Il libano che avanza (e marcia) verso il futuro

Storicamente si fa coincidere l’inizio di una guerra, di uno scontro armato, con un evento particolare, ben identificabile nel tempo, in modo che sia semplice analizzarlo. Facendo questo però assumiamo la storia come composta da tanti monoliti, da eventi a se stanti. Ciò che sfugge ai più, a chi può informarsi solo attraverso giornali e televisione, è che esistono infinite tensioni latenti. Tensioni che possono sfumare e annullarsi, così come caricarsi di colori accesi per poi esplodere.

L’attenzione si focalizza spesso solo sulla fase “esplosiva”, ignorando ciò che sta veramente all’origine delle cose.

Ciò che accade in Libano è un ennesimo esplodere di tensioni latenti, una ennesima situazione spinta al limite e sfociata nello scontro armato. È l’evento più grave dalla guerra civile del 1975-90, come recitano all’unisono tutte le maggiori testate dei giornali che si sono interessati.

In queste settimane, si è verificato un altro passo verso il recupero, o meglio, verso il pieno acquisto della sovranità dello stato libanese. Questo lento cammino è iniziato alla fine della guerra civile nel 1990, ha accelerato il passo con la “Rivoluzione dei Cedri” e i suoi scontri armati nel febbraio 2005. La situazione ha assunto ora un carattere più internazionale grazie alla risoluzione 1595 dell’Onu: si istituisce un tribunale internazionale per giudicare i responsabili della morte dell’ex premier libanese Rafiq Hariri, ucciso in un attentato dinamitardo il 14 febbraio del 2005 con altre 22 persone.

Una parte della popolazione libanese, sunnita e vicina a Hariri e al premier Siniora, festeggia. Gli sciiti di Hezbollah e Amal, alleati della Siria, considerano la decisione un’ingerenza dell’Occidente. I cristiani sono divisi. Tutti, favorevoli o contrari, temono che la notizia faccia esplodere il conflitto latente in un Paese dove ogni giorno si contano i morti. Nel frattempo persino Al Qaeda cerca di ritagliarsi un suo spazio nel Paese, sfruttando l’annoso problema dei campi profughi palestinesi.

La verità è che stati come il Libano, oltre a tanti altri paesi del mondo ancora hanno l’assoluta necessità, e il naturale bisogno, di sentirsi al sicuro nei propri confini. La comunità internazionale ha iniziato a muoversi per sostenere questa ricerca di stabilità e sicurezza: lo testimoniano le risoluzioni Onu in questo ambito, l’interesse stesso che si rivolge a tale crisi, come pure piccoli gesti simbolici e spesso nascosti, come azioni diplomatiche di sostegno, lontane dai riflettori momentanei della stampa. E lontane soprattutto dalle spettacolari promesse di intervento militare degli Stati Uniti, che si illudono di poter assicurare stabilità e sicurezza con la loro presenza. L’effetto sarebbe quello di un nuovo teatro di scontri tra terroristi di ogni specie e il “nemico invasore americano”.

La soluzione invece deve essere a lungo termine, deve poter risolvere in primo luogo il problema della mancanza della piena sovranità del Libano, lo scioglimento di tutti i gruppi armati e porre le basi per favorire un dialogo di stampo democratico. Mentre per una stabile soluzione della crisi dei profughi palestinesi bisognerà attendere di risolvere il più grosso problema Israelo-Palestinese, l’unico che potrebbe muovere verso una stabilizzazione dell’intero scenario mediorientale. Iran escluso.

Diego Pinna

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