Quando uno scenario appare irrisolvibile.

Mai dalla fine della guerra fredda si era sviluppata una situazione così complicata, così tesa, da rendere difficile ogni trattativa, ogni possibile soluzione che portasse ad una pace duratura.

Per la maggior Parte dei paesi arabi, è Israele ad essere la causa dell’instabilità della regione ed essa finirà, quando terminerà l’esistenza di tale Stato. Ma la fine dello stato ebraico è molto lontana, per la tenacia del suo popolo e per i suoi forti alleati. In questo periodo è stato sconvolto da alcuni scandali politici, che hanno investito alte cariche dello stato come l’ex capo di stato Moshe Katsav, con accuse di molestie sessuali mosse da alcune sue collaboratrici, già sostituito dal premio nobel per la pace Shimon Peres. Questo evento segue di poco le dimissioni del ministro della difesa Amir Peretz, criticato per la sua inesperienza e in particolare per la cattiva gestione della guerra della scorsa estate contro gli Hezbollah libanesi. Nel paese è molto acceso il dibattito politico, circa l’attuale situazione della regione, e a proposito della sicurezza dello stato ebraico, che è parsa minacciata dall’organizzazione militare degli Hezbollah, con tecniche di guerra avanzate, per le quali Israele non ha saputo far fronte in maniera efficace e convincente per la popolazione.

Nei territori Palestinesi invece, dopo la vittoria alle elezioni del partito di Hamas, sono iniziate le sanzioni economiche – soprattutto da parte di Israele, Usa e Ue – contro il Governo, con l’intento di farlo cadere. La necessità più volte espressa, soprattutto dagli Stati Uniti, è quella di vedere una Palestina indipendente e che mantenga rapporti di buon vicinato con Israele. Tale obbiettivo si è ritenuto non potesse essere raggiunto dal partito al governo, Ḥamas, ritenuto infatti un’organizzazione terroristica da Israele, Usa e, dal settembre 2003, anche dall’Unione Europea. Si è favorita così la sua caduta a favore del partito al-Fatah, molto più disposto alla diplomazia con Israele e Usa. Per rispondere a questo “colpo di stato” i miliziani di Hamas hanno preso il controllo della striscia di Gaza, incarcerando i membri del partito rivale, scatenando l’opposta reazione nei territori della Cisgiordania, tanto che la stampa ha ipotizzato la nascita di due Palestine distinte. Nonostante gli inviti al dialogo da parte di Hamas, la sua credibilità è stata distrutta con la sua azione militare, e con la preoccupazione che al-Qaeda si nasconda nel suo territorio. In Cisgiordania il neopresidente Mahmoud Abbas ha colto l’occasione per sbloccare la situazione, iniziando il dialogo con Israele, Ue e Usa, che ha portato allo scongelamento degli aiuti economici e alla promessa da parte palestinese del riconoscimento di Israele e della fine di ogni politica anti-israeliana.

Nel vicino Libano, dopo essere stato sconvolto dalla guerra tra Hezbollah e Israele,si cerca disperatamente di ricostruire il Paese e di ripristinare la stabilità interna. Con il sostegno della missione Unifil collocata al confine meridionale, a cui partecipa anche l’Italia, si cerca di garantire il cessate-il-fuoco tra Hezbollah e Israele, da qualche tempo però si registra l’aumento di attentati contro i soldati Onu. Nel nord del Libano, sembrano ormai sconfitti i miliziani qaedisti di Fatah al-Islam che combattono contro l’esercito libanese da più di un mese, asserragliati nel campo profughi palestinese di Nahr al-Bared, vicino alla città di Tripoli.

Nel frattempo in Siria, è stato rieletto per la seconda volta, con risultati quasi plebiscitari, il presidente Bashar Al Assad, che sembra voler rilanciare le trattative di pace con Israele, per ottenere i Territori Occupati nella guerra del 1967, ma allo stesso tempo è allineato con altri Stati arabi circa la volontà di vedere la sparizione dello stato ebraico. La repubblica araba è da sempre sospettata di fornire appoggio a varie organizzazioni terroristiche e tra i vari supposti sembra che sia stato ordinato da Damasco l’assassinio dell’ex premier libanese Rafiq al Hariri: l’imprenditore protagonista della ricostruzione del Libano, che con la sua forte personalità minava l’ingerenza siriana negli affari interni libanesi. La sua morte scatenò a Beirut la Rivoluzione dei Cedri nel febbraio 2005, che condusse al ritiro delle forze siriane presenti in Libano.

In Iran, lo storico alleato della Siria, la situazione si mantiene molto tesa. Sembra ormai molto lontana la crisi per il sequestro dei soldati inglesi da parte delle autorità iraniane, ma al contrario è attualissima la minaccia del suo programma nucleare. In questo momento lo scontro si fa con la propaganda, soprattutto tra la Repubblica Islamica e gli Stati Uniti. Così proprio come il Guatemala, il Nicaragua e l’Iraq erano tremende minacce, così lo è oggi l’Iran, secondo le affermazioni dell’amministrazione Bush. Da parte del presidente Mahmud Ahmadinejad, continuano ad arrivare dichiarazioni per molti versi contrastanti: lancia in più occasioni appelli al dialogo a coloro che vedono provenire il pericolo dalla Repubblica Islamica, dall’altra parte non sospende mai le minacce contro lo stato Israeliano e il suo alleato americano. È poi sorprendente scoprire che in realtà Ahmadinejad non ha alcun potere per quanto riguarda la politica estera, amministrata totalmente dall’Ayatollah Sayed Ali Khamenei, le cui affermazioni quasi sempre in toni conciliatori, vengono raramente riportate dai media occidentali. L’Iran sarebbe il principale finanziatore e sostenitore dell’insurrezione sciita in Iraq, fornendo attrezzature militari per minare l’attività americana nel Paese. A peggiorare l’immagine del Paese islamico in occidente sarebbero le notizie riguardo le leggi sulla limitazione dei diritti fondamentali dei cittadini, e soprattutto della condizione di subordine delle donne.

In Afghanistan, le forze dei talebani – dichiarate tempo fa sconfitte e scomparse – ora impegnano i soldati Nato in battaglie sempre più violente. La Nato inoltre è stata recentemente investita da una serie di pesanti critiche, circa l’uccisione ingiustificata di civili innocenti in alcune zone del paese. L’Italia da parte sua continua la sua missione di “peacekeeping” nella provincia di Herat e a Kabul, ma con regole di ingaggio molto restrittive. La crescente preoccupazione dovuta al crescere delle violenze ha portato il Governo Italiano ad aumentare la sua presenza con ulteriori uomini e mezzi.

In Iraq, continuano quotidianamente gli attentati suicidi, le autobombe, oltre alle uccisioni di civili innocenti, e aumentano sempre più il numero dei soldati morti della coalizione e della polizia irakena. Tutto questo mentre si discute la c.d. exit strategy dal Paese e garantire una duratura situazione di sicurezza che garantisca il fiorire della “importata” democrazia. Secondo le recenti dichiarazioni, del primo ministro iracheno Nuri al-Maliki, le forze irachene sono pronte “in qualsiasi momento” a prendere il controllo delle operazioni di sicurezza in Iraq in caso di ritiro, anche immediato, delle forze internazionali. Le parole di Maliki sono parse in contrasto con quelle pronunciate del suo ministro degli esteri Hoshyar Zebari la settimana scorsa. Zebari aveva espresso preoccupazione per un eventuale ritiro anticipato delle forze militari statunitensi. Tale ritiro, “potrebbe portare a una guerra civile, a una divisione del Paese o a una guerra regionale”.

Ma nei Paesi dell’area mediorientale, l’elemento che è sia destabilizzante, sia l’unica fonte di sostentamento per interi paesi, è sicuramente la presenza di combustibili fossili. Guardando bene, senza tale presenza in cosa differirebbero le zone desertiche africane da quelle mediorientali?

Diego Pinna