You are currently browsing the monthly archive for giugno 2007.

Al cinema Vittoria di Gorizia: “Terre contese, luoghi condivisi”.

Gorizia è una terra di confine per eccellenza e perciò diventa spesso teatro di manifestazioni; esse sono occasioni per riprendere e sviluppare un tema che richiede analisi approfondite ed è spesso influenzato dai differenti punti di vista delle parti che, volenti o nolenti, se ne trovano coinvolte. Riguardo a ciò, giovedì 9 e venerdì 10 maggio si è svolta a Gorizia l’iniziativa “Terre contese, luoghi condivisi” presso il cinema Vittoria e la sala proiezione del corso di laurea del DAMS e finanziato in parte dal fondo sociale europeo e dalla regione Friuli Venezia-Giulia. Si è trattato di una manifestazione volta alla riflessione attuale sul problema dei confini: esso è da sempre al centro dell’attenzione della politica internazionale e si ripercuote sulla vita delle persone che subiscono decisioni spesso arbitrarie. Naturalmente il confine non è solamente geografico e politico, ma a volte anche mentale;  è quindi ciò che conduce molte volte a pregiudizi ed intolleranze. Molti aspetti e molti ambiti geografici e culturali sono stati toccati nel corso della manifestazione Nel pomeriggio del giovedì il titolo del tema trattato è stato “Tensioni e complicità nelle regioni di frontiera” con la proiezione di frammenti di film aventi ovviamente una diretta connessione all’argomento, e l’intervento di alcuni esperti del settore. Molto interessante il documentario su Nora Gregor, goriziana di nascita:  in esso, oltre alla biografia dell’attrice, si evidenzia anche il trascorso carattere multiculturale di una città che oggi non pare o non vuole ricordarselo per varie ragioni. Altro film da vedere e presente nel programma, è “Stella Solitaria” di John Sayles, che racconta la storia di un villaggio a sud del Texas, in cui vi è la difficile convivenza tra cittadini statunitensi, messicani e neri. Durante la serata invece il tema proposto era “Muri reali, muri immaginari” con la proiezione di tre film a partire dalle 20.45 presso il cinema Vittoria. Nel cortometraggio “Dov’è la cortina di ferro?” (Slovenia 1961), girato sulla frontiera, si affrontava la difficile situazione dopo la creazione della cortina di ferro tra Italia e Jugoslavia; nel lungometraggio “ Di chi è questa canzone? “ (Bulgaria 2003, vincitore nello stesso anno del premio per il miglior documentario europeo), ambientato nel territorio dei Balcani, il tema fondamentale diventa invece l’assegnazione di una canzone tra vari popoli che la rivendicano come propria; infine “Il muro” (Belgio 1998), a mio parere il più interessante,  riprende il tema del  contrasto ormai storico tra Fiamminghi e Valloni:  immaginando ironicamente la costruzione  di un ipotetico muro che divida questi due “popoli” presenti all’interno del Belgio.  Venerdì 10 maggio, infine,  la manifestazione si è concentrata sul tema “Gorizia – Nova Gorica: politiche culturali liberi dal confine” con un’analisi abbastanza approfondita dello sviluppo storico e culturale dell’area in questione e della progressiva integrazione di un territorio situato sul diretto confine tra Italia e Slovenia.  Durante questa mattinata il dibattito è stato aperto e sono intervenuti il giornalista Klavdjia Figelj, il giornalista e scrittore Demetrio Volcic e il sociologo Moreno Zago, che hanno apportato un prezioso contributo alla discussione. Per chi fosse interessato agli atti del convegno e non avesse potuto prendervi parte, essi sono eventualmente disponibili sul sito http://www.kinoatelje.it. Nel complesso ritengo che la manifestazione sia stata molto interessante ed abbastanza ben organizzata, anche se sinceramente mi aspettavo forse una maggiore presenza e partecipazione da parte del pubblico. D’altra parte, a giustificazione di ciò, il tema trattato viene ribattuto durante l’anno a più riprese e comunque, a mio parere, la pubblicità della manifestazione forse non è stata sufficiente. Il confine resta in ogni caso un argomento molto importante e un oggetto di analisi e riflessione molto attuale. Esso è sempre in evoluzione e risulta essere un elemento condizionante, nonostante i numerosi progressi compiuti negli ultimi anni, della situazione quotidiana locale e globale. A volte infatti ci si ferma troppo presto per paura o per interesse: sarebbe importante valicare  il confine più spesso anche per approfondire la conoscenza e abbattere dei muri. Naturalmente non solo in senso metaforico.

Lisa Cuccato

Annunci

Il forum G8-Unesco è un’occasione per pensare al futuro della città.

Per 3 giorni, dal 10 al 12 maggio, Trieste ha ospitato il forum G8- Unesco dedicato ai temi dell’educazione, della ricerca e dell’innovazione al servizio dello sviluppo sostenibile, riunendo i rappresentanti dei governi di 22 paesi del mondo, economisti e scienziati, tra cui (solo per citarne alcuni) i Premi Nobel Carlo Rubbia e Martin Perl. Lo scopo del forum non era elaborare dei progetti d’intervento specifici quanto quello di “promuovere la società globale dell’innovazione sviluppando e integrando gli elementi del triangolo della conoscenza (istruzione, ricerca e innovazione)”, come ha affermato il direttore generale dell’Unesco Koichiro Matsuura. Naturalmente, è facile trovare ottimi argomenti per criticare l’utilità, l’efficacia e la sincerità di simili iniziative, e i cortei di protesta ambientalisti non sono mancati, ma non è di questo che vorrei occuparmi. Uno dei risvolti salienti di questo forum è senza dubbio il ruolo di Trieste: la città è stata scelta per la sua consolidata tradizione scientifica, che l’ha portata ad essere un punto d’eccellenza nel settore in Italia e a livello internazionale. L’incontro ha fatto sorgere diversi interrogativi sul futuro del capoluogo giuliano, sia come polo scientifico sia come città in sè: sarà all’altezza della sfida di diventare un ponte per la diffusione delle tecnologie fra Nord e Sud del mondo e per la collaborazione con i paesi dell’Europa Orientale? Che vantaggi potrà trarre da questo ruolo? Al momento, basta guardarsi un po’ intorno per capire che la città ha i numeri per soddisfare queste aspettative: ospita istituti come il Centro di Fisica Teoretica Abdus Salam, il Sincrotrone, l’Area Science Park, il Consorzio per Scienza, Tecnologia e Innovazione per il Sud del mondo. Se non bastasse questo parziale ma già consistente elenco per rendere l’idea, è sufficiente considerare la densità di scienziati presenti sul territorio del Friuli Venezia Giulia: il rapporto fra ricercatori e popolazione è dell’8,8 per mille, il più alto d’Italia e di molte economie sviluppate. Ma perchè sia la città intera a beneficiare delle possibilità delineate, è necessario valorizzare la scienza fra i cittadini, sensibilizzare l’opinione pubblica per creare una comunità consapevole e interessata, e innescare un circolo virtuoso di conoscenza: ad ogni livello le istituzioni dovrebbero adoperarsi per favorire la compenetrazione fra comunità scientifica e cittadini, per istruire e stimolare i giovani, in modo che un domani alcuni di loro vadano ad alimentare le fila degli scienziati, portando una visione della tecnologia ancora più dinamica e consapevole dell’importanza della conoscenza scientifica al servizio concreto dell’umanità. In questo modo, la città sarebbe in grado di continuare ad attirare scienziati da tutto il mondo, e vedrebbe nascere anche molte opportunità di investimenti economici di vario genere. Un’informata, interessata ed aperta (sotto il profilo culturale in senso ampio) comunità sociale può essere quindi un importante fattore per alimentare una feconda comunità scientifica. E a sua volta la scienza ha molto da insegnare alla società civile in termini di razionalità, di cosmopolitismo e di apertura mentale: tutti elementi che, se valorizzati nel giusto modo, possono contribuire alla crescita della città e al suo “svecchiamento”, ad aprire prospettive nuove in tutti i campi culturali, non solo in quello scientifico. Un’importante risposta a questi temi è arrivata proprio in questi giorni con la prima Fiera dell’Editoria Scientifica di Trieste (FEST) conclusasi il 20 maggio: un entusiasmante esempio di ciò che la comunità scientifica è in grado di dare alla cittadinanza. Attraverso conferenze, tavole rotonde, mostre, science cafè, la fiera si è proposta di diffondere le più recenti scoperte scientifiche e i più innovativi modi di divulgare la conoscenza, ma anche i dilemmi e le sfide cui le scoperte inevitabilmente portano, richiamando migliaia di visitatori.
Per quanto riguarda il sostegno ai paesi in via di sviluppo, nel corso corso del forum G8-Unesco si è parlato del futuro di Trieste come modello di cooperazione attraverso la collaborazione con istituti scientifici collocati nei paesi che non hanno le risorse per lo sviluppo di tecnologie utili alla crescita economica. Così si potrebbe offrire aiuto in modo non paternalistico e più concreto, cioè fornendo i necessari strumenti ed infrastrutture per favorire uno sviluppo autonomo dell’economia e della società dei paesi in questione, piuttosto che riversando fiumi di denaro spesso senza controllo. In particolare, una strada importante da percorrere è quella delle tecnologie eco-sostenibili: la scienza dovrebbe mettere a punto tecnologie che permettano loro di proseguire nello sviluppo come hanno fatto le economie occidentali, ma limitando il proprio impatto ambientale. In questo modo, si otterrebbe un modello alternativo di sviluppo che sarebbe decisivo nella ridistribuzione delle risorse e nell’eliminazione delle disuguaglianze fra paesi compatibilmente con il rispetto dell’ambiente.
Per Trieste dunque si prospettano grandi sfide e possibilità, che avrebbero implicazioni sicuramente positive per la regione intera: l’ideale ora sarebbe continuare sulla strada aperta dal FEST in termini di scambio proficuo tra società e comunità scientifica, per fare diventare la città una vera capitale della scienza.

Athena Tomasini

Lunedì. Ore 13.30. Cielo sereno su Gorizia. Sto raggiungendo l’appartamento di Emmanuel. Siamo in partenza per Trieste. Il nostro compito è semplice: consegnare la domanda di laurea in segreteria. Fin da subito si respira un’atmosfera rassegnata. Siamo consapevoli di ciò cui andiamo incontro: ormai abbiamo perso ogni speranza di efficienza del sistema. Siamo disillusi, freddi, calcolatori. Siamo veterani. Abbiamo visto cose che voi umani non potreste nemmeno immaginare. Se non siete Kafka.
Ancora una volta, dunque, ho in mano CARTE. Che bella sensazione. Tutta questa cellulosa tra le mie dita, morbida, liscia, con le lettere stampate in nero su bianco, nette, determinate. Mi conforta sempre sapere che anche noi, nel nostro piccolo, diamo il nostro contributo a tutti quei poveri lavoratori, laggiù in Amazzonia: la nostra Burocrazia è con voi, ragazzi!
Tra parentesi, potremmo presentare la domanda anche a Gorizia. Perché, dunque, andare a Trieste? Semplicissimo: occorre effettuare tramite posta un pagamento di trenta euro, su di un apposito bollettino prestampato. Per ritirarlo bisogna mettere in conto un viaggio di un’ora, un pomeriggio di vita, imprecazioni varie ed eventuali. Perché QUESTO BOLLETTINO SI PUO’ RITIRARE SOLO IN SEGRETERIA CENTRALE, anche se poi il versamento si può fare dovunque e non occorre presentare alcuna ricevuta.
Se un giorno qualcuno mi parlerà ancora di rivoluzione telematica, riduzione delle distanze, e-commerce, internet, mi sa che riderò. Riderò di gusto.
Emmanuel mi avverte che bisogna presentare, tra le altre cose, pure la ricevuta di un questionario da compilare obbligatoriamente in Internet (chiaramente, se c’è qualcosa da fare, e io non lo sapevo, bisogna anche usare il computer): sei pagine di questionario e pochissimo tempo a disposizione. Metto i dati anagrafici. Dobbiamo partire. Cinque minuti. Quattro. Calma, il segreto è la flemma. Mi chiamano al cellulare. Parlo portando avanti la compilazione. Sono un funambolo. Quando riattacco capisco che non ce la farò mai. E allora via, qual è il mio livello di inglese di spagnolo di francese di tedesco quando sono nati i miei qual è il mio codice fiscale che diplomi ho so usare il computer e se sì che programmi? La soluzione è una: metto crocette a caso, salto parti, invento risposte, tanto so che potrò modificarlo anche dopo e che questo non influenzerà l’esito della ricevuta.
Finalmente finisco. In questo momento c’è un sito internet che contiene dati molto divertenti su di me. Mi sa che dovrò ricordarmi di cambiarli, un giorno.
Partiamo! Lungo la via intoniamo marce ed ascoltiamo Wagner che fa sempre morale. Magari stavolta andrà bene e non dovremo nemmeno prendere ostaggi. Verso le due e mezza arriviamo e prendiamo il nostro numero e, già che ci siamo, saliamo fino all’ufficio Socrates per vedere se riusciamo a firmare il contratto finanziario, visto che sta per scadere il termine anche per esso. Ultimamente ci sono un sacco di scadenze. E meno male, altrimenti non mi accorgerei mai di essere in ritardo.
All’ufficio ci sono, comunque, un sacco di persone. Decidiamo che tanto vale rinunciare, visto che il giorno dopo verranno appositamente i funzionari dell’ufficio a Gorizia. Scendiamo e aspettiamo il nostro turno. Arriveremo a casa alle cinque e mezza. Tre ore nette. Sono felicissimo! L’unico modo per metterci meno in una segreteria è trovarla chiusa.
Martedì. Ore 9.00. Il sole illumina i corridoi della nostra università. Si conclude il contratto finanziario. Avanzo baldanzoso col Bonez e con il mio learning agreement firmato, controfirmato, parafato, timbrato, validato. Eppure non mi sembrava che il learning agreement comportasse modifiche territoriali.
Arriviamo alla stanza in cui i funzionari di Trieste hanno convocato gli assegnatari delle borse. E d’un tratto mi rendo conto che è vero: il mondo è sovrappopolato. C’è una lista? Benissimo, la trovo e segno entrambi. Ci sediamo con gli altri. E cominciamo ad attendere.
Ore 10.00. Riusciamo ancora a fingere di studiare. Abbiamo i libri, sottolineiamo, magari ci facciamo anche qualche domanda. Ogni tanto passa di fronte a noi qualche reduce. Leggo nei suoi occhi la mia sofferenza. Non c’è bisogno di parole. So quello che tutti loro hanno provato e li rispetto. Loro ce l’hanno fatta.
Ore 11.00. Da un po’ di tempo ho cominciato a canticchiare. Non è mai un buon segno. Bonez ha chiuso il libro e legge qualcosa che non esiste sul soffitto.
Ore 12.00. Ridiamo nervosamente.
Ore 13.00. Ormai siamo agli sgoccioli. Manca solo una decina di persone. Ma un sinistro ammonimento risuona destando inquietudini: potrebbero non riuscire a farci tutti. La folla comincia ad agitarsi. Qualcuno già affila coltelli. Perché ieri non sono rimasto a Trieste a pernottare? Mi sa che conveniva.
Ore 14.00. Dopo qualche accenno di insurrezione popolare il ritmo è accelerato. La democrazia funziona! Peccato però, la barricata mi stava venendo proprio bene. Chiamano il mio nome. Sono affamato e disidratato. Ho freddo. Striscio senza forze verso lo studio e concludo il contratto. Le mie dita tremano. Alla fine riusciamo tutti a firmare. Usciamo alle 14.30. Dopo cinque ore. Abbiamo vinto.

Rodolfo Toè

Come l’anarchia istituzionale influenza la domanda Erasmus.

 La cosa più divertente dell’Erasmus, prima di andarci ovviamente, sono le leggende che girano in facoltà sull’attribuzione delle borse. Per alcune settimane l’università si trasforma in un campo di battaglia. Sembra quasi che tutti si siano dimenticati degli esami e per le destinazioni più ambite la concorrenza diventa sfrenata. Si manifestano anche parossistiche crisi d’ansia: “Tu cos’hai chiesto?!” “Hai trovato gli esami?!” “Io pensavo di chiedere Parigi ed Instanbul, secondo te sbaglio?!” “Chi ha chiesto Science Po?! E la Humboldt?!” “Alla fine vai a Cracovia?!”. I colloqui con i docenti poi diventano scene di racconti folklorici tramandati oralmente all’interno della comunità studentesca, rielaborati, ingigantiti e distorti di versione in versione. Si racconta allora di professori che premono affinché gli studenti facciano la tesi con loro come requisito per ottenere la borsa; altri che si rifiutano di attribuire una borsa vacante ad uno studente che la chiede perché non è della specialistica; ragazzi che frequentano corsi non previsti nel loro programma di studi per accattivarsi un professore; altri che lo invitano a cena per lo stesso motivo. Alcuni docenti fanno tre orali prima di prendere una decisione, altri nemmeno mezzo. Il tutto nella più generale anarchia istituzionale.
Non a caso ci sono alcune domande a cui difficilmente risponderebbero anche gli addetti dell’Ufficio Erasmus di Trieste. Ad esempio: quanto pesa la conoscenza della lingua nell’attribuzione della borsa? Quanto la media? Quanto “l’anzianità”? Quanto l’interesse del candidato per la materia del professore che gestisce la borsa? Ci sono persone che hanno superato altri candidati pur conoscendo poco o nulla della lingua del paese in cui sarebbero andati, altri che per la stessa ragione si sono visti opporre un secco rifiuto. Nella totale assenza di direttive i professori svolgono liberamente le loro selezioni privilegiando ora un criterio ora l’altro e non c’è da stupirsi. Tuttavia questo comporta che molti studenti scelgono le destinazioni più in base al professore che assegna la borsa, che alla destinazione vera e propria. E qui entrano in gioco le leggende di cui si parlava all’inizio. Infatti è soprattutto in base ed esse che avviene la prima selezione, quella fatta dopo ore passate di fronte allo schermo del computer, con il mouse lampeggiante sull’elenco delle università e dei relativi docenti. Così è facile sentire: “…ah io con Pilotto la borsa non la chiedo!…”, “…ma tu sei pazzo a chiederla con Fasana!…”, “…E’ inutile, la Pagnini dà le borse solo a quelli della specialistica!…”. Così nel caos ci sa affida all’intuito, ai consigli dei più vecchi e alle leggende, che hanno sempre un fondo di verità, ma spesso si rivelano esagerate o parziali, precludendo stupidamente le scelte di molti studenti.
Non sarebbe più facile fare un po’ di chiarezza permettendo una scelta più serena e consapevole? Non si tratta di formare commissioni unitarie di valutazione con graduatorie quantitative di tutti gli studenti come avviene in altre facoltà. Non è necessario arrivare a tanto centralismo istituzionale, anche dubbio nei suoi esiti. Non si vuole uniformare l’azione dei singoli docenti ad un modello unico da seguire rigidamente. Basterebbe fornire delle risposte alle domande poste precedentemente. Ad un’ eventuale mancanza di volontà e/o capacità da parte degli organi universitari a compiere una simile operazione potrebbero supplire gli stessi docenti, facendo pubblicare insieme al bando i propri criteri di valutazione in ordine d’importanza. Questo probabilmente aiuterebbe gli studenti a scegliere con maggior consapevolezza. In fondo, l’Erasmus è un’esperienza unica che ha un ruolo fondamentale nella nostra carriera universitaria, per la quale quindi è il caso di esigere un po’ di chiarezza.

Emmanuel Dalle Mulle

Le modifiche al biennio specialistico in scienze internazionali e diplomatiche approvate dal Consiglio di Facoltà.

Capita, un giorno, una domanda Erasmus da compilare. Capita, mettiamo lo stesso giorno, un piano di studi in cui i corsi abroad, dell’università straniera, devono corrispondere a quelli home, della tua università. Capita, ancora lo stesso giorno, di trovare su internet il piano dettagliato dell’anno accademico successivo per l’università straniera, con tanto di corsi, docenti, semestri e addirittura orari di insegnamento. Ancora lo stesso giorno, capita di provarci anche per la parte italiana, la tua, per la precisione quella del polo goriziano dell’Università di Trieste.
Internet? Biblioteca? Segreteria? Niente. Non capita, per giorni e giorni. Peggio, non c’è il modo di farlo capitare. Finché qualcuno di ben informato ti dice che il piano di studi che cerchi da giorni e giorni è reperibile “nel posto più ovvio”. In quel paradiso terrestre dello studente universitario che è la cartolibreria di via Cascino, sempre a Gorizia.
Capita così che ti accorgi che i tre curricula della specialistica a cui ti appresti ad iscriverti sono cambiati. Radicalmente cambiati. Capita che ti torna alla mente gennaio con “tutti quei discorsi” sulla riforma Mussi, sui decreti che non ci sono ma bisogna eseguire, sulla necessità di negoziare, sui soldi che non bastano per i professori a contratto, sulle due nuove specialistiche in studi internazionali varate  e ancorate a Trieste, sulle beghe interne alla Facoltà…      Capita che ti sembra di essere come ad un’esposizione casearia con i tre curricula ridotti ad ammassi di groviera: ogni giorno più bucati al loro interno, ogni giorno meno appetitosi per te, topo in trappola.
Altro che riforma Moratti, Mussi e quant’altro, una vera e propria rivoluzione sta investendo il corso di laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche. Quello dell’Università di Trieste ma con sede a Gorizia. Sì, proprio quello dal glorioso passato, quello che fu il primo in Italia e fuori, quello che ancor oggi contribuisce in maniera determinate a mantenere la Facoltà ai primi posti nazionali (dopo Bologna, con la sua affiliata Forlì, e Pavia, ma prima di Roma) come ci ricorda una recente indagine Censis, condotta per il quotidiano nazionale Repubblica.
Su un altro quotidiano, locale, qualcuno, ricordando il film Caccia ad Ottobre Rosso, ha scritto (in un altro contesto sia chiaro) che “una piccola rivoluzione ogni tanto è salutare”. Sarà, ma non è questo il caso, almeno perchè la rivoluzione tanto piccola non è. A cominciare dall’inserimento di Psicologia delle organizzazioni e del negoziato in tutti e tre i percorsi, economico-internazionale, politico-diplomatico e, cosa assai più imprevedibile anche in quello extraeuropeo. Se, come diceva Sherlock Holmes, tre indizi fanno una prova  allora siamo a buon punto. Ma non sono tanto le fondamenta, già gettate, di un nuovo centro di studi del negoziato che fanno riflettere – anche se sarebbe ora di chiarire se questo sorgerà internamente o parallelamente al corso di laurea- quanto piuttosto il continuo impoverimento dell’offerta formativa del SID alla specialistica. Al I anno i tre curricula non si distinguono che per una manciata di corsi, anzi l’economico e il diplomatico neanche per questi, coincidendo perfettamente negli insegnamenti. Ma allora che senso scegliere tra i due? Tanto varrebbe posticipare la scelta della specializzazione all’ultimo anno e, se “i provvedimenti Moratti” non lo consentono, lasciare quantomeno la possibilità di movimento da un percorso all’altro all’inizio del quinto anno.
A ben vedere, quest’ultimo non sembra star meglio: mancano all’appello diversi insegnamenti, tra cui Finanza d’Impresa e Marketing nel curriculum economico, Metodologia e tecnologia delle comunicazioni di massa ed Economia applicata internazionale nel politico diplomatico e diversi caratterizzanti di quello extra-europeo come, tra gli altri, Storia ed istituzioni del mondo Ottomano e della Turchia contemporanea e Organizzazioni internazionali e volontariato. Come togliere quest’utlimo se il manifesto del corso si prefigge di creare figure professionali capaci di agire nell’ambito “dell’aiuto e della cooperazione verso paesi extra europei”?
Dietro ad un insegnamento sta sempre un docente, da affiliare, da associare, da confermare e da precarizzare. O, come succede ultimamente, da de-precarizzare, ossia licenziare. E’ questa la grande trasformazione: si è passati dai circa 30 crediti formativi complementari (i CFU complementari erano 13 nell’economico) ai soli 6 da ripartire nei due anni. Vale a dire che lo studente potrà scegliere meno esami a propria discrezionalità, diventando ancor più legato ad un percorso omologato e omologante. Senza dubbio studiato puntigliosamente secondo i dettami ministeriali e i vincoli universitari (bilancio, riduzione dei docenti a contratto e via dicendo), eppure sempre meno confacente alle sue aspirazioni iniziali.
E tra un professore che va, uno che viene, e troppi, anche tra i professori, che ti consigliano di andartene per la specialistica, capita che ti senti spaesato. Capita che ti viene da chiedere consiglio alla signora di via Cascino, magari lei ha qualche altra fotocopia per te…capita che diventi allergico al sistema. Come quel topo che davanti all’esposizione casearia non trova il groviera che fa per sé. Troppi buchi, pensa. Scuote il musetto, si gira e se ne va…

Davide Lessi

Intervista allo sconfitto Nicolai.

1. Signor Nicolai, come commenta il suo risultato alle elezioni comunali di Gorizia?
Cosa dovrei dire? Ci sono stati dei brogli. B-r-o-g-l-i (scandisce, ndr). E’ ovvio…

2. Brogli? Ma se non ha preso nemmeno 1 voto. Come può parlare di brogli?
Proprio per questo mi sembra palese che ci siano state delle irregolarità. Peggio, un’autentica cospirazione per conservare il potere tra le mani della gerontocrazia goriziana.

4. Sta muovendo delle accuse pesanti. Su quali basi?
Tutti avrete letto o sentito di quanto è accaduto a Lucinico, dove un presidente di seggio ha intascato una scheda elettorale. Evidentemente è stato il solo ad essere beccato in fragrante. Chi può dire che questo non si sia ripetuto in tutti i seggi? Chi può dimostrare che non ci sia stata un’allenza di tutti i presidenti dei seggi goriziani contro di me? Loro se ne sono usciti con le tasche piene, io senza voti…

5. Intende ricorrere al TAR del Lazio?
In effetti ci sarebbe un’altra irregolarità: vi era un altro candidato di nome Nicolai in una lista a me ostile. Evidentamente c’era la volontà di togliermi dei voti. Mi temevano…Ma se questa città non mi vuole evidentemente non merita che Romoli…

7. Romoli ha ottenuto oltre il 50% dei voti e si è insediato, da circa una settimana, nel palazzo comunale. Come vede il nuovo sindaco?
Come un ex-missino alleato con Berlusconi.

7. Basta così?
Serve altro?

8. Veramente si…
Allora è un populista il cui primo impegno preso è quello di ripavimentare le strade. A Gorizia non servono cerotti, non servono politiche con lo sguardo corto. Lui sembra miope, io ero il candidato con gli occhiali…

9. Lo era. E adesso, pensa di aver finito con la politica goriziana? O intende lanciarsi nella costruzione del Partito Democratico come l’altro grande sconfitto, Mosetti?
Il partito democratico è un’illusione, un’ accozzaglia priva di dignità politica che non riuscirà mai a formulare un programma propositivo. Quanto a me, ho ben altri progetti…

10. Nuovi progetti?
Si, intendo dedicarmi alla cultura, alla cinematografia. Intendo cambiare le cose una persona alla volta.

11. Eh? Cambiare le cose una persona alla volta?
La politica mi ha deluso di nuovo, dopo l’esperienza di rappresentante d’istituto. Penso di poter fare di più agendo su una scala più piccola.

10.Vuole quindi ricucire lo strappo tra politica e società civile?
Esattamente! Agendo alla base, arrivando alla coscienza dei singoli, fino a convertirli.

11. Convertirli sembra un verbo più adatto alle liste civiche confluite nel Forum dell’ex prete Bellavite?
La chiesa non ha l’esclusiva sui missionari.

12. Quale sarà il suo messaggio?
Fate come se i politici non ci fossero e cercate, ognuno di voi, di risolvere i problemi del vicino di casa..o della vicina (strizza l’occhio, ndr)

13. Ma per finire, non ha proprio niente da dire al sindaco Romoli?
Solo un celebre aforisma: “Il problema della corsa dei topi è che, anche se vinci, sempre topo sei”.

Davide Lessi

Per arrivare alla Frasca scendo via Alviano in bici, verso la Casa Rossa. E’ un pomeriggio caldissimo. La Frasca sembra uno dei tanti edifici che, qui sul confine, costeggiano su di un lato la strada italiana, e vedono dall’altro i campi che sono già Slovenia. La si riconosce solo grazie ad un cartello scritto a mano, con gli orari di apertura, ed al segno che pende al cancello: dei rami intrecciati ad un fiasco minuto.
Per giungere all’ingresso devo aggirare l’edificio. Sul retro c’è una piccola tettoia che ombreggia dei tavolini, con una staccionata ricoperta da edera e rampicanti. Salendo qualche gradino, si entra in un’unica stanza, che io chiamo istintivamente cucina, anche se non lo è, perché l’immagine che mi riporta alla mente è quella della cucina nella casa dei miei nonni: con questo cammino immenso, che da solo occupa un angolo del piccolo locale, un televisore, quadri alle pareti ed i tavoli disposti con buon ordine.
Il gestore siede fuori, ad un tavolo vicino alla scala. Lo saluto e cominciamo a parlare della storia della casa. E’ vero, io dovrei scrivere di enogastronomia. E’ per questo che sono qui. All’inizio, vorrei chiedergli del loro vino. Delle loro abitudini. Ma più la conversazione va avanti, più le parole mi sospingono verso i suoi ricordi, che occupano piano piano tutto il corso del novecento.
Perché la Frasca dà sul confine, e la sua storia è quella di Gorizia, è quella della gente che qui vi ha vissuto, è la storia di due guerre mondiali e di nazionalità che cambiano. Il passato di questa casa è anche la vicenda di una famiglia che ha conosciuto la fame, che ha fuggito da profuga le trincee scavate a neanche duecento metri dall’uscio.
Io ascolto tutto questo, ascolto racconti di russi, nazisti, partigiani, fascisti. Ascolto la vita di una città. Dei suoi abitanti: di chi era amico, fratello, sorella e madre. Ascolto la storia, quella che quando diventa la vita personale di ognuno di noi entra negli affetti e nella terra. Quella che non conosce giusto e sbagliato. La storia privata. La storia che ci fa tutti vittime.
Alla Frasca non c’è musica, solo le parole e le chiacchiere delle persone che vi passano, e che in un certo modo ne entrano a fare parte. Guardo vecchie foto, ma più ancora fisso la terra alle mie spalle, bionda di sole e appena mossa dal vento. Fisso l’ospedale e immagino come doveva essere cento anni fa. Penso a questo posto in cui ora crescono solo le acacie, più velocemente del normale perché la terra è rimasta concimata dal sangue di tutti quei morti; le acacie che vengono su troppo in fretta e che proprio per questo motivo hanno un legno buono a far nulla e tocca bruciarlo.
Io prendo nota, in silenzio. Io so che dovrei occuparmi di cibo. Ma scrivere della Frasca è scrivere di questo, prima che di ogni altra cosa. Io prendo nota, con un bicchiere di bianco vicino al registratore, e provo vergogna per le mie scarpe di ginnastica e la mia maglietta, e per i miei vent’anni e la mia poca barba. E’ una sensazione particolare, che provo sempre quando sto davanti a qualcuno e bevo il suo vino e so che le mani che riempiono il mio bicchiere sono le stesse scurite dal sole che hanno cavato l’uva, e che l’hanno fatto per anni, prima che io nascessi; mani che hanno toccato mura e volti di cui non so nulla. Non ho mai conosciuto tanto Gorizia come in questo momento. Solo ora la capisco per la prima volta, ora che bevo questo vino ed il pomeriggio invecchia tra l’erba e le viti. Quando esco, vorrei fermarmi ancora, e ancora stare a sentire. Inforco la bici e risalgo verso casa, e lungo la strada guardo alberi e case, guardo Gorizia con occhi diversi. Con gli occhi che la Frasca mi ha dato.

Rodolfo Toè

Per anni i leader del Centrosinistra hanno devoluto energie e spazio televisivo al tentativo di creare un grande Partito Democratico, un partito-coalizione che arrestasse il processo di disgregazione della Sinistra italiana e le restituisse credibilità. Sfortunatamente i loro sforzi sono destinati a fallire in quanto, se pure tale partito venisse a formarsi, non avrebbe più nulla a che vedere con quella che noi chiamiamo “Sinistra”. In primo luogo un partito non può avere al suo interno La Margherita e continuare a considerarsi di sinistra, e soprattutto non può definirsi (nelle parole di Piero Fassino) come “un partito che deve stare  in sintonia con la società”.  Questo perché l’ideologia di sinistra, fin dalla sua nascita, è stata un ideologia di critica della società capitalista e delle sue ineguaglianze. Una critica di cui vi è evidentemente ancora bisogno, per combattere il crescente divario tra poveri e ricchi e la precarizzazione dei lavoratori. Senza ricadere in nostalgie comuniste mi sento in diritto di dire che una sinistra che non vuole cambiare la situazione, una sinistra di amministratori (definizione dello stesso Fassino) non è ciò di cui il nostro Paese ha bisogno. Il mondo cambia, e mentre gran parte della Destra si aggrappa a concezioni retrograde la Sinistra riformista si rifiuta di affrontare i problemi, muovendosi verso il centro ed alienando la propria base, socialmente molto più avanti dei leader. Un semplice esempio? Nel “pantheon” del PD è stato inserito Craxi ma non Berlinguer. L’uomo che per primo ha posto la questione morale e il problema dell’etica pubblica non è stato ritenuto un punto di riferimento valido quanto chi ci ha regalato Tangentopoli e ha aperto la strada al berlusconismo. Lo stesso Berlusconi ha dichiarato “Se questo è il partito democratico, quasi quasi mi ci iscrivo anch’io.” E la cosa tragica è che potrebbe benissimo farlo. Con questa deviazione verso una politica di presunto “realismo” la Sinistra italiana ci ha deluso ancora una volta. Ma dopotutto non è colpa loro, siamo noi che ormai dovremmo aspettarcelo. È la cosa che sanno fare meglio.

Luca Nicolai

Lettera a un Giovane Democratico (da parte di un giovane di sinistra).

Caro, ***
è davvero un piacere sentirti. Spero vada tutto bene, oramai è difficile vedersi, sparsi come siamo per gli atenei di tutto il nord Italia.
Apprezzo molto la tua scelta, ti ringrazio di avermi reso partecipe e ancor più di avermi invitato ad aderire al progetto attorno al quale ti stai impegnando. Ne sono felice. Sono in molti a credere a quel progetto di riforma della politica italiana che è il Partito democratico. Un traguardo ambizioso, giusto, necessario per riformare un modo di fare politica che la sta rendendo insipida e auto referenziale, sempre più lontana dalla gente; ma soprattutto inadeguata per i tempi che stiamo vivendo: chiunque si ponga degli interrogativi su come vede la politica, non potrà fare altro che muovervi delle critiche. Magari guardiamo i telegiornali, leggiamo le notizie, ma non ci sentiamo mai appagati dalla politica di oggi. Oltre a ciò, penso al sistema dei partiti. A come siamo ancora divisi in vecchie scuole di pensiero, legate alle vecchie ideologie. A come i dirigenti del nostro paese continuino a prendere come riferimento il passato, invece che il futuro. ex comunisti, ex democristiani…. Una pars destruens, che considera più importanti gli aggettivi e gli attributi che la volontà di innovazione. Vanno buttate giù le pareti che fanno da confine, abbiamo bisogno di un grande balzo in avanti del nostro paese. Servono nuove risposte a nuove domande. Per questo bisogna tifare per il partito democratico. Perché esista un partito che lo sia di fatto oltre che di nome.  E questo vuol dire primarie per eleggere i nostri dirigenti (o “nostri dipendenti”, nella definizione di Beppe Grillo), democrazia rappresentativa unita a democrazia partecipata, legame forte con il proprio corpo elettorale e con i movimenti, esercizio del nostro diritto di voto non solamente ogni 5 anni, al termine di ogni mandato elettorale. Bisogna crederci, e da destra come da sinistra, chi vuole veramente imporre un nuovo corso e ridare fiducia nella politica deve seguire la strada tracciata dal partito democratico. Se non nei contenuti (ognuno muta i propri), almeno nella forma. Ti starai chiedendo perché ti stia scrivendo questo, probabilmente. Perchè anch’io credo nel partito democratico. Da un’altra posizione, però. Tifo per il partito democratico, ma da sinistra.
Vedi, il partito democratico non coincide con quelle che sono le mie idee e le mie aspettative. O meglio, per continuare a porla in questo modo: credo non dia le risposte più giuste alle domande che mi pongo e che gran parte della sinistra si pone. I Ds rafforzeranno l’aggettivo “democratici”, ma perderanno l’essere “di sinistra”. E non è solo una questione di  nomi, ma di contenuti.
Mischiare le proprie diversità sotto la stessa bandiera, tenendo come comune denominatore la tradizione democratica, è certamente un grande passo avanti. Un liberarsi di quelle pareti, un aprire i cancelli e fare prendere aria alla politica, è quello di cui più abbiamo bisogno. Ma di rinunciare al più forte partito della sinistra italiana e alle sue lotte… questo per me è un prezzo troppo grande da pagare.
Sono giovane, ho vent’anni, e nonostante tutto mi rendo conto che del Partito Democratico abbiamo bisogno. Deve poter essere la spinta riformatrice anche per le altre forze politiche, per tutta la politica. Noi giovani, quando riceveremo in eredità questo paese, non dovremo continuare rimettere in piedi, riaggiustare, ritoccare una macchina sfasciata. Dovremo imparare a costruirne una nuova di zecca, dovremo decidere noi come formarla, dovremo guidarla noi verso nuovi traguardi, verso le nuove risposte alle nuove domande.
Il PD non sarà il migliore dei partiti possibili, ne sono convinto. E non lo voterò. Ma continuerò a tifare per ogni progetto che ridia speranza ad un giovane che, nonostante tutto, ha ancora fiducia nella politica.

Matteo Lucatello

L’Italia è stata, di recente, un vero e proprio campo di battaglia per le elezioni amministrative che hanno interessato tantissimi comuni e svariate province. La Sicilia, in particolare è stata sotto l’occhio dei riflettori dal 13 e dal 14 maggio, giorni in cui si sono svolte le fantomatiche e tanto attese elezioni che avrebbero dato un nuovo sindaco alle città di Palermo, Agrigento, Trapani e un nuovo presidente alla provincia di Ragusa. Una grandissima affluenza alle urne ha avvalorato la tesi che voleva la Sicilia in mano alla Casa delle Libertà, già al primo turno. Solo ad Agrigento si è giunti al ballottaggio tra il candidato di centro destra Camilleri e Il candidato di centro sinistra Zambuto. Contrariamente ad ogni previsione, giorno 28 maggio, è stato eletto quest’ultimo. Anche un altro grande centro ha sancito la vittoria dell’Unione, Gela. Ma la fine delle elezioni non è bastata per mettere a tacere le polemiche: a Palermo il sindaco uscente e candidato della destra Cammarata ha vinto sul rivale Orlando con il 60,1% dei voti. Ma Leoluca Orlando (già sindaco del capoluogo siciliano nel ’93 e nel ’97) ha rivendicato dei brogli elettorali e dopo,essersi accertato dei risultati, ha chiamato il ministro dell’Interno Giuliano Amato al quale ha denunciato le innumerevoli illiceità commesse nei seggi e anche dei fatti molto gravi: afferma, infatti che molte schede sono state annullate, che sono state fatte delle “promesse” durante la campagna elettorale da parte di Cammarata (il fenomeno del clientelismo è tristemente diffuso in Sicilia) e che i rappresentanti della sua lista siano stati addirittura minacciati fisicamente. Ovviamente il comportamento di Orlando è stato giudicato “patetico” dal  neo sindaco Cammarata. Ma anche alcuni cittadini hanno denunciato delle anomalie che sono state raccolte in un dossier da inviare alle autorità competenti nella speranza che questo possa portare alla costituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta. In questo documento sono riportate alcune situazioni “poco chiare”: centinaia di schede sono state segnate con una matita diversa da quella fornita nei seggi – forse proprio dai presidenti di seggio, in assenza degli scrutatori –  e tante altre schede sono state annullate senza un valido motivo. Inoltre in alcune zone dell’hinterland palermitano sono state sorprese diverse persone mentre fotografavano il loro voto. Dunque, i sospetti sono più che fondati: si tratta di episodi accaduti veramente e non così insoliti in una terra che di certo ha sempre mostrato una particolare inclinazione della politica all’illegalità e alla disonestà. Comunque sia, il sindaco Cammarata ha risposto alle accuse di Orlando con assoluta – forse anche apparente – tranquillità, forte dell’appoggio di un altro illustre personaggio della politica siciliana: il Presidente della Regione, Totò Cuffaro, il quale ha chiamato “sceneggiata” la polemica di Leoluca Orlando. Beh… spetterà alla Magistratura decidere o no se si tratti di una sceneggiata… Sempre che qualcuno non provveda ad insabbiare il tutto sotto la splendida e fine sabbia della Sicilia.

Federica Salvo

Il Libano che avanza (e marcia) verso il futuro.

Storicamente si fa coincidere l’inizio di una guerra, di uno scontro armato, con un evento particolare, ben identificabile nel tempo, in modo che sia semplice analizzarlo. Facendo questo però assumiamo la storia come composta da tanti monoliti, da eventi a se stanti. Ciò che sfugge ai più, a chi può informarsi solo attraverso giornali e televisione, è che esistono infinite tensioni latenti. Tensioni che possono sfumare e annullarsi, così come caricarsi di colori accesi per poi esplodere.
L’attenzione si focalizza spesso solo sulla fase “esplosiva”, ignorando ciò che sta veramente all’origine delle cose.
Ciò che accade in Libano è un ennesimo esplodere di tensioni latenti, una ennesima situazione spinta al limite e sfociata nello scontro armato. È l’evento più grave dalla guerra civile del 1975-90, come recitano all’unisono tutte le maggiori testate dei giornali che si sono interessati.

In queste settimane, si è verificato un altro passo verso il recupero, o meglio, verso il pieno acquisto della sovranità dello stato libanese. Questo lento cammino è iniziato alla fine della guerra civile nel 1990, ha accelerato il passo con la “Rivoluzione dei Cedri” e i suoi scontri armati nel febbraio 2005. La situazione ha assunto ora un carattere più internazionale grazie alla risoluzione 1595 dell’Onu: si istituisce un tribunale internazionale per  giudicare i responsabili della morte dell’ex premier libanese Rafiq Hariri, ucciso in un attentato dinamitardo il 14 febbraio del 2005 con altre 22 persone.

Una parte della popolazione libanese, sunnita e vicina a Hariri e al premier Siniora, festeggia. Gli sciiti di Hezbollah e Amal, alleati della Siria, considerano la decisione un’ingerenza dell’Occidente. I cristiani sono divisi. Tutti, favorevoli o contrari, temono che la notizia faccia esplodere il conflitto latente in un Paese dove ogni giorno si contano i morti. Nel frattempo persino Al Qaeda cerca di ritagliarsi un suo spazio nel Paese, sfruttando l’annoso problema dei campi profughi palestinesi.

La verità è che stati come il Libano, oltre a tanti altri paesi del mondo ancora hanno l’assoluta necessità, e il naturale bisogno, di sentirsi al sicuro nei propri confini. La comunità internazionale ha iniziato a muoversi per sostenere questa ricerca di stabilità e sicurezza: lo testimoniano le risoluzioni Onu in questo ambito, l’interesse stesso che si rivolge a tale crisi, come pure piccoli gesti simbolici e spesso nascosti, come azioni diplomatiche di sostegno, lontane dai riflettori momentanei della stampa. E lontane soprattutto dalle spettacolari promesse di intervento militare degli Stati Uniti, che si illudono di poter assicurare stabilità e sicurezza con la loro presenza. L’effetto sarebbe quello di un nuovo teatro di scontri tra terroristi di ogni specie e il “nemico invasore americano”.

La soluzione invece deve essere a lungo termine, deve poter risolvere in primo luogo il problema della mancanza della piena sovranità del Libano, lo scioglimento di tutti i gruppi armati e porre le basi per favorire un dialogo di stampo democratico. Mentre per una stabile soluzione della crisi dei profughi palestinesi bisognerà attendere di risolvere il più grosso problema Israelo-Palestinese, l’unico che potrebbe muovere verso una stabilizzazione dell’intero scenario mediorientale. Iran escluso.

Diego Pinna

E insomma, alla fine nessuna sorpresa: è cambiato tutto per lasciare le cose esattamente come stavano prima. Il sindaco è ancora uno pseudo-moderato in grado di tranquillizzare la popolazione, a cui un eccesso di emozioni potrebbe essere fatale; i preti restano confinati sul sagrato della chiesa, mentre vescovi e cardinali continuano a sproloquiare sullo scibile umano; e il centro-sinistra non può proprio fare a meno di spaccarsi e rovinare quel successo colto miracolosamente pochi anni fa.
Viene voglia di lasciar andare tutto in vacca; di mandarli, finalmente, dove meriterebbero di stare. Che stiano là là, i nostri eroici rappresentanti, ad accoltellarsi per apparire su Tele 4. A tramare e a sproloquiare per non venir dimenticati. E invece, è proprio questa la condanna che meriterebbero. La dimenticanza. Brancati chi? Ah, sì, quello con la barbetta. Mosetti quale? Mi dispiace, proprio non so chi sia.
Ci si può provare, a lasciarli dietro alle nostre spalle, ma poi non credo che staremmo meglio. Perché l’incazzatura resterebbe. Un’incazzatura epica, di dimensioni colossali. Ci può stare di perdere a Gorizia, che proprio città rossa non è. Ma non così. Non con questa noncuranza spocchiosa. E con questo non voglio dire che le 3725 voci della fu Unione non abbiano lavorato duramente, o non abbiano davvero cercato di vincere queste benedette elezioni. Il punto è un altro. Si saranno pure sbattuti come pazzi, ma nessuno che abbia mai cercato di varcare i confini del proprio orticello. Sono rimasti tutti là, confinati fra slogan e parole d’ordine, a scimmiottare i loro guru, quelli che a Vespa e Mentana danno del tu, quelli che nemmeno sanno cos’è Tele 4, figurarsi le telecamere ai semafori.
E’pazzesco, è snervante. Almeno a livello locale, in una città piccola come Gorizia, che proprio una metropoli non è, si potrebbero cercare nuove forme di partecipazione politica. Avvicinare veramente i cittadini alle istituzioni. Perché, tutto sommato, un conto è se l’Istituzione è qualcuno che conosci solo grazie alla tv, un altro è se lo è il tuo vicino di casa. Mai avrei il coraggio di andare a chiedere lo zucchero a Napolitano. Ma a Mosetti sì. Perché sono sicuro che è come me: lo vedevo a far la spesa fino all’altro ieri. Mangia, beve, lavora, e forse si mette persino a dieta.
Ecco, è questo che è imperdonabile: che una persona esattamente come me, cresciuta fra gli stessi problemi, lontana da scuole di partito e amenità varie, si comporti come un Rutelli dei poveri. Ma non si rendono conto di essere patetici, dalla Gironcoli in giù? Che forse perfino i loro familiari li votano più per accondiscendenza che altro…
Non c’è bisogno di citare Marx, per riasfaltare una strada. E forse, ma solo forse, Moro se ne sarebbe fregato, del blocco del traffico. Eppure sono tutti là, i dalemini de noialtri, a cercare la protezione di totem forse un po’ troppo ingombranti.
Fa piacere, certo, che Giordano venga ad incontrare Bellavite. Uno si sente considerato, insomma, anche come suo potenziale elettore. Magari ha passato pure la notte in bianco, a ripassare le due frasette in croce che avrà il tempo di dirgli. Ma alla lunga, a cosa servirà il segretario di Rifondazione? Lo vedremo forse mai in Consiglio comunale? Ascolterà le tiritere infinite degli abitanti della città più morta d’Italia? E lo stesso vale per Fini. Poveraccio, oltre a ripetere come un mantra che Gorizia è italiana e che noi non abbiamo da festeggiare nulla con gli Sloveni, non è che possa fare molto…
E noi là come fessi, ad applaudire a comando secondo logiche d’appartenenza che più tribali di così non potrebbero essere. In questi giorni si parla molto di crisi della politica, rievocando lo spettro del ’92. Ma forse siamo noi, i soli ad essere in crisi. Perché, senza di noi, la politica non esisterebbe. Perché fra cinque anni, se non saranno Mosetti e Brancati, ce ne troveremo altri due fatti con lo stampino. E noi qua passivi, a guardare la politica come si studierebbe un rito misterioso, inevitabile. Ma è davvero possibile che non riusciamo a capire che, almeno a livello locale, la politica non è, non deve essere quella dei salotti televisivi? Perché ci lasciamo dettare l’agenda da Rutelli e Fassino, che sapranno tutto del Family day, ma via Carducci non la troverebbero mai?

Andrea Luchetta

Il cammino della Turchia verso l’Europa.

C’è chi teme di frantumare un’identità che ha plasmato con gran fatica e chi è sicuro che un’identità da difendere non ci sia mica. C’è chi ha paura che l’islamismo radicale sfondi la porta della cattedrale d’Europa e invada le sue antiche navate e chi invece progetta ponti tra un occidente ed un oriente mai così distanti. La Turchia conta 70 milioni di abitanti, dei quali il 98% è di religione islamica. E il vecchio continente non pare considerare la questione religiosa come il più irrilevante dei dettagli, come la bagarre divampata nel 2003 per il mancato inserimento di un cenno alle “radici cristiane” nella Costituzione europea ci ha insegnato… Cose che succedono, difficile scendere a patti quando l’oggetto del compromesso è Dio. O forse qualcun’altro, di ben più terrena natura, che gioca a nascondino accoccolato dietro la sua ala. Di più, le notizie che rimbalzano da Ankara nell’ultimo mese non tranquillizzano i difensori della cristianità d’Europa: lo scorso 25 aprile per soli sei voti l’attuale ministro degli esteri Abdullah Gul, del partito Partito islamico della giustizia e dello sviluppo, (lo schieramento del primo ministro Erdogan) non ha raggiunto la maggioranza indispensabile per l’elezione a nuovo Presidente della Turchia. Sei miseri voti hanno diviso  la laica repubblica turca dal divenire uno stato confessionale. Non è cosa da poco. Risultato: la mobilitazione di un Paese, strade della capitale debordanti di cittadini accorsi nel nome della laicità del loro stato. Come loro padre, Mustafa Kemal Atatürk, nel 1923, aveva loro insegnato. E poi c’è l’esercito, l’istituzione più popolare del Paese con più del 70 % dei consensi, che tra Stato e religione ci si è sempre trovato bene e che ha preso per mano la causa dei manifestanti, ergendosi a estremo baluardo della Turchia laica. Se necessario, prenderà apertamente posizione. Pure. A qualcuno, ha rievocato sinistre promesse di golpe.  Il 6 maggio il teatrino del pugno di voti mancanti si è ripetuto e Gul, come anticipato, ha ritirato ufficialmente la sua candidatura presidenziale. Nella settimana successiva il Parlamento ha approvato una riforma costituzionale che prevede l’elezione diretta del capo dello stato da parte del popolo; elezioni il prossimo 22 luglio e problema della difesa della laicità dello stato rimandato, risolto assolutamente no. No, perchè al momento valide alternative all’Akp di matrice islamista non sembrano esistere sulla scena politica turca ; i partiti della destra marciano ancora lontani dalla creazione di quel partito Democratico che, nelle intenzioni, dovrebbe comporre i diversi frammenti in vista di uno schieramento unitario. E a sinistra, l’estrema polverizzazione dei raggruppamenti non lascia troppe speranze verso la creazione di una forza politica in grado di competere alle presidenziali (già lo si sapeva, tutto il mondo è paese). Vuoto a destra e vuoto a sinistra, l’Akp di Erdogan ringrazia e si prepara ad incassare, forte dei buoni risultati ottenuti alla guida del governo. I migliori negli ultimi cinquant’anni dal punto di vista della crescita economica, dell’imbrigliamento dell’inflazione e del proliferare di riforme costituzionali e giuridiche. Si aggiunga poi il merito di aver avviato le trattative per un futuro possibile ingresso della Turchia nell’unione europea. Fino a pochi anni fa, pura fantascienza.
L’Europa cosa risponde? Sarkozy dice no, e questo già si sapeva. Insostenibile il pensiero di offrire in pasto agli islamici ulteriori fette di sovranità francese. E poi l’Unione è europea, mica dell’Asia minore. Ma c’è chi gli contesta che l’Europa non è mero concetto geografico e srotola pagine di esempi a testimonianza della profonda integrazione già esistente tra europei e Paese della mezza luna: a partire dall’opera di modernizzazione ed occidentalizzazione compiuta da Ataturk, passando per la collaborazione con gli Stati Uniti in tempi di guerra fredda e per l’adesione alla NATO nel ‘52, fino a giungere ai massicci movimenti migratori dei giorni nostri. La Turchia sembrerebbe più Europa di quanto si pensi. La palla passa dunque, più che al popolo turco e al verdetto delle sue urne, alla classe politica europea. Basterebbe capire se il progetto di fantaingegneria, che prevede la costruzione di una coscienza comune a tutti i paesi membri dell’ UE, sia tramontato o se invece stia ancora faticosamente tentando di diventare realtà. Basterebbe capire che cosa insegua questa Europa. Il processo di allargamento sembrerebbe aver individuato nell’ampliamento del mercato unico la sua esigenza primaria. Ampliamento a discapito dell’approfondimento delle relazioni tra i suoi Paesi membri. In questo panorama, è ancora credibile appellarsi a radici culturali e religiose in comune? La Turchia aspetta delle risposte. Il vero problema è che a Bruxelles ancora non ce le hanno.

Davide Goruppi

Nelle ultime settimane nel Belpaese è tornato a tenere banco il dibattito sulla crisi della politica. Il ministro degli esteri Massimo D’ Alema ha espresso la sua preoccupazione per la crisi di credibilità delle istituzioni italiane, sottolineato anche dall’Eurobarometro 2007, prevedendo una riesplosione dei sentimenti che portarono alla fine della Prima Repubblica. Secondo Ilvo Diamanti vi sono delle analogie con il 1992, ma la situazione sarebbe sostanzialmente diversa poiché all’antagonismo verso le istituzioni successivo a Tangentopoli sarebbe sopraggiunto un distacco da parte dei cittadini, i quali compenserebbero la delusione pubblica mediante la felicità personale e familiare. Ma l’allarme non è di oggi, già prima di natale il presidente Napolitano lanciò l’allarme per la “tenuta” della democrazia, lamentando il “distacco” tra politica, istituzioni e cittadini.
Ma è il richiamo alla stagione di Tangentopoli presente in molti degli interventi susseguitisi sui periodici in questi giorni che porta ad una riflessione. Quindici anni fa la questione di fondo, ossia la collusione sistemica tra potere economico, politico ed amministrativo in Italia, è stata spoliticizzata: il finanziamento illecito dei partiti, che era generalizzato, è stato ridotto dai media(in accordo coi partiti)ad una serie di comportamenti illegali individuali. Si perse allora l’opportunità di analizzare in maniera lucida ed obiettiva il funzionamento del sistema politico italiano e la sua mancanza di cultura civica e della legalità; ed il risultato è stato che per quanto si sia passati nominalmente  dalla prima alla seconda Repubblica, la classe politica, eccezion fatta per gli epurati, sia rimasta pressoché la stessa. Una classe politica che è diventata sempre più autoreferenziale e che comporta dei costi per i cittadini sempre più alti (come evidenziato nel libro “La Casta” di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella).
Il sentimento di sfiducia creatosi appare quindi una logica conseguenza del mancato cambiamento, ma potrebbe essere addirittura salutare. Ci troviamo in un’epoca dove gli interessi economici regolano le politiche che si abbattono su di noi; dove l’assunto della necessità della precarietà oramai non è neanche posto in discussione, dove al di sotto della superficie della modernità data dall’aumento delle opzioni nella scelta dei beni vi è una riduzione della libertà di decidere la struttura socio-politica e istituzionale. La nostra partecipazione politica non può più ridursi a inserire una scheda compilata all’interno di un’urna, legittimando così lo status quo. Dobbiamo essere critici e obiettivi nei confronti delle istituzioni, creare un capitale sociale forte, ricreare una rete di legami cooperativi all’interno della nostra società, che è sempre più auto-orientata, sempre più chiusa. Dobbiamo riconquistare lo spazio pubblico, riprenderci ciò che è nostro in quanto cittadini. Dipende da noi, dalle nostre azioni collettive, dal nostro impegno risollevare il nostro paese e la nostra società. L’essere critici e sfiduciati verso un potere autoreferenziale non è antipolitico, lo stare inermi difronte al rapido declino della democrazia sì.

Francesco La Pia

Siamo alfine giunti a conquistare il primo nostro Traguardo, il più importante: l’Anno! Abbiamo accompagnato la Terra nel suo pellegrinaggio attorno al Sole, e noi ben sappiamo che essa, ed il moto degli altri pianeti nelle supreme sfere, non hanno guardato d’un occhio indifferente l’Arte e la Scienza che da queste sedici pagine sono scaturite, da una primavera all’altra.

Sedici pagine! Solo sedici pagine! Ma cosa, Lettori! Fratelli devoti ed amati!, sedici pagine come queste possono contenere! Quando la Parola non è mera lettera, ma vita, sangue e passione! Quando il Verbo fu prima d’ogni cosa, ed intatto scalpita ancor oggi d’indomita possanza creativa!

In questo augurio preme volgersi anche a voi, dunque, alfieri dall’instancabile penna! Avanti! Allo scrittoio! Alle tormentate carte! I raggi del futuro ci arridono, e Noi sapremo conquistarli! Sia il nostro sforzo devoto, la nostra fede incrollabile, il nostro congiuntivo irreprensibile!

Siamo alfine giunti al primo nostro Anno, al quale seguiranno decine, centinaia d’altri! Non siamo, Amici, che al primo gradino d’una scala ben lunga e difficile – non abbiamo attinto finora che a poche gocce del nostro immenso mare! Noi lo promettiamo! Noi lo giuriamo alla stella polare, all’oriente, all’alfa e all’omega dell’Opera nostra: Noi lo giuriamo al Lettore!

Rodolfo Toè

Končno smo dosegli naš prvi Cilj, najvažnejšega: Leto! Spremili smo Zemljo v svojem enoletnem romanju okoli Sonca. Mi znamo, da Zemlja in drugi planeti v nebesih niso gledali z brezbrižnim očesom Umetnost in Znanost, ki so izvirale iz teh šestnajstih strani, iz ene pomladi v drugo.

Šestnajst strani! Samo šestnajst strani! Kaj, Bralci! Dragi in priljubljeni Bratje! Kaj vsega lahko vsebuje šestnajst takih strani! Ko Beseda ni samo črka, a življenje, kri in strast! Ko Beseda je bila prej kot vse drugo!


S tem voščilom se obračam tudi do vas, praporščaki z neutrudljivimi peresom! Naprej! K pisarni! Strani, ki so polne muk! Žarki prihodnosti se nam smehlijo, in mi jih bomo znali doseči! Naj bo naš trud vdan, našo zaupanje trdno!


Prišli smo do našega prvega Leta, kateremu bo sledilo še desetine, stotine drugih! Mi smo komaj na prvi stopnji dolge in težavne lestvice – do sedaj smo uporabili le nekaj kapelj našega neizmernega morja! Mi vam obljubljamo! Mi prisežemo pred zvezdo Severnico, vzhodu, alfi, omegi našega Truda: mi prisežemo Bralcu!

Flickr Photos

Commenti recenti

Anulik su Armenia e Nagorno Karabak…
Edoardo Buonerba su Benvenuti al Sud
Fabione su Un piccolo riepilogo sulla…
marzia su Agenzie interinali
dott. Luca Campanott… su Il Friulano non è una lin…

Blog Stats

  • 11.378 hits
Annunci