La candidatura di don Bellavite alle comunali e la crisi della politica italiana.

Leggendo i giornali locali in questi giorni mi sono chiesto che cosa penserebbero al mio posto Gino Cervi e Fernandel, i mitici interpreti di Don Camillo e Peppone. Si perchè la cronaca goriziana ci presenta una storia simile ma dai caratteri opposti: il prete fa politica e il comunista lo appoggia nella sua campagna.
Al di là del carattere apparentemente caricaturale della scena la situazione è di particolare interesse, tanto da trascendere la dimensione locale, sia per richiamo mediatico che per contenuti. La storia è abbastanza nota: don Andrea Bellavite, prete quarantasettenne, ha deciso di colmare il vuoto della sinistra locale candidandosi alle elezioni comunali appoggiato da Rifondazione Comunista, Verdi, Italia dei Valori e Comunisti italiani. La notizia ha immediatamente attratto l’attenzione dei principali quotidiani italiani. Su La Repubblica di giovedì 12 aprile, lo si descrive come «vicino ai ‘Beati i costruttori di pace’ contro le bombe atomiche alla base Usaf di Aviano in provincia di Pordenone e ai ‘no global’ contro il Cpt di Gradisca d’Isonzo in provincia di Goriza ». La descrizione che ne ha dato Il Manifesto mercoledì 11 aprile risulta però più incisiva:«…don Andrea Bellavite è a un passo dal diventare il candidato a sindaco di Gorizia del centrosinistra. Se non lo è ancora ufficialmente è perché nell’Unione c’è un partito che fa resistenza e caso strano è proprio il partito più cattolico del gruppo, la Margherita…don Andrea non è il tipo più comune di parroco, intanto perché non ha una parrocchia ma insegna filosofia e teologia a Udine e Trieste, poi fino all’altro ieri era direttore del settimanale diocesano Voce isontina, distribuito nelle carceri al motto «diamo voce a chi non ha voce»…». Il Giornale invece ha trattato la questione in maniera più lapidaria nella rubrica Spilli in cui si dice: «…don Andrea Bellavite deciderà in queste ore se candidarsi sindaco a Gorizia per l’Unione…Erano preti contro, ora sono sol preti con. Il governo attuale…”. Sul Corriere della Sera invece la questione è stata trattata in maniera più articolata. Venerdì 13 aprile si poteva leggere una lucida presentazione della situazione seguita da un’elencazione delle sue battaglie sociali alla quale si aggiungeva: “…ma nei giudizi politici, ora che è candidato, è più ecumenico: “Mi piacciono D’Alema, Bertinotti, Prodi. Ma stimo anche Casini e Fini”. Più che a Baget Bozzo – “fa politica per conto di settori della Chiesa” – si rifà ad esempi illustri: “Don Sturzo fu il sindaco di Caltagirone…” . Don Bellavite dunque ha proiettato la campagna elettorale goriziana su un palcoscenico nazionale che tuttavia non sembra interessarsi all’analisi delle motivazioni di una situazione se non altro anomala. Pochi o nulli infatti i commenti al riguardo.
Un prete che si candida alle comunali, per di più sostenuto dai principali partiti comunisti, è un evento piuttosto raro. Da una parte bisogna sottolineare la straordinaria larghezza di vedute del candidato che, al di là delle facili critiche, lo ammanta senza dubbio di un’aura da libero pensatore, insolita all’interno del mondo clericale spesso considerato rigidamente dogmatico. Dall’altra però non si può non cogliere come questa candidatura sia una manifestazione di una patologia della politica italiana. La decisione di padre Bellavite è una chiara reazione della società civile alla desolazione del panorama politico attuale. Come gli anticorpi agiscono quando una malattia colpisce il corpo, così la società civile interviene a sanare le patologie croniche della politica. Di per sè è una reazione positiva. Alcuni cittadini si fanno portavoce dell’esasperazione e della sfiducia collettiva e cercano di dare da soli una risposta che la classe poltica non è in grado di dare. Purtroppo però alla base vi è sempre una situazione insana. Il processo non è nuovo, si chiama populismo e ne sono esempi illustri il berlusconismo e la Lega Nord.
Dunque la situazione goriziana costituisce la manifestazione locale di una situazione patologica che la politica nazionale si trascina dall’inizio degli anni ’90. Tangentopoli, l’ascesa in campo di forze nuove, ‘apolitiche’, il passaggio a un sistema tendenzialmente bipolare, hanno solo alleviato i sintomi di una crisi politica languente nel Paese. La causa principale di tale fallimento probabilmente risiede nel mancato rinnovamento della classe politica. Le comunali goriziane sono ancora una volta esemplari al proposito. Infatti il centrodesta, pur riuscendo ad accordarsi su un unico candidato, ha concentrato le proprie speranze sul settuagenario Romoli: certo un candidato di spessore, ma anche un tipico rappresentante di una classe politica incapace di rinnovarsi.
Infine vi è un ultimo aspetto da considerare. Don Bellavite ha opportunamente deciso di sospendere temporaneamente il suo ruolo spirituale e gareggiare così da ‘laico’. Tuttavia, la sua non è una condizione che si cancella con una dichiarazione di principio. Nella sua campagna pertanto si troverà stretto tra l’impossibilità di farsi portavoce di interessi particolari e il rischio di scivolare nella demagogia se esagerasse nelle dichiarazioni di azione politica ‘ecumenica’. La situazione dunque è spinosa ed egli si troverà esposto a facili critiche. Uscirne indenne e al tempo stesso portatore di un programma politico efficace sarà impresa ardua. Ci vorrebbe un miracolo, ma per un religioso come lui potrebbe anche essere un vantaggio.

Emmanuel Dalle Mulle

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