Sarei curioso di scoprire quanti triestini saprebbero raccontare la storia del Narodni dom o del Processo di Basovizza.

Pochi, credo. Quasi nessuno, al di fuori della comunità slovena. Io per primo, fino a un paio di mesi fa, non avrei avuto alcuna idea. Sì, certo, dom vuole dire casa. Ma narodni? E Basovizza…

C’entreranno mica le foibe?

Il problema è che questi due avvenimenti occupano una posizione centrale nell’immaginario della minoranza. Sono due avvenimenti periodizzanti, due di quelli che hanno segnato indelebilmente chi ha vissuto negli anni giusti per ricordarli, e che continuano a marcare l’immaginario collettivo del gruppo. Un po’come l’arrivo dell’Italia per la comunità italiana, insomma, o le foibe, l’esodo dall’Istria e dalla Dalmazia e così via. Con una differenza: se chiedessimo ad una persona della minoranza di parlare di questi avvenimenti, lo saprebbe fare perfettamente. Magari giungerebbe a conclusioni diverse, forse opposte, ma almeno non ci guarderebbe come se fossimo pazzi.

E allora il punto non può che essere questo: com’è possibile che, nella stessa città, una comunità viva nella più completa ignoranza della storia dei propri vicini? E con la cultura non credo che andremmo poi molto meglio. Pahor somiglia più al nome di un notaio, che a quello di un poeta. Ziga Zois? Buh, però aveva un nome simpatico. Forse con Preseren (mi scuso per l’ortografia…) saremmo più fortunati, ma solo forse. E sì che nella minoranza la cultura italiana è conosciuta tanto quanto quella slovena. Va bene, potrebbe obiettare qualcuno, ma loro vivono in Italia: è ovvio, anzi è giusto che abbiano un’idea di quello che, bene o male, è pur sempre il loro paese. Ed è sicuramente vero.

Però questo non giustifica una simile ignoranza da parte della comunità italiana. Perché la comunità slovena, per quanto minoritaria (nemmeno troppo, poi), ha contribuito allo sviluppo di Trieste allo steso modo della controparte italiana. E’radicata sul territorio da secoli, anzi da ben più di un millennio, ed ha gli stessi nostri diritti di rimanerci. Solo che è ignorata, quando non viene apertamente discriminata.

Lo strumento principale che permette di realizzare questa situazione, evidentemente, è la scuola: la cultura slovena, nella scuola di lingua italiana, non viene proprio concepita: è avvertita come una realtà estranea, o meglio straniera. Un po’come se la cultura austriaca fosse trascurata in Alto Adige, insomma. O quella francese in Val d’Aosta.

Certo, i sapientoni ci spiegheranno che il modello scolastico italiano segue l’esempio della Francia post-illuminista: l’obiettivo principale è quello di diffondere delle nozioni identiche in tutto il paese, senza considerare le possibili differenze fra luogo e luogo, in modo tale da creare dei cittadini standardizzati, omologati. Fatta l’Italia bisogna fare gli Italiani, insomma. Solo che, a Trieste questo disegno si è scontrato con l’esistenza di un’identità altrettanto radicata.

Succede così che un ragazzo della comunità italiana, di solito, cresce nella più completa ignoranza della cultura dei suoi stessi vicini di casa. A volte dei suoi amici, della sua ragazza. E’un po’da schizofrenici, no?

Trieste è una città malata. E continuerà ad esserlo finché una qualsiasi comunità pretenderà di imporre la propria egemonia. Perché questa situazione di ignoranza, di conflitto latente, di schizofrenia è funzionale agli interessi del gruppo dominante. Come potremmo discriminare uno sloveno, o quantomeno escluderlo così a cuor leggero, se riconoscessimo alle sue origini la nostra stessa dignità?

E sì che oggi la situazione è migliorata in modo incommensurabile. Le bombe di fronte alle scuole della minoranza non esplodono più dal ’74. L’ultimo corteo studentesco anti-slavo che abbia ottenuto un certo successo risale a prima del ’68. I muloni della curva passano sempre più raramente dalle parole alle vie di fatto. Al limite qualche pestaggio, e un bel po’ di s’ciavi de merda.

Solo che, se proviamo veramente a pensarci, ci accorgiamo che i ragazzi della minoranza rischiano di vivere in uno stato di effettiva segregazione. Nulla di imposto dalla legge, molto poco di violento, spesso anzi senza nessuna conseguenza. Però con un corollario inevitabile: se uno di questi ragazzi volesse provare ad inserirsi in determinati ambienti, incontrerebbe difficoltà sicuramente maggiori. Perché, giusto per fare un esempio, non ricordo nessun sindaco proveniente dalle file della comunità slovena? E sì che, nel comune di Trieste, gli Sloveni sono attestati storicamente fra il 10 e il 20%. Non è che non si notano, ecco.

Bisogna riconoscere che l’Italia ha fatto proprio un bel lavoretto: in epoca liberale e fascista li ha perseguitati apertamente, espropriandone i beni, chiudendo le scuole, costringendoli alla fuga. In epoca repubblicana, poi, si è spesso limitata ad insistere sull’aspetto della discriminazione culturale, in una cornice apparentemente più favorevole. Certo, non mancano casi di discriminazione ben più palesi. Secondo Piero Purini, negli anni ’50-60 era prassi comune che uno sloveno, per venir assunto nell’amministrazione pubblica, iscrivesse i propri figli alle scuole italiane. Sono molti altri gli esempi di una politica chiaramente indirizzata in tal senso, dalla costruzione dei borghi carsici alla discriminazione degli insegnanti delle scuole slovene. Per non parlare della tendenza a cancellare le responsabilità storiche dell’Italia nella regione.

Solo che non ce ne accorgiamo, perché non siamo mai stati abituati a pensarci.

Andrea Lucchetta