Il forum G8-Unesco è un’occasione per pensare al futuro della città.

Per 3 giorni, dal 10 al 12 maggio, Trieste ha ospitato il forum G8- Unesco dedicato ai temi dell’educazione, della ricerca e dell’innovazione al servizio dello sviluppo sostenibile, riunendo i rappresentanti dei governi di 22 paesi del mondo, economisti e scienziati, tra cui (solo per citarne alcuni) i Premi Nobel Carlo Rubbia e Martin Perl. Lo scopo del forum non era elaborare dei progetti d’intervento specifici quanto quello di “promuovere la società globale dell’innovazione sviluppando e integrando gli elementi del triangolo della conoscenza (istruzione, ricerca e innovazione)”, come ha affermato il direttore generale dell’Unesco Koichiro Matsuura. Naturalmente, è facile trovare ottimi argomenti per criticare l’utilità, l’efficacia e la sincerità di simili iniziative, e i cortei di protesta ambientalisti non sono mancati, ma non è di questo che vorrei occuparmi. Uno dei risvolti salienti di questo forum è senza dubbio il ruolo di Trieste: la città è stata scelta per la sua consolidata tradizione scientifica, che l’ha portata ad essere un punto d’eccellenza nel settore in Italia e a livello internazionale. L’incontro ha fatto sorgere diversi interrogativi sul futuro del capoluogo giuliano, sia come polo scientifico sia come città in sè: sarà all’altezza della sfida di diventare un ponte per la diffusione delle tecnologie fra Nord e Sud del mondo e per la collaborazione con i paesi dell’Europa Orientale? Che vantaggi potrà trarre da questo ruolo? Al momento, basta guardarsi un po’ intorno per capire che la città ha i numeri per soddisfare queste aspettative: ospita istituti come il Centro di Fisica Teoretica Abdus Salam, il Sincrotrone, l’Area Science Park, il Consorzio per Scienza, Tecnologia e Innovazione per il Sud del mondo. Se non bastasse questo parziale ma già consistente elenco per rendere l’idea, è sufficiente considerare la densità di scienziati presenti sul territorio del Friuli Venezia Giulia: il rapporto fra ricercatori e popolazione è dell’8,8 per mille, il più alto d’Italia e di molte economie sviluppate. Ma perchè sia la città intera a beneficiare delle possibilità delineate, è necessario valorizzare la scienza fra i cittadini, sensibilizzare l’opinione pubblica per creare una comunità consapevole e interessata, e innescare un circolo virtuoso di conoscenza: ad ogni livello le istituzioni dovrebbero adoperarsi per favorire la compenetrazione fra comunità scientifica e cittadini, per istruire e stimolare i giovani, in modo che un domani alcuni di loro vadano ad alimentare le fila degli scienziati, portando una visione della tecnologia ancora più dinamica e consapevole dell’importanza della conoscenza scientifica al servizio concreto dell’umanità. In questo modo, la città sarebbe in grado di continuare ad attirare scienziati da tutto il mondo, e vedrebbe nascere anche molte opportunità di investimenti economici di vario genere. Un’informata, interessata ed aperta (sotto il profilo culturale in senso ampio) comunità sociale può essere quindi un importante fattore per alimentare una feconda comunità scientifica. E a sua volta la scienza ha molto da insegnare alla società civile in termini di razionalità, di cosmopolitismo e di apertura mentale: tutti elementi che, se valorizzati nel giusto modo, possono contribuire alla crescita della città e al suo “svecchiamento”, ad aprire prospettive nuove in tutti i campi culturali, non solo in quello scientifico. Un’importante risposta a questi temi è arrivata proprio in questi giorni con la prima Fiera dell’Editoria Scientifica di Trieste (FEST) conclusasi il 20 maggio: un entusiasmante esempio di ciò che la comunità scientifica è in grado di dare alla cittadinanza. Attraverso conferenze, tavole rotonde, mostre, science cafè, la fiera si è proposta di diffondere le più recenti scoperte scientifiche e i più innovativi modi di divulgare la conoscenza, ma anche i dilemmi e le sfide cui le scoperte inevitabilmente portano, richiamando migliaia di visitatori.
Per quanto riguarda il sostegno ai paesi in via di sviluppo, nel corso corso del forum G8-Unesco si è parlato del futuro di Trieste come modello di cooperazione attraverso la collaborazione con istituti scientifici collocati nei paesi che non hanno le risorse per lo sviluppo di tecnologie utili alla crescita economica. Così si potrebbe offrire aiuto in modo non paternalistico e più concreto, cioè fornendo i necessari strumenti ed infrastrutture per favorire uno sviluppo autonomo dell’economia e della società dei paesi in questione, piuttosto che riversando fiumi di denaro spesso senza controllo. In particolare, una strada importante da percorrere è quella delle tecnologie eco-sostenibili: la scienza dovrebbe mettere a punto tecnologie che permettano loro di proseguire nello sviluppo come hanno fatto le economie occidentali, ma limitando il proprio impatto ambientale. In questo modo, si otterrebbe un modello alternativo di sviluppo che sarebbe decisivo nella ridistribuzione delle risorse e nell’eliminazione delle disuguaglianze fra paesi compatibilmente con il rispetto dell’ambiente.
Per Trieste dunque si prospettano grandi sfide e possibilità, che avrebbero implicazioni sicuramente positive per la regione intera: l’ideale ora sarebbe continuare sulla strada aperta dal FEST in termini di scambio proficuo tra società e comunità scientifica, per fare diventare la città una vera capitale della scienza.

Athena Tomasini