E insomma, alla fine nessuna sorpresa: è cambiato tutto per lasciare le cose esattamente come stavano prima. Il sindaco è ancora uno pseudo-moderato in grado di tranquillizzare la popolazione, a cui un eccesso di emozioni potrebbe essere fatale; i preti restano confinati sul sagrato della chiesa, mentre vescovi e cardinali continuano a sproloquiare sullo scibile umano; e il centro-sinistra non può proprio fare a meno di spaccarsi e rovinare quel successo colto miracolosamente pochi anni fa.
Viene voglia di lasciar andare tutto in vacca; di mandarli, finalmente, dove meriterebbero di stare. Che stiano là là, i nostri eroici rappresentanti, ad accoltellarsi per apparire su Tele 4. A tramare e a sproloquiare per non venir dimenticati. E invece, è proprio questa la condanna che meriterebbero. La dimenticanza. Brancati chi? Ah, sì, quello con la barbetta. Mosetti quale? Mi dispiace, proprio non so chi sia.
Ci si può provare, a lasciarli dietro alle nostre spalle, ma poi non credo che staremmo meglio. Perché l’incazzatura resterebbe. Un’incazzatura epica, di dimensioni colossali. Ci può stare di perdere a Gorizia, che proprio città rossa non è. Ma non così. Non con questa noncuranza spocchiosa. E con questo non voglio dire che le 3725 voci della fu Unione non abbiano lavorato duramente, o non abbiano davvero cercato di vincere queste benedette elezioni. Il punto è un altro. Si saranno pure sbattuti come pazzi, ma nessuno che abbia mai cercato di varcare i confini del proprio orticello. Sono rimasti tutti là, confinati fra slogan e parole d’ordine, a scimmiottare i loro guru, quelli che a Vespa e Mentana danno del tu, quelli che nemmeno sanno cos’è Tele 4, figurarsi le telecamere ai semafori.
E’pazzesco, è snervante. Almeno a livello locale, in una città piccola come Gorizia, che proprio una metropoli non è, si potrebbero cercare nuove forme di partecipazione politica. Avvicinare veramente i cittadini alle istituzioni. Perché, tutto sommato, un conto è se l’Istituzione è qualcuno che conosci solo grazie alla tv, un altro è se lo è il tuo vicino di casa. Mai avrei il coraggio di andare a chiedere lo zucchero a Napolitano. Ma a Mosetti sì. Perché sono sicuro che è come me: lo vedevo a far la spesa fino all’altro ieri. Mangia, beve, lavora, e forse si mette persino a dieta.
Ecco, è questo che è imperdonabile: che una persona esattamente come me, cresciuta fra gli stessi problemi, lontana da scuole di partito e amenità varie, si comporti come un Rutelli dei poveri. Ma non si rendono conto di essere patetici, dalla Gironcoli in giù? Che forse perfino i loro familiari li votano più per accondiscendenza che altro…
Non c’è bisogno di citare Marx, per riasfaltare una strada. E forse, ma solo forse, Moro se ne sarebbe fregato, del blocco del traffico. Eppure sono tutti là, i dalemini de noialtri, a cercare la protezione di totem forse un po’ troppo ingombranti.
Fa piacere, certo, che Giordano venga ad incontrare Bellavite. Uno si sente considerato, insomma, anche come suo potenziale elettore. Magari ha passato pure la notte in bianco, a ripassare le due frasette in croce che avrà il tempo di dirgli. Ma alla lunga, a cosa servirà il segretario di Rifondazione? Lo vedremo forse mai in Consiglio comunale? Ascolterà le tiritere infinite degli abitanti della città più morta d’Italia? E lo stesso vale per Fini. Poveraccio, oltre a ripetere come un mantra che Gorizia è italiana e che noi non abbiamo da festeggiare nulla con gli Sloveni, non è che possa fare molto…
E noi là come fessi, ad applaudire a comando secondo logiche d’appartenenza che più tribali di così non potrebbero essere. In questi giorni si parla molto di crisi della politica, rievocando lo spettro del ’92. Ma forse siamo noi, i soli ad essere in crisi. Perché, senza di noi, la politica non esisterebbe. Perché fra cinque anni, se non saranno Mosetti e Brancati, ce ne troveremo altri due fatti con lo stampino. E noi qua passivi, a guardare la politica come si studierebbe un rito misterioso, inevitabile. Ma è davvero possibile che non riusciamo a capire che, almeno a livello locale, la politica non è, non deve essere quella dei salotti televisivi? Perché ci lasciamo dettare l’agenda da Rutelli e Fassino, che sapranno tutto del Family day, ma via Carducci non la troverebbero mai?

Andrea Luchetta