Un romanzo con forti spunti autobiografici. Un autore argentino, sconosciuto, definito dalla rivista la Nación come “uno dei segreti meglio custoditi della letteratura nazionale”. Un libro che lentamente, con la calma di solo chi ha la consapevolezza di dove vuole arrivare, inserisce il lettore all’interno della storia, lo imprigiona, lo lega a sé e ne smarrisce la certezza del suo quieto vivere.
Un episodio banale, quotidiano, scontato. Il rumore di un autobus che si rivelerà fatale. Dal rumore del motore di un autobus che mai viene spento inizia la disperata, ansiosa e spasmodica ricerca di porvi fine. L’uomo del silenzio, protagonista dalla celata identità inizia il suo viaggio verso l’irrazionalità, verso il totale isolamento che pervade ogni attimo, ogni istante del proprio essere. La drammatica storia di un uomo che tenta di combattere contro il mulino a vento del rumore prodotto dalla società industriale; l’affanno ossessivo di sottolineare la propria condizione scellerata davanti al mondo. Un mondo scostante, indifferente, distante che non offre il suo ascolto ma che legittima e vive con e per il rumore. Quasi un uomo kafkiano centro nevralgico di questa illogica storia che si poggia ad una giustizia non curante dell’appello disperato, kafkiane pure le figure del potere che gli ruotano attorno. Personaggi che impediscono a “el silenciero” di procedere nella sua frustata lotta alla musica imposta. Gli unici rapporti umani si delineano con poche figure: la madre, metafora dell’accondiscendenza e del perdono, la moglie Nina, donna umile che mostra i suoi sentimenti e le sue emozioni attraverso il canto e l’amico Besarión, alter ego e coscienza del protagonista, odiato ma allo stesso tempo ricercato. E da sfondo il sogno. La dimensione onirica, quella in cui il protagonista trova pace, in cui egli trova l’oblio dei sensi, unico salvagente, unica soluzione al rumore incessante, che persegue, che si presenta ad ogni occasione. L’uomo solo, l’eroe maledetto combatte la sua ardua battaglia contro una società fredda che non comprende. L’uomo abbandonato cambia continuamente casa, vive in pensioni, affitta appartamenti, nel desiderio di porre fine all’odiato suono materiale pur senza distaccarsi dalla società. “La sua avventura contro il rumore è metafisica…Lei la intesse soprattutto nella testa, con elementi sottili a partire dal nulla”. Il rumore metafisico, un malessere dell’animo umano, la volontà del silenzio assoluto che spinge l’uomo a staccarsi da qualsiasi rapporto sociale, a vivere (anche se il suo obiettivo è quello di essere) solo in funzione dell’assenza di rumore, finiscono in un continuo ripetersi di fallimenti, sconfitte, problemi irrisolti sino a sfociare nell’ordinaria follia. Il profondo malessere del protagonista affonda le sue radici anche nell’incapacità di scrivere il libro della sua vita “il tetto”. Titolo emblematico, simbolo del bisogno viscerale di un rifugio, unico luogo in cui può cessare la travolgente ossessione. Nell’angosciante tentativo di uccidere una qualsiasi fonte di rumore, il protagonista rivolge l’arma contro se stesso, colto all’ultimo momento dalla voglia di raggiungere l’Aldilà, immaginando un silenzio incorruttibile, fallisce nuovamente provocandosi una parziale sordità. E ancora in questa nuova condizone non riesce a raggiungere la quiete. Egli immagina, ricorda i rumori registrati. Persiste allora nella sua violenta corsa verso la pace, raggiungendo un’assurda irrazionalità.
Storia della perdizione dell’animo umano. Storia di un male di vivere, della volontà di essere e non esistere, dell’inquietudine di una società dalla quale l’uomo si vuole distaccare, scostare, alienare ma di cui ormai non può più farne a meno. L’uomo imprigionato, uomo che non pone rimedio alle proprie ossessioni e che non riesce ad essere secondo le condizioni che egli stesso impone.

Nicoletta Favaretto