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I Bambini sono il volto invisibile dell’AIDS: questo è il messaggio che l’UNICEF lancia attraverso la Campagna Globale “Uniti per i bambini, Uniti contro l’AIDS”. L’HIV/AIDS è al centro dell’attenzione internazionale da più di vent’anni, ma il suo impatto sulla vita dei bambini non è stato ancora preso nella dovuta considerazione. Al mondo, ogni minuto un bambino muore per cause collegate all’AIDS. Ogni anno 600 000 bambini contraggono il virus e 380 000 muoiono a causa dell’HIV/AIDS. Tuttavia, nella maggior parte dei paesi colpiti dalla malattia, meno di un bambino su dieci rimasto orfano a causa dell’HIV/AIDS riceve assistenza pubblica, meno di una donna incinta sieropositiva su dieci  ha accesso ai servizi sanitari necessari a prevenire la trasmissione dell’HIV al nascituro e nemmeno un bambino sieropositivo su venti ha accesso alle cure pediatriche.

Per questo UNICEF e UNAIDS , in collaborazione con altre numerose associazioni,  hanno lanciato “Uniti per i bambini, Uniti contro l’AIDS”, una campagna globale che di qui al 2010 si propone di invertire la rotta nella lotta alla pandemia.
A livello internazionale, la campagna si pone 4 obbiettivi fondamentali:
1) Prevenire la trasmissione dell’HIV da madre a figlio
2) Provvedere alle cure pediatriche
3) Prevenire il contagio tra gli adolescenti e i giovani
4)Proteggere e aiutare i bambini colpiti dall’HIV/AIDS
A livello nazionale, la campagna prevede una raccolta firme per sensibilizzare la società civile e per fare pressione sul governo affinché rispetti gli impegni presi in relazione all’HIV/AIDS. In particolare, verrà richiesto al governo italiano il puntuale adempimento degli obblighi internazionali in materia di HIV/AIDS, l’assegnazione di un numero maggiore di risorse alla prevenzione e cura dell’AIDS pediatrico nei paesi in via di sviluppo, un maggiore impegno per la ricerca e per garantire l’accesso ai farmaci ed un impegno concreto per una maggiore sensibilizzazione degli adolescenti sul tema.
A livello locale, il Comitato Unicef di Gorizia aderisce attivamente alla campagna attraverso numerose iniziative che avranno luogo nei mesi di aprile e maggio. In particolare,l’apertura ufficiale delle due giornate di mobilitazione nazionale previste per il 14 e 15 aprile avrà luogo in Piazza Vittoria a Gorizia alle ore 9.30 di sabato 14. In quest’occasione, sulle mura del castello cittadino verrà esposto, con l’aiuto dei Vigili del Fuoco, un grande striscione raffigurante il logo e lo slogan della campagna.  I volontari saranno poi  presenti nelle intere giornate di sabato e domenica a Gorizia  ed a Monfalcone in Piazza della Repubblica  dalle ore 10.00 alle ore 12.30 e dalle ore 16.00  alle ore 19.30  per spiegare nei dettagli la campagna a chiunque fosse interessato e per raccogliere quante più firme possibili. Ricordiamo inoltre che la petizione potrà essere firmata fino al 31 maggio sia sul sito internet della campagna italiana http://www.unitiperibambini.it sia sull’apposito modulo che verrà diffuso dai vari comitati provinciali Unicef.
La campagna proseguirà poi  sabato 21 aprile presso  l’UGG di Gorizia dalle ore 18.00 in poi  con il concerto “Music against AIDS” che vedrà la partecipazione di vari gruppi giovanili emergenti: un’occasione per divertirsi ed allo stesso tempo sensibilizzare e informare i giovani sulla campagna.
In programma anche una conferenza  che si terrà presso l’Aula Magna  dell’Università di Trieste, Polo Universitario di Gorizia in Via Alviano 18 in data ancora da definirsi. La conferenza, aperta a tutti,  sarà divisa in due parti: una prima parte durante la quale alcuni volontari dell’UNICEF illustreranno meglio la campagna ed i suoi obbiettivi, avvalendosi anche della  proiezione di alcuni video, ed una seconda parte che vedrà la partecipazione del personale specializzato del Centro MST (Malattie Sessualmente Trasmesse ) di Gorizia.
Sperando in una grande partecipazione della città di Gorizia e provincia, ricordiamo inoltre che chiunque fosse interessato alla campagna o volesse fare una donazione  potrà trovare ulteriori informazioni sia sul sito italiano dell’UNICEF http://www.unicef.it sia sul sito della campagna globale http://www.uniteforchildren.org .

Paola Barioli

Brillante studente nato a Mestre il 24 maggio 1986, Luca Nicolai si avvicina alla politica ricoprendo, per ben 4 anni di seguito, l’incarico di rappresentante degli studenti del liceo Stefanini.

Brucia le tappe fin da piccolo: colleziona la prima denuncia per scherzi telefonici alla tenera età di 8 anni, prima di replicare poco tempo dopo, nuovamente perseguitato dalla repressione poliziesca, per aver partecipato all’occupazione del suo istituto superiore.

Diffida della realtà dei partiti fin da quando, a 16 anni, viene avvicinato da alcuni esponenti dell’avanguardia del partito leninista mestrino. Provato dall’esperienza, sembra perdere ogni attrazione per la politica organizzata, fino all’annuncio, sulle pagine di questo giornale, della sua sorprendente candidatura.

Arriva a Gorizia nel lontano settembre 2005, classificandosi dodicesimo all’esame d’ingresso del Corso di Laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche (“i primi 11 erano raccomandati”, ha poi denunciato). Autore di spicco di racconti erotici a puntate (Il Grande Gioco 1, Il Grande Gioco 2, Il Grande Gioco 3, Il Grande Gioco 4), è noto ai più all’interno della facoltà per essere stato il promotore , nonché unico partecipante, del “no paints day 2006” (la giornata senza pantaloni). E’attualmente allo studio l’edizione 2007. Amante del cinema, ha gusti eclettici in fatto di libri e donne. Gli piacciono i gatti. Pare non abbia nessun tatuaggio (?).

Impressioni di alcuni giovani sloveni sui rapporti con gli italiani.

All’indomani dell’adozione dell’euro della Slovenia, alla vigilia del suo ingresso nell’area Schengen (che significa, anche, libera circolazione delle persone) sarebbe normale pensare che le relazioni quotidiane tra sloveni ed italiani siano sempre più fitte. Ma è veramente così? Lo abbiamo chiesto ad alcuni nostri coetanei di Nova Gorica, sottoponendogli alcune domande. Ecco la prima:
Cosa ne pensi del processo d’integrazione europea? E in particolare dell’abbattimento del confine tra Italia e Slovenia?
Anja (18 anni) si dichiara “Favorevole”. Come lei, Eva (25 anni), che attenta ai costi del confine, spiega: “Il processo d’integrazione permette di risparmiare tempo e denaro”. Analogamente Benjamin (27 anni) ritiene: “E’ una cosa buona”. Sulla stessa linea d’onda Mojca (30 anni), Sara (17 anni) e Maja (28 anni): “Siamo entrambe favorevoli”.
Il consenso è unanime: tutti per l’Europa. Ma se si approfondisce il discorso sull’andamento dei rapporti transfrontalieri con l’Italia, l’entusiasmo cala vistosamente. Questo il secondo quesito:
Dopo l’adozione dell’euro, vieni più spesso a Gorizia?
Anja: “Non è cambiato nulla, è rimasto tutto come prima”. Dello stesso parere Jasna la quale afferma: “Vengo a Gorizia per lo più per fare shopping, ma con la stessa frequenza di prima”. Lo shopping attira nella cittadina isontina anche Mojca e Maja, ma anche per loro la routine è rimasta tale e quale. Per Sara alle compere si aggiunge il divertimento: “Vengo spesso al Comix e al Fly”. Non escono dal coro Benjamin ed Eva; quest’ultima racconta: “Studiando ad Udine attraverso il confine quasi tutti i giorni, ma per ora nulla è cambiato”.
Sembra che la moneta comune non abbia modificato sostanzialmente le abitudini degli intervistati: la frequenza e le motivazioni che li spingono oltre confine, sono rimasti gli stessi. Il venir meno delle difficoltà connesse al cambio, non ha costituito un incentivo decisivo all’intensificazione dei rapporti. Con il tallero o con l’euro, poco cambia. Ma al di fuori delle relazioni economiche? Ecco allora il terzo quesito:
Come sono i tuoi rapporti con i coetanei italiani?
Eva e Sara sono un’eccezione: conoscono entrambi parecchi italiani e hanno rapporti con gli sloveni della minoranza. Gli altri, invece, poco o nulla. Benjamin afferma: “Non conosco nessun italiano”. Come lui Mojca e Maja: “Non abbiamo amici oltre confine”. Jasna infine ha come punto di riferimento delle assocciazioni culturali: “Conosco delle persone italiane, grazie a delle associazioni slovene che operano in Italia, ad esempio il Kulturni Dom”.
Insomma sia le relazioni economiche che quelle personali non sono state influenzate in maniera consistente dall’ingresso della Slovenia nell’euro.
Nonostante tutti i limiti della nostra indagine, come provare a valutare le relazioni tra sloveni e italiani? Stando agli intervistati nulla o poco è cambiato negli ultimi anni: i rapporti proseguono come in uno stato d’inerzia. Anzi, stando alle parole di Benjamin, con il quale abbiamo approfondito il tema, si può ipotizzare che in futuro, questi vadano peggiorando. Basti pensare ai beni di consumo: “Mentre una volta era necessario venire in Italia per comprare determinati prodotti che non c’erano da noi, -spiega Benjamin- oggi possiamo trovare tutto negli scaffali dei nostri supermercati”.
Più ancora che i rapporti economici, sono quelli personali (e se si vuole culturali) a sembrar destinati a diminuire, o comunque, a non aumentare. Una sua argomentazione appare illuminante a riguardo: “La maggior parte dei ragazzi sotto i 20 anni, a differenza dei più grandi, non sa parlare la lingua italiana, o lo fa con difficoltà. Questo perché, una volta, la presenza delle reti della televisione italiana era parte integrante della nostra vita. Molti di noi, da bambini, imparavano l’italiano con i vostri cartoni animati”. Dopo la creazione nel 1992 della repubblica Slovena e con il libero sviluppo della propria identità culturale, le cose sono cambiate: “Oggi, invece, la qualità della televisione nazionale è molto più alta e quando si guardano televisioni straniere generalmente si preferiscono le reti tedesche e anglosassoni”. Sembra quindi esserci un problema di comunicabilità di fondo: da una parte restano pochi gli italiani che parlano e s’interessano alla lingua slovena, dall’altra sta venendo meno, tra i giovani sloveni, la necessità dell’italiano. Un punto d’incontro si potrebbe trovare, come nel caso di Jansa, nelle associazioni culturali (come appunto il Kulturni Dom che ha da poco festeggiato il suo 25esimo compleanno) e nei progetti transfrontalieri europei.  Uno di questi, denominato “GO & GO Centro audiovisivi. Servizi interculturali e transfrontalieri” e finanziato dall’Interreg IIIA, ha permesso, attraverso l’associazione Kinoatelje, di riprodurre pellicole di cultura video-cinematografica slovena e, più in generale, dei paesi dell’Europa centro-orientale; un appuntamento col cinema d’autore, che si rinnova ogni giovedì sera al Palazzo del Cinema di Piazza Vittoria.
Un’altra ipotesi d’incontro, per risolvere i problemi di comunicazione tra le due comunità, sarebbe quello della lingua inglese. Ma, qui appare ancora con più evidenza la disparità tra i giovani italiani e quelli sloveni. “Il problema è che voi italiani, l’inglese non lo sapete parlare” dice sarcastica Eva. E Benjamin conclude: “Comunicare tra italiani e sloveni in inglese? Perché no? Ma tutto dipende da voi…”. E’ mica arrivata l’ora dei cartoni animati in inglese? Sarà ma, per i nostalgici, sarà buffa l’idea di un grande Puffo che “puffa” in inglese.

Davide Lessi
Emmanuel Dalle Mulle

La proposta del Folgàr Civic e dell’Acadamie dal Friùl agli studenti goriziani. 

Egregi Rappresentanti,

scrivo Loro come responsabile di una piccola realtà culturale
impegnata da anni nel tentativo di promuovere, libera da
strumentalizzazioni partitiche, fra territorio e università, un
rinnovamento dello spirito civico, del senso di comunità, solidarietà,
partecipazione, che parta dal Friuli Venezia Giulia, cuore storico e
crocevia di una dimensione alpino-adriatica che in questa regione ebbe
in Aquileia la sua prima metropoli e il suo primo ateneo a Cividale
del Friuli.

Ritenendo dunque questa terra luogo deputato per recuperare, evolvere,
espandere, le migliori tradizioni di cui da sempre essa è punto
d’incontro, e considerando gli universitari che vi si ritrovano
auspicabili continuatori di una missione storica di raccordo e di
sintesi culturale e civile nel cuore dell’Europa “in metis Alemanie
Ungarie Sclavonie atque Italie” come scriveva nel 1353 la cancelleria
praghese dell’imperatore Carlo IV che ufficializzò il primo ateneo
regionale, vengo innanzitutto a proporre Loro, con la presente, l’idea
di un’annuale celebrazione delle tradizioni storiche, italiane ed
europee, di partecipazione studentesca al governo dell’Università.

Il 1° maggio fu per secoli il giorno in cui a Bologna, sede
dell’ateneo che fu precursore e matrice ideale di tutte le università
d’Europa, i rappresentanti degli studenti (le cosiddette
“consigliature”), suddivisi in “nazioni” in base alle comunità di
provenienza, assumevano l’amministrazione della comunità accademica.
Una storia di partecipazione, di responsabilità, di plurimi sensi di
comunità, a livello studentesco: valori importanti su cui sperare di
veder fondato un futuro migliore.

Perché non pensare quindi, in prospettiva, ad una sorta di
“Calendimaggio Civico Universitario”, festa popolare e istituzionale
degli studenti, del loro ruolo, del loro senso di responsabilità di
fronte alla Storia di cui si avviano a divenire autori fin dai banchi
dell’Università?

Sono dunque a proporre Loro un incontro su questi temi a GORIZIA, sede
di entrambi gli atenei regionali e trait d’union ideale delle identità
del Friuli Venezia Giulia, da tenersi MERCOLEDÌ 2 MAGGIO 2007, alle
ORE 17, in CORSO ITALIA 1, presso il CAFFÈ TEATRO, per cui attendo
riscontri e adesioni ENTRO IL 15 APRILE 2007.

Auspicando di poter incontrare tanto individuali quanto collegiali
condivisioni e disponibilità allo sviluppo di sinergie indirizzate in
tal senso, porgo distintamente cordiali saluti ed i tradizionali
auguri pasquali.

Dott. Alberto Travain
Coordinatore Generale del Movimento Civico Culturale Alpino-Adriatico
FOGOLÂR CIVIC
8° Presidente del Circolo Universitario Friulano
ACADEMIE DAL FRIÛL
Udine, 3.IV.2007

Leggendo i giornali locali in questi giorni mi sono chiesto che cosa penserebbero al mio posto Gino Cervi e Fernandel, i mitici interpreti di Don Camillo e Peppone. Si perchè la cronaca goriziana ci presenta una storia simile ma dai caratteri opposti: il prete fa politica e il comunista lo appoggia nella sua campagna.
Al di là del carattere apparentemente caricaturale della scena la situazione è di particolare interesse, tanto da trascendere la dimensione locale, sia per richiamo mediatico che per contenuti. La storia è abbastanza nota: don Andrea Bellavite, prete quarantasettenne, ha deciso di colmare il vuoto della sinistra locale candidandosi alle elezioni comunali appoggiato da Rifondazione Comunista, Verdi, Italia dei Valori e Comunisti italiani. La notizia ha immediatamente attratto l’attenzione dei principali quotidiani italiani. Su La Repubblica di giovedì 12 aprile, lo si descrive come  «vicino ai ‘Beati i costruttori di pace’ contro le bombe atomiche alla base Usaf di Aviano in provincia di Pordenone e ai ‘no global’ contro il Cpt di Gradisca d’Isonzo in provincia di Goriza ». La descrizione che ne ha dato Il Manifesto mercoledì 11 aprile risulta però più incisiva:«…don Andrea Bellavite è a un passo dal diventare il candidato a sindaco di Gorizia del centrosinistra. Se non lo è ancora ufficialmente è perché nell’Unione c’è un partito che fa resistenza e caso strano è proprio il partito più cattolico del gruppo, la Margherita…don Andrea non è il tipo più comune di parroco, intanto perché non ha una parrocchia ma insegna filosofia e teologia a Udine e Trieste, poi fino all’altro ieri era direttore del settimanale diocesano Voce isontina, distribuito nelle carceri al motto «diamo voce a chi non ha voce»…». Il Giornale invece ha trattato la questione in maniera più lapidaria nella rubrica Spilli in cui si dice: «…don Andrea Bellavite deciderà in queste ore se candidarsi sindaco a Gorizia per l’Unione…Erano preti contro, ora sono sol preti con. Il governo attuale…”.  Sul Corriere della Sera invece la questione è stata trattata in maniera più articolata. Venerdì 13 aprile si poteva leggere una lucida presentazione della situazione seguita da un’elencazione delle sue battaglie sociali alla quale si aggiungeva: “…ma nei giudizi politici, ora che è candidato, è più ecumenico: “Mi piacciono D’Alema, Bertinotti, Prodi. Ma stimo anche Casini e Fini”. Più che a Baget Bozzo – “fa politica per conto di settori della Chiesa” – si rifà ad esempi illustri: “Don Sturzo fu il sindaco di Caltagirone…” . Don Bellavite dunque ha proiettato la campagna elettorale goriziana su un palcoscenico nazionale che tuttavia non sembra interessarsi all’analisi delle motivazioni di una situazione se non altro anomala. Pochi o nulli infatti i commenti al riguardo.
Un prete che si candida alle comunali, per di più sostenuto dai principali partiti comunisti, è un evento piuttosto raro. Da una parte bisogna sottolineare la straordinaria larghezza di vedute del candidato che, al di là delle facili critiche, lo ammanta senza dubbio di un’aura da libero pensatore, insolita all’interno del mondo clericale spesso considerato rigidamente dogmatico. Dall’altra però non si può non cogliere come questa candidatura sia una manifestazione di una patologia della politica italiana. La decisione di padre Bellavite è una chiara reazione della società civile alla desolazione del panorama politico attuale. Come gli anticorpi agiscono quando una malattia colpisce il corpo, così la società civile interviene a sanare le patologie croniche della politica. Di per sè è una reazione positiva. Alcuni cittadini si fanno portavoce dell’esasperazione e della sfiducia collettiva e cercano di dare da soli una risposta che la classe poltica non è in grado di dare. Purtroppo però alla base vi è sempre una situazione insana. Il processo non è nuovo, si chiama populismo e ne sono esempi illustri il berlusconismo e la Lega Nord.
Dunque la situazione goriziana costituisce la manifestazione locale di una situazione patologica che la politica nazionale si trascina dall’inizio degli anni ’90. Tangentopoli, l’ascesa in campo di forze nuove, ‘apolitiche’, il passaggio a un sistema tendenzialmente bipolare, hanno solo alleviato i sintomi di una crisi politica languente nel Paese. La causa principale di tale fallimento probabilmente risiede nel mancato rinnovamento della classe politica. Le comunali goriziane sono ancora una volta esemplari al proposito. Infatti il centrodesta, pur riuscendo ad accordarsi su un unico candidato, ha concentrato le proprie speranze sul settuagenario Romoli: certo un candidato di spessore, ma anche un tipico rappresentante di una classe politica incapace di rinnovarsi.
Infine vi è un ultimo aspetto da considerare. Don Bellavite ha opportunamente deciso di sospendere temporaneamente il suo ruolo spirituale e gareggiare così da ‘laico’. Tuttavia, la sua non è una condizione che si cancella con una dichiarazione di principio. Nella sua campagna pertanto si troverà stretto tra l’impossibilità di farsi portavoce di interessi particolari e il rischio di scivolare nella demagogia se esagerasse nelle dichiarazioni di azione politica ‘ecumenica’. La situazione dunque è spinosa ed egli si troverà esposto a facili critiche. Uscirne indenne e al tempo stesso portatore di un programma politico efficace sarà impresa ardua. Ci vorrebbe un miracolo, ma per un religioso come lui potrebbe anche essere un vantaggio.

Emmanuel Dalle Mulle

La storia si ripete. Soprattutto in Italia. Dopo l’ennesimo scandalo emerso grazie alle intercettazioni telefoniche utilizzate nelle indagini della magistratura, è ritornato a farsi sentire lo sdegno del mondo politico contro la pubblicazione dei dialoghi captati, soprattutto quando rivelano informazioni riguardanti la sfera personale di soggetti non direttamente coinvolti nelle indagini (credo che tutti abbiano bene in mente il caso Sircana). Di fronte alle veementi levate di scudi, non si può non sospettare che derivino dalla paura di essere coinvolti in modo più o meno indiretto nei grandi scandali che in Italia non finiscono mai. Abbiamo assistito per mesi e mesi a ripetitive filippiche bipartisan contro la “spregevole gogna mediatica”, “l’uso criminoso dei mezzi d’informazione”, “l’imbarbarimento della società civile”, e i politici preoccupati il 17 aprile hanno ottenuto un grande risultato. Sull’onda della riaccesa indignazione, il disegno di legge che dovrebbe innovare la regolamentazione della pubblicità degli atti d’indagine, proposto dal Ministro della Giustizia Mastella, è stato approvato dalla Camera dei deputati con una larga maggioranza. Il ddl modificherebbe il codice di procedura penale vietando la pubblicazione anche parziale o per riassunto degli atti di indagine contenuti nel fascicolo del pubblico ministero o delle investigazioni difensive, seppure non più coperte dal segreto, sino alla fine delle indagini preliminari o fino al termine dell’udienza preliminare. Stessa sorte naturalmente per qualsiasi tipo di intercettazione ambientale, telefonica o telematica. Per quanto riguarda le intercettazioni non rilevanti ai fini delle indagini, viene prevista una “scrematura”, operata prima dal pubblico ministero e poi dal gip, dopo la quale le informazioni verranno secretate e custodite in un apposito registro. Un provvedimento di questo tipo non può che suscitare preoccupazione in merito alla tutela della libertà d’informazione e del diritto di cronaca. Uno dei punti più sconcertanti è quello delle sanzioni previste per i giornalisti che infrangono il divieto: il testo modifica l’articolo 684 del codice penale che prevedeva, per i giornalisti che pubblicano materiale coperto da segreto, o l‘arresto fino a 30 giorni o un’ammenda fino a 258 euro. Se il ddl sarà approvato anche dal Senato, l’ammenda alternativa all’arresto andrà da 10.000 a 100.000 euro. Come evidenza Marco Travaglio, “se i cronisti insistono a pubblicare quello che sanno, verranno perseguiti dai Tribunali, ma anche dal Garante per la privacy (nominato dai partiti) che li condannerà per illecito per finalità giornalistiche, li metterà alla gogna con sentenze pubblicate sui giornali a loro spese e chiederà all’Ordine di punirli disciplinarmente”. Dunque, i giornalisti che vorranno pubblicare informazioni in loro possesso dovranno fare i conti con la possibilità di imbattersi in grossi problemi, e ci penseranno due volte prima di esercitare il diritto di cronaca. La sensazione è quindi quella di una stretta alla libertà di stampa. Supponiamo che lo scopo del ddl sia proprio quello di tutelare la privacy dei cittadini: se le intercettazioni verrebbero comunque “depurate” dalla magistratura dalle informazioni su soggetti non direttamente coinvolti, perché vietare la loro pubblicazione per un tempo più lungo rispetto a quanto avviene oggi? E’ chiaro che ogni individuo merita di vedere tutelata la propria sfera privata, ma non con provvedimenti che come fine ulteriore avrebbero quello di differire il diritto di cronaca (anche per un anno e mezzo, come ha affermato Lanfranco  Tenaglia, relatore alla Camera del ddl). E’ facile passare per giustizialisti in questi casi, ma io credo che un giornalista debba avere il diritto di riferire ai cittadini ciò che sa sui processi in corso nel Paese, evitando sì di intralciare le indagini, ma senza essere colpito da divieti ulteriori quando cessa il segreto investigativo. Il problema sarebbe più semplice se i giornali non appagassero il voyeurismo del pubblico italiano dando un esasperato risalto a vicende private scabrose, palesemente irrilevanti ai fini dell’informazione giudiziaria. Dunque quello che è più urgente e necessario è che i giornali seguano e aggiornino il proprio codice deontologico, e che ciò avvenga in maniera spontanea all’interno dell’Ordine dei Giornalisti. Per essere davvero libero, un organismo come quello dell’informazione deve autoregolarsi in armonia con le leggi dello Stato, e non sottostare a divieti provenienti dall’esterno. L’articolo 21 della Costituzione sancisce che la libertà di stampa “non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”, ma stabilisce anche che “sono vietate le pubblicazioni (…) contrarie al buon costume”. Non bastava forse la Costituzione per far riflettere i giornalisti del Giornale sull’opportunità della pubblicazione delle foto di Sircana? Era necessario il provvedimento del Garante per la privacy del 16 marzo, che, vietandola esplicitamente pena la reclusione da 3 mesi a 2 anni, si configura come una vera e propria ingerenza nel diritto di cronaca? Quello che serve in questo momento è che i giornalisti riformino la propria sensibilità dall’interno, contribuendo così a rinnovare e migliorare l’opinione pubblica, cercando di liberarla dalla morbosità da reality show che sembra governarla. Solo così l’informazione sarebbe libera, e potrebbe diventare naturalmente rispettosa della privacy degli individui, senza bisogno di divieti. Ma forse l’obiettivo di chi ha proposto la legge non è esattamente questo.

Athena Tomasini

Sbaglieremmo a confinare il dibattito sulla politica estera alla sola questione afghana, così come sbaglieremmo a considerarla solamente il banco di prova della tenuta del governo italiano. In Afghanistan non è in gioco solamente la credibilità internazionale del nostro Paese; ma le diverse scelte e proposte per risolvere il nodo afghano, e dunque la credibilità di quegli organismi, paesi e uomini politici che di queste strategie si fanno promotori. E chi sta giocando di più, in questa partita, è la NATO. Barnett R. Rubin, del Council of Foreign Relations degli Usa, ha sottolineato come l’Afghanistan sia il “testing ground” dell’Alleanza. Ad essa non resta che vincere a tutti i costi  per difendere il suo ruolo di protagonista, capace di svolgere la sua più grande e difficile operazione militare e ribadire il suo primato nella risoluzione delle controversie internazionali nelle quali si richieda un intervento militare, specialmente dopo che l’ONU si è aggiudicata la missione Unifil nel dopoguerra libanese. Ma vincere militarmente, ammesso peraltro che sia possibile, non vuol dire riappacificare l’Afghanistan: per ragioni storiche e geografiche, contro le quali si sono già scontrati i sovietici che avevano il triplo dei soldati di cui dispone oggi l’Isaf, è quasi impossibile vincere una guerra contro una parte consistente della popolazione che di certo non vede di buon occhio le forze della coalizione. Lo stesso Barnett ha scritto in un’influente rivista di politica internazionale statunitense “a meno che il debole governo afghano non riceva sia le risorse che la leadership richieste per far arrivare risultati tangibili nelle aree ripulite dagli insorti, la presenza internazionale in Afghanistan assomiglierà sempre di più ad una occupazione straniera; una occupazione che alla fine gli afgani respingeranno”. Due sono dunque le crisi da affrontare: una militare, l’avanzata dell’offensiva talebana, e l’altra umanitaria. Ed è sulla base di questo principio che deve avvenire un cambio di rotta: o si affrontano entrambe, o il finale può essere catastrofico.
L’Italia, per ora, pur attivandosi con importanti proposte per una nuova strategia non solo militare in Afghanistan (in primis il rilancio di una conferenza internazionale di pace) cerca di mantenersi fuori dal gioco e dal conflitto. In perfetta continuità con le azioni di un non troppo lontano passato, l’Italia riesce ad andare in guerra senza farla (o facendo, al limite, pessime figure), per poi rivendicare (si spera) un posto sul carro dei vincitori. Così, mentre i Talebani annunciano l’offensiva di primavera e l’Alleanza Atlantica si impegna per la controffensiva, con Belgio, Danimarca, Olanda, Gran Bretagna e Canada unici paesi impegnati nei combattimenti, l’Italia si tiene fuori dalle azioni militari conservando sotto il suo controllo Herat, la città dove ha sede il contingente italiano con il suo “Provincial Reconstruction Team” (PRT). Strumento che, all’interno della missione Isaf affidata alla NATO, vuole rappresentare il “volto umano” della guerra, contestato dalle ONG perché costituirebbe una pericolosa e indefinita miscela tra azione umanitaria e azione armata. Ma dire che le nostre truppe si tengono fuori dalla guerra, e che dobbiamo comunque rimanere in Afghanistan in nome di non meglio definiti impegni internazionali, non esclude che sia la guerra ad arrivare da noi. E le affermazioni del titolare della Farnesina, preoccupato che “le truppe italiane non siano in una buona situazione” sono fondate. Kandahar e Herat sembrano infatti essere gli obiettivi dell’offensiva talebana. “Affronteremo momenti difficili” ha ribadito il ministro degli Esteri. E se la guerriglia arriva a  Herat (qualche sparo già c’è stato) possiamo starne certi.  L’Italia dovrà giocare per forza, sarà costretta ad abbandonare il limbo di indecisione, il compromesso “ci siamo ma non combattiamo” e decidere: o si fa la guerra, o si va a casa.

Matteo Lucatello

Quando i media si interessano massicciamente di un evento, inevitabilmente interferiscono con il naturale svolgimento di tale atto. Ciò vale sia per le piccole cose nella vita di tutti i giorni, sia per ifatti straordinari e particolarmente delicati. Spesso infatti per operare con la dovuta cautela situazioni che si mostrano di difficile risoluzione, si fa spesso ricorso agli appelli per il silenzio stampa.
È quanto accade ogni volta in seguito ad un rapimento. La politica e la stampa rendono astratte situazioni di sofferenza reali, complicano la gestione delle trattative per i mediatori. Con l’intervento di giornalisti e politici si spettacolarizza tutto e generalmente essi conoscono a malapena i Paesi e le popolazioni di cui parlano.

Il problema recentemente messo in luce da stampa e politica è relativo alle trattative con i sequestratori. Alcuni paesi, come Stati Uniti, Germania e Gran Bretagna, hanno da sempre affermato la loro fermezza
sostenendo di non voler trattare con i terroristi. E spesso quanto si dichiara è ben diverso dai fatti reali: nonostante essi mantengano posizioni, sono noti i casi in cui questi stessi Stati sono scesi a patti con organizzazioni terroristiche e con Stati detenenti ostaggi. Per citare qualche esempio: il sequestro del personale diplomatico
dell’ambasciata americana di Teheran avvenuto durante la rivoluzione islamica nel 1970; crisi che si risolse con la sottoscrizione di un trattato segreto nel 1981 con oggetto la fornitura di armi americane all’Iran, in quel periodo in guerra con l’Iraq. Israele che nel 2006 aveva usato come casus belli il rapimento di un suo soldato al confine con il Libano, dopo la fine di una inutile guerra ha iniziato a negoziare per la liberazione dell’ostaggio.
Questi eventi, si sa, non fanno notizia, dunque “è giusto che”vengano quasi ignorati dai media e dall’opinione pubblica. Nonostante le posizioni prese da alcuni Paesi, dunque, le trattative per la libertà degli ostaggi avvengono sempre. Il problema è, a questo punto, mantenere gli eventuali accordi come segreti evitando di far trapelare i dettagli delle operazioni. Questo particolare non deve considerarsi come un limite alla libertà di informazione, piuttosto come metodo di tutela nel caso in cui si verifichi nuovamente un rapimento: se fosse assolutamente certo e risaputo che una certa nazione arrivi sempre a patti per salvare i propri cittadini… probabilmente sarebbero
in pochi a viaggiare all’estero.
Con questo si giunge a parlare del caso (o caos?) circa il rapimento del giornalista italo- svizzero di Repubblica Daniele Mastogiacomo, accompagnato dal suo interprete e dal suo autista afgani, avvenuto agli inizi di marzo 2007. Il sequestro è terminato con la liberazione di 4 talebani detenuti nelle carceri in Afghanistan e con la morte dei due afgani rapiti.
I rischi connessi per la liberazione di Mastrogiacomo erano di diversa matrice:
– Credibilità internazionale dell’Italia legata alla trattativa con dei terroristi e, quindi, all’emergere di una possibile “debolezza” del nostro Paese nei loro confronti;
– Utilizzo di una Ong come Emergency (con uno dei fondatori, Luigi Strada, esplicitamente contrario alla nostra presenza militare ed a quella degli alleati) anziché ai nostri reparti militari speciali e dei servizi segreti italiani ed afgani (che avrebbero dovuto collaborare assieme);
– Fomentare i sospetti che non tutti i rapiti godano di pari dignità di trattamento, sia italiani sia, soprattutto, afgani con la conseguenza di accrescere il consenso per i talebani e per il fondamentalismo
anti-occidentale e anti Karzai.
La nostra credibilità internazionale è inoltre minata dalle critiche sempre nuove che in Parlamento e quotidianamente nei giornali, l’opposizione muove contro il governo, sempre alla ricerca delle dimissioni, sempre con la stessa retorica spettacolare. Per liberare Mastrogiacomo si è trattato come il governo di centro
destra fece per altri quattro ostaggi (due sono stati uccisi e tre liberati dai militari statunitensi). Ancora un caso dunque dove l’opposizione ha preferito mettere in crisi il governo perseguendo gli obiettivi di partito, utilizzando per i propri infantili giochi, le vite umane coinvolte nella vicenda.
Infine il quesito: è giusto trattare? Come ogni cosa dipende dalle proprie scelte personali e dai punti di vista. Pensiamo a quanto può essere diverso il ragionamento in politica o agli occhi dell’opinione pubblica. Pensiamo a quanto può essere diverso agli occhi di chi è in ostaggio. Ma ancora pensiamo a tutti coloro che vanno in scenari di guerra per aiutare il prossimo, o per puri scopi giornalistici, consapevoli del pericolo che possono correre. Pensiamo se sia più importante la vita di un uomo o la credibilità internazionale di uno Stato. Probabilmente la vita di un uomo non è quantificabile, ma se lasciamo che altri interessi scavalchino il suo valore, continueremo a compiere gli innumerevoli sbagli che la storia riporta.

Diego Pinna

Signor Nicolai, cosa l’ha spinta a candidarsi?
Il fatto che questa città, chiaramente piena di problemi, non riesce a trovare un candidato all’altezza della sfida. Guardate il centro sinistra: sembra che nessuno, al suo interno, sia in grado di ottenere il supporto necessario, oppure che abbia il fegato di rischiare una candidatura fallimentare. Dall’altra parte abbiamo il centro destra, la cui presunta unità intorno ad un solo candidato non credo possa durare per tutto un mandato.


Come definirebbe allora la sua collocazione politica?
Prima di tutto, chiariamo che io intendo governare con i cittadini e per i cittadini. Vorrei ridurre il solco esistente tra la politica e la società civile. Intendo quindi prendere il meglio d’entrambi gli schieramenti. Mi sento vicino a molte delle battaglie del centro sinistra, che vorrei portare avanti col pragmatismo e la decisione tipiche del centro destra. Insomma, la mia è una lista civica apolitica che strizza l’occhio ai partiti politici.
Perché proprio uno studente ha deciso di mettersi in gioco?
Per combattere la gerontocrazia. Perché siamo stanchi di questi tecnocrati della politica avvinghiati alle poltrone: è ora di sradicarli! E permettetemi di dire che, nella vecchia Gorizia, i giovani sono la categoria meno rappresentata e più bistrattata. Basta chiedersi questo: com’è possibile che in una città che ospita ben tre università ci sia un coprifuoco? Bisogna difendere questi poveri ragazzi, costretti alla perdizione, gettati nelle fauci dell’alcool e delle droghe da politiche giovanili che, ad ogni mandato, si sono fatte sempre più miopi. Io sono il loro candidato con gli occhiali
Cosa pensa quindi degli altri candidati?
Iniziamo col centrodestra. Quanto dura un mandato? 5 anni? Fatti tutti i debiti scongiuri, possiamo non porci qualche dubbio sulla longevità del venerabile Romoli? E se anche mi sbagliassi, come possiamo aspettarci una svolta da un over-settanta che si candida con i fascisti di fiamma tricolore? E il centrosinistra? Un grande punto interrogativo. Un Brancati che va e viene, un Mosetti che sfoglia i rami dell’Ulivo, e un prete spretato che s’appoggia sui compagni che furono.
Poi ci sono alcuni candidati che non esiterei a definire bizzarri: non posso che ammirare la fiducia e l’ottimismo di Tuzzi, Rea e Ferone, aspiranti sindaci sostenuti da gioiose macchine da guerra del calibro della Lista Civica per Gorizia, dell’Udeur rosa e dei Pensionati. Quanto a Glessi…non sembra aver le idee troppe chiare un personaggio che passa dalla nuova Dc al Progetto Nordest del defunto Giorgio Panto. E De Gironcoli? Si chiama come l’ospedale di Conegliano. Nomen omen…  Non nascondo, comunque, di subire il fascino indomito della paladina Stefania Atti, la bastian contraria di via Rastello: ma la leader dei comitati-contro sarà mai a favore di qualcosa?
Qual è il suo rapporto con la minoranza slovena?
Gli amici sloveni sono una parte importante e culturalmente attiva della città. Tenendo ben presente che Gorizia rimane, prima di tutto, una città italiana.
Come si pone, allora, nei confronti del processo d’integrazione europea?
Assolutamente favorevole.. La condizione è che i soldi dei cittadini non siano sperperati in opere e progetti utili solo ad altri. Gorizia è un città che lavora e merita i suoi riconoscimenti.
Tornando appunto alla realtà locale, quali sono i principali problemi di Gorizia?
Molti e pochi. Oppure pochi e molti.  A mio modo di vedere, bisognerebbe ravvivare la città. Gorizia è una delle realtà più vecchie d’Italia; è perciò necessario trovare un modo di stimolarla senza snaturare le caratteristiche del suo tessuto sociale. Prendendo spunto dai nostri giovani amici d’oltre confine, che hanno trovato nel gioco d’azzardo un ottimo volano per la loro economia, potremmo rimpolpare le casse comunali investendo su un tipico gioco d’azzardo per anziani: il Bingo!
Bingo, dunque. Ma come pensa di tutelare chi rappresenta in prima persona,e  cioè i giovani?
La mia giovane età, unita alla mia notevole esperienza, dà di per sé sufficienti garanzie. La vostra domanda è banale e provocatoria: come al solito i giornali cercano il pelo nell’uovo, la polemica sterile.
Ci scusi, ha ragione. Passiamo ad un’altra grande questione d’attualità, quella delle multe. Cosa ne pensa?
Il mio pensiero è molto chiaro: qui ci troviamo di fronte a un fatto gravissimo, ad una palese violazione diritti dei cittadini; diritti che sono garantiti nella nostra gloriosa Costituzione, la quale, all’art.16,  sancisce la libertà di circolazione delle persone. E dov’è la libertà nella repressione che ha colpito i multati? Ciò detto, non intendo usare questo argomento per far campagna elettorale, a differenza di altri…
Mi impegno però, una volta eletto, a prendere di petto il problema con tatto e diplomazia. Lo stesso atteggiamento che terrei sulla questione rifiuti.
Qual è il primo progetto che vorrebbe realizzare, e quale il più importante?
Più che concentrarmi su di un progetto in particolare, voglio che il mio mandata assuma una forma mentis. Nessuna priorità, se non quella di lavorare con i cittadini e per i cittadini.

Davide Lessi
Andrea Luchetta

Vinitaly

Dal 29 marzo al 2 aprile si è tenuta a Verona la quarantunesima edizione del Vinitaly, brillante esposizione fieristica sul mondo dell’enologia. Diciamo brillante per non dire geniale. La nostra redazione non poteva quindi perdere quest’occasione di approfondimento tecnico professionale e ha deciso di inviare, con rigorosa serietà scientifica, un suo accreditato membro. Vinitaly è la manifestazione di riferimento dell’universo enologico nazionale ed internazionale. Essa è la fiera commerciale numero uno per dimensioni e, nel corso del tempo, ha acquisito una crescente rilevanza mondiale grazie alla sua capacità di aggiornarsi ed adeguarsi alle nuove esigenze. Attualmente essa non è più solo un’esposizione commerciale, ma è diventata un vero e proprio “evento imperdibile” per gli appassionati del settore o per i semplici curiosi. Inoltre Vinitaly, che quest’anno ospitava 4.300 espositori su una superficie di quasi 86mila metri quadrati, è l’unica esposizione che si rivolge all’intera tipologia degli operatori del comparto: produttori, importatori, distributori, ristoratori, tecnici, giornalisti, opinion leaders. Oltre che un’ottima occasione economica per i produttori e i venditori di vino e, in misura ancora marginale, di olio, essa è un’occasione per conoscere le novità del settore e per il conferimento di importanti premi. La partecipazione è stata molto ampia con 150.000 visitatori di cui 38.000 presenze straniere, con un incremento del 15% rispetto all’anno precedente. Dopo questa doverosa introduzione veniamo alle diverse impressioni raccolte. Ciò che colpisce immediatamente è la vastità e la varietà degli stand e la folla costantemente presente. Nei cinque giorni di fiera è pressoché impossibile trovare parcheggi liberi in tutta la zona industriale e fieristica di Verona e numerosi sono i disagi creati alla viabilità. Gli espositori sono suddivisi in base alla loro provenienza regionale: vi sono alcune regioni, come il Friuli Venezia Giulia e il Veneto, che posseggono uno stand accessibile a tutti, dove si possono degustare i vini tipici del luogo. Questi  stand gestiti da consorzi regionali sono attorniati poi dai singoli espositori locali che presentano i loro prodotti. Per le altre regioni v’è un semplice raggruppamento dei singoli espositori all’interno di uno stesso padiglione. Sicuramente, rispetto al passato, questa manifestazione si sta orientando verso un mondo specializzato e competente, ma per ora è ancora possibile accedervi e, quindi, degustare i vari vini in qualità di semplici appassionati. Dopo un iniziale spaesamento ed imbarazzo dinnanzi al numero estremamente ampio di alternative, sono iniziate le degustazioni mirate dei vini, suddivisi in base al luogo di produzione. Generalmente non erano richieste particolari credenziali, salvo nel caso di vini o etichette particolarmente prestigiose e costose. Il Vinitaly è un’esperienza che può essere vissuta in diversi modi. Esso offre realmente la possibilità di apprezzare la varietà di sapori e profumi dell’universo enologico italiano, attraverso un confronto diretto e immediato dei diversi vini o di vini simili provenienti da regioni con caratteristiche dissimili. Vi sono numerosi stand in cui è possibile, se si conserva abbastanza lucidità, dialogare direttamente con i produttori o con degli esperti che spiegano le caratteristiche del vino, le tecniche di produzione e gli abbinamenti consigliabili, trasformando così quella che alcuni considerano una semplice bevuta in un’esperienza davvero formativa ed interessante. A tutti coloro che volessero parteciparvi in futuro si consigliano perciò qualche conoscenza in materia enologica, una piccola pianificazione sulle zone e sui vini d’interesse (giusto per non restare troppo disorientati) ma soprattutto nell’ordine: un’abbondante colazione, un paio di panini di dimensioni ragionevoli per il pranzo, un po’ di curiosità e non la semplice voglia di “sbronzarsi” e magari, per sicurezza, un autista astemio.

Andrea Bonetti

Analisi degli sviluppi energetici.

Di fronte a ripetute ed annunciate crisi di produzione energetica nei settori sviluppati nell’ultimo secolo, vale a dire produzione nucleare ed estrazione di petrolio e gas, e quindi di fronte a future possibili crisi di produzione industriale; di fronte soprattutto ad una dipendenza di molti paesi, anche del cosiddetto nucleo forte produttivo, a politiche energetiche altrui, si inizia a delineare una nuova linea d’azione che possa avere un domani la ribalta, che possa cioè scardinare un sistema di produzione che potrebbe portare al crollo degli odierni imperi industriali.
L’energia si profila come tematica sempre più influente all’interno dei rapporti tra Stati, nelle politiche internazionali, economiche, di sviluppo. Assistiamo così, non senza paure da parte di coloro che detengono il potere energetico, ad una possibile ribalta della teoria centro-periferia. Se fino ad oggi i pochi paesi produttori avevano creato solo dipendenza piuttosto che interdipendenza con i paesi terzi, viene ora, al contrario, teorizzata la base da cui partire per un eguale redistribuzione delle risorse, dove i piccoli paesi potranno sopperire alla mancanza di elementi tecnici attraverso lo sviluppo energetico, di cui i big countries erano finora detentori. Potrebbe delinearsi quindi la soluzione al problema del sotto-sviluppo, ricercata in un sistema parallelo a quello offerto dalle cooperazioni internazionali.
Si può quindi parlare di una vera e propria, almeno così sembra, liberalizzazione delle produzioni energetiche, che si diffonde sempre più lungo due direttive: una diffusione in numero di paesi; una diffusione per tipo di produzione. Da un lato, i vecchi sistemi di produzione diventano più appetibili anche a piccoli paesi, sotto l’egida di Stati Uniti e Russia, in una sorta di continuum delocalizzato di guerra fredda. Il nucleare stesso arriva al giorno d’oggi a non essere la vera soluzione al problema energetico, ma resta comunque conteso più che mai per motivi “strategici”: sempre più paesi, tra cui Iran e Corea del Nord, con legittimità ne richiedono l’utilizzo. Decidere poi se questo sia a fini civili o militari è impossibile. Inoltre, grandi paesi, come la Francia, dovranno decidere a breve se rinnovare l’impianto produttivo nucleare, sviluppandolo, o indirizzare i propri investimenti verso nuove direttive. Nonostante lo scetticismo su uno sviluppo del nucleare, resta incomprensibile l’inutilizzo di strutture nucleari pre-esistenti: sottolineo che si sta mettendo in causa lo sviluppo, non il mantenimento. Prima grande maestra del futuro sviluppo del nucleare sembra essere rimasta la Russia: abbiamo assistito al viaggio della delegazione del gruppo economico russo Atomstroiexport in Marocco per la costruzione di una centrale a Casablanca. Dall’altro lato, si sviluppano sempre più le ricerche ed i finanziamenti statali ad iniziative private sulle energie rinnovabili, solare in primis. Il Comune di Roma impone negli attuali codici di costruzione l’obbligatorietà del solare termico per gli edifici di nuova costruzione. Nella Penisola Iberica è iniziata una vera e propria competizione: il Portogallo ha appena inaugurato a Serpa, nel sud del paese, la più grande stazione foto-voltaica del mondo, a dire del quotidiano Público, estesa per 34 Ha di terreno con ben 52.000 pannelli solari. Spaventoso? È l’aggettivo adatto. La Spagna dal canto suo reclama in Navarra il primato mondiale in regime di comproprietà, avendo comunque al suo attivo “la promozione di sette nuove installazioni nella medesima zona, nove nell’intero territorio spagnolo” come riporta El País. In un futuro energetico di libera concorrenza, non bisognerà però dimenticarsi della sostenibilità ambientale. È questo il primo cambiamento da effettuare se davvero si entrerà in nuova era energetica. Perché gli ettari di terreno utilizzati sono ettari tolti all’agricoltura, ma soprattutto alla natura. Potrebbe significare cedere terreno alla desertificazione.
In Italia, a partire dal gennaio dell’anno corrente, si è posto fine al monopolio Enel; forse l’atto politico finora più importante del Governo Prodi. Lo Stato si porta avanti come finanziatore di progetti energetici privati e molte aziende stanno investendo soprattutto in energia solare per diminuire le spese. Ma le aspettative di tutti si volgeranno ben presto verso il BRIC (Brasile, Russia, India e Cina), ossia verso quei paesi che sono in piena crescita economica e che avranno modo di scegliere, liberamente, se costruire il proprio sviluppo sulle basi energetiche classiche o fondare le loro strutture economiche su qualcosa di più solido e duraturo, nonché sostenibile.
Nella nostra società e in molti paesi avanzati si stanno rimettendo in discussione queste basi, per  guardare effettivamente avanti. In questo, l’aspetto più interessante è che la nuova politica energetica nasce e si sviluppa grazie all’iniziativa privata, con l‘aiuto statale. È poco. È già qualcosa.

Edoardo Buonerba

Ogni essere vivente fugge il dolore ed anche all’uomo non è dato di sottrarsi a questa dura logica. Non è questo un mero assioma, bensì una semplice constatazione di quella che pare essere la natura del vivente: l’umano è mortale, fragile, sensibile. Di conseguenza, malgrado i suoi sforzi, l’uomo è destinato a sperimentare la sofferenza e la morte; perché il prezzo che la vita esige è invecchiare, veder morire e morire. Se quindi l’uomo non può cancellare il dolore, lungi dal doversi annichilire in esso, egli deve quantomeno accettarlo.
Non si tratta d’imporre una nuova etica del dolore, ma di sottolineare come oggidì si corra un rischio egualmente pericoloso: quello di fuggirlo ad ogni costo. La ricchezza dei mezzi tecnico-scientifici attualmente disponibili, infatti, ha permesso la creazione di un Universo sempre più antropocentrico, che l’uomo può piegare alle sue esigenze, nell’utopica illusione di estirpare ciò che lo intimorisce. La sofferenza è tabù. In ogni sua forma va estirpata.
L’uomo ha estirpato la malattia e la vecchiaia. Il modello che oggi viene proposto è quello di giovani rampanti, attivi, belli, consumatori, quindi felici. A nulla è concesso di turbare questa effimera visione: madri cinquantenni competono con le figlie adolescenti, il silicone è ormai a pieno titolo uno degli elementi che compongono il nostro corpo, tutti sono belli o possono diventarlo. In tutto questo, anziani, disabili e malati non possono trovare spazio, e vanno celati in case di riposo e ospedali. Ci viene vietata la vista della corruzione del corpo. La consapevolezza della nostra limitatezza ed imperfezione risulterebbe deleteria, portando al collasso il moderno sistema. Le figure di nonni proposte sono immancabilmente vispe, arzille, spensierate ed eccezionalmente longeve.
L’uomo tenta, giorno dopo giorno, di estirpare la morte. Nessuno più esala il suo ultimo respiro tra le mura domestiche ed ogni contatto con la morte viene meno. Spesso, anche la preferenza accordata in modo crescente alla cremazione, all’imbalsamazione, al congelamento criogenico, non è che l’implicito desiderio di proclamare la propria vittoria su quella che è inevitabilmente vissuta come la più estrema delle umiliazioni: la decomposizione. Così pare all’uomo di carpire l’onnipotenza.
Morire diventa desiderabile solo quando significa quiete ed insensibilità. In questi termini, esso diviene una via di fuga dal reale. E l’uomo può quindi decidere di preferirlo, per non soffrire, non solo nei più espliciti casi di suicidio ed eutanasia, ma anche attraverso l’uso di droghe. In questa logica l’eutanasia, che parrebbe un atto anticonformista, di rifiuto dei valori generalmente condivisi e quindi antisociale, diventa invece freddamente logico. Essa risponde appieno all’unico metro di misura che a questo tipo di uomo è rimasto: ossia, un calcolo economico tra piacere e dolore.
L’eutanasia, ad esempio, per quanto possa essere una scelta sofferta, più che un affronto al sistema risulta essere una piena conversione ai valori dominanti. Laddove non si è più in grado di rispondere ai requisiti dell’individuo moderno (salute, integrità fisica, successo sociale, ricchezza, bellezza) diventa preferibile darsi la morte, in una delle sue molteplici forme. Al contrario, la vera scelta destabilizzante è di sopportare consapevolmente ciò che altri rifiuterebbero. Chi vive accoglie il dolore.
Rinnegare la sofferenza, inoltre, implica un’esistenza più sola. Questo perché difficilmente chi non ha mai provato alcuna pena riuscirà a comprendere quelle altrui. Non a caso in numerose culture proprio l’esperienza del dolore viene ritenuta la sola esperibile per comprendere appieno il prossimo. Nella dimensione religiosa, la sofferenza è tramite per l’amore e la comprensione degli altri, oltre che per una visione più genuina della vita umana. Nel Buddismo, il patire insieme è una delle vie per giungere alla salvezza. Nella dottrina cristiana, la stessa Passione del Cristo è il momento in cui Dio incontra l’uomo, sperimentando su di sé il dolore e la morte.
Accettare il dolore non è mai facile per nessuno e parlarne in questo modo non equivale ad una sua fanatica esaltazione. Ma rifiutarlo significa disconoscere i propri limiti e la propria umanità.

Andrea Bonetti
Rodolfo Toè

Antonio di Benedetto

Un romanzo con forti spunti autobiografici. Un autore argentino, sconosciuto, definito dalla rivista la Nación come “uno dei segreti meglio custoditi della letteratura nazionale”. Un libro che lentamente, con la calma di solo chi ha la consapevolezza di dove vuole arrivare, inserisce il lettore all’interno della storia, lo imprigiona, lo lega a sé e ne smarrisce la certezza del suo quieto vivere.
Un episodio banale, quotidiano, scontato. Il rumore di un autobus che si rivelerà fatale. Dal rumore del motore di un autobus che mai viene spento inizia la disperata, ansiosa e spasmodica ricerca di porvi fine. L’uomo del silenzio, protagonista dalla celata identità inizia il suo viaggio verso l’irrazionalità, verso il totale isolamento che pervade ogni attimo, ogni istante del proprio essere. La drammatica storia di un uomo che tenta di combattere contro il mulino a vento del rumore prodotto dalla società industriale; l’affanno ossessivo di sottolineare la propria condizione scellerata davanti al mondo. Un mondo scostante, indifferente, distante che non offre il suo ascolto ma che legittima e vive con e per il rumore. Quasi un uomo kafkiano centro nevralgico di questa illogica storia che si poggia ad una giustizia non curante dell’appello disperato, kafkiane pure le figure del potere che gli ruotano attorno. Personaggi che impediscono a “el silenciero” di procedere nella sua frustata lotta alla musica imposta. Gli unici rapporti umani si delineano con poche figure: la madre, metafora dell’accondiscendenza e del perdono, la moglie Nina, donna umile che mostra i suoi sentimenti e le sue emozioni attraverso il canto e l’amico Besarión, alter ego e coscienza del protagonista, odiato ma allo stesso tempo ricercato. E da sfondo il sogno. La dimensione onirica, quella in cui il protagonista trova pace, in cui egli trova l’oblio dei sensi, unico salvagente, unica soluzione al rumore incessante, che persegue, che si presenta ad ogni occasione. L’uomo solo, l’eroe maledetto combatte la sua ardua battaglia contro una società fredda che non comprende. L’uomo abbandonato cambia continuamente casa, vive in pensioni, affitta appartamenti, nel desiderio di porre fine all’odiato suono materiale pur senza distaccarsi dalla società. “La sua avventura contro il rumore è metafisica…Lei la intesse soprattutto nella testa, con elementi sottili a partire dal nulla”. Il rumore metafisico, un malessere dell’animo umano, la volontà del silenzio assoluto che spinge l’uomo a staccarsi da qualsiasi rapporto sociale, a vivere (anche se il suo obiettivo è quello di essere) solo in funzione dell’assenza di rumore, finiscono in un continuo ripetersi di fallimenti, sconfitte, problemi irrisolti sino a sfociare nell’ordinaria follia. Il profondo malessere del protagonista affonda le sue radici anche nell’incapacità di scrivere il libro della sua vita “il tetto”. Titolo emblematico, simbolo del bisogno viscerale di un rifugio, unico luogo in cui può cessare la travolgente ossessione. Nell’angosciante tentativo di uccidere una qualsiasi fonte di rumore, il protagonista rivolge l’arma contro se stesso, colto all’ultimo momento dalla voglia di raggiungere l’Aldilà, immaginando un silenzio incorruttibile, fallisce nuovamente provocandosi una parziale sordità. E ancora in questa nuova condizone non riesce a raggiungere la quiete. Egli immagina, ricorda i rumori registrati. Persiste allora nella sua violenta corsa verso la pace, raggiungendo un’assurda irrazionalità.
Storia della perdizione dell’animo umano. Storia di un male di vivere, della volontà di essere e non esistere, dell’inquietudine di una società dalla quale l’uomo si vuole distaccare, scostare, alienare ma di cui ormai non può più farne a meno. L’uomo imprigionato, uomo che non pone rimedio alle proprie ossessioni e che non riesce ad essere secondo le condizioni che egli stesso impone.

Nicoletta Favaretto

Parafrasi e commento.

Due uniche parole: Poesia Assoluta. Essenziale. Senza alcun bisogno di spiegazione. La poesia è data. La poesia è offerta al pubblico. O si capisce o non si capisce. O la si apprezza o la si rifiuta in toto. O colpisce il gusto personale o lo manca totalmente. Non c’è nulla da fare. “Absolute Poetry” rassegna organizzata dal comune di Monfalcone è una sfida. Si propone con forza, con decisione, impassibile davanti a chi insinuava il dubbio di un possibile fallimento. Il festival della poesia ha dimostrato che il pubblico apprezza, che il pubblico ha sete di poesia, che necessita di staccarsi dalla monotona quotidianità per raggiungere tramite la sensibilità di pochi, l’indicibile, i lati nascosti dell’animo umano. “Benvenuti su questa nostra ardita, futuristica, ancestrale, bellissima nave.” Così recita la presentazione. Così Monfalcone presenta il suo cantiere. Un luogo simbolo della città stessa. Un luogo che contiene ogni momento poetico; dall’ispirazione, alla stesura di alcuni versi; dal labor limae alla lettura dei componimenti. “Absolute Poetry” presenta al pubblico la poesia in ogni suo aspetto. Ricorda il sudore, la fatica, il lavoro del poeta; ha bisogno dell’energia sprigionata dai versi, dalle poche parole che per uno strano caso del destino si trovano vicine e sanno donare un’emozione a chi le ascolta. I “cantieri internazionali di poesia” propongono al pubblico, all’estraneo, a chi si affaccia timidamente, con diffidenza a questo mondo, a chi lo ama ma lo teme allo stesso tempo, una rassegna di nomi. Nomi che evocano e rispondono all’esigenza di poeticità. Autori che con il loro lavoro hanno contribuito all’espansione di questa realtà, alla diffusione del suo messaggio e lo hanno fatto filtrando l’esterno con la loro sfera interiore. Autori che come le strofe di un componimento breve, liberano magicamente il loro animo inconsueto e affidano le loro parole composte all’aria del Teatro Comunale respirata da un pubblico sognante.
La flessuosa forma della poesia viene accompagnata dolcemente nel suo scorrere da immagini, suoni, colori a testimoniare innegabilmente che l’arte non si spiega per compartimenti stagni, ma si serve di ognuno di essi per meglio esaltare le proprie qualità. La prima serata comunica perfettamente i motivi alla base degli incontri. Il palcoscenico è un cantiere aperto. Si lavora, si costruisce, ci si dispera, si resta appagati del proprio produrre. La prima strofa della serata si apre con la serena umiltà dell’autore friulano Gian Mario Villalta. Il poeta conduce i propri versi attraverso un concreto “sentire”, offre immagini di ogni giorno, un pettirosso posato su una siepe, una stazione di servizio lungo l’autostrada. “È attraverso ciò che il corpo percepisce, che scaturisce la sua poesia apparentemente semplice”.
Lo spettacolo continua all’insegna dei colori rosso e nero. Una voce calda, avvolgente e una zingara della poesia internazionale, Tracy Splinter. “Why am I writing? Perchè sto scrivendo?”. La poetessa sudafricana naturalizzata tedesca si serve della comunicazione corporea. La sua poesia s’intreccia con le movenze sensuali del corpo, con la seduzione della propria voce e si fa simbolo del multiculturalismo e del nomadismo intellettuale perchè il mondo “è uno scambio di pensieri e noi dobbiamo lasciare che si tocchino”.
Terza strofa. Siamo nuovamente in Italia. Una coppia: Edoardo Sanguineti e Stefano Scodanibbio. Una voce e un contrabbasso. Il grande scrittore genovese, critico appartenente al Gruppo ’63 si definisce un “politico prestato alla poesia” e propone due proprie opere “Postkarten” e “Alfabeto Apocalittico” dimostrando la sua stretta confidenza con l’universo della parola. Legge Sanguineti, continua a leggere. In “Postkarten” la sua voce decisa, ferma, tranquilla ma che si poggia su abili intonazioni quasi impercepibili, ci porta lontano, attraverso incontri di anime, in una poesia quotidiana, giornaliera e giornalistica, a volte retorica. Viaggiamo assieme a lui per l’Europa incontriamo “piccioni e infermiere in moto perpetuo” e ci abbandoniamo alle cartoline, a frammenti di luoghi, frammenti di riflessioni in sospeso tra la libera invenzione e la ricerca della maggiore varietà ritmica. “Sono morto molte volte almeno e adesso che potrei dire tutto perchè sono morto, non ho da dire più niente. Ecco.” Così finisce l’esercizio, così finisce il lamento del contrabbasso, per poi iniziare nuovamente con “Alfabeto Apocalittico”. Lavoro in 21 ottave, una per ogni lettera dell’alfabeto. Opera che dimostra gran stile e grande capacità di gestire il linguaggio poetico, accompagnata dalle proiezioni su schermo delle 21 lettere dipinte da Baj con la consueta impronta erotico-dissacrante.
Conclude il componimento una voce proveniente dall’Africa, dal Senegal, quella di Badara Seck. Ora è il giallo che pervade ed è il canto che domina, quello della nuova identità africana, testimonianza del ruolo attivo nelle trasformazioni dei suoi popoli.
Filo conduttore della serata sono le immagini di Giacomo Vernes che interpetano il contenuto dei testi e simultaneamente sono proiettate nello schermo. Questo perchè come dice Vernes stesso “in televisione vi sono solo figurine”. Allora ringraziamo “i cantieri internazionali di poesia”. Ringraziamoli perchè sappiamo che ormai consumati dalle “figurine” possiamo ancora una volta recarci a teatro e condividere al buio, in silenzio le nostre emozioni con chi diversamente da noi le esprime liberamente e le affida alla voce.

Nicoletta Favaretto

In occasione della Pasqua non potevamo non proporre ai nostri lettori un dolce che fa tipicamente capolino in questo periodo dell’anno, e per allargare i nostri orizzonti abbiamo scelto la fugazza vicentina. Come gli altri dolci della tradizionale pasticceria pasquale delle varie regioni d‘Italia, anche la fugazza è una ricetta semplice, ispirata alla semplicità del mondo agreste. Un consiglio, questo delicato dolce può essere assaporato anche con una spruzzatina di grappa.

Ingredienti: 500g di farina speciale per pizza, 140g di zucchero, 12og di lievito, 25g di lievito di birra, 2 uova, una bustina di vanillina, un’arancia, un limone, granella di zucchero, sale.

Impastare 150g di farina e il lievito con circa 75g di acqua. Coprite il panetto ottenuto e fatelo lievitare finché non sarà triplicato di volume. Dunque lavoratelo con la farina rimanente, le uova, il burro e, quando sarà ammorbidito, utilizzate la scorza degli agrumi grattugiata, la vanillina e un po’ di sale ottenendo una pasta liscia. Copritela e fatela raddoppiare di volume. Ponetela poi su una teglia coperta di carta da forno, dentro un anello (diametro 21 cm). Incidetela a croce e lasciate lievitare fino a riempire l’anello. Cospargete con la granella di zucchero e infornate a 180°C per 30 minuti circa, ricordando però di coprire con alluminio dopo i primi 20 minuti.

Massimo Pieretti

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