Nazione: USA
Cast: Hugh Jackman
Rachel Weisz
Durata: 96’
“Nella Spagna del secolo XVI, il conquistador Tomas inizia la sua ricerca per trovare la Fontana della Giovinezza e l’albero che cresce nelle sue acque, che secondo una leggenda garantirebbe l’immortalità. In un diverso contesto temporale, lo ritroviamo nei panni dello scienziato Tommy Creo, impegnato a sperimentare una cura per il cancro che sta uccidendo sua moglie Isabel. Nel secolo XXVI Tom è un’astronauta, in viaggio nello spazio per far luce sui segreti che lo tormentano da un millennio.”

Un lampante esempio di come anche il peggior film, presentato nella maniera giusta, possa sembrare interessante di primo acchito. Nato dopo una lunga e sofferta gestazione, “L’Albero della Vita” segna il ritorno dietro la cinepresa dell’enfant terrible Darren Aronofsky, dopo film come “Pi Greco” e “Requiem for a Dream”, che nel loro piccolo sono diventati dei cult. Presentata alla Mostra del cinema di Venezia come il capolavoro che avrebbe dovuto dare uno scossone al concorso, l’ultima fatica del regista ha riscosso invece poco successo e critiche perlopiù poco lusinghiere. Vediamo di capire perché, partendo da quel poco che si riesce a ricostruire della trama: lei (Rachel Weisz) è affetta da un cancro incurabile al cervello, lui (Hugh Jackman) non vuole rassegnarsi a questo destino e cerca la “fontana” dell’immortalità, un modo di sconfiggere la morte una volta per tutte. Fin qui, tutto chiaro (più o meno), se non fosse per il fatto che il tutto si svolge in una sorta di bizzarro zapping tra un conquistador della Nuova Spagna del 1500, un ricercatore medico-scientifico dei giorni nostri, e poi, anzi ora, anzi prima, un terzo alter ego di Jackman, spazionauta dell’anno 2500, calvo e con un insaziabile appetito per la corteccia dell’albero che conserva lo spirito della sua amata. A nulla vale la mano esperta che si intravede in certi attimi di microfotografia, nelle tonalità oro e nero che caratterizzano tutto il film, nell’uso di trucchi “in camera” al posto del computer. Lo spettatore si trova totalmente indifeso e disorientato in una “storia” dove si susseguono senza alcun nesso apparente francescani, inquisizione, tai-chi, escatologia, medicina sperimentale, navicelle spaziali e arboricoltura.
Amore, spiritualità, fragilità esistenziale: questi gli elementi portanti che si possono scorgere, a fatica, nel racconto di Aronofsky. Il concetto dell’ineludibilità della morte, in genere di facile comprensione, potrebbe fornire lo spunto per film anche memorabili, ma purtroppo questo non rientra nella categoria. Si percepisce, in certe immagini di indubbio misticismo, un continuo ed esasperato tentativo poetico del regista, ma purtroppo manca clamorosamente il bersaglio; tutto appare confuso, sconnesso, privo di pathos; e alla fine prevale una sensazione di vuotezza, pretenziosità e irritazione (forse per i soldi del biglietto sprecato…). VOTO: 3

Federico Permutti

Annunci