Quando si parla di ricambio e di adeguatezza

La virulenta polemica sostenuta dal vandalismo lessicale della Lega e condivisa dall’opposizione tutta sulla questione dei senatori a vita, lungi dal meritare una sua dignità individuale al di fuori del contesto della necessità di una riforma elettorale in tempi brevi(che è un problema sulla maggioranza politica, e non sul ruolo costituzionale dei senatori a vita), porta alla luce un tema interessante e attuale: quello dell’”età(biologicamente intesa) della politica”.

Da una parte ci si chiede, forse in maniera troppo indiscreta, fino a che età si possa essere credibili, indipendenti, e attivi quanto basta per condurre a livelli parlamentari la politica nazionale. Questa è una domanda dalla facile risposta: secoli e secoli di storia delle società, innumerevoli esempi illustri ci mostrano come da sempre le virtù della moderazione, della democrazia, della temperatezza siano appannaggio di chi ha percorso a lungo le strade dell’esperienza, umana come di lavoro. Il dinamismo burrascoso dei giovani più ardimentosi è certamente una componente fondamentale di ogni organismo sociale o politico che voglia dirsi storicamente vivo, ma al di la di ogni possibile giustificazione questo non coincide certamente coi canoni dello sviluppo pacifico e, dichiaratamente, colloca il suo poderoso vitalismo in uno scenario di cambiamenti violenti(più o meno figurati).

Dall’altra, si affronta la polemica più pregnante, sull’opportunità di un ricambio della classe che siede in Parlamento, per una commistione di motivi politici(la vecchia classe non ha mai veramente traghettato l’Italia ad una Seconda Repubblica, fallendo quindi nei suoi obiettivi) e, quasi banalmente, demografici(la crescente presssione di diverse generazioni che si ammassano alle porte della rappresentanza, tenute fermamente serrate da una schiera di adulti che ”non mollano”). Man mano che l’argomento diventa di possesso del pubblico dibattito, anche l’uomo della strada inizia a interrogarsi sull’opportunità della permanenza in Aula di uomini che già erano protagonisti della politica negli anni Settanta, quando questa permanenza diviene causa di esclusione di tutta una generazione che nei Settanta è nata(per non parlare di tutte le altre intermedie) e si è nel frattempo potuta ampiamente formare. I giovani dei partiti italiani pensano con angoscia al loro futuro quando apprendono che, a livello macroscopico, il più giovane rappresentante del nostro Governo è il quarantunenne Enrico Letta(che è “arrivato” così giovane solo in virtù di indubitate ed eccezionali capacità).

Ma la classe “antica” non resiste solo per abitudinarietà, per prassi, per status quo. Questa rimane anche e soprattutto-ainoi se così non fosse- in funzione di una passione e di una dedizione che gli è valsa il posto che occupa; la chiara percezione del beneficio che l’esperienza e il consiglio apportano al Paese(senza volersi gettare in più o meno opportune, seppur a volte veritiere dietrologie sul rimanere per coprire le misfatte di “gioventù”) ispirano l’opera di rappresentanza e di decisione di molti politici di lunga carriera del nostro Parlamento.

Tuttavia, non sarebbe allora una gravissima miopia, proprio in funzione di questo alto senso della salute del Paese, non percepire come l’estraneità agli affari “importanti e concreti” imposta alle nuove generazioni sia una minaccia grave proprio ai principi per cui si lavora? Sarebbe come mettere un bambino alla guida di una aereoplano. Perché non si nota e valorizza l’esempio di Giorgia Meloni, deputato AN, unica esponente di formazioni giovanili dei maggiori partiti italiani, e più giovane vicepresidente della Camera della storia della Repubblica? È chiaro che il compito di una volontà riformatrice in questo senso è solo dei partiti, che devono saper sciegliere e mettere in luce i componenti più adatti delle loro giovanili e, fuor di retorica, mandarli in Parlamento. Cedere il passo, non per forza in massa, ma con gradualità e ponderazione, sarebbe la conferma sperata delle qualità grazie alle quali tanti rappresentanti godono-e hanno goduto- della fiducia della gente.

Un appunto di cronaca: è curioso come, proprio mentre si dibatte con una classe lavorativa gelosa del privilegio della pensione precoce sull’intricato tema dell’età pensionabile, a cui a suo tempo anche la destra non seppe rispondere che rimandando la decisione agli esecutivi successivi, sia prorpio la classe politica a dare il “buon esempio”, sfoggiando indefessi “lavoratori” che scavalcano con insospettabile agilità tutte le varie medie pensionistiche europee.

Davide Caregari