamente di un evento, inevitabilmente interferiscono con il naturale svolgimento di tale atto. Ciò vale sia per le piccole cose nella vita di tutti i giorni, sia per ifatti straordinari e particolarmente delicati. Spesso infatti per operare con la dovuta cautela situazioni che si mostrano di difficile
risoluzione, si fa spesso ricorso agli appelli per il silenzio stampa.
È quanto accade ogni volta in seguito ad un rapimento. La politica e la stampa rendono astratte situazioni di sofferenza reali, complicano la gestione delle trattative per i mediatori. Con l’intervento di giornalisti e politici si /spettacolarizza/ tutto e generalmente essi conoscono a malapena i Paesi e le popolazioni di cui parlano.
Il problema recentemente messo in luce da stampa e politica è relativo alle trattative con i sequestratori. Alcuni paesi, come Stati Uniti, Germania e Gran Bretagna, hanno da sempre affermato la loro fermezza sostenendo di non voler trattare con i terroristi. E spesso quanto si dichiara è ben diverso dai fatti reali: nonostante essi mantengano posizioni, sono noti i casi in cui questi stessi Stati sono scesi a patti con organizzazioni terroristiche e con Stati detenenti ostaggi. Per citare qualche esempio: il sequestro del personale diplomatico dell’ambasciata americana di Teheran avvenuto durante la rivoluzione islamica nel 1970; crisi che si risolse con la sottoscrizione di un trattato segreto nel 1981 con oggetto la fornitura di armi americane all’Iran, in quel periodo in guerra con l’Iraq. Israele che nel 2006 aveva usato come /casus belli /il rapimento di un suo soldato al confine con il Libano, dopo la fine di una inutile guerra ha iniziato a negoziare per la liberazione dell’ostaggio.
Questi eventi, si sa, non fanno notizia, dunque “/è giusto che” /vengano quasi ignorati dai media e dall’opinione pubblica. Nonostante le posizioni prese da alcuni Paesi, dunque, le trattative per la libertà degli ostaggi avvengono sempre. Il problema è, a questo punto, mantenere gli eventuali accordi come segreti evitando di far trapelare i dettagli delle operazioni. Questo particolare non deve considerarsi come un limite alla libertà di informazione, piuttosto come metodo di tutela nel caso in cui si verifichi nuovamente un rapimento: se fosse assolutamente certo e risaputo che una certa nazione arrivi sempre a patti per salvare i propri cittadini… probabilmente sarebbero
in pochi a viaggiare all’estero.
Con questo si giunge a parlare del caso (o caos?) circa il rapimento del giornalista italo- svizzero di Repubblica Daniele Mastogiacomo, accompagnato dal suo interprete e dal suo autista afgani, avvenuto agli inizi di marzo 2007. Il sequestro è terminato con la liberazione di 4 talebani detenuti nelle carceri in Afghanistan e con la morte dei due afgani rapiti.
I rischi connessi per la liberazione di Mastrogiacomo erano di diversa matrice:
– Credibilità internazionale dell’Italia legata alla trattativa con dei terroristi e, quindi, all’emergere di una possibile “debolezza” del nostro Paese nei loro confronti;
– Utilizzo di una Ong come Emergency (con uno dei fondatori, Luigi Strada, esplicitamente contrario alla nostra presenza militare ed a quella degli alleati) anziché ai nostri reparti militari speciali e dei servizi segreti italiani ed afgani (che avrebbero dovuto collaborare assieme);
– Fomentare i sospetti che non tutti i rapiti godano di pari dignità di trattamento, sia italiani sia, soprattutto, afgani con la conseguenza di accrescere il consenso per i talebani e per il fondamentalismo anti-occidentale e anti Karzai.
La nostra credibilità internazionale è inoltre minata dalle critiche sempre nuove che in Parlamento e quotidianamente nei giornali, l’opposizione muove contro il governo, sempre alla ricerca delle dimissioni, sempre con la stessa retorica spettacolare. Per liberare Mastrogiacomo si è trattato come il governo di centrodestra fece per altri quattro ostaggi (due sono stati uccisi e tre liberati dai militari statunitensi). Ancora un caso dunque dove l’opposizione ha preferito mettere in crisi il governo perseguendo gli obiettivi di partito, utilizzando per i propri infantili giochi, le vite umane coinvolte nella vicenda.
Infine il quesito: è giusto trattare? Come ogni cosa dipende dalle proprie scelte personali e dai punti di vista. Pensiamo a quanto può essere diverso il ragionamento in politica o agli occhi dell’opinione pubblica. Pensiamo a quanto può essere diverso agli occhi di chi è in ostaggio. Ma ancora pensiamo a tutti coloro che vanno in scenari di guerra per aiutare il prossimo, o per puri scopi giornalistici, consapevoli del pericolo che possono correre. Pensiamo se sia più importante la vita di un uomo o la credibilità internazionale di uno Stato. Probabilmente la vita di un uomo non è quantificabile, ma se lasciamo che altri interessi scavalchino il suo valore, continueremo a compiere gli innumerevoli sbagli che la storia riporta.

Diego Pinna

Voto: 9

Nazione: USA

Cast: R.Downey Jr, C. Palminteri

Regia: Dito Montiel

Durata: 98’

Biografia dello stesso regista e precedentemente tradotta in un libro, il film “Guida per riconoscere i tuoi santi” mostra uno spaccato di un sobborgo statunitense della fine degli anni 80’.Dopo 15 anni di assenza passati in California, Dito torna nella natia Astoria Queens chiamato dalla madre a causa della grave malattia del padre. Durante il viaggio i ricordi del suo passato riemergono e con essi le persone con cui ha trascorso parte della sua adolescenza e che poi ha abbandonato per scappare in parte per il difficile rapporto col genitore, ma soprattutto a causa di una vita piena di violenza quotidiana e di ragazzi di strada con poche speranze nel futuro. E che nemmeno l’amore per Laurie, che tenta inutilmente di fargli cambiare atteggiamento e di lasciar perdere la cattiva compagnia di Antonio, riesce a risolvere positivamente. Dito dunque si decide a tornare e scopre che mentre egli ha dimenticato tutto e tutti, nessuno ha invece mai abbandonato lui. Il film è nel complesso molto intenso e caratterizzato da dialoghi serrati, con l’uso di un linguaggio duro e diretto e con scene a volte molto forti; la maggior parte della sceneggiatura è ambientata nel passato del protagonista e spesso si ha un confronto con la situazione odierna delle persone in esso coinvolte. Tutti i personaggi sono caratterialmente forti e ben delineati e a ciò contribuisce la bravura degli attori che li interpretano, nonostante in gran parte ancora giovani. A mio parere, è un film che fa riflettere e che evidenzia una situazione ancora oggi purtroppo ritrovabile in alcuni ambienti e che una rivalità ingiustificata spesso alimenta.

Lisa Cuccato

Nazione: USA
Cast: Hugh Jackman
Rachel Weisz
Durata: 96’
“Nella Spagna del secolo XVI, il conquistador Tomas inizia la sua ricerca per trovare la Fontana della Giovinezza e l’albero che cresce nelle sue acque, che secondo una leggenda garantirebbe l’immortalità. In un diverso contesto temporale, lo ritroviamo nei panni dello scienziato Tommy Creo, impegnato a sperimentare una cura per il cancro che sta uccidendo sua moglie Isabel. Nel secolo XXVI Tom è un’astronauta, in viaggio nello spazio per far luce sui segreti che lo tormentano da un millennio.”

Un lampante esempio di come anche il peggior film, presentato nella maniera giusta, possa sembrare interessante di primo acchito. Nato dopo una lunga e sofferta gestazione, “L’Albero della Vita” segna il ritorno dietro la cinepresa dell’enfant terrible Darren Aronofsky, dopo film come “Pi Greco” e “Requiem for a Dream”, che nel loro piccolo sono diventati dei cult. Presentata alla Mostra del cinema di Venezia come il capolavoro che avrebbe dovuto dare uno scossone al concorso, l’ultima fatica del regista ha riscosso invece poco successo e critiche perlopiù poco lusinghiere. Vediamo di capire perché, partendo da quel poco che si riesce a ricostruire della trama: lei (Rachel Weisz) è affetta da un cancro incurabile al cervello, lui (Hugh Jackman) non vuole rassegnarsi a questo destino e cerca la “fontana” dell’immortalità, un modo di sconfiggere la morte una volta per tutte. Fin qui, tutto chiaro (più o meno), se non fosse per il fatto che il tutto si svolge in una sorta di bizzarro zapping tra un conquistador della Nuova Spagna del 1500, un ricercatore medico-scientifico dei giorni nostri, e poi, anzi ora, anzi prima, un terzo alter ego di Jackman, spazionauta dell’anno 2500, calvo e con un insaziabile appetito per la corteccia dell’albero che conserva lo spirito della sua amata. A nulla vale la mano esperta che si intravede in certi attimi di microfotografia, nelle tonalità oro e nero che caratterizzano tutto il film, nell’uso di trucchi “in camera” al posto del computer. Lo spettatore si trova totalmente indifeso e disorientato in una “storia” dove si susseguono senza alcun nesso apparente francescani, inquisizione, tai-chi, escatologia, medicina sperimentale, navicelle spaziali e arboricoltura.
Amore, spiritualità, fragilità esistenziale: questi gli elementi portanti che si possono scorgere, a fatica, nel racconto di Aronofsky. Il concetto dell’ineludibilità della morte, in genere di facile comprensione, potrebbe fornire lo spunto per film anche memorabili, ma purtroppo questo non rientra nella categoria. Si percepisce, in certe immagini di indubbio misticismo, un continuo ed esasperato tentativo poetico del regista, ma purtroppo manca clamorosamente il bersaglio; tutto appare confuso, sconnesso, privo di pathos; e alla fine prevale una sensazione di vuotezza, pretenziosità e irritazione (forse per i soldi del biglietto sprecato…). VOTO: 3

Federico Permutti

Regista: Gurinder Chada
Con: Aishwarya Rai, Martin Henderson, Naveen Andrews, Nitin Ganatra, Nadira Babbar, Anupam Kher.Trama: Orgoglio e Pregiudizio trasposto in un musical di Bollywood.
La premessa del film è insolita, ma ancora più insolito è il fatto che da una simile premessa venga un buon film. E questo è un film decisamente buono, che riesce a unire l’energia e la freschezza dell’industria cinematografica indiana con una solida regia professionale, e a trasferire fluidamente la trama dall’Inghilterra del ‘700 all’India di oggi. L’originale trama di Austen viene riarrangiata per includere nuove tematiche, come l’incomprensione tra culture orientali e occidentali, e vengono inserite le canzoni. Canzoni per lo più buone e ottimamente coreografate (e sfido chiunque a togliersi dalla testa No Life Without Wife in meno di tre giorni), sia in lingua inglese che in hindi. E sono proprio gli attori indiani a dominare la pellicola, dai semplici caratteristi come Kher e Babbar (rispettivamente il padre saggio e comprensivo e la madre pratica e sempliciotta) alla spalla comica Ganatra (un emigrante arricchito ma cafone, a tratti reminiscente di Ali G) fino alla protagonista Aishwarya Rai. Rai, già Miss Universo, è la vera rivelazione del film, dimostrando di non essere solo straordinariamente bella, ma di possedere lo spirito necessario a non sfigurare in un ruolo importante. Il film non si può comunque definire un successo pieno: anzitutto la performance legnosa di Henderson è eccessiva perfino per il personaggio notoriamente rigido di Darcy, e il cameo di Alexis Bledel stona curiosamente con il resto dell’ambiente. Ma soprattutto è la durata di un ora e cinquanta ad essere esagerata per una commedia tanto leggera, cosicché il finale si trascina, appesantito anche dal suo essere noto in anticipo a chiunque abbia la minima familiarità con l’originale Orgoglio e Pregiudizio. Nonostante questo calo di stile finale il film resta ideale per una serata tra amiche.
Voto complessivo 8-

Luca Nicolai

Con Ludovico Einaudi alla scoperta dell’emozionante musica minimalista.

Un respiro, un tocco lieve e i tasti bianchi e neri de “Il Tigre” prendono vita. Non ci sono virtuosismi, né dissonanze, né ritocchi al computer: tutto nasce e muore un istante dopo, disperdendosi nell’eco lasciato dai suoni, specchio perfetto di quello che la musica è: l’arte più inafferrabile che esista.
Questo è Ludovico Einaudi: un musicista introspettivo e un po’ pittore che compone per teatro e cinema (sue, tra le altre, le colonne sonore di “Fuori dal mondo” – regia di C. Comencini, 1999 –  e di “Luce dei miei occhi” – G. Piccioni, 2002 -), si dedica alla musica da camera e orchestrale, ma ama anche ritornare alle origini, al suo pianoforte.
L’uomo e il suo piano: questo è l’Einaudi che preferisco, l’Einaudi che con la sua musica colta e minimalista riesce a fermare per un attimo le tensioni della frenetica vita d’oggi e ricorda che bella musica non significa necessariamente complessità.
Molti sono i pezzi che amo, ma ce n’è uno, “I Giorni”, tratto dall’album omonimo del 2002, che credo rappresenti bene lo stile di questo musicista torinese che vanta natali così importanti (il padre è l’editore Giulio Einaudi, il nonno il Presidente della Repubblica Luigi Einaudi).
Fa parte di una raccolta di undici ballate per piano solo che ruotano tutte attorno ad un brano a struttura circolare, “Melodia Africana” e traggono origine dal viaggio che il musicista ha compiuto in Africa, in particolare nel Mali, spinto da interessi musicali.
Guardando la partitura si rimane colpiti dalla semplicità della composizione e viene spontaneo chiedersi se davvero siano quelle poche e semplici note a regalare così tante emozioni. Eppure è così e questo invoglia a suonare, a farsi mezzo d’espressione, non soltanto uditore assorto.
“I Giorni” è un andante che inizia delicatamente, con note che affiorano come ricordi e si intensificano mano a mano che la mente prende coscienza di ciò che esse evocano. Il ritmo dato a questa melodia malinconica, che somiglia ad una danza, è discreto ma presente e si intensifica fino a raggiungere l’accordo che chiude la prima parte del brano. Segue un secondo momento, più riflessivo: il nostro viaggio non si compie più danzando ma meditando, accompagnati da note più prolungate e pause che permettono al viaggiatore che è in noi di “riprender fiato” in questa esperienza così bella, ma anche difficile, che è la vita.
Poi riprende nuovamente la melodia iniziale: il viaggiatore non ha ancora trovato il suo giusto passo e così danza e corre con le note, anche se questo lo porta inevitabilmente ad una nuova sosta. Ecco che si apre quindi la terza parte del pezzo: note che corrono come pensieri, leggere e sconnesse, finché non trovano il filo, finché il giusto incedere non si presenta alla mente del viaggiatore che ora, passo sicuro e pensieri in movimento con esso, può giungere alla sua meta.
Se la noia vi dovesse assalire e non riusciste più a trovar piacere nemmeno nella vostra musica preferita, prendetevi un attimo per voi stessi, ascoltate un pezzo di Einaudi e rilassatevi: vedrete che se ne andrà via prima di quanto crediate.

Isabella Ius

I giorni, le onde sono cose che arrivano da lontano e vanno lontano”, Einaudi

La “Musica Nuda” di Petra Magoni e Ferruccio Spinetti al Gorizia Jazz 2007.

Quando lei è salita sul palco dell’auditorium gremito, così piccina e magrolina, credo che la maggior parte degli spettatori, a parte chi già aveva avuto occasione di ascoltarla, si siano chiesti se ce l’avrebbe fatta a cantare, o perlomeno da dove le sarebbe uscito fiato. E vedendo lui, di sicuro molti non si aspettavano che un contrabbassista potesse avere un’aria così stravagante.
Invece, la coppia Petra Magoni e Ferruccio Spinetti è un concentrato di vero talento, con un pizzico di follia. Lo si è visto subito, dai primi incredibili acuti di Petra e dai suoni graffianti di Ferruccio, che il duo ha delle doti fuori dal comune.
“Musica Nuda”, il nome del loro tour, ma anche del loro album, è un progetto che vuole mostrare come si può riprodurre musica partendo da una voce e da un contrabbasso soltanto, immaginando il resto degli arrangiamenti e servendo il tutto con una buona dose di fantasia e divertimento.
Lei, Petra, bravissima cantante, eclettica per natura, passata dal conservatorio e dalla musica antica al pop e all’Arezzo Wave, per poi approdare al jazz, incontra Ferruccio, il raffinato contrabbassista degli Avion Travel e insieme danno vita ad uno spettacolo ironico e sperimentale, da vedere e da ascoltare.
Si tratta di semplici canzoni, dal pop internazionale alle melodie del ‘600, dal rock alle canzoni popolari italiane: così passiamo da Roxanne dei Police a Prendila così di Battisti, da Blackbird dei Beatles a Monteverdi. Ma gli scettici si possono rassicurare: non si tratta di semplici cover. Petra e Ferruccio prendono un qualsiasi pezzo e lo smontano, lo rielaborano, ci scherzano sopra e lo ricostruiscono a modo loro, aggiungendo un po’ di punk e di effetti elettronici qua e là.
Coinvolgendo abilmente il timido pubblico di Gorizia, il duo ha saputo offrire due piacevoli ore di buona musica, ma anche di suoni ed effetti insoliti, momenti ironici e autoironici, sorrisi ed emozioni.
Ciò che colpisce di più di questa coppia fuori dal comune, al di là delle sorprendenti doti canore di lei e dalla innata bravura di lui, è la capacita di giocare con le note e con le parole, di creare, inventare e sperimentare nuovi linguaggi, per farci sentire quanto di nuovo può ancora darci la musica.

Agnese Ortolani

Al Deposito Giordani le Finali dell’Arezzo Wave per il FVG.

La Fondazione Arezzo Wave Italia ha organizzato per il ventesimo anno consecutivo l’ormai famoso concorso nazionale per band composte da giovani artisti, che si sfidano prima a livello regionale per poi approdare, se selezionati, alla finale che si svolge a Firenze nel mese di luglio. La corrente edizione differisce dalle numerose che l’hanno preceduta non solamente per il nome, che è stato modificato da “Arezzo Wave” in “Italia Wave Love Festival”, ma anche per la location conclusiva della competizione, che appunto sarà il capoluogo toscano, non la città di Arezzo. Il regolamento, invece, non cambia: i gruppi locali hanno come referente la sede fAWI della loro regione di residenza, alla quale devono inviare un cd con loro brani originali. Sulla base di questo supporto audio, la Giuria sceglie 12 band, provenienti dalle diverse province, e le ascolta dal vivo in tre serate. Per quanto riguarda il Friuli Venezia Giulia, le performance hanno avuto luogo, durante il mese di febbraio, al Deposito Giordani di Pordenone, locale che da parecchi anni è divenuto uno dei centri aggregativi più frequentato dai giovani del territorio e che ha ospitato anche molti artisti di calibro nazionale e internazionale. La Giuria regionale del fAWI era composta quest’anno da Max Lewis (responsabile regionale Italia Wave FVG), Michele Putignano (responsabile regionale Italia Wave FVG), Ricky Marzola (Rototom), Stefano Luperti (September 11), Manuel Baldassarre (componente degli “Helkann Henudo”, vincitori della passata edizione del Festival), Lisa Rizzo (“Il Gazzettino”). Terminata la fase preliminare, la Finale regionale, svoltasi sabato 10 marzo 2007, ha visto confrontarsi quattro band, che hanno suonato ognuna per 20 minuti circa, cercando di conquistare il biglietto per un sogno nella prossima estate. Per ogni regione viene ammessa alla gara conclusiva una sola band, con l’unica eccezione di Lombardia, Toscana e Campania, le quali hanno la possibilità di inviare a livello nazionale ben due rappresentanti.
I primi a salire sul palco del Deposito Giordani sono stati gli “Enrico Berto”, gruppo che presentava brani in italiano, molto orecchiabili, con degli sprazzi simili al punk più melanconico dei Verdena.
La performance successiva è stata quella della band reggae “Mellow Mood”, composta da giovani del luogo, che hanno saputo animare l’intero pubblico grazie a canzoni ballabili, e allo stesso tempo hanno stupito per le loro capacità musicali, essendo una formazione giovanissima. L’impressionante voce del cantante-chitarrista, dal timbro fortemente somigliante a quello di Bob Marley, ha condotto le danze con piglio esperto e senza esitazioni, mantenendo alta la partecipazione della gente a tutti i brani, cantati interamente in inglese.
Il terzo gruppo era invece un trio spilimberghese dal nome molto provocatorio di “Pussy for President”, che si è presentata come “amante del Rock and Roll” e nel segno di questo genere musicale ha proposto le sue canzoni tutte in lingua inglese, dal ritmo veloce e sfrenato.
Come ultima, si è esibita la band triestina dei “Trabant”, un quartetto dai suoni elettro-rock, con spunti vagamente somiglianti agli scozzesi Franz Ferdinand. La loro performance è stata quella che ha movimentato maggiormente la folla sotto il palco, composta anche da parecchi fan del gruppo, che si è agitata al ritmo dei brani. Le canzoni hanno fatto presa sul pubblico ed evidentemente hanno convinto anche la Giuria, che infatti, dopo un consulto durato circa mezzora, ha decretato la classifica ufficiale delle Finali, che vedeva al quarto posto gli “Enrico Berto”, al terzo i “Pussy for President”, al secondo i “Mellow Mood” e in cima al podio proprio i “Trabant”.
Ora la registrazione della loro esibizione al Deposito Giordani verrà inviata alla sede nazionale del fAWI e lì ascoltata assieme ai demo delle altre regioni; solo tra qualche mese si saprà se il gruppo si presenterà al pubblico toscano nelle prime serate del Festival, che inizia il 17 luglio, oppure nel weekend del 21-22 luglio. In questo secondo caso, la band suonerà tra le migliori cinque e si esibirà nel main stage, palco riservato ai grandi ospiti internazionali e nazionali della manifestazione, facendo loro da spalla; mentre, qualora l’esibizione sia programmata negli altri giorni della settimana, il gruppo dovrà sfruttare l’occasione per farsi conoscere, non potendo mirare al primo premio, consistente in una borsa di studio di 1.000€ e nella possibilità di far parte del cast di “Arezzo Wave on the rocks 2007”, la tournée delle band di Arezzo Wave. Le migliori 10 formazioni comunque parteciperanno con un proprio brano alla Compilation Ufficiale del Festival e il miglior gruppo di ciascuna regione avrà a disposizione gratuitamente due giorni negli studi di registrazione convenzionati con la fAWI. In ogni caso, un palcoscenico come quello toscano permette senza dubbio una chance a livello nazionale per essere notati e apprezzati e magari uno spiraglio per una maggiore popolarità futura.

Michela Francescutto

ERASMUS ERASMUS

Una volta ho letto di un tizio che per conciliare il sonno immaginava di far fuori tutta la linea di battuta degli Yankees degli anni Venti, universalmente nota come “la forca caudina”, e cioè nell’ordine Babe Ruth, Lou Gehrig, Bob Meusel, Earle Combs e Tony Lazzeri. Io invece nei miei mesi francesi tendevo a ninnarmi immaginando di sfidare Montesquieu, bordolese d’adozione nonché grande viticoltore, ad una gara di bevuta, e per fortuna mi addormentavo sempre prima che mi facesse a pezzi con la sua teoria della separazione dei poteri.
Epicentro di tutto il Bordolese, ad una sessantina di chilometri dall’oceano, capitale dell’Aquitania, raggomitolata attorno alla Garonna, Bordeaux ha conservato il suo decoro da teatro, un’atmosfera segreta e la propria fierezza un po’ altezzosa, spesso in aperto contrasto con la capitale.  Deve la sua fortuna ai suoi vini e al suo porto fluviale. Bordeaux è innanzitutto una bellissima città. Molto semplicemente. La gloria dei secoli passati ha lasciato traccia sui muri perimetrali dei palazzi come negli spiriti dei sui abitanti. La città si rivela innanzi tutto come un gioiello di pietre cesellate, incastonate da stemmi, dentellate in grande stile XVIII° secolo: la Borsa, il Gran Teatro, place Royale. I romani portarono in loco quella bevanda nuova e colorata che sembrava promettere un gran bel avvenire. Dopo verranno l’epoca medievale e circa tre secoli di dominazione inglese, grandi uomini illustri (Montagne, Montesquieu, Mauriac), la rivoluzione e la ghigliottina dei poveri Girodini, i sommergibili tedeschi dell’occupazione nazista, la modernizzazione peraltro criticabile dell’era Chaban-Delmas per arrivare all’attuale veste Alain Juppé.
La place de la BourseBordeaux è snob. Inutile vedere atmosfere romantiche e decadenti lì dove non ce ne sono, come non so, cercare una qualche forma di fascino in un pomeriggio domenicale Goriziano. Gorizia la domenica è l’inferno, e basta. Così, Bordeaux risulta essere una città chic, relativamente chiusa in se stessa, nei suoi club enogastronomici esclusivi, nelle sue serate fredde e spigolose. Tuttavia, sotto questa scorza decisamente borghese, che soffre dell’immagine stereotipata che Mauriac le affibbiò, si intravede una città nella città, una contraddizione in termini che convive a soli pochi isolati dalle vetrine di Luis Vuitton ed Hermes. In questa immagine ho trovato la mia Bordeaux preferita. Non c’è solo Luigi XV infatti, signore vistosamente truccate piene di borse degli acquisti, boulevards  affollati della cosiddetta jeunesse dorée. Una volta vinta la pigrizia di muoversi al di là della stazione, un mondo parallelo si sovrappone al precedente come le scenografie di cinecittà. Vi capiterà di addentrarvi nella Bordeaux popolare di Saint-Michel,  ricca della sua immigrazione, e del suo piccolo popolo volontariamente allegro. Centinaia di pakistani dal francese incerto si animano sotto le insegne luminose degli internet points. Le vie strette e coloratissime brulicano di parrucchieri afro, di tappeti indiani e negozi di cianfrusaglie. I mercatini all’aperto ospitano i banchetti di venditori algerini di tutte le età, mentre lungo il quai de Paludate si può tirare fino a tardi in qualche locale malfamato ascoltando del  jazz in compagnia di carovane di signori sulla sessantina che ballano le loro note del passato. Banchieri e rapinatori si ingozzano di ostriche al mercato del pesce senza star tanto a badare ai propri ruoli. Dall’altro lato della riva invece, nasce una città in pieno mutamento che tenta di riabilitare le vecchie zone industriali.
Dallo scintillio dei brindisi nei restos, allo stridolio dei vetri infranti dalle pallonate dei banlieusards di periferia dunque. Sono paradossi di una nazione intera, che Bordeaux accoglie nel suo piccolo. Da un lato colpisce l’impostazione classica dello stato francese – dalla burocrazia imperante e rigorosamente efficiente, dall’egualitarismo asfittico e di non poca convenienza – dall’altro, emerge il timido caos di una città che finalmente apre agli influssi meridionali e spagnoli, alle serate infuocate delle terrazze e dei bar-tapas, dove la marsigliese suona accanto alla sangria. Città di incontri e di contraddizioni, dalla tradizione francese e dallo spirito latino, mi è capitato parlare di vela con una ricca signora agente immobiliare – foulard di seta e segreteria telefonica intasata –  ma ho anche conversato al telefono con la figlia del mio idraulico che seguiva un corso di italiano, il cui padre mi pregava di farle i complimenti per la pronuncia. Bastano due gocce a mandare in panne la puntualità inglese dei trasporti e un Alain Juppé, condannato per corruzione in prima istanza, stravince alle elezioni municipali. Ti capita di degustare del Sauternes, del Pessac-Léognan, del Pomerol del Saint-Emilion, i migliori vini del mondo in posti di gran lusso, e contestualmente di farti felicemente accogliere da una salva di insulti degli ultràs dello stadio vicino casa. Nessuno negli uffici pubblici sa mai niente, ti porgono un je suis désolé tu rispondi merci e loro  sorridono con un je vous en prie monsieur! Nessuno verrà mai ad arrestarvi se parcheggiate con una ruota fuori dalle strisce, ma occhio a non pagare le bollette della luce, un funzionario di Parigi verrà a cercarvi!

Claudio Formisano

A pochi giorni dalle elezioni amministrative per il comune di Gorizia, una città inesorabilmente sempre più vecchia, con sempre meno idee e quasi completamente disinteressata alla vicende europee, sta per regalare il governo cittadino ad una coalizione formata dalle più improbabili persone, tra le quali anche chi vorrebbe riportare la Città indietro di cinquant’anni al periodo dell’odio profondo verso gli “slavi”.

Neanche farlo apposta per superare questo momento così complesso il movimento sportivo locale ci viene in aiuto proponendo tre eventi di assoluto prestigio internazionale e tutti caratterizzati da un profondo sentimento europeo: Il Torneo Internazionale Città di Gradisca, il trofeo Go&Go di tennis e il Campionato Europeo di Basket Under 20.

Proprio tra qualche giorno, il 24 Aprile, partirà a Gradisca d’Isonzo la ventiduesima edizione dell’ormai famoso Trofeo Calcistico Internazionale Città di Gradisca, organizzato da U.S. Itala San Marco, importante realtà calcistica che milita nel campionato interregionale. In verità la manifestazione da tre anni si divide in due differenti tornei: il Trofeo Rocco per Club ed il Trofeo Europa Unita per rappresentative nazionali. Al trofeo Rocco partecipano 24 squadre under 17 tra le quali le migliori italiane (Milan, Juventus, Roma, Inter) e tutte le migliori europee e sud americane, come l’imbattibile Atletico Mineiro detentore del titolo. Ma la vera particolarità risiede all’interno del Torneo Europa Unita, qui si affrontano sette nazionali under 16 (Italia, Slovenia, Croazia, Georgia, Romania, Lituania e Serbia) più la rappresentativa Go&Go. Quest’ultima è composta dai migliori giovani giocatori della Provincia di Gorizia e dai loro pari età del territorio di Nova Gorica. Anche se le prestazioni calcistiche non sono mai state brillanti va comunque sottolineato l’importante sforzo di chi anche attraverso lo sport vuole superare le ancor presenti barriere tra le due città. Va anche detto che le partite del Torneo, pur con base a Gradisca, verranno giocate in molti campi della regione, ma anche in Slovenia, Austria e Veneto.

 Per chi fosse interessato al tennis, immancabile anche quest’anno nelle città di Gorizia e Nova Gorica il Torneo femminile Go&Go. A Giugno nelle due Gorizie verranno giocati i due differenti tornei di doppio e singolare, grazie ad un  alto montepremi di 25000 $, il trofeo fa parte del circuito ITF. Le partite di questo torneo verranno giocate sia su campi italiani che sui campi del Teniski Club di Nova Gorica. Un occasione in più per vedere del buon tennis e per avvicinarsi al mondo sloveno.

Ma l’evento sportivo carico di maggiori attese per il 2007 è sicuramente il Campionato Europeo di Basket Under 20. Va subito detto che la Federazione Europea Basket ha scelto la Slovenia (e non l’Italia) come nazione organizzatrice, la quale a sua volta a scelto Nova Gorica e Gorizia come sedi dell’evento. Questa scelta della Federazione slovena non può che far ben sperare per i futuri scenari d’integrazione. In Luglio le due città assisteranno ad un vero e proprio spettacolo in quanto questa rassegna, che ospita le 16 migliori squadre europee, è seconda come impatto mediatico solo ai campionati mondiali di basket.

Proprio in quel Pala Bigot che pochi giorni fa ha ospitato il “povero” derby cestistico tra Trieste e Gorizia, militanti nel campionato di B2, tra tre mesi si affronteranno le migliori selezioni europee. Proprio in quei luoghi che dieci anni fa erano il cuore pulsante di un movimento sportivo che ha saputo far crescere campioni del calibro di Mian e Pecile, che ha saputo dare grandi soddisfazioni ad una piccola città come Gorizia grazie agli anni d’oro della Pallacanestro Gorizia, proprio l,i almeno per qualche giorno potremo rivivere l’ebbrezza del grande basket; questa volta non grazie ai Riva o i Mian, ma grazie alla scelta degli amici sloveni, che qualche vecchio vede ancora come dei nemici da combattere.

Marco Brandolin

I soggiorni estivi all’estero dell’AEGEE.

COSA È AEGEE?

AEGEE significa Association des Etats Généraux des Etudiants de l’Europe.
AEGEE è un’associazione studentesca europea, indipendente, apartitica, aconfessionale e senza fini di lucro, il cui obiettivo è quello di promuovere la cooperazione e l’integrazione europea in ambito universitario.
AEGEE conta 15000 membri in 260 città universitarie di 42 paesi di tutta Europa, organizzate in sedi locali autonome chiamate “antenne”.
AEGEE è la sola associazione nel suo genere creata e gestita solo da giovani, in gran parte studenti e neolaureati di tutte le facoltà, che, attraverso l’approccio multidisciplinare, ha la possibilità di realizzare una vasta serie di attività in ogni campo.
AEGEE offre un approccio pragmatico all’Europa dando l’opportunità agli studenti di lavorare, discutere e divertirsi insieme. L’avvicinamento ed il confronto tra giovani di differenti mentalità e cultura sono, infatti, premesse indispensabili per una vera unità europea.
Le attività principali di AEGEE comprendono conferenze, meeting, congressi su tematiche inerenti al mondo giovanile, all’Europa, ma anche incontri ludici quali party di capodanno, settimane bianche, feste di carnevale, Summer University.
Le Summer University consistono in soggiorni all’estero con incluso un corso di lingua o uno stage culturale che può vertere su vari temi come sport, ecologia, information technology, cucina, arte, ecc. della durata di 2 settimane e dal prezzo compreso tra 120 e 160 €. Ciò è possibile poiché sono organizzate da studenti per altri studenti, rendendo così più piacevoli le lezioni e permettendo agli ospiti internazionali di entrare in diretto contatto con la cultura e le abitudini del luogo (cosa che non succede spesso in altri tipi di vacanze-studio). Vengono orgnaizzati più di 300 eventi ogni anno.
ATTIVITA DI AEGEE
Aegee è un’associazione universitaria che promuove l’incontro tra studenti universitari di tutte le città d’europa.
Nata in Francia, l’associazione la si può trovare nelle più grandi città europee: da Madrid a Helsinki, da Amsterdam a Mosca, da Praga a Roma,  tutte le città universitarie europee sono “invase”  dal nostro desiderio di conoscenza e amicizia.
Gli organizzatori sono studenti universitari, che si impegnano nella realizzazione di progetti di incontro, per conoscere realtà studentesche magari diverse dalla nostra, mettendo anche in comunicazioni i vari studenti Erasmus provenienti da tutta Europa.
Se consulti le pagine in inglese, troverai maggiori dettagli sulla nostra attività, informazioni prelevate direttamente dal sito ufficiale di AEGEE-Europe: http://www.aegee.org
Attività
ACTION DAYS – Giornate-evento a tema che si svolgono nella stessa data in tutta europa, ad esempio.: Socrates Action Day, European Day of Languages, Dance Action Day…
PROJECTS – Conferenze, seminari e altri progetti su scala locale o europea riguardanti il tema dell’anno, deciso nell’assemblea generale di AEGEE (AGORA). Ad esempio il tema del 2003 è stato “Youth & Globalization”, del 2004 “European Identity” e nel 2005 “Tolerance – Acceptance – Peace”.
SUMMER UNIVERSITY: Quasi tutte le antenne, così sono chiamate le sedi locali dell’associazione, organizza nel periodo estivo una soggiorno di 2 settimane per un gruppo di 20-50 studenti stanieri, coninvolti in attività di diverso tipo (corsi di lingua, escursioni, sport, feste…).
Le condizioni economiche sono veramente molto vantaggiose per i soci, dato che ogni progetto è di solito finanziato dalle istituzioni locali (università, comune…).
Il progetto delle summer university mette in viaggio circa 5000 studenti ogni estate in più di 100 destinazioni europee.
CASE STUDY TRIP – Viaggi di studio focalizzati sulla conoscenza di una problematica specifica (la democrazia, politiche giovanili, standard di vita e studio, nazionalismo e minoranze) di una particolare regione europea.
MEETING STATUTARI – Sono i grandi congressi per tutti i membri di AEGEE e si tengono in una diversa città d’Europa ogni volta. L’Agora, il più importante, prevede le elezioni del Comitato direttivo europeo di AEGEE e di tutte le commissioni e la presentazione di tutti i progetti di livello europeo.
PROGETTI CEE (Erasmus – Tempus – Comett – Lingua) – AEGEE promuove, con una capillare opera di informazione, i progetti comunitari di mobilità e interscambio universitario, inoltre favorisce l’integrazione degli studenti stranieri nell’ ambito della realtà universitaria di destinazione
FORMAZIONE – AEGEE offre ai suoi membri un Sistema di Educazione Interna professionale con circa 8 corsi di formazione internazionali (i diversi tipi di “European Schools”) e molti Local Training Courses ogni anno. I corsi sono basati su una mix di teoria e pratica con lezioni seguite da studio o simulazione di casi reali. I corsi sono uno strumento di trasmissione della conoscenza all’interno della associazione, aiutano i membri a sviluppare le proprie capacità e integrano l’istruzione con esperienze reali.
Le attività sono organizzate dai locals di AEGEE (le “Antenne”) tipo AEGEE-Nova gorica/Gorizia, AEGEE-Helsinki, … oppure dai WORKING GROUPS, gruppi formati da membri di AEGEE interessati a un particolare tema o problematica europea che organizzano eventi (seminari workshop…) a livello locale o europeo. Alcuni esempi di WG sono: Culture WG (eventi culturali, art performance…), Human Rights WG (immigrazione, conflitti nei Balcani…), Education WG, East West WG, Information Technology WG, Public Relation WG e altri ancora.
L a data di scadenza per le domande: 13.maggio 2007. L’elenco delle destinazioni delle Summer Universities lo trovate al http://www.karl.aegee.org/su.nsf/
Informazioni più dettagliate, in inglese, sul sito ufficiale di AEGEE: http://www.aegee.org e presto anche in italiano sul nostro sito http://www.aegee2go.org.Per qualsiasi informazione contattateci al info@aegee2go.org o al +386 40 363 613 (Damjana)

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