Il Grande Gioco 4

Ho freddo. Non trovo più la sciarpa, la mia giacca è troppo leggera, le mie scarpe di Batman (per quanto fighissime) non mi riparano dall’umidità, e la bottiglia di vodka che ho in mano è così gelida che anche con i guanti faccio fatica a reggerla. Cambio mano. Avrei dovuto restare in casa stasera: ho un esame tra dieci giorni, e sono in alto mare. Ma mi hanno invitato ad una festa, e il mio redattore mi sta addosso per un nuovo articolo. Ho davvero freddo. Cerco di avvolgere il cappuccio della felpa intorno al collo, ma non serve a nulla. Per fortuna ormai sono arrivato. Suono alla porta, mi rendo ridicolo chiedendo “È qui la festa?”, e finalmente mi fanno salire. A quanto pare sono arrivato in anticipo, ci sono solo i padroni di casa. Conosco tutti, a parte una bionda niente male di nome M che mi offre un bicchierino di vodka. Parlando salta fuori che ci siamo già incontrati, e che abbiamo degli amici in comune. Mentre aspettiamo gli altri ospiti le ragazze si divertono a cambiare abito e pettinatura al povero B, che pare rassegnato ad essere trattato come un bambolotto Ken. Con l’aiuto di M erigo un’imponente piramide di bicchieri di plastica, pur consapevole che i suoi sette piani di magnificenza non sopravvivranno ai primi ospiti. Il campanello suona e, dopo un ultimo amorevole sguardo alla mia creatura, vado ad aprire. È una nutrita truppa di soli uomini, tra cui il ragazzo di M. Cominciamo bene. Nel corso dell’ora successiva bevo un paio di birre, pulisco uno Screwdriver versato per terra e faccio pacata conversazione mentre continua ad arrivare gente. Per mezzanotte la casa è strapiena, in salotto non c’è neppure lo spazio per respirare e gli ospiti si stanno accampando sulle scale. Io mi rifugio in una camera a bere rum e cola giocando a blackjack con una sconosciuta, e nei ritagli di tempo controllo che A, completamente ubriaca, non si cacci nei guai. Non è un compito difficile, dato che si regge in piedi a malapena. Il campanello suona di nuovo, e mi trovo davanti i miei redattori E ed L, di ottimo umore nonostante siano pressati nell’anticamera. Piacevolmente sorpreso dal loro arrivo li accompagno a prendere da bere, ma li perdo nella calca quasi subito. Mi verso tre dita di rum nell’ultimo bicchiere pulito, e mentre lo riempio fino all’orlo di coca-cola osservo le ragazze. Alcune non sono niente male, ma per ora nessuna mi attira. Sorseggio il mio drink con nonchalance e quasi soffoco. La bottiglia di cola con cui l’ho diluito era piena di Jack Daniels. Torno a fatica al mio tavolo da blackjack e lo trovo occupato da un cretino. Ed A è sparita. Una rapida telefonata mi assicura che sia arrivata a casa viva. Mi è anche arrivato un messaggio di F, quella di capodanno. Per quanto la nostra “frequentazione” si sia conclusa ormai da più di un mese, siamo rimasti in buoni rapporti. Principalmente lei mi parla dei problemi che ha con il suo ragazzo, e io le parlo dei problemi che ho non avendo una ragazza. Scendo per fumarmi una sigaretta, e una volta riempiti i polmoni di catrame mi scopro a riflettere seriamente sull’opportunità di tornare a casa. Sono stanco e di umore melanconico, e probabilmente starei meglio a letto. L’arrivo di una pattuglia di carabinieri (venuti a informarsi, molto cortesemente, di quando contiamo di concludere la festa) mi dà la spinta nella giusta direzione. Ma prima di dormire voglio uno spuntino, possibilmente un kebab piccante con falafel. L’aria notturna si è intiepidita, e consumato dalla fame visito ogni kebaberia della città, trovandole tutte chiuse. Avrei dovuto aspettarmelo, essendo l’una di notte a Gorizia. Fortunatamente tornando verso casa incrocio una compagna di corso, C, che mi invita a mangiare qualcosa da lei. L’idea è una semplice pasta con le acciughe schiafazzate, ma nel suo frigo ci sono solo alici sott’aceto che, scopriamo, rendono la pasta quasi immangiabile. Mentre cerchiamo qualcosa da aggiungere al sugo per mascherarne il sapore arrivano le sue coinquiline, anche loro reduci dalla festa, portando con loro amiche e amici, tra cui E. in pochi minuti l’affollata cucina di C si trasforma nella capitale italiana del pettegolezzo, e nel tempo necessario ad ingurgitare il mio abominevole spuntino vengo a sapere cose insospettabili su persone che non avevo mai sentito nominare prima, mentre uno degli altri ospiti cucina dal nulla un’ottima pasta ai peperoni. Me ne spetta solo una forchettata, ma è sufficiente a togliermi di bocca il sapore della mia catastrofe culinaria. Rinfrancato, scrocco un passaggio ad E e mi tuffo a letto. Una serata senza infamia, senza lode, e senza l’ombra di una donna.

Luca Nicolai