Intervista a Giuseppe Mammarella, insegnante di Storia contemporanea e Relazioni internazionali nell’Università di Firenze e nella Stanford University di Palo Alto, California, di cui è professore emerito.

Dott. Mammarella, il processo di formazione delle Comunità Europee e successivamente di integrazione nell’Unione trae origine, dopo la seconda Guerra Mondiale, dalla necessità primaria di garantire la sicurezza in Europa. Poiché oggi l’obiettivo è stato raggiunto e una guerra tra stati europei assolutamente improbabile, non è forse il tempo di “ripensare” l’idea stessa di Europa, vista la crisi in cui si trova, determinato dall’esaurirsi del suo scopo storicamente fondante?

Sicuramente l’obiettivo della pace in Europa è acquisito, ma vi sono altri problemi che si è posta l’Unione Europea e la realtà mondiale lo dimostra, vista anche l’ascesa di molti paesi che e appartenevano al cosiddetto terzo mondo e che ora sono industrializzati a tutti gli effetti. A mio parere, il Presidente del Consiglio Italiano, Romano Prodi, ha centrato perfettamente il problema, sostenendo recentemente l’urgenza di certe decisioni, perché l’Europa non può attendere che il mondo “vada avanti”. Uno dei problemi più importanti è comunque quello della difesa, sicuramente con intensità minore rispetto al ’45-‘46, ma da tenere in grande considerazione. Mi riferisco principalmente al futuro dei nostri rapporti con gli Stati Uniti, con i quali indubbiamente vi è un problema, frutto essenzialmente di due politiche piuttosto differenti in parecchie questioni. A questo proposito ritengo che i tempi siano maturi per procedere alla revisione del Patto Atlantico, come ho avuto modo di sostenere recentemente in un colloquio con l’Amb. Sergio Romano. Un altro tema è senz’altro quello istituzionale, perché se non si creano gli strumenti l’Europa non ce la può fare a uscire dalla crisi che ormai da 2 anni la affligge. Una crisi però che si è fondata anche su malintesi, perché Francia e Olanda non hanno votato per la Costituzione Europea, ma per altri obiettivi, e questo è bene tenerlo sempre presente. Vi è poi il tema economico, dove siamo costretti a fronteggiare le forti pressioni dei paesi asiatici e a breve anche di quelli africani. Ed è proprio grazie al campo economico che l’Europa è andata avanti in questi anni, ma ora servono gli strumenti per parlare con una voce sola e l’UE attualmente non li possiede. Io credo che in questo senso politica internazionale e politica economica siano strettamente legati. È difficile portare avanti un discorso con questi paesi che mantenga quelle condizioni di crescita e di sviluppo, cioè un mercato aperto, ma che al tempo stesso protegga certe posizioni europee e gradui nel tempo certi sviluppi, se non si ha una politica estera comune, una diplomazia comune. Questo è il principale problema strettamente legato a quello economico-istituzionale.

A questo proposito Lei ritiene che una politica di sicurezza comune, attraverso, per esempio, la creazione di un esercito europeo, potrebbe aiutare la costituzione di una voce unica per l’Europa?

Questa è la storia di 50 anni di tentativi e fallimenti, quando dal 1951 si ipotizzò la creazione di un esercito europeo. Esistono attualmente alcune unità, diverse collaborazioni tra stati, ma siamo ancora lontani dalla creazione di un vero e proprio esercito. Del resto possiamo osservare ciò che succede nel momento in cui gli europei si impegnano in campagne militari come quella in Iraq o in Afghanistan: vi è una debole coordinazione con gli americani, quando c’è, ma è del tutto assente tra i paesi europei. Probabilmente l’unico tentativo andato a buon fine fu quello riguardante l’intervento in Kosovo, quando gli italiani riuscirono a convincere i portoghesi, i francesi e gli spagnoli a dare una mano. Per il resto, forti collaborazioni dal punto di vista militare a livello europeo non vi sono state. Questo è un problema difficile perché apre parecchi interrogativi: quest’esercito dovrebbe essere indipendente dalla NATO? Oppure dovrebbe essere al suo interno, muovendosi quindi sulle di strategie americane? Francesi e tedeschi vorrebbero una sorta di unità di pronto intervento, ma non si hanno risultati operativi pratici. Io continuo comunque a vederlo come un problema politico diplomatico, piuttosto che strettamente militare. Si inserisce poi la questione, non secondaria, dell’arma atomica: dovrebbe possederla l’esercito europeo? Stiamo assistendo, infatti, ad un riarmo su vasta scala che punta soprattutto sul nucleare. Stati Uniti ed Europa si stanno muovendo per impedire la costituzione dell’arma atomica in Iran proprio perché se ciò avvenisse, tutti i paesi di quell’area (Egitto, Marocco in primis) sarebbero più che tentati di seguire l’esempio iraniano. In tale situazione, con alcuni paesi dell’area medio-orientale in possesso del nucleare, si può ipotizzare un esercito europeo senza arma atomica? Probabilmente no. A dire la verità un tentativo venne compiuto nel 1958 per creare una sorta di “bomba atomica europea” tra francesi, italiani e tedeschi, ma il progetto, seppur di una certa importanza, fu accantonato da De Gaulle. La stessa costituzione Euratom fu un tentativo di creare un ente energetico europeo fondato sull’energia atomica.

Inserendoci ora nelle relazioni USA-UE, che reazioni vi sarebbero all’interno dell’amministrazione statunitense di fronte alla creazione di una forza militare europea?

Gli americani sarebbero favorevoli, poiché si sono sempre battuti per una partecipazione più diretta degli europei, soprattutto alle spese e agli sforzi economici. Ma è chiaro che non accetterebbero di “passare la mano”, la direzione strategica delle operazioni rimane in mano agli americani.

Anche per il mantenimento e il funzionamento dell’Onu gli americani si lamentano spesso per i pochi investimenti effettuati dagli europei…

Il punto è che gli americani hanno una visione strategica della storia, del mondo e della politica internazionale molto diversa. Essi sono molto pessimisti sul futuro, posseggono una forza militare che pensano di poter impiegare con profitto, ma l’Iraq insegna che non sempre avviene così. Gli europei la forza militare non ce l’hanno e, ovviamente, sono più inclini al negoziato e al compromesso. Quindi sono visioni della politica internazionale molto diverse e che vanno però riconciliate. Io penso che l’Europa abbia un ruolo fondamentale per cercare di mediare queste situazioni conflittuali che gli americani tenderebbero a risolvere con l’uso della forza militare.

Precisamente, in che cosa si esplica questo pessimismo americano? Forse nasce dall’ambivalenza nella storia della politica estera statunitense tra il richiudersi in se stessa e quella di agire all’estero, sempre con l’idea di porsi come elemento portatore di ordine, benessere e democrazia?

In questo momento gli americani si sentono accerchiati, gli Stati Uniti sono in una fase in cui si rendono conto che stanno nascendo nuovi poteri e vogliono difendere le loro posizioni. Nell’ottica statunitense, la democrazia serve a portare nel mondo delle condizioni che siano congeniali all’America per mantenere le sue posizioni. Ovviamente in tutto ciò vi è anche un valore, nella democrazia, nelle istituzioni democratiche, nella democratizzazione di paesi che invece democratici non sono. È una sorta di “gioco” in cui essi si sentono più a loro agio. Tutto ciò nasce essenzialmente dalla paura che i privilegi di cui hanno goduto fino ad oggi vengano messi in discussione.

Riccardo Dalla Costa e Andrea Bonetti