Intervista a Octavio Alberola.

Nella sua biografia, Lei è stato definito come uno dei maggiori esponenti del movimento anarchico contemporaneo. Qual è il significato odierno di anarchismo.

L’anarchismo ha avuto una lunga storia come movimento sociale e come idea. Dal feudalesimo si delinea il movimento sociale liberale che lotta contro l’assolutismo. Si instaura in seguito il movimento repubblicano e più tardi il socialismo con esponenti come Marx e Bakunin che prospettavano un cambiamento totale della società. Da una società di dominio e di sfruttamento ad una società dove non esistevano disugaglianze e divisioni. Come realizzarlo? Il socialismo autoritario, il cui massimo esponente era Marx, affermava la necessità della conquista del potere, seguita dalla dittatura del proletariato. Ciò comporta la demolizione dello stato ineguale e la sostituzione ad esso di una società egualitaria. Questo è stato il tentativo dell’Unione Sovietica. Secondo l’anarchismo, invece, ci deve essere una socializzazione e una libertà che provengono dal basso, la trasformazione non deve provenire per mezzo di un sistema autoritario. La differenza tra marxismo e anarchismo, dal punto di vista rivoluzionario, sta nel fatto che l’anarchismo non prospetta la creazione di un nuovo stato, ma il centro decisionale è l’individuo stesso, in particolare il lavoratore. L’anarchismo ha difeso l’idea della necessità, nella società capitalista, di alimentare la coscienza dei lavoratori affichè siano essi stessi a difendere i loro interessi e tentino di realizzare nella società un’ esperienza di autogestione. Questa è l’immagine con cui si presentava l’anarchismo dello scorso secolo. Con la caduta dei regimi comunisti, in particolare quello sovietico, ogni esperienza di creazione di stati socialisti (in cui, si ricordi, veniva applicato comunque il capitalismo, quello di stato) è fallita e si è ristabilito il capitalismo privato. Ciò non ha portato alcun vero cambiamento sociale perché rimane lo sfruttamento. Attraverso i miei anni di militanza e lotta ho potuto vivere questo processo storico e ho maturato la convinzione che un cambiamento sociale debba essere sviluppato per e dai membri della società e non da un élite rivoluzionaria. Ad un’analisi più oggettiva, l’anarchia oggi si riflette nell’esigenza sociale in ampi settori della società di un modo di convivenza antiautoritario e antigerarchico, di un’esperienza di autogestione. L’aspetto positivo dell’anarchismo odierno è il fatto che abbia deciso di non essere un’ideologia e un movimento organizzato rigidamente, per trasformarsi invece in un’aspirazione sociale e umana. Tu, individuo non lotti per un simbolo, per una bandiera o perchè ti comanda qualcuno; ma lotti perchè senti sorgere dentro di te la necessità di affermare il rispetto sostanziale dei tuoi diritti. Non ci sono organizzazioni nè capi, ma una molteplicità di individui con un’esperienza autonoma che tentano di metterla in pratica e cercano che l’esperienza nasca spontaneamente dalla propria società, come aspirazione. Questo oggi si riflette nel movimento no global.

Quali sono state le sue relazioni con Castro e quali le sue aspettative?

Mi incontrai con Castro in Messico alla metà degli anni ‘50. Avevo appena terminato gli studi universitari e militavo all’interno del movimento studentesco. Vi erano molti latinoamericani (dominicani, cubani, brasiliani) esiliati dalle dittature dei rispettivi paesi. Io ero un rifugiato antifranchista e assieme a loro tentavamo di animare la resistenza contro le dittature e i regimi autoritari. Vi era quindi una coincidenza di intenti. Collaborai soprattutto con il gruppo “26 luglio” perchè era il più vicino e il più attivo. Conobbi anche Che Guevara che allora non era ancora il mitico personaggio, era un medico. Dopo l’assalto alla Moncada nel ’53, Castro e altri cubani furono esiliati da Batista in Messico, il Che si avvicinò a questo gruppo e io li aiutavo. Noi e altri rivoluzionari aiutammo il Direttorio Rivoluzionario Studentesco. Mi occupavo soprattutto di atti di propaganda in Messico per cercare aiuti economici e materiali con la sorella minore di Fidel. Costituimmo poi il Frente Juvenil Antidictatorial Latino Americano con la promessa che i primi che si sarebbero liberati dalla dittatura avrebbero aiutato gli altri. I primi a risultare vittoriosi contro il dittatore Pérez Jiménez furono i venezuelani, applicarono quindi l’accordo e donarono un milione di dollari al movimento. Nel ’59 vi fu la vittoria di Castro. Nello stesso anno fondammo il Movimento Spagnolo ’59 aspettandoci un aiuto da Fidel, secondo la promessa fatta. Castro nel frattempo iniziò a godere dell’appoggio del movimento comunista. Io nel ’61 ritornai clandestinamente in Europa per preparare la guerriglia contro il regime di Franco. Al mio ritorno in Messico l’incontro con Castro non si realizzò a causa dei comunisti spagnoli, i quali avevano adottato una politica di riconciliazione con la Spagna franchista (già nel ’47 abbandonarono la guerriglia). Intanto, in Europa avevo partecipato all’organizzazione anarchica della Difesa Interna per coordinare la lotta contro Franco. Nel ’62 ritornai nuovamente in Spagna clandestinamente per unirmi a loro. E da quell’anno si disgregano progressivamente i rapporti con i castristi. Castro seguiva ormai la politica dei comunisti e intratteneva relazioni diplomatiche con Franco. Inizialmente assicurò che si trattava di relazioni momentanee, in realtà furono continue e attuate soprattutto per mantenersi al potere. Dal 1962 le relazioni tra Cuba e la Spagna diventarono sempre più intime.

É legittimo pensare che il popolo cubano si trovi in mezzo a due blocchi: il proprio governo e l’imperialismo statunitense?

Per il popolo cubano in questo caso si devono intendere i lavoratori cubani. E io tra i lavoratori cubani comprendo medici, professionisti, operai ecc. Dipende solamente dallo stato castrista la loro possibilità di ottenere un impiego. Qualsiasi cosa di cui essi abbiano bisogno dipende dal castrismo che ha copiato il modello sovietico. Tutte le persone, salvo i ricchi, vanno tutto il giorno incessantemente in cerca di cibo. La maggioranza dei cubani cerca dollari americani perchè il peso è una valuta debole a causa della crisi in cui si trova il mercato cubano. Questo ha provocato il dilagare del mercato nero e lo sviluppo del settore turistico (anche questo controllato dalla burocrazia) e con esso la ricomparsa del fenomeno della prostituzione. I cubani non possono nemmeno contare sull’appoggio di coloro che abitano in America perchè Castro controlla l’entrata delle divise. Come sappiamo, alla popolazione non è permesso nemmeno lasciare il Paese. La maggior parte di questi cubani ha come massima aspirazione quella di andare negli Stati Uniti. Tuttavia, il governo Usa mantiene da 45 anni una presunta politica contro il regime castrista che è servita solamente a Castro per giustificare la situazione di profonda crisi dell’isola, identificandone la causa nell’ingerenza statunitense. In realtà, gli Usa non hanno fatto nulla perchè è nel loro interesse mantenere le odierne condizioni economiche e politiche del popolo cubano. Questo per due ragioni: sfrutta l’idea che ci sia il comunismo come uno “spaventapasseri” per coloro che vivono male in America, in modo tale che pensino “beh, lì c’è il comunismo mentre qui viviamo in una democrazia” e impedisce l’immigrazione in massa del popolo cubano negli Stati Uniti. Il popolo cubano è in mezzo tra il governo castrista e l’egemonia Usa. Questa è la mia opinione.

Esistono dei movimenti di resistenza a Cuba non legati all’influenza Usa?

Per gran parte dei cubani che vivono in questa situazione la preoccupazione più urgente è quella di uscire dall’isola e conseguire quindi delle condizioni di vita migliori. Molta di questa gente non lascia che si formi un movimento di lotta. Ma c’è un settore dei cubani (quelli che una volta credevano nella rivoluzione) che tentano di organizzare clandestinamente la dissidenza, perchè l’isola è completamente controllata dalla polizia. Gruppi di opposizione che vogliono un sindacato indipendente che necessitano di solidarietà nel denunciare la repressione. Io sono membro del gruppo di appoggio ai libertari e sindacalisti cubani. Serve come contatto per molta gente della dissidenza. Vi contribuisce anche il nipote del “Che” Canek Sánchez Guevara (figlio della figlia maggiore del Che che si sposò con un guerrigliero messicano esule, ma costretto ad andarsene da Cuba perchè Castro teneva relazioni con il governo dittatoriale messicano). Inoltre, vi partecipano cubani e latinoamericani anarchici e antiautoritari che denunciano la politica di oppressione. Facciamo un lavoro di recupero della memoria storica per introdurre a Cuba libri e documenti su quello che fu la storia del sindacalismo combattivo a Cuba prima che questo diventasse strumento stesso dello Stato che ha messo a tacere questo movimento. Il governo cubano pose fine al pluralismo per imporre un sindacato unico. Tutta questa attività viene fatta ovviamente clandestinamente. Esteriormente agiamo attraverso atti di propaganda e se alcuni cubani riescono ad uscire dall’isola noi li aiutiamo a trovare lavoro. In più proponiamo dibattiti ideologici con quelli che difendono la politica portata avanti da Castro.

Che tipo di attività porta avanti in Spagna?

L’attività in relazione alla Spagna è diversa. Da 10 anni sono membro di un Gruppo di Lotta per la Riabilitazione Morale e Politica delle Vittime della Repressione Franchista. Anche se sono passati più di 30 anni (il regime franchista cadde nel ’75) nella Spagna attualmente democratica non c’è ancora la depurazione delle istituzioni dalla dittatura, anche se c’è stata l’amnistia nel ’77. La giustizia continua a riconoscere come legalmente valida le sentenze del tribunale repressivo della dittatura. Il governo socialista di Zapatero si è visto obbligato, nel 2004, a costituire una commissione interna ministeriale il cui obiettivo era quello di proporre una legge per riabilitare le vittime della repressione franchista. Nel 2006 è stato presentato il progetto di legge che risulta diverso da quello che si prospettava inizialmente a causa di influenze della destra e della chiesa. In questo momento stiamo portando avanti una campagna di mobilitazione affinchè il governo mantenga la promessa fatta, ossia l’annullamento di tutte le sentenze pronunciate dal tribunale della dittatura. Si tratta di un progetto politico e morale. Ora sto scrivendo un libro, con un altro storico, dal titolo “Paura della Memoria”. Un’opera di analisi di tutte quelle che erano le leggi repressive franchiste durante i 40 anni di dittatura e su come la transizione alla democrazia abbia smontato solo parzialmente questo apparato e non totalmente. Dal risultato della mobilitazione dipenderà la fine del libro.

Quale sarà, secondo la sua opinione, il futuro di Cuba?

Sono pessimista per il futuro di Cuba. Mi addolora molto che il popolo cubano che ha lottato per liberarsi dalla dittatura di Batista abbia perso 50 anni soffrendo molto senza aver recuperato le libertà fondamentali. La prospettiva che alla morte di Castro ci sia una democratizzazione in cui la maggior parte dei lavoratori cubani potrà godere di libertà formali è alta ma la condizione dominante sarà la stessa. Al capitalismo di stato si sostituirà il capitale privato. Se non ci sarà una transizione con un governo democratico, si copierà il modello comunista cinese e la situazione sarà peggiore perchè non ci saranno nemmeno le libertà fondamentali.

La cosa più grave è che il sindacalismo, che dovrebbe essere lo strumento dei lavoratori per difendere i loro interessi, è screditato a Cuba perchè il popolo ha avuto come modello di riferimento per 40 anni il sindacalismo ufficiale. Sarà difficile costruire un sindacalismo autonomo. Oggi i lavoratori cubani non hanno diritto allo sciopero e sono stati create delle figure con il compito di vigilare che la popolazione si rechi al lavoro puntualmente (si pensi che la maggior parte della popolazione vive lontano dal posto di lavoro, è povera e non ha la possibiltà di usare i trasporti pubblici per cui si deve svegliare prestissimo). Tutti i lavoratori sono malpagati. Il mio pessimismo è dovuto anche al fatto che stiano intervenendo anche altre forze politiche per tentare di controllare questo nuovo sindacalismo, cioè per dividerlo invece di rafforzarlo. L’aspetto per cui sono ottimista, invece, è che una gran parte della gioventù non crede nei partiti politici nè nel regime. Comunque si impegnano e mostrano un grande interesse per la loro situazione poichè vi è l’esigenza di una libertà reale e di un’autonomia per organizzare la loro vite e il loro futuro.

Nicoletta Favaretto