Con Ludovico Einaudi alla scoperta dell’emozionante musica minimalista.

Un respiro, un tocco lieve e i tasti bianchi e neri de “Il Tigre” prendono vita. Non ci sono virtuosismi, né dissonanze, né ritocchi al computer: tutto nasce e muore un istante dopo, disperdendosi nell’eco lasciato dai suoni, specchio perfetto di quello che la musica è: l’arte più inafferrabile che esista.
Questo è Ludovico Einaudi: un musicista introspettivo e un po’ pittore che compone per teatro e cinema (sue, tra le altre, le colonne sonore di “Fuori dal mondo” – regia di C. Comencini, 1999 –  e di “Luce dei miei occhi” – G. Piccioni, 2002 -), si dedica alla musica da camera e orchestrale, ma ama anche ritornare alle origini, al suo pianoforte.
L’uomo e il suo piano: questo è l’Einaudi che preferisco, l’Einaudi che con la sua musica colta e minimalista riesce a fermare per un attimo le tensioni della frenetica vita d’oggi e ricorda che bella musica non significa necessariamente complessità.
Molti sono i pezzi che amo, ma ce n’è uno, “I Giorni”, tratto dall’album omonimo del 2002, che credo rappresenti bene lo stile di questo musicista torinese che vanta natali così importanti (il padre è l’editore Giulio Einaudi, il nonno il Presidente della Repubblica Luigi Einaudi).
Fa parte di una raccolta di undici ballate per piano solo che ruotano tutte attorno ad un brano a struttura circolare, “Melodia Africana” e traggono origine dal viaggio che il musicista ha compiuto in Africa, in particolare nel Mali, spinto da interessi musicali.
Guardando la partitura si rimane colpiti dalla semplicità della composizione e viene spontaneo chiedersi se davvero siano quelle poche e semplici note a regalare così tante emozioni. Eppure è così e questo invoglia a suonare, a farsi mezzo d’espressione, non soltanto uditore assorto.
“I Giorni” è un andante che inizia delicatamente, con note che affiorano come ricordi e si intensificano mano a mano che la mente prende coscienza di ciò che esse evocano. Il ritmo dato a questa melodia malinconica, che somiglia ad una danza, è discreto ma presente e si intensifica fino a raggiungere l’accordo che chiude la prima parte del brano. Segue un secondo momento, più riflessivo: il nostro viaggio non si compie più danzando ma meditando, accompagnati da note più prolungate e pause che permettono al viaggiatore che è in noi di “riprender fiato” in questa esperienza così bella, ma anche difficile, che è la vita.
Poi riprende nuovamente la melodia iniziale: il viaggiatore non ha ancora trovato il suo giusto passo e così danza e corre con le note, anche se questo lo porta inevitabilmente ad una nuova sosta. Ecco che si apre quindi la terza parte del pezzo: note che corrono come pensieri, leggere e sconnesse, finché non trovano il filo, finché il giusto incedere non si presenta alla mente del viaggiatore che ora, passo sicuro e pensieri in movimento con esso, può giungere alla sua meta.
Se la noia vi dovesse assalire e non riusciste più a trovar piacere nemmeno nella vostra musica preferita, prendetevi un attimo per voi stessi, ascoltate un pezzo di Einaudi e rilassatevi: vedrete che se ne andrà via prima di quanto crediate.

Isabella Ius

I giorni, le onde sono cose che arrivano da lontano e vanno lontano”, Einaudi

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