ERASMUS ERASMUS

Una volta ho letto di un tizio che per conciliare il sonno immaginava di far fuori tutta la linea di battuta degli Yankees degli anni Venti, universalmente nota come “la forca caudina”, e cioè nell’ordine Babe Ruth, Lou Gehrig, Bob Meusel, Earle Combs e Tony Lazzeri. Io invece nei miei mesi francesi tendevo a ninnarmi immaginando di sfidare Montesquieu, bordolese d’adozione nonché grande viticoltore, ad una gara di bevuta, e per fortuna mi addormentavo sempre prima che mi facesse a pezzi con la sua teoria della separazione dei poteri.
Epicentro di tutto il Bordolese, ad una sessantina di chilometri dall’oceano, capitale dell’Aquitania, raggomitolata attorno alla Garonna, Bordeaux ha conservato il suo decoro da teatro, un’atmosfera segreta e la propria fierezza un po’ altezzosa, spesso in aperto contrasto con la capitale.  Deve la sua fortuna ai suoi vini e al suo porto fluviale. Bordeaux è innanzitutto una bellissima città. Molto semplicemente. La gloria dei secoli passati ha lasciato traccia sui muri perimetrali dei palazzi come negli spiriti dei sui abitanti. La città si rivela innanzi tutto come un gioiello di pietre cesellate, incastonate da stemmi, dentellate in grande stile XVIII° secolo: la Borsa, il Gran Teatro, place Royale. I romani portarono in loco quella bevanda nuova e colorata che sembrava promettere un gran bel avvenire. Dopo verranno l’epoca medievale e circa tre secoli di dominazione inglese, grandi uomini illustri (Montagne, Montesquieu, Mauriac), la rivoluzione e la ghigliottina dei poveri Girodini, i sommergibili tedeschi dell’occupazione nazista, la modernizzazione peraltro criticabile dell’era Chaban-Delmas per arrivare all’attuale veste Alain Juppé.
La place de la BourseBordeaux è snob. Inutile vedere atmosfere romantiche e decadenti lì dove non ce ne sono, come non so, cercare una qualche forma di fascino in un pomeriggio domenicale Goriziano. Gorizia la domenica è l’inferno, e basta. Così, Bordeaux risulta essere una città chic, relativamente chiusa in se stessa, nei suoi club enogastronomici esclusivi, nelle sue serate fredde e spigolose. Tuttavia, sotto questa scorza decisamente borghese, che soffre dell’immagine stereotipata che Mauriac le affibbiò, si intravede una città nella città, una contraddizione in termini che convive a soli pochi isolati dalle vetrine di Luis Vuitton ed Hermes. In questa immagine ho trovato la mia Bordeaux preferita. Non c’è solo Luigi XV infatti, signore vistosamente truccate piene di borse degli acquisti, boulevards  affollati della cosiddetta jeunesse dorée. Una volta vinta la pigrizia di muoversi al di là della stazione, un mondo parallelo si sovrappone al precedente come le scenografie di cinecittà. Vi capiterà di addentrarvi nella Bordeaux popolare di Saint-Michel,  ricca della sua immigrazione, e del suo piccolo popolo volontariamente allegro. Centinaia di pakistani dal francese incerto si animano sotto le insegne luminose degli internet points. Le vie strette e coloratissime brulicano di parrucchieri afro, di tappeti indiani e negozi di cianfrusaglie. I mercatini all’aperto ospitano i banchetti di venditori algerini di tutte le età, mentre lungo il quai de Paludate si può tirare fino a tardi in qualche locale malfamato ascoltando del  jazz in compagnia di carovane di signori sulla sessantina che ballano le loro note del passato. Banchieri e rapinatori si ingozzano di ostriche al mercato del pesce senza star tanto a badare ai propri ruoli. Dall’altro lato della riva invece, nasce una città in pieno mutamento che tenta di riabilitare le vecchie zone industriali.
Dallo scintillio dei brindisi nei restos, allo stridolio dei vetri infranti dalle pallonate dei banlieusards di periferia dunque. Sono paradossi di una nazione intera, che Bordeaux accoglie nel suo piccolo. Da un lato colpisce l’impostazione classica dello stato francese – dalla burocrazia imperante e rigorosamente efficiente, dall’egualitarismo asfittico e di non poca convenienza – dall’altro, emerge il timido caos di una città che finalmente apre agli influssi meridionali e spagnoli, alle serate infuocate delle terrazze e dei bar-tapas, dove la marsigliese suona accanto alla sangria. Città di incontri e di contraddizioni, dalla tradizione francese e dallo spirito latino, mi è capitato parlare di vela con una ricca signora agente immobiliare – foulard di seta e segreteria telefonica intasata –  ma ho anche conversato al telefono con la figlia del mio idraulico che seguiva un corso di italiano, il cui padre mi pregava di farle i complimenti per la pronuncia. Bastano due gocce a mandare in panne la puntualità inglese dei trasporti e un Alain Juppé, condannato per corruzione in prima istanza, stravince alle elezioni municipali. Ti capita di degustare del Sauternes, del Pessac-Léognan, del Pomerol del Saint-Emilion, i migliori vini del mondo in posti di gran lusso, e contestualmente di farti felicemente accogliere da una salva di insulti degli ultràs dello stadio vicino casa. Nessuno negli uffici pubblici sa mai niente, ti porgono un je suis désolé tu rispondi merci e loro  sorridono con un je vous en prie monsieur! Nessuno verrà mai ad arrestarvi se parcheggiate con una ruota fuori dalle strisce, ma occhio a non pagare le bollette della luce, un funzionario di Parigi verrà a cercarvi!

Claudio Formisano

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