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Il libano che avanza (e marcia) verso il futuro

Storicamente si fa coincidere l’inizio di una guerra, di uno scontro armato, con un evento particolare, ben identificabile nel tempo, in modo che sia semplice analizzarlo. Facendo questo però assumiamo la storia come composta da tanti monoliti, da eventi a se stanti. Ciò che sfugge ai più, a chi può informarsi solo attraverso giornali e televisione, è che esistono infinite tensioni latenti. Tensioni che possono sfumare e annullarsi, così come caricarsi di colori accesi per poi esplodere.

L’attenzione si focalizza spesso solo sulla fase “esplosiva”, ignorando ciò che sta veramente all’origine delle cose.

Ciò che accade in Libano è un ennesimo esplodere di tensioni latenti, una ennesima situazione spinta al limite e sfociata nello scontro armato. È l’evento più grave dalla guerra civile del 1975-90, come recitano all’unisono tutte le maggiori testate dei giornali che si sono interessati.

In queste settimane, si è verificato un altro passo verso il recupero, o meglio, verso il pieno acquisto della sovranità dello stato libanese. Questo lento cammino è iniziato alla fine della guerra civile nel 1990, ha accelerato il passo con la “Rivoluzione dei Cedri” e i suoi scontri armati nel febbraio 2005. La situazione ha assunto ora un carattere più internazionale grazie alla risoluzione 1595 dell’Onu: si istituisce un tribunale internazionale per giudicare i responsabili della morte dell’ex premier libanese Rafiq Hariri, ucciso in un attentato dinamitardo il 14 febbraio del 2005 con altre 22 persone.

Una parte della popolazione libanese, sunnita e vicina a Hariri e al premier Siniora, festeggia. Gli sciiti di Hezbollah e Amal, alleati della Siria, considerano la decisione un’ingerenza dell’Occidente. I cristiani sono divisi. Tutti, favorevoli o contrari, temono che la notizia faccia esplodere il conflitto latente in un Paese dove ogni giorno si contano i morti. Nel frattempo persino Al Qaeda cerca di ritagliarsi un suo spazio nel Paese, sfruttando l’annoso problema dei campi profughi palestinesi.

La verità è che stati come il Libano, oltre a tanti altri paesi del mondo ancora hanno l’assoluta necessità, e il naturale bisogno, di sentirsi al sicuro nei propri confini. La comunità internazionale ha iniziato a muoversi per sostenere questa ricerca di stabilità e sicurezza: lo testimoniano le risoluzioni Onu in questo ambito, l’interesse stesso che si rivolge a tale crisi, come pure piccoli gesti simbolici e spesso nascosti, come azioni diplomatiche di sostegno, lontane dai riflettori momentanei della stampa. E lontane soprattutto dalle spettacolari promesse di intervento militare degli Stati Uniti, che si illudono di poter assicurare stabilità e sicurezza con la loro presenza. L’effetto sarebbe quello di un nuovo teatro di scontri tra terroristi di ogni specie e il “nemico invasore americano”.

La soluzione invece deve essere a lungo termine, deve poter risolvere in primo luogo il problema della mancanza della piena sovranità del Libano, lo scioglimento di tutti i gruppi armati e porre le basi per favorire un dialogo di stampo democratico. Mentre per una stabile soluzione della crisi dei profughi palestinesi bisognerà attendere di risolvere il più grosso problema Israelo-Palestinese, l’unico che potrebbe muovere verso una stabilizzazione dell’intero scenario mediorientale. Iran escluso.

Diego Pinna

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Il cammino della Turchia verso l‘Europa.

C’è chi teme di frantumare un’identità che ha plasmato con gran fatica e chi è sicuro che un’identità da difendere non ci sia mica. C’è chi ha paura che l’islamismo radicale sfondi la porta della cattedrale d’Europa e invada le sue antiche navate e chi invece progetta ponti tra un occidente ed un oriente mai così distanti. La Turchia conta 70 milioni di abitanti, dei quali il 98% è di religione islamica. E il vecchio continente non pare considerare la questione religiosa come il più irrilevante dei dettagli, come la bagarre divampata nel 2003 per il mancato inserimento di un cenno alle “radici cristiane” nella Costituzione europea ci ha insegnato… Cose che succedono, difficile scendere a patti quando l’oggetto del compromesso è Dio. O forse qualcun’altro, di ben più terrena natura, che gioca a nascondino accoccolato dietro la sua ala. Di più, le notizie che rimbalzano da Ankara nell’ultimo mese non tranquillizzano i difensori della cristianità d’Europa: lo scorso 25 aprile per soli sei voti l’attuale ministro degli esteri Abdullah Gul, del partito Partito islamico della giustizia e dello sviluppo, (lo schieramento del primo ministro Erdogan) non ha raggiunto la maggioranza indispensabile per l’elezione a nuovo Presidente della Turchia. Sei miseri voti hanno diviso la laica repubblica turca dal divenire uno stato confessionale. Non è cosa da poco. Risultato: la mobilitazione di un Paese, strade della capitale debordanti di cittadini accorsi nel nome della laicità del loro stato. Come loro padre, Mustafa Kemal Atatürk, nel 1923, aveva loro insegnato. E poi c’è l’esercito, l’istituzione più popolare del Paese con più del 70 % dei consensi, che tra Stato e religione ci si è sempre trovato bene e che ha preso per mano la causa dei manifestanti, ergendosi a estremo baluardo della Turchia laica. Se necessario, prenderà apertamente posizione. Pure. A qualcuno, ha rievocato sinistre promesse di golpe. Il 6 maggio il teatrino del pugno di voti mancanti si è ripetuto e Gul, come anticipato, ha ritirato ufficialmente la sua candidatura presidenziale. Nella settimana successiva il Parlamento ha approvato una riforma costituzionale che prevede l’elezione diretta del capo dello stato da parte del popolo; elezioni il prossimo 22 luglio e problema della difesa della laicità dello stato rimandato, risolto assolutamente no. No, perchè al momento valide alternative all’Akp di matrice islamista non sembrano esistere sulla scena politica turca ; i partiti della destra marciano ancora lontani dalla creazione di quel partito Democratico che, nelle intenzioni, dovrebbe comporre i diversi frammenti in vista di uno schieramento unitario. E a sinistra, l’estrema polverizzazione dei raggruppamenti non lascia troppe speranze verso la creazione di una forza politica in grado di competere alle presidenziali (già lo si sapeva, tutto il mondo è paese). Vuoto a destra e vuoto a sinistra, l’Akp di Erdogan ringrazia e si prepara ad incassare, forte dei buoni risultati ottenuti alla guida del governo. I migliori negli ultimi cinquant’anni dal punto di vista della crescita economica, dell’imbrigliamento dell’inflazione e del proliferare di riforme costituzionali e giuridiche. Si aggiunga poi il merito di aver avviato le trattative per un futuro possibile ingresso della Turchia nell’unione europea. Fino a pochi anni fa, pura fantascienza.
L’Europa cosa risponde? Sarkozy dice no, e questo già si sapeva. Insostenibile il pensiero di offrire in pasto agli islamici ulteriori fette di sovranità francese. E poi l’Unione è europea, mica dell’Asia minore. Ma c’è chi gli contesta che l’Europa non è mero concetto geografico e srotola pagine di esempi a testimonianza della profonda integrazione già esistente tra europei e Paese della mezza luna: a partire dall’opera di modernizzazione ed occidentalizzazione compiuta da Ataturk, passando per la collaborazione con gli Stati Uniti in tempi di guerra fredda e per l’adesione alla NATO nel ‘52, fino a giungere ai massicci movimenti migratori dei giorni nostri. La Turchia sembrerebbe più Europa di quanto si pensi. La palla passa dunque, più che al popolo turco e al verdetto delle sue urne, alla classe politica europea. Basterebbe capire se il progetto di fantaingegneria, che prevede la costruzione di una coscienza comune a tutti i paesi membri dell’ UE, sia tramontato o se invece stia ancora faticosamente tentando di diventare realtà. Basterebbe capire che cosa insegua questa Europa. Il processo di allargamento sembrerebbe aver individuato nell’ampliamento del mercato unico la sua esigenza primaria. Ampliamento a discapito dell’approfondimento delle relazioni tra i suoi Paesi membri. In questo panorama, è ancora credibile appellarsi a radici culturali e religiose in comune? La Turchia aspetta delle risposte. Il vero problema è che a Bruxelles ancora non ce le hanno.

Davide Goruppi

“Ûs e sparcs”

Per 4 persone: 1kg di asparagi, 4 uova sode, olio extra vergine di oliva, aceto, sale e pepe.
Dopo aver lavato accuratamente gli asparagi, lessarli legati a mazzo, ritti con le punte fuor d’acqua.
Rassodare le uova, sgusciarle, tagliarle a metà nel senso della lunghezza e servirle con gli asparagi.
Condire con olio extra vergine di oliva, buon aceto di vino,  sale e pepe.
Servire con Tocai friulano o Pinot bianco.

“L’asparago friulano, delizia del nord-est italiano”
La primavera porta con sé i germogli dell’orticola più coltivata in Friuli Venezia Giulia: l’asparago. Tipico della regione è quello bianco, coltivato specialmente nella zona morenica di Tavagnacco e Tricesimo, nelle pianure di Latisana, Fiumicello e San Vito al Torre e a Fossalon, Cormóns e Sant’Andrea nel goriziano. Non mancano tuttavia asparagiaie che ne producono di verdi né luoghi ove trovarne di tipo selvatico.
Pietanza molto amata dai friulani, l’asparago è consumato preferibilmente da marzo a giugno poiché è questa la stagione in cui è possibile averne a disposizione freschi per gustarli al meglio. Tradizionale è l’abbinamento uova e asparagi bianchi, piatto che unisce la nobiltà dell’asparago lessato alla semplicità dell’uovo sodo. In altre regioni, come il Veneto, si gusta l’asparago gratinato,  cotto al forno e spolverato con del parmigiano reggiano.
Molto gradito già agli egizi, ai greci e agli antichi romani, l’asparagus era apprezzato sia per le sue caratteristiche gastronomiche che per le sue qualità medicinali, in particolare quelle depurative e diuretiche. Per la difficoltà nella sua coltivazione fu a lungo ritenuto un alimento “nobile” e di sangue blu fu anche uno dei suoi più celebri estimatori: il Re Sole. Elegante nel suo proporsi sulla tavola in tutti i secoli  l’asparago è una pietanza che si sposa volentieri con vini bianchi come Tocai friulano e Pinot bianco. Indispensabile assaporarlo in buona compagnia.

Giulia Cragnolini

Per arrivare alla Frasca scendo via Alviano in bici, verso la Casa Rossa. E’ un pomeriggio caldissimo. La Frasca sembra uno dei tanti edifici che, qui sul confine, costeggiano su di un lato la strada italiana, e vedono dall’altro i campi che sono già Slovenia. La si riconosce solo grazie ad un cartello scritto a mano, con gli orari di apertura, ed al segno che pende al cancello: dei rami intrecciati ad un fiasco minuto.
Per giungere all’ingresso devo aggirare l’edificio. Sul retro c’è una piccola tettoia che ombreggia dei tavolini, con una staccionata ricoperta da edera e rampicanti. Salendo qualche gradino, si entra in un’unica stanza, che io chiamo istintivamente cucina, anche se non lo è, perché l’immagine che mi riporta alla mente è quella della cucina nella casa dei miei nonni: con questo cammino immenso, che da solo occupa un angolo del piccolo locale, un televisore, quadri alle pareti ed i tavoli disposti con buon ordine.
Il gestore siede fuori, ad un tavolo vicino alla scala. Lo saluto e cominciamo a parlare della storia della casa. E’ vero, io dovrei scrivere di enogastronomia. E’ per questo che sono qui. All’inizio, vorrei chiedergli del loro vino. Delle loro abitudini. Ma più la conversazione va avanti, più le parole mi sospingono verso i suoi ricordi, che occupano piano piano tutto il corso del novecento.
Perché la Frasca dà sul confine, e la sua storia è quella di Gorizia, è quella della gente che qui vi ha vissuto, è la storia di due guerre mondiali e di nazionalità che cambiano. Il passato di questa casa è anche la vicenda di una famiglia che ha conosciuto la fame, che ha fuggito da profuga le trincee scavate a neanche duecento metri dall’uscio.
Io ascolto tutto questo, ascolto racconti di russi, nazisti, partigiani, fascisti. Ascolto la vita di una città. Dei suoi abitanti: di chi era amico, fratello, sorella e madre. Ascolto la storia, quella che quando diventa la vita personale di ognuno di noi entra negli affetti e nella terra. Quella che non conosce giusto e sbagliato. La storia privata. La storia che ci fa tutti vittime.
Alla Frasca non c’è musica, solo le parole e le chiacchiere delle persone che vi passano, e che in un certo modo ne entrano a fare parte. Guardo vecchie foto, ma più ancora fisso la terra alle mie spalle, bionda di sole e appena mossa dal vento. Fisso l’ospedale e immagino come doveva essere cento anni fa. Penso a questo posto in cui ora crescono solo le acacie, più velocemente del normale perché la terra è rimasta concimata dal sangue di tutti quei morti; le acacie che vengono su troppo in fretta e che proprio per questo motivo hanno un legno buono a far nulla e tocca bruciarlo.
Io prendo nota, in silenzio. Io so che dovrei occuparmi di cibo. Ma scrivere della Frasca è scrivere di questo, prima che di ogni altra cosa. Io prendo nota, con un bicchiere di bianco vicino al registratore, e provo vergogna per le mie scarpe di ginnastica e la mia maglietta, e per i miei vent’anni e la mia poca barba. E’ una sensazione particolare, che provo sempre quando sto davanti a qualcuno e bevo il suo vino e so che le mani che riempiono il mio bicchiere sono le stesse scurite dal sole che hanno cavato l’uva, e che l’hanno fatto per anni, prima che io nascessi; mani che hanno toccato mura e volti di cui non so nulla. Non ho mai conosciuto tanto Gorizia come in questo momento. Solo ora la capisco per la prima volta, ora che bevo questo vino ed il pomeriggio invecchia tra l’erba e le viti. Quando esco, vorrei fermarmi ancora, e ancora stare a sentire. Inforco la bici e risalgo verso casa, e lungo la strada guardo alberi e case, guardo Gorizia con occhi diversi. Con gli occhi che la Frasca mi ha dato.

Rodolfo Toè

Michele ha 23 anni, ma nessuna delle “persone” che “frequenta” ogni giorno lo sa. Per loro si chiama Natasha, ha 25 anni e passa la giornata in vetrina in un bordello di Amsterdam “vestita” da cow-girl a “lavorare”. I clienti pagano Natasha in Linden Dollars, che si traducono per Michele in 10 euro, reali, per ogni prestazione virtuale. Gli arrivano per contrassegno.
È un non-senso di un ampio sistema: quello di Second Life, un mondo virtuale in cui ognuno può creare e diventare un personaggio (avatar) che si muova e interagisca con migliaia di altri avatar di utenti connessi da tutto il mondo. Tutto è possibile in Second Life, dallo shopping quotidiano alla visita di musei, dal gioco in casinò al tele-trasporto. I partecipanti sono semplicemente attori di mondi persistenti, nei quali dispongono di totale libertà e di denaro reale acquistabile online con carte di credito reali.
Second Life è un’occasione, è uno strumento nuovo, potente e totalmente a nostra disposizione, trionfo dell’innovazione tecnologica. Fabio Gambaro scrive: “potrebbe dare vita a nuove reti sociali e ad un’intelligenza collettiva capace di tenere conto dell’inedita relazione con lo spazio e con il tempo che si produce nella realtà virtuale”. La tecnologia è un goal se la si usa con responsabilità, e con lo scopo di stimolare la creatività, altrimenti si trasforma in un rifugio. Un luogo di evasione, senza divieti e senza bisogno di mettersi in gioco fino in fondo. Nella struttura intrinseca dell’uomo sta la tendenza  “a proiettarsi in realtà diverse dalla sua”, continua Gambaro, dando vita ad un doppio di sé.
Viviamo in una società dinamica, veloce e dominata dalla complessità. Fuggire la realtà non è certo un problema nuovo, ma sta assumendo dimensioni crescenti. Tartassati dalla tecnologia e dagli incalzanti ritmi della routine, evitiamo quelle occasioni che ci permettono di conoscere profondamente noi stessi e gli altri. Accettiamo passivamente il nostro lavoro, il nostro partner, il nostro comportamento, perché non c’è tempo di fare il punto della situazione. Spesso non affrontiamo, né tanto meno riconosciamo le nostre paure e i nostri limiti, ma ci proiettiamo  in mondi dove semplicemente non esistono. I difetti sono una sfida, migliorare è un gioco e migliorarsi accresce l’autostima. Stringere amicizie, vincere la paura del pubblico, impegnarsi in una partita, dimagrire, fare una lunga scalata. Ma molti scelgono di giocare altrove, senza le dure regole della realtà.
Perché il fenomeno è così diffuso?
Di un sistema complesso non si può che prendere in esame solo poche sfaccettature. Ad esempio gli standard della nostra società. Dobbiamo essere efficaci, competenti, determinati, freddi. Il tutto per entrare a far parte di un mondo arrivista, che guarda all’obiettivo, ma non al percorso, che privilegia ciò che facciamo rispetto a ciò che siamo, che appiattisce il nostro lato emotivo rispetto a quello razionale. Su questi principi, o meglio, su questi PRESUNTI principi, implodiamo. Le nostre convinzioni non sono infatti del tutto fondate. Mi spiego.
Il filosofo Kuhn ha individuato tappe fondamentali nelle rivoluzioni scientifiche. Si parte da un nucleo teorico originario, chiamato “paradigma”. Progressivamente se ne mettono in luce piccoli difetti, detti “rompicapo”, che più approfonditi si trasformano in “anomalie”. Queste danno vita ad un periodo di “travaglio intellettuale”, in cui si riconosce il vecchio paradigma inadeguato, e si cercano nuove teorie. Infine s’approda a un nuovo paradigma, e il ciclo si ripete. Il modello umano descritto sopra, che ci produce tanto affanno da farci desiderare altre vite, è il risultato di un paradigma rimasto in vigore fino ad oggi, connesso ad un certo modo di interpretare l’economia e la produttività.
Ad esso si sta avvicendando un nuovo paradigma, quello sostenuto da Giovanni Padroni, docente d’economia all’Università degli Studi di Pisa. Nel XXI secolo la nuova ricetta per il successo, con riferimento al mondo delle imprese, è stato individuato, o quasi. Oltre al fatturato materiale, la produttività d’un’azienda si basa oggi sull’umanità dei dipendenti, la loro creatività ed entusiasmo, la loro attitudine a fare squadra. “E’ il complesso delle relazioni tra le persone che rende possibile il funzionamento d’un’organizzazione”, scrive. Bill Gates proclama che la risorsa più grande della Microsoft è l’immaginazione dei suoi uomini. Il perseguimento dell’etica per le imprese e coltivare l’emotività per la persona creano, in definitiva, il maggior profitto possibile nel lungo periodo.
La fiducia e l’ottimismo di Padroni, sono condivisi da molti esperti del settore; non sono invece abbastanza diffusi nell’opinione pubblica, ancora in fase di travaglio intellettuale. Con il giusto utilizzo della tecnologia dell’informazione, si potrebbero evitare o almeno limitare il bisogno di evasioni catartiche e di sdoppiamenti virtuali. Traguardo raggiungibile se si diffonde la consapevolezza che la persona non si sentirebbe più scissa fra la sua anima razionale e quella sentimentale-creativa. Il XXI è potenzialmente il secolo dell’essere se stessi. È di ognuno di noi la responsabilità della riuscita.

Giorgia Ghizzoni

Un saluto al grande genio azero del violoncello

Una vita intera dedicata alla musica, con passione e dedizione. Una carriera illustre, costellata di incontri importanti e collaborazioni che pochi possono vantare. Ma anche un’attenzione a chi aveva avuto meno dalla vita e un impegno costante per migliorarne l’esistenza. Tutto questo è stato Mstislav Leopoldovič Rostropovič, genio azero del violoncello e direttore d’orchestra scomparso a Mosca il 27 aprile scorso per un tumore al fegato.
Quando ho sentito la notizia della sua morte mi sono chiesta come avrei potuto rendere omaggio alla sua memoria senza scadere nella banalità. Di fronte a tanto talento, poco resta da dire: la musica, si sa, non ha bisogno di parole. Ma il coraggio delle proprie idee sì.
Il coraggio è forse un tratto distintivo della personalità di questo artista: nato a Baku, città azera dell’allora Unione Sovietica, nel 1927, Rostropovič è cresciuto a pane e musica nel vero senso dell’espressione. All’età di quattro anni ha iniziato a suonare il piano seguito dalla madre e a dieci è stato introdotto al violoncello dal padre. Dopo gli studi compiuti a Mosca e la carriera in patria, ha iniziato a mostrare insofferenza nei confronti del regime, cosa che l’ha portato ad allontanarsi nel 1974 dall’Unione Sovietica, dove ormai non poteva più esercitare incarichi pubblici a causa della sua amicizia con Aleksandr Solženicyn e del sostegno dato ai dissidenti. Gli è stata perfino revocata la cittadinanza sovietica nel 1978.
Diviso tra Parigi e gli Stati Uniti, Rostropovič, al pari di altri artisti dissidenti di origine russa come il pittore Mark Chagall e il compositore Igor Fëdorovič Stravinskij, ha continuato a sperare nel rientro in una patria diversa e libera. Immaginate la sua emozione alla notizia del crollo del muro di Berlino nel 1989, cui sarebbe seguita, due anni più tardi, la caduta del regime comunista. Rostropovič si trovava a Parigi e il giorno successivo al crollo era sotto il muro a cercare un buon posto per sé e per il suo violoncello: “Non volevo suonare per la gente, ma per ringraziare Dio di quanto era successo”. E così, per Dio, ma anche per quanti erano morti attraversando quel muro in cerca di una vita migliore, Rostropovič ha suonato il suo violoncello, per terminare poi con un pianto liberatore.
I riconoscimenti e le onorificenze ricevuti sono molteplici, e fra esse spicca la laurea honoris causa in Scienze Politiche, conferitagli dall’Univesità di Bologna per il suo “impegno a favore dei diritti umani”. Rostropovič, infatti, si è sempre battuto per la libertà d’espressione in campo artistico e ha creato numerose fondazioni in favore di bambini e ragazzi dell’ex Unione Sovietica.
Un piccolo esempio di come si possa essere non solo uomini, ma uomini che rendono il mondo migliore.

Isabella Ius

L’interferenza della politica sui mass media.

Da vari decenni si è messo in moto un processo inarrestabile, destinato a sconvolgere l’ ”identità” del mondo: la globalizzazione, ossia l’unione di tutti i popoli sotto la medesima legge economica. In questo contesto “allargato” son nati e si son sviluppati degli strumenti capaci di “avvicinare” le varie regioni ed i vari continenti. Questo ruolo è affidato ai mezzi di comunicazione di massa (mass media, cioè televisione, radio, giornale, internet…), i veri protagonisti del nuovo millennio.Sempre di più si afferma il loro potere di far presa sulla gente, cresce la loro capacità di  formare le opinioni del Pubblico, e sempre di più cresce il controllo su di essi,si comprende il loro potenziale e si tenta di imbrigliarlo e indirizzarlo nella direzione voluta dal potere.Cala sempre di più lo spazio di un’informazione libera, soprattutto ad alti livelli,dai quali è possibile raggiungere e influenzare un pubblico più vasto. E questo capita anche in Italia molto più di quanto ci si aspetti o si creda possibile,illusi dal mito della libertà di espressione che riteniamo di possedere(noi, l’Occidente democratico) in esclusiva. Nel film Viva Zapatero, Sabina Guzzanti ha smascherato questo mito, mostrando come la stessa libertà di manovra dei giornalisti sia sempre più ridotta da scelte di direttori o di qualcuno che sta ancora più in alto, e che con il giornalismo non centra nulla, che decidono cosa trasmettere o pubblicare,quando e come, vanificandone cosi il lavoro e sostituendosi a essi.Non è la ricerca della verità che si è esaurita,ma aumenta il controllo e la delusione di non vedere pubblicate inchieste e notizie che veramente potrebbero fare dei mass media uno strumento di emancipazione delle coscienze. La“questione politica” ha investito dei personaggi illustri ed esperti come Enzo Biagi e Michele Santoro che, durante la legislatura berlusconiana, sono stati allontanati dai riflettori in quanto facevano un giornalismo “di parte” – ovviamente dell’opposizione – e, dunque, erano considerati imparziali – . E Emilio Fede? Cos’è se non un giornalista apertamente e, talvolta, ridicolamente schierato? Le “dimissioni forzate” di Biagi e Santoro (ma anche dello stesso Luttazzi, per esempio) hanno scosso l’opinione pubblica, ma non al punto tale da avviare una mobilitazione collettiva. Solo con la nuova legislatura di Prodi, sono tornati in TV. In Russia questo processo di “epurazione” del giornalismo dell’opposizione, ha assunto delle pieghe tragiche. Da quando Putin è al potere sono stati uccisi – o sono misteriosamente scomparsi – centinaia di giornalisti “scomodi”. Lo sdegno della comunità ha raggiunto l’apice con l’uccisione della giornalista Anna Politkovskaja, la quale aveva denunciato le carneficine commesse in Cecenia da parte del governo russo. Oppure,come nel caso di Roberto Saviano(autore di Gomorra) la denuncia della verità sulla Camorra si scontra con le minacce di morte da parte dello stesso sistema che ha svelato;sarebbe stato interessante sentire la sua opinione  sulla libertà di espressione nel mondo del giornalismo (durante una conferenza che c’è stata poche settimane fa a Udine) ma proprio per motivi di sicurezza non è potuto intervenire..Giornalisti costretti a “nascondersi”, giornalisti che proprio per il loro non nascondersi diventano la merce di scambio preferita di politici e estremisti:penso a tutti i casi di giornalisti diventati ostaggi in zone di guerra, di cui Mastrogiacomo è solo l’ultimo eclatante esempio. Scomodi per la loro opera di interferenza e di ricerca della verità anche in situazioni cosi complesse, ma nello stesso tempo vittime perfette proprio per la loro popolarità e capacità di toccare l’opinione pubblica. Anche qui a guidare le stesse decisioni di molti terroristi sembra la legge di mercato, proprio utilizzando chi ha fatto della lotta contro un’informazione costruita a tavolino e funzionale solo a scelte politiche il proprio lavoro. Le difficoltà, per un giornalista, cominciano anche all’inizio della carriera stessa: prima fra queste il precariato. Vari scioperi hanno confermato la tesi che il numero dei pubblicisti sta aumentando vertiginosamente e, di conseguenza, è sempre più difficile scrivere per un giornale con una certa continuità – i contratti sono a tempo determinato e, spesso, non rinnovabili – . Oltre a questo, è praticamente fermo il meccanismo di rinnovo generazionale dovuto al fatto che, in un’epoca in cui si predilige un tipo di scrittura di “accondiscendenza” politica, i direttori di testata faticano ad accogliere dei “giovani giornalisti in erba” in quanto non ne conoscono né l’operato, né l’ideologia.

Valentina Codeluppi
Federica  Salvo

Meditazioni intorno a un libro su Sarkozy

Vittime del più becero populismo. Ma chi? i “nuovi” candidati della destra considerata neo-con? no; semplicemente un gran numero di rubriche di giornali italiani e di altri paesi esteri che hanno seguito la campagna elettorale francese e l’esplosione del fenomeno Sarkozy, loro sì sono rimaste vittime della loro stessa retorica populista. Che non ha nulla di attuale per chi segue la politica
d’oltralpe, se non che in campagna offre sul piatto d’argento occasioni ghiotte per attrarre l’opinione pubblica. Argomenti come immigrazione, sicurezza, stato meritocratico, repressione di atti di
violenza, vengono usati come perno di un nuovo populismo, giornalistico prima di tutto, impregnato di moralismo. Su quest’ultimo ha perso la sinistra della Royal, perchè non arriva più a convincere una popolazione alla ricerca del cambiamento, che vede la crisi e chiede un recupero di valori, un rilancio dell’economia, maggiori sicurezze in seguito alle violenze del 2005, un recupero del ruolo di grandeur congenito nella politica internazionale francese.  Questo anche la sinistra l’ha capito: sentire una candidata socialista promuovere il tricolore alle finestre di tutte le case rappresenta bene un nazionalismo al di sopra di ogni ideologia partitica. Ma sembrerebbe che la vera risposta sia arrivata invece dal “Francese di ferro”, dal protagonista dell’ultimo libro di Massimo Nava, corrispondente del Corriere della Sera a Parigi, che apre al lettore un interessante ventaglio sulla politica e sulla società francese. Che analizza con sapienza i meccanismi interni di uno stato dove gauche e droite rappresentano un binomio non proprio comparabile agli altri binomi europei, tanto meno al banchetto italiano. Motivo per negare le pretese di paternità di una tale politica a Berlusconi: a risentire le promesse di rivoluzione liberale del 2001 forse sì; a vederne gli
effetti di governo, molto meno. Sarkozy, inoltre, dei nemici non ne ha fatto alleati, ne ha rubato gli elettori. Basti pensare ai propositi più estremisti per raccogliere frutti all’interno del Fronte Nazionale (a posteriori, quest’ultimo ha ottenuto il risultato più basso di sempre), oppure all’opposizione, quando parla di “(…)aperture solidali: voto agli immigrati, lotta al carovita e controllo dei prezzi dei supermercati, discriminazione positiva (…)”. Qui sta un grande atout dell’attuale populismo: porta sulla scena del dibattito politico un gruppo teatrale di argomenti. Rimarrà stupito colui che si andrà a rivedere il faccia a faccia del secondo turno: non si tratta di parole in aria e grafici, si tratta di veri piani politici. Di economia, di politica del lavoro, di sviluppo sostenibile ed ecologia, di immigrazione, di politiche sociali, di costruzione europea e di politiche internazionali. Il libro però si ferma ad un’analisi della situazione pre-elettorale. Il fallimento della politica del Presidente Chirac, la nascita di una vera e propria classe politica del paese, che deve affrontare l’eredità di un gaullismo, a volte molto rimaneggiato, e le sfide di una struttura di potere in continuo aggiornamento. La speranza è che questo libro riesca a ridurre l’incomprensione da parte dell’opinione estera di un tale fenomeno, sorta di opposizione aprioristica contro la quale mi sono personalmente confrontato. Risulta quindi un buon aiuto per chi vuole approfondire il contesto di un tale changement, senza mai mancare di pragmatismo. Chissà che non risulti utile anche allo stallo italiano. Come dice Sergio Romano nella prefazione al libro: “I malanni attuali diagnosticabili in Italia e in Francia sono gli stessi. Le risposte no”. Bisognerebbe poi analizzare due fondamentali sviluppi della nuova Presidenza: il viaggio a Berlino nel giorno stesso dell’investitura di Sarkozy; La nomina a Ministro degli esteri dell’ex-socialista Kouchner. Ma questo già è un altro libro. Edoardo Buonerba

èStoria

Dal 18 al 20 Maggio Gorizia ha danzato lungo la linea del tempo. Ha manifestato in piazza assieme ad un gruppo di dissidenti. Ha ascoltato attonita leader politici che dall’alto delle loro posizioni di potere proclamavano il mutamento radicale della società o cercavano disperatamente di frenare richieste di maggiori libertà civili. Ha passato notti  insonni, con curiosità, angoscia, stupore nello studio di qualche scienziato. Per tre giorni la città è diventata sede di èStoria.
Al Terzo Festival Internazionale della Storia sono bastati un lungo tappeto rosso e uno schermo che, con finta noncuranza, proiettava immagini in bianco e nero, momenti del nostro vissuto, piccoli scorci di quello che fu. È bastato un “accampamento” che ricordava un popolo nomade pronto a sconvolgere la monotona quotidianità. Un popolo di nomi illustri, storici, scrittori, giornalisti -basti citare Rampini, Kagan, Allam, Canfora, Chang- disposti a contrastare ogni pregiudizio, a portare la propria esperienza di vita e a dare una diversa versione dei fatti, mentre progressivamente la nostra storia lineare si è concentrata in un unico punto: la Rivoluzione. Questo il tema centrale del Festival: il mutamento storico, radicale e profondo che comporta la rottura con un modello precedente e il sorgere di uno nuovo. La rivoluzione è stata affrontata in ogni suo aspetto, evidenziando soprattutto la necessità di analizzare il concetto stesso del processo rivoluzionario, il suo imporsi in modo esplicito o silenzioso, le sue novità e i suoi elementi persistenti. Riflessioni particolari sono poi state rivolte ai mezzi utilizzati e quindi alla legittimità della violenza e all’uso della non violenza. E così migliaia -si sono sfiorate le 40.000 presenze- di visitatori, esperti, o semplicemente amanti del passato e dei suoi infiniti segreti hanno preso parte attivamente alle 50 proposte in cartellone ideate e organizzate da LEG Libreria Editrice Goriziana, gremendo le tende Erodoto e Elio Apih. La rivoluzione intesa in senso politico, a partire da quella francese e americana, come una trasformazione che continua tuttora e concepita come un processo che ingloba qualsiasi elemento della nostra vita sociale, ha toccato anche il mondo dell’arte. Si sono succedute conferenze e laboratori sul rapporto musica-potere e spettacoli serali che hanno affrontato la rivoluzione del rock’n’roll nella società italiana, l’esperienza del Cantastorie e l’importanza del ruolo della musica nell’Italia del boom economico. Centrale è stato lo stesso percorso espositivo dal titolo “Nel segno di Klimt. Ver Sacrum, la rivista della Seccessione Viennese”.
Il Festival ha saputo stimolare la curiosità intellettuale di ogni generazione proponendo accanto alla tematica strettamente politica e sociale (si ricordi tra l’altro la conferenza sul femminismo che ha condotto a un dibattito dai toni molto accesi fra ex attiviste e il professore universitario Van Creveld) anche quella della rivoluzione scientifica e tecnologica, elemento ormai essenziale della nostra quotidianità. Particolarità di questa edizione sono state l’allestimento di una ludotenda per aiutare gli studenti delle scuole primarie ad approcciarsi all’aspetto rivoluzionario della storia ed “èStoria bus”, il tour delle dodici battaglie dell’Isonzo.
Gorizia è stata per tre giorni la metafora della rivoluzione stessa. Al principio erano lo scetticismo e la critica poco costruttiva. “L’evento è stato mal pubblicizzato”, “Una manifestazione del genere qui è sprecata”. In ultima analisi chi affermava, certo della propria posizione, che la comunità avrebbe continuato a riposare nel letto del passato senza un minimo slancio vitale, è stato prontamente smentito. Questa è stata la vera occasione in cui coloro che aspettavano da tempo il risveglio della città hanno potuto esclamare: “finalmente!”. Finalmente la cara vecchia città di confine ha avuto il coraggio di alzare la voce e di mostrare con vigore le sue potenzialità. Gorizia malcompresa, quasi repressa, ha abilmente sfruttato la sua peculiarità: la sua immensa e radicata memoria storica. Qui il passato aleggia, si traspira da ogni mattone, viaggia in ogni vicolo, consuma le strade del centro. Ma questa volta la popolazione, invece di chiudersi sterilmente in se stessa ha investito nel proprio passato riuscendo a trovarvi una linea di continuità. Essa stessa è stata protagonista di una rivoluzione ponendo l’accento sulla propria identità e storia attraverso il confronto con esperienze lontane e promuovendo il dibattito critico, molte volte represso da discorsi stereotipati.

Nicoletta Favaretto

Il festival festeggia la sua sessantesima edizione

Festival di cannes

Un festival che pare dedicato alla parte più fragile e meno luccicante del mondo: sulla Croisette ha vinto chi si schierava con le donne, i vecchi, i malati, i puri di cuore, con la natura.

Trionfa il regista romeno Cristian Mungiu, che senza grandi sorprese ha ricevuto sul palco del Grand Théâtre Lumière la Palma d’oro numero 47 con il commovente Quattro mesi, tre settimane e due giorni, cronaca di un aborto nella Romania di Ceausescu. Un risultato straordinario, considerando che il film è stato girato in meno di sei mesi. «Questo premio – ha detto Mungiu – dimostra che non servono grandi budget né attori famosi per fare un bel film: ringrazio Cannes per tutto questo».

Palma d’oro alla carriera per Jane Fonda, una delle presentatrici della serata, che porta a casa un riconoscimento mai assegnato prima d’ora ad una personalità non francese – e che solo una volta in 60 anni è finito nelle mani di un’attrice (Jeanne Moreau). «Jane merita il premio perché è una combattente ed una vincente», ha detto Gilles Jacob, presidente del Festival, nel consegnarle la Palma. Delusione per tutti gli americani: non vincono niente i fratelli Coen, il cui No country for old man era tra i favoriti alla vigilia, mentre porta a casa con evidente delusione uno speciale premio per il 60° anniversario Paranoid Park di Gus Van Sant. Stroncati da pubblico, critica e giuria, tornano a mani vuote Death Proof di Tarantino e Promise me this di Emir Kusturica, che insieme a My Blueberry Nights di Wong-Kar-Wai sono stati definiti dalla stampa francese «le peggiori delusioni del festival».

Tante le donne premiate: alla giapponese Naomi Kawase è andato il prestigioso Gran Premio per Mogari no mori, storia di un vecchio e una ragazza spersi dentro una foresta rigeneratrice. La Camera d’Oro è stata invece assegnata all’israeliana Shira Geffer, in coppia col marito, per Meduzot. Al femminile è pure il Premio della Giuria: ha vinto Marjane Satrapi, già conosciuta per le sue vignette sulle condizioni delle donne nel mondo islamico e ora al suo debutto come regista con Persepolis. Vince come miglior attrice la coreana Jeon Do-Yeon, protagonista di Secret Sunshine; miglior attore è invece il russo Konstantin Lavronenko, interprete di The Banishment di Andrej Zviaguintsev (già Leone d’oro a Venezia nel 2003).

Bocciata la sedicente dark lady del cinema italiano e non, Asia Argento, interprete di tre film invitati a Cannes di cui uno in concorso: articoli e dichiarazioni quasi ogni giorno, scene shock (una su tutte, il bacio appassionato con un cane rottweiler), provocazioni e trasgressioni sono il suo pane quotidiano. Ma il ruolo che deve consacrarla attrice di prima grandezza è ancora molto lontano…

Il vero vincitore della sessantesima edizione di Cannes è tuttavia il Festival stesso, che in mezzo secolo di attività non ha mai conosciuto una simile affluenza di pubblico: duecento yacht ormeggiati al porto ed una parata di star – Angelina Jolie, Brad Pitt, Matt Damon, Sharon Stone, Rosario Dawson tra gli altri – che hanno abbandonato le rive della Costa Azzurra senza lo straccio di un premio.

Federico Permutti

Al mondo esistono i film belli, quelli vedibili, quelli deludenti, e poi ci sono i film di cui parla quest’articolo: pellicole così genuinamente brutte da non prestarsi neppure ad essere derise, che per il bene dell’umanità andrebbero sigillate in casse di piombo da gettare in fondo al mare, insieme con i loro sceneggiatori. La presente lista, ovviamente incompleta, presenta i peggiori film che io abbia visto negli ultimi anni, insieme con le motivazioni per cui, se doveste essere posti davanti alla scelta di guardarne uno o essere torturati da un ex sergente della Guardia Repubblicana, l’iracheno rappresenterebbe il male minore .

Locandina Epic MovieElektra: una storia priva di appeal o profondità, personaggi unidimensionali, cattivi privi di verve e  pessime sequenze di arti marziali. Un inutile spreco di pellicola e di Jennifer Gardner, che avrebbe potuto fare qualcosa di più utile per l’umanità e accettare il mio invito a cena.
Marie Antoinette: l’intenzione è probabilmente quella (lodevole) di rappresentare la vita vuota e priva di senso dell’aristocrazia francese, ma purtroppo è il film a risultare vuoto e privo di senso, una parata di scenografie impressionanti e musiche incongrue che circondano un vuoto narrativo senza precedenti. Dopo la prima mezz’ora ci si ritrova a sperare che la Révolution arrivi presto e decapiti l’intero cast, compresa la pur meravigliosa Kirsten Durnst, il cui sorriso non basta a reggere il film.
Mammoth: gli alieni scongelano un mammut per distruggere l’umanità. Questo pessimo horror cerca scampo nell’autoironia, inserendo personaggi e situazioni volutamente improbabili, ma il trucco non riesce, e ci fa temere per il futuro della talentuosa Summer Glau.
Le Cronache di Narnia: Quattro protagonisti straordinariamente antipatici, una morale scontata, un leone biascicante, un cameo di Babbo Natale, un eroe che non sa reggere in mano una spada e un piano di battaglia che apparirebbe idiota persino a George Bush rendono palese il motivo per cui Tolkien è famoso in tutto il mondo mentre C.S. Lewis è sconosciuto al di fuori dell’Inghilterra. Bei paesaggi, comunque.
Catwoman: nessuna attinenza con il personaggio originale, storia piena di buchi, recitazione scarsa e un cattivo che trae il suo potere da una crema idratante. No, davvero. Non scherzo.
Doom: questo adattamento dal celebre videogame è vicino a vincere la palma del peggior film, con i suoi Marines d’elite che mostrano un addestramento ed un acume tattico degno di un branco di cani della prateria ciechi. I dialoghi riescono ad essere irritanti malgrado la loro rarefazione, e la sequenza in prima persona è così profondamente fuori luogo da causare disagio fisico.
Eragon: un orfano dai grandi poteri viene allenato da un anziano cavaliere per salvare una principessa e rovesciare l’impero malvagio che ha massacrato i suoi zii. Ho già visto questo film anni fa, e si intitolava Guerre Stellari. E comunque i draghi non hanno le piume.
Epic Movie: il peggior film che io abbia mai visto, prova ultima del fatto che per parodiare qualcosa lo si deve conoscere ed amare. Persino gli autori di Scary Movie mostravano di conoscere i topoi del cinema horror. Qui non c’è conoscenza, non c’è amore, non c’è talento. Gli autori paiono convinti che per far ridere basti impilare uno sull’altro riferimenti alla cultura pop, aggiungere qualche gag scatologica e inserire a casaccio siparietti musicali hip-hop. Non basta, signori, magari in America, ma non qui. E lo spirito di Mel Brooks mi è testimone quando giuro solennemente che troverò un modo per riprendermi l’ora e dieci di vita che mi avete rubato.

Luca Nicolai.

Luca Nicolai

Locandina FactotumVoto: 9
Nazione: USA,Germania
Cast: Matt Dillon, Lili Taylor
Regia: Bent Hamer.
Durata: 94’

Ispirato all’opera di Charles Bukowski, morto di leucemia nel 1994, il film del norvegese Ben Hamer racconta parte della storia di Henry Chinaski, la cui caratteristica principale sembra essere quella di non aspirare a nulla e di non avere obiettivi, se non forse quello di diventare in qualche modo giornalista. Tutto ciò si ripercuote sulla sua vita, sia in ambito lavorativo che affettivo. Passa infatti da un lavoro ad un altro ma non si impegna, viene ritenuto una persona inaffidabile e oltretutto sfoga il suo malessere nell’alcool e anche nelle frequenti scommesse. Anche con le donne non riesce a creare dei legami stabili ed ormai è stato bandito dal padre, che lo considera persona pigra e senza ambizioni. Insomma, un ritratto di una persona che non riesce a riscattarsi dalla sua situazione e che vive una  sofferenza interiore continua che si ripercuote su chi gli sta accanto. L’atmosfera è dominata dal grigio e gli attori sanno ben calarsi nella parte, primo fra tutti Matt Dillon, che a mio parere recita la sua migliore interpretazione. Molto interessante anche la colonna sonora e le citazioni di Bukowski che attraversano tutto il film. Due in particolare mi hanno particolarmente colpito e perciò le riporto: “Alla gente non serve l’amore, ma il successo; a volte comunque il successo può essere rappresentato dall’amore” e “Vai fino in fondo, altrimenti non cominciare neanche. Vola fino ad una splendida risata: è l’unico viaggio che conta”. Lo consiglio anche a chi a volte si butta troppo giù, non bisogna arrendersi mai e cercare di trarre vantaggio dall’esperienza.

Lisa Cuccato

Cominciare dal silenzio. Finita la musica, l’ombra riempie ogni cosa. Guardare il negativo di una fotografia: questo è “Tutti morimmo a stento”. Non solo una ballata concettuale, un barocco memento del nostro destino. Questo è un piccolo canzoniere della miseria e della paura umana, una sonata che nella sua brutale immediatezza assale l’ascoltatore, mutandolo in un essere tremante, fragile e nudo.
De André canta la fine, e questa non è esemplare. Né sembra, tutto sommato, tragica. E’ anzi misera e scarna. Una morte che senza eccezioni tocca a noi tutti, e che si trascina in un’agonia fatta di stenti, fatta delle lacrime di chi voltandosi cerca senza speranza una mano che lo trattenga dal gorgo.
Le parole delle composizioni sono una sola lirica decadente. Il Cantico d’apertura è negazione assoluta della vita, rovescio di quello di San Francesco. All’immagine della creatura, voluta ed amata da Dio, si contrappone violentemente già dal titolo quella del drogato, di chi ha deciso di costruirsi “il vuoto nell’anima e nel cuore”. A questa figura impaurita e spettrale s’unisce quella degli impiccati. La loro ballata è una maledizione gonfia d’odio e rancore, lasciata piovere su tutti gli occhi che li hanno guardati e derisi. Gli stessi occhi che restano e non vogliono scorgere il cappio, più grande, che va lentamente stringendosi su di loro – gli occhi di chi non sa in quale vuoto andrà scalciando un giorno.
“Tutti morimmo a stento” è una tela in cui unico colore è il buio, un affresco in cui nulla si salva. Non la purezza, tradita e violata nella Leggenda di Natale. Non l’innocenza dei bambini, che in Girotondo si rivela corrotta, anch’essa parte del segno che marchia l’uomo, fatta al sangue e alle mosche. La terra stessa sconta questa condanna: “Un altro inverno tornerà domani / cadrà altra neve a consolare i campi / cadrà altra neve sui camposanti”. Gli intermezzi intrecciano frammenti d’un lirismo più suggestivo: fiori sconosciuti profumano ruscelli d’altri mondi, fiori sconosciuti muoiono sui capelli d’altri amori. La Leggenda del re infelice conclude la sonata, con un crescendo vocale ed un recitativo che si accompagnano e si richiamano a suggello dell’opera.
Quando la musica tace sembra che ogni cosa al tatto non sia che freddo e silenzio; quando la musica tace il pensiero si ricorda di petali e di acque che non hanno nome e colore. Quando la musica tace il cuore ha imparato a leggere e cela il suo brivido, il cuore si perde a pesare gioie e sofferenze e richiama il passato; e se guarda al futuro e ai suoi incubi e sogni, se pensa al tempo e alla terra, allora sa che verrà il momento in cui smetterà di tremare e riconoscerà la morte, e la morte sarà tutto.
“Uomini, poiché all’ultimo minuto / non vi assalga il rimorso ormai tardivo / per non aver pietà giammai avuto / e non diventi rantolo il respiro: / sappiate che la morte vi sorveglia / gioir nei prati o fra i muri di calce / come crescere il gran guarda il villano / finché non sia maturo per la falce.”

Rodolfo Toè

E se vai all’Hotel Supramonte e guardi il cielo,
tu vedrai una donna in fiamme e un uomo solo.
(Li immagini lividi, al buio, abbracciati.).
La notte non ha risposte: è nera e muta, e basta. Lui non sa se il sole sorgerà ancora. E si ritrova nudo, impotente. Con quel corpo fragile accanto, da proteggere.
Le accuse, le lettere, le scuse perfino, fanno parte del gioco. Ma lui non è lì per giudicare. Ciò che lo tormenta di più è capire cosa ci sia oltre il volto coperto dei suoi rapitori. Dove sia nascosto il loro cuore.
ma dove, dov’è il tuo amore?
ma dove è finito il tuo amore?
E’ difficile bere, pur avendo una bocca. E’ difficile trovare un senso. Ma le ossa assorbono tutto di quei giorni indelebili. La neve che cadeva su di loro, il tempo che restava fermo, quasi fosse un signore distratto, ma soprattutto lei, e il suo piccolo corpo, così dolce di fame, così dolce di sete.
E’ grazie a lei, compagna silenziosa, se riesce a sopportare quei giorni d’abisso. E’ lei che soffre per lui e assieme a lui. E’ lei che guarda con amore in quelle ore vacue, è lei che può ancora stringere con le forze che gli restano. E’ lei la bellezza di quella prigionia.
Passerà anche questa stazione senza far male,
passerà questa pioggia sottile come passa il dolore.
E’ l’essere lì con lei e per lei, che restituisce un senso a quegli attimi sospesi.
Ma se ti svegli e hai ancora paura ridammi la mano
cosa importa se sono caduto, se sono lontano.

Ora che tutto è finito, resta il bruciore del ricordo di quel pezzo di vita all’Hotel Supramonte. Rimangono le domande che non hanno trovato risposta. Non si cancellano le ferite interiori.
Eppur bisogna ricominciare a sentirsi vivi, e lottare per non diventare schiavi del dolore che è ancora in corpo.
E ora viaggia ridi vivi o sei perduta,
col tuo ordine discreto dentro il cuore.
Perché non sappiamo cosa ci riservi il domani,
perché domani sarà un giorno lungo e senza parole
perché domani sarà un giorno incerto di nuvole e sole.

La sera del 27 agosto 1979, quando ormai viveva quasi stabilmente in Sardegna nella sua tenuta dell’Agnata, a due passi da Tempio Pausania, Fabrizio De Andrè fu rapito dall'”Anonima sequestri sarda” insieme alla sua compagna Dori Ghezzi, poi sposata nel 1989. I due vennero liberati dopo quattro mesi, dietro il versamento del riscatto di circa 550 milioni di lire, in buona parte sborsati dal padre Giuseppe.
De André tracciò un racconto pacato dell’esperienza («…ci consentivano, a volte, di rimanere a lungo slegati e senza bende.») ed ebbe parole di pietà per i banditi («Noi ne siamo venuti fuori, mentre loro non potranno farlo mai»).
Al processo, confermò il perdono per i suoi carcerieri, ma non per i mandanti che, secondo le cronache dell’epoca, erano agiati esponenti del PCI sardo.

Agnese Ortolani

Fabrizio De Andrè.

Fabrizio De André, prima di essere cantautore e poeta, era un uomo innamorato. Si innamorava di tutto ciò che avesse un cuore, e in particolare di quegli uomini che normalmente si pensava ne fossero privi. Forse perché aveva scoperto che i cuori più veri e interessanti, a volte si nascondono negli involucri più impensabili. E lui si riservava il compito di dimostrarcelo.
E’ così che iniziò la sua passione per gli emarginati, le prostitute, i ribelli, i diseredati, e per tutte le sfumature del genere umano.
E’ nel ghetto di Via del Campo, in quel carruggio genovese umido e sconnesso, proibito di giorno e mal frequentato la notte, che De André trovò quell’umanità respinta e per lui così affascinante, da cui trasse ispirazione. Così si mise a raccontare le loro storie, che nessuno avrebbe mai raccontato proprio perché così scandalosamente vere, così vergognosamente umane. La sua poesia si espresse al meglio attraverso queste figure, proprio per l’affetto profondo che egli nutriva verso di loro, e verso quelle vite così distanti dal mondo borghese per la loro autenticità nella precarietà. Nella sua antologia di vinti, è l’essenza delle persone a contare più delle azioni e del loro passato.
C’è Pilar del mare, che si addormentava il cuore con due gocce di eroina e che Sally trovò morta, bocca sporca di mirtilli, un coltello in mezzo ai seni, c’è il blasfemo a cui cercarono l’anima a forza di botte, c’è il bombarolo, trentenne disperato, e l’altro con la bomba sempre in testa, che preferirebbe sanguinare perché non può più sopportare. C’è la passione di Bocca di Rosa, che per un poco portò l’amore nel paesino di Sant’Ilario, c’è chi è stato impiccato per un peccato di gioventù, e, prima che fosse finita, ricordò che, per il male in un’ora, il prezzo fu la vita. Ci sono i drogati che invocano pietà per essere al mondo, pur vivendo già la morte con un anticipo tremendo, c’è perfino un assassino,  due occhi grandi da bambino, e ci sono gli straccioni che senza vergogna portarono il cilicio o la gogna: andarsene per loro non fu fatica, perché la morte gli fu da sempre amica. In via del Campo c’è anche una puttana, gli occhi grandi color di foglia, se di amarla ti vien la voglia, basta prenderla per mano. E ti sembra di andar lontano: non credevi che il Paradiso fosse solo lì al primo piano.
Vite fallite, traviate, di cui nessuno si vuole occupare: queste sono le esistenze più interessanti per De André, che ci lasciano un messaggio che vale la pena ascoltare. E dal momento che nessuno dà voce alla loro richiesta di pietà, è lui che se ne vuole occupare. Perché non ha mai visto così tanta umanità e sofferenza come in questi volti consumati. E perché, in fondo, le loro pene ci riguardano un po’ tutti.
De André preferisce questi uomini, fragili e dimenticati, a banchieri e notai coi cuori a forma di salvadanai, che non conosceranno mai la felicità; li preferisce a uomini di legge senza pietà, che affidano innocenti all’orrenda agonia, decidendone la sorte, e che pensano sia giusta una sentenza che decreta morte.
Chiama in causa chiunque sia pronto a puntare il dito verso questi esseri sciagurati, considerati senza cuore o morale, ma in fondo più veri di tanti altri, e gli chiede: cos’altro ti serve da queste vite, ora che il cielo al centro le ha colpite?
Chi li starà ad ascoltare, invece, chi cercherà di capirli fino in fondo, e di amarli così come sono, oltre i loro sbagli mortali, si accorgerà che anche se non son gigli, son pur sempre figli, vittime di questo mondo.

Agnese Ortolani

(Spunti liberamente tratti da alcuni brani di Fabrizio De André, come: Bocca di Rosa, Il bombarolo, Sally, La leggenda del re infelice, Il cantico dei drogati, La città vecchia, Via del campo, Una storia sbagliata, La morte, Ballata degli impiccati, La bomba in testa, Il pescatore).

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