Cominciare dal silenzio. Finita la musica, l’ombra riempie ogni cosa. Guardare il negativo di una fotografia: questo è “Tutti morimmo a stento”. Non solo una ballata concettuale, un barocco memento del nostro destino. Questo è un piccolo canzoniere della miseria e della paura umana, una sonata che nella sua brutale immediatezza assale l’ascoltatore, mutandolo in un essere tremante, fragile e nudo.
De André canta la fine, e questa non è esemplare. Né sembra, tutto sommato, tragica. E’ anzi misera e scarna. Una morte che senza eccezioni tocca a noi tutti, e che si trascina in un’agonia fatta di stenti, fatta delle lacrime di chi voltandosi cerca senza speranza una mano che lo trattenga dal gorgo.
Le parole delle composizioni sono una sola lirica decadente. Il Cantico d’apertura è negazione assoluta della vita, rovescio di quello di San Francesco. All’immagine della creatura, voluta ed amata da Dio, si contrappone violentemente già dal titolo quella del drogato, di chi ha deciso di costruirsi “il vuoto nell’anima e nel cuore”. A questa figura impaurita e spettrale s’unisce quella degli impiccati. La loro ballata è una maledizione gonfia d’odio e rancore, lasciata piovere su tutti gli occhi che li hanno guardati e derisi. Gli stessi occhi che restano e non vogliono scorgere il cappio, più grande, che va lentamente stringendosi su di loro – gli occhi di chi non sa in quale vuoto andrà scalciando un giorno.
“Tutti morimmo a stento” è una tela in cui unico colore è il buio, un affresco in cui nulla si salva. Non la purezza, tradita e violata nella Leggenda di Natale. Non l’innocenza dei bambini, che in Girotondo si rivela corrotta, anch’essa parte del segno che marchia l’uomo, fatta al sangue e alle mosche. La terra stessa sconta questa condanna: “Un altro inverno tornerà domani / cadrà altra neve a consolare i campi / cadrà altra neve sui camposanti”. Gli intermezzi intrecciano frammenti d’un lirismo più suggestivo: fiori sconosciuti profumano ruscelli d’altri mondi, fiori sconosciuti muoiono sui capelli d’altri amori. La Leggenda del re infelice conclude la sonata, con un crescendo vocale ed un recitativo che si accompagnano e si richiamano a suggello dell’opera.
Quando la musica tace sembra che ogni cosa al tatto non sia che freddo e silenzio; quando la musica tace il pensiero si ricorda di petali e di acque che non hanno nome e colore. Quando la musica tace il cuore ha imparato a leggere e cela il suo brivido, il cuore si perde a pesare gioie e sofferenze e richiama il passato; e se guarda al futuro e ai suoi incubi e sogni, se pensa al tempo e alla terra, allora sa che verrà il momento in cui smetterà di tremare e riconoscerà la morte, e la morte sarà tutto.
“Uomini, poiché all’ultimo minuto / non vi assalga il rimorso ormai tardivo / per non aver pietà giammai avuto / e non diventi rantolo il respiro: / sappiate che la morte vi sorveglia / gioir nei prati o fra i muri di calce / come crescere il gran guarda il villano / finché non sia maturo per la falce.”

Rodolfo Toè

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