E se vai all’Hotel Supramonte e guardi il cielo,
tu vedrai una donna in fiamme e un uomo solo.
(Li immagini lividi, al buio, abbracciati.).
La notte non ha risposte: è nera e muta, e basta. Lui non sa se il sole sorgerà ancora. E si ritrova nudo, impotente. Con quel corpo fragile accanto, da proteggere.
Le accuse, le lettere, le scuse perfino, fanno parte del gioco. Ma lui non è lì per giudicare. Ciò che lo tormenta di più è capire cosa ci sia oltre il volto coperto dei suoi rapitori. Dove sia nascosto il loro cuore.
ma dove, dov’è il tuo amore?
ma dove è finito il tuo amore?
E’ difficile bere, pur avendo una bocca. E’ difficile trovare un senso. Ma le ossa assorbono tutto di quei giorni indelebili. La neve che cadeva su di loro, il tempo che restava fermo, quasi fosse un signore distratto, ma soprattutto lei, e il suo piccolo corpo, così dolce di fame, così dolce di sete.
E’ grazie a lei, compagna silenziosa, se riesce a sopportare quei giorni d’abisso. E’ lei che soffre per lui e assieme a lui. E’ lei che guarda con amore in quelle ore vacue, è lei che può ancora stringere con le forze che gli restano. E’ lei la bellezza di quella prigionia.
Passerà anche questa stazione senza far male,
passerà questa pioggia sottile come passa il dolore.
E’ l’essere lì con lei e per lei, che restituisce un senso a quegli attimi sospesi.
Ma se ti svegli e hai ancora paura ridammi la mano
cosa importa se sono caduto, se sono lontano.

Ora che tutto è finito, resta il bruciore del ricordo di quel pezzo di vita all’Hotel Supramonte. Rimangono le domande che non hanno trovato risposta. Non si cancellano le ferite interiori.
Eppur bisogna ricominciare a sentirsi vivi, e lottare per non diventare schiavi del dolore che è ancora in corpo.
E ora viaggia ridi vivi o sei perduta,
col tuo ordine discreto dentro il cuore.
Perché non sappiamo cosa ci riservi il domani,
perché domani sarà un giorno lungo e senza parole
perché domani sarà un giorno incerto di nuvole e sole.

La sera del 27 agosto 1979, quando ormai viveva quasi stabilmente in Sardegna nella sua tenuta dell’Agnata, a due passi da Tempio Pausania, Fabrizio De Andrè fu rapito dall'”Anonima sequestri sarda” insieme alla sua compagna Dori Ghezzi, poi sposata nel 1989. I due vennero liberati dopo quattro mesi, dietro il versamento del riscatto di circa 550 milioni di lire, in buona parte sborsati dal padre Giuseppe.
De André tracciò un racconto pacato dell’esperienza («…ci consentivano, a volte, di rimanere a lungo slegati e senza bende.») ed ebbe parole di pietà per i banditi («Noi ne siamo venuti fuori, mentre loro non potranno farlo mai»).
Al processo, confermò il perdono per i suoi carcerieri, ma non per i mandanti che, secondo le cronache dell’epoca, erano agiati esponenti del PCI sardo.

Agnese Ortolani