Fabrizio De Andrè.

Fabrizio De André, prima di essere cantautore e poeta, era un uomo innamorato. Si innamorava di tutto ciò che avesse un cuore, e in particolare di quegli uomini che normalmente si pensava ne fossero privi. Forse perché aveva scoperto che i cuori più veri e interessanti, a volte si nascondono negli involucri più impensabili. E lui si riservava il compito di dimostrarcelo.
E’ così che iniziò la sua passione per gli emarginati, le prostitute, i ribelli, i diseredati, e per tutte le sfumature del genere umano.
E’ nel ghetto di Via del Campo, in quel carruggio genovese umido e sconnesso, proibito di giorno e mal frequentato la notte, che De André trovò quell’umanità respinta e per lui così affascinante, da cui trasse ispirazione. Così si mise a raccontare le loro storie, che nessuno avrebbe mai raccontato proprio perché così scandalosamente vere, così vergognosamente umane. La sua poesia si espresse al meglio attraverso queste figure, proprio per l’affetto profondo che egli nutriva verso di loro, e verso quelle vite così distanti dal mondo borghese per la loro autenticità nella precarietà. Nella sua antologia di vinti, è l’essenza delle persone a contare più delle azioni e del loro passato.
C’è Pilar del mare, che si addormentava il cuore con due gocce di eroina e che Sally trovò morta, bocca sporca di mirtilli, un coltello in mezzo ai seni, c’è il blasfemo a cui cercarono l’anima a forza di botte, c’è il bombarolo, trentenne disperato, e l’altro con la bomba sempre in testa, che preferirebbe sanguinare perché non può più sopportare. C’è la passione di Bocca di Rosa, che per un poco portò l’amore nel paesino di Sant’Ilario, c’è chi è stato impiccato per un peccato di gioventù, e, prima che fosse finita, ricordò che, per il male in un’ora, il prezzo fu la vita. Ci sono i drogati che invocano pietà per essere al mondo, pur vivendo già la morte con un anticipo tremendo, c’è perfino un assassino,  due occhi grandi da bambino, e ci sono gli straccioni che senza vergogna portarono il cilicio o la gogna: andarsene per loro non fu fatica, perché la morte gli fu da sempre amica. In via del Campo c’è anche una puttana, gli occhi grandi color di foglia, se di amarla ti vien la voglia, basta prenderla per mano. E ti sembra di andar lontano: non credevi che il Paradiso fosse solo lì al primo piano.
Vite fallite, traviate, di cui nessuno si vuole occupare: queste sono le esistenze più interessanti per De André, che ci lasciano un messaggio che vale la pena ascoltare. E dal momento che nessuno dà voce alla loro richiesta di pietà, è lui che se ne vuole occupare. Perché non ha mai visto così tanta umanità e sofferenza come in questi volti consumati. E perché, in fondo, le loro pene ci riguardano un po’ tutti.
De André preferisce questi uomini, fragili e dimenticati, a banchieri e notai coi cuori a forma di salvadanai, che non conosceranno mai la felicità; li preferisce a uomini di legge senza pietà, che affidano innocenti all’orrenda agonia, decidendone la sorte, e che pensano sia giusta una sentenza che decreta morte.
Chiama in causa chiunque sia pronto a puntare il dito verso questi esseri sciagurati, considerati senza cuore o morale, ma in fondo più veri di tanti altri, e gli chiede: cos’altro ti serve da queste vite, ora che il cielo al centro le ha colpite?
Chi li starà ad ascoltare, invece, chi cercherà di capirli fino in fondo, e di amarli così come sono, oltre i loro sbagli mortali, si accorgerà che anche se non son gigli, son pur sempre figli, vittime di questo mondo.

Agnese Ortolani

(Spunti liberamente tratti da alcuni brani di Fabrizio De André, come: Bocca di Rosa, Il bombarolo, Sally, La leggenda del re infelice, Il cantico dei drogati, La città vecchia, Via del campo, Una storia sbagliata, La morte, Ballata degli impiccati, La bomba in testa, Il pescatore).