Il ddl approvato alla Camera rischia di comprimere il diritto di cronaca.

La storia si ripete. Soprattutto in Italia. Dopo l’ennesimo scandalo emerso grazie alle intercettazioni telefoniche utilizzate nelle indagini della magistratura, è ritornato a farsi sentire lo sdegno del mondo politico contro la pubblicazione dei dialoghi captati, soprattutto quando rivelano informazioni riguardanti la sfera personale di soggetti non direttamente coinvolti nelle indagini (credo che tutti abbiano bene in mente il caso Sircana). Di fronte alle veementi levate di scudi, non si può non sospettare che derivino dalla paura di essere coinvolti in modo più o meno indiretto nei grandi scandali che in Italia non finiscono mai. Abbiamo assistito per mesi e mesi a ripetitive filippiche bipartisan contro la “spregevole gogna mediatica”, “l’uso criminoso dei mezzi d’informazione”, “l’imbarbarimento della società civile”, e i politici preoccupati il 17 aprile hanno ottenuto un grande risultato. Sull’onda della riaccesa indignazione, il disegno di legge che dovrebbe innovare la regolamentazione della pubblicità degli atti d’indagine, proposto dal Ministro della Giustizia Mastella, è stato approvato dalla Camera dei deputati con una larga maggioranza. Il ddl modificherebbe il codice di procedura penale vietando la pubblicazione anche parziale o per riassunto degli atti di indagine contenuti nel fascicolo del pubblico ministero o delle investigazioni difensive, seppure non più coperte dal segreto, sino alla fine delle indagini preliminari o fino al termine dell’udienza preliminare. Stessa sorte naturalmente per qualsiasi tipo di intercettazione ambientale, telefonica o telematica. Per quanto riguarda le intercettazioni non rilevanti ai fini delle indagini, viene prevista una “scrematura”, operata prima dal pubblico ministero e poi dal gip, dopo la quale le informazioni verranno secretate e custodite in un apposito registro. Un provvedimento di questo tipo non può che suscitare preoccupazione in merito alla tutela della libertà d’informazione e del diritto di cronaca. Uno dei punti più sconcertanti è quello delle sanzioni previste per i giornalisti che infrangono il divieto: il testo modifica l’articolo 684 del codice penale che prevedeva, per i giornalisti che pubblicano materiale coperto da segreto, o l‘arresto fino a 30 giorni o un’ammenda fino a 258 euro. Se il ddl sarà approvato anche dal Senato, l’ammenda alternativa all’arresto andrà da 10.000 a 100.000 euro. Come evidenza Marco Travaglio, “se i cronisti insistono a pubblicare quello che sanno, verranno perseguiti dai Tribunali, ma anche dal Garante per la privacy (nominato dai partiti) che li condannerà per illecito per finalità giornalistiche, li metterà alla gogna con sentenze pubblicate sui giornali a loro spese e chiederà all’Ordine di punirli disciplinarmente”. Dunque, i giornalisti che vorranno pubblicare informazioni in loro possesso dovranno fare i conti con la possibilità di imbattersi in grossi problemi, e ci penseranno due volte prima di esercitare il diritto di cronaca. La sensazione è quindi quella di una stretta alla libertà di stampa. Supponiamo che lo scopo del ddl sia proprio quello di tutelare la privacy dei cittadini: se le intercettazioni verrebbero comunque “depurate” dalla magistratura dalle informazioni su soggetti non direttamente coinvolti, perché vietare la loro pubblicazione per un tempo più lungo rispetto a quanto avviene oggi? E’ chiaro che ogni individuo merita di vedere tutelata la propria sfera privata, ma non con provvedimenti che come fine ulteriore avrebbero quello di differire il diritto di cronaca (anche per un anno e mezzo, come ha affermato Lanfranco Tenaglia, relatore alla Camera del ddl). E’ facile passare per giustizialisti in questi casi, ma io credo che un giornalista debba avere il diritto di riferire ai cittadini ciò che sa sui processi in corso nel Paese, evitando sì di intralciare le indagini, ma senza essere colpito da divieti ulteriori quando cessa il segreto investigativo. Il problema sarebbe più semplice se i giornali non appagassero il voyeurismo del pubblico italiano dando un esasperato risalto a vicende private scabrose, palesemente irrilevanti ai fini dell’informazione giudiziaria. Dunque quello che è più urgente e necessario è che i giornali seguano e aggiornino il proprio codice deontologico, e che ciò avvenga in maniera spontanea all’interno dell’Ordine dei Giornalisti. Per essere davvero libero, un organismo come quello dell’informazione deve autoregolarsi in armonia con le leggi dello Stato, e non sottostare a divieti provenienti dall’esterno. L’articolo 21 della Costituzione sancisce che la libertà di stampa “non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”, ma stabilisce anche che “sono vietate le pubblicazioni (…) contrarie al buon costume”. Non bastava forse la Costituzione per far riflettere i giornalisti del Giornale sull’opportunità della pubblicazione delle foto di Sircana? Era necessario il provvedimento del Garante per la privacy del 16 marzo, che, vietandola esplicitamente pena la reclusione da 3 mesi a 2 anni, si configura come una vera e propria ingerenza nel diritto di cronaca? Quello che serve in questo momento è che i giornalisti riformino la propria sensibilità dall’interno, contribuendo così a rinnovare e migliorare l’opinione pubblica, cercando di liberarla dalla morbosità da reality show che sembra governarla. Solo così l’informazione sarebbe libera, e potrebbe diventare naturalmente rispettosa della privacy degli individui, senza bisogno di divieti. Ma forse l’obiettivo di chi ha proposto la legge non è esattamente questo.

Athena Tomasini

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