Il cammino della Turchia verso l‘Europa.

C’è chi teme di frantumare un’identità che ha plasmato con gran fatica e chi è sicuro che un’identità da difendere non ci sia mica. C’è chi ha paura che l’islamismo radicale sfondi la porta della cattedrale d’Europa e invada le sue antiche navate e chi invece progetta ponti tra un occidente ed un oriente mai così distanti. La Turchia conta 70 milioni di abitanti, dei quali il 98% è di religione islamica. E il vecchio continente non pare considerare la questione religiosa come il più irrilevante dei dettagli, come la bagarre divampata nel 2003 per il mancato inserimento di un cenno alle “radici cristiane” nella Costituzione europea ci ha insegnato… Cose che succedono, difficile scendere a patti quando l’oggetto del compromesso è Dio. O forse qualcun’altro, di ben più terrena natura, che gioca a nascondino accoccolato dietro la sua ala. Di più, le notizie che rimbalzano da Ankara nell’ultimo mese non tranquillizzano i difensori della cristianità d’Europa: lo scorso 25 aprile per soli sei voti l’attuale ministro degli esteri Abdullah Gul, del partito Partito islamico della giustizia e dello sviluppo, (lo schieramento del primo ministro Erdogan) non ha raggiunto la maggioranza indispensabile per l’elezione a nuovo Presidente della Turchia. Sei miseri voti hanno diviso la laica repubblica turca dal divenire uno stato confessionale. Non è cosa da poco. Risultato: la mobilitazione di un Paese, strade della capitale debordanti di cittadini accorsi nel nome della laicità del loro stato. Come loro padre, Mustafa Kemal Atatürk, nel 1923, aveva loro insegnato. E poi c’è l’esercito, l’istituzione più popolare del Paese con più del 70 % dei consensi, che tra Stato e religione ci si è sempre trovato bene e che ha preso per mano la causa dei manifestanti, ergendosi a estremo baluardo della Turchia laica. Se necessario, prenderà apertamente posizione. Pure. A qualcuno, ha rievocato sinistre promesse di golpe. Il 6 maggio il teatrino del pugno di voti mancanti si è ripetuto e Gul, come anticipato, ha ritirato ufficialmente la sua candidatura presidenziale. Nella settimana successiva il Parlamento ha approvato una riforma costituzionale che prevede l’elezione diretta del capo dello stato da parte del popolo; elezioni il prossimo 22 luglio e problema della difesa della laicità dello stato rimandato, risolto assolutamente no. No, perchè al momento valide alternative all’Akp di matrice islamista non sembrano esistere sulla scena politica turca ; i partiti della destra marciano ancora lontani dalla creazione di quel partito Democratico che, nelle intenzioni, dovrebbe comporre i diversi frammenti in vista di uno schieramento unitario. E a sinistra, l’estrema polverizzazione dei raggruppamenti non lascia troppe speranze verso la creazione di una forza politica in grado di competere alle presidenziali (già lo si sapeva, tutto il mondo è paese). Vuoto a destra e vuoto a sinistra, l’Akp di Erdogan ringrazia e si prepara ad incassare, forte dei buoni risultati ottenuti alla guida del governo. I migliori negli ultimi cinquant’anni dal punto di vista della crescita economica, dell’imbrigliamento dell’inflazione e del proliferare di riforme costituzionali e giuridiche. Si aggiunga poi il merito di aver avviato le trattative per un futuro possibile ingresso della Turchia nell’unione europea. Fino a pochi anni fa, pura fantascienza.
L’Europa cosa risponde? Sarkozy dice no, e questo già si sapeva. Insostenibile il pensiero di offrire in pasto agli islamici ulteriori fette di sovranità francese. E poi l’Unione è europea, mica dell’Asia minore. Ma c’è chi gli contesta che l’Europa non è mero concetto geografico e srotola pagine di esempi a testimonianza della profonda integrazione già esistente tra europei e Paese della mezza luna: a partire dall’opera di modernizzazione ed occidentalizzazione compiuta da Ataturk, passando per la collaborazione con gli Stati Uniti in tempi di guerra fredda e per l’adesione alla NATO nel ‘52, fino a giungere ai massicci movimenti migratori dei giorni nostri. La Turchia sembrerebbe più Europa di quanto si pensi. La palla passa dunque, più che al popolo turco e al verdetto delle sue urne, alla classe politica europea. Basterebbe capire se il progetto di fantaingegneria, che prevede la costruzione di una coscienza comune a tutti i paesi membri dell’ UE, sia tramontato o se invece stia ancora faticosamente tentando di diventare realtà. Basterebbe capire che cosa insegua questa Europa. Il processo di allargamento sembrerebbe aver individuato nell’ampliamento del mercato unico la sua esigenza primaria. Ampliamento a discapito dell’approfondimento delle relazioni tra i suoi Paesi membri. In questo panorama, è ancora credibile appellarsi a radici culturali e religiose in comune? La Turchia aspetta delle risposte. Il vero problema è che a Bruxelles ancora non ce le hanno.

Davide Goruppi

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