Da un mese a questa parte tutte le attenzioni della sinistra, così come della destra, si sono spostate dai temi scottanti, che si dibattono in consiglio dei ministri e puntualmente si arenano in Senato, verso il processo di creazione del Partito Democratico, ennesimo a dividere in due l’opinione pubblica. Invece di accanirsi, come accade, sull’importanza o meno del cambiamento che al contrario dovrebbe essere considerato come parte naturale di qualsiasi organizzazione politica riflettente una società in mutamento, bisognerebbe non dimenticarsi di impostarne i mezzi e gli scopi.
Il cambiamento è difatti da ritenersi fondamentale di fronte ad una scena politica che arranca sempre negli incubi della Prima Repubblica e che vacilla di fronte al caso Visco, ma non cade grazie ad una popolazione anestetizzata a colpi di sussidi, pensioni e tesoretti mangiati. Personalmente concordo col referendum per la legge elettorale, anche se resto scettico sul suo potere di cambiare la situazione, perché esso stesso rappresenta l’incapacità della classe politica di trovare soluzioni unanime. Allora il cambiamento, se non per via istituzionale, ma almeno per via partitica, è necessario: in linea teorica, alla sinistra per riorganizzarsi dopo un anno di schiaffi, per creare un partito che riunisca più idee e meno partiti (basti pensare al monopartitismo francese), escludendo così le frange più estreme dagli organi di governo, riequilibrare quindi l’eventuale distribuzione del potere non più in base a percentuali di clientelismo ma secondo criteri, se non altro, di partito. Allo stesso tempo, spingerebbe tutte le forze in campo a rifarsi il lifting, e stavolta non quello facciale. La destra, che ha assistito al mutare di un rivale, non risulta al giorno d’oggi molto meglio preparata per la guida del paese. Al contrario, deve affrontare i problemi di un durante e dopo Berlusconi, quando partiti come l’UDC hanno dato a intendere di non sopportarne più la preminenza. Può la sola nascita del PD cambiare il sistema? Assolutamente no, ma può essere la prima ruota di un ingranaggio.
Finora però i segni sono deboli. Di fronte alla tanto proclamata crisi del Governo Prodi, viene ritirato in ballo il grande escluso del 2001, ibernato appositamente al Comune di Roma. Qui Veltroni piace ma, in fin dei conti, anche Rutelli, all’uscita del suo mandato da sindaco della capitale, era molto apprezzato. Alla sua presentazione, ci si aspettava un grande discorso, di rottura con i precedenti. Ci siamo invece imbattuti nell’ennesimo discorso da grandi sbadigli, con il solito errore della sinistra di combattere l’opposizione con le stesse armi e con gli stessi toni: tasse, stipendi, pensioni. Non che nell’agenda della sinistra manchino o siano mancati nell’attuale Governo punti interessanti (basti vedere la riforma Bersani) ma la concorrenza politica è invischiata da “politiche di cartello”. Gli unici discorsi allora che, nel loro estremo, sono piaciuti, anche se criticati nel loro allarmismo, non provengono né da una parte né dall’altra, bensì dai moniti saltuari di Montezemolo e Draghi. L’altro punto importante è sapere poi ricreare un gruppo di lavoro nuovo, dinamico. Ecco invece ripresentati i nomi di sempre; Veltroni dovrebbe ricordarsi che il gioco con il paese a “carta vince – carta perde”, con le stesse carte, potrebbe durare poco.
L’importanza dunque è di saper gestire questo cambiamento per far fronte ad una politica in stallo, per ricreare un fronte popolare all’interno dei partiti, in particolar modo in un centrosinistra che deve ridimensionare le spinte estremiste e sindacali. Attraverso il dialogo sì, ma anche attraverso la presentazione di progetti unici e non dissonanti a causa del coro di voci. Veltroni forse in questo manca di quella capacità mediatica così importante per un partito popolare. Così come la sinistra manca di pragmatismo nel delimitare al 2011 l’effettiva entrata in scena del PD. Se non si dovesse attendere l’anno suddetto, come credo, per delle nuove elezioni, il PD rischierebbe di diventare un Partito Deludente.

Edoardo Buonerba