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Un patto-dialogo con gli studenti per facilitare il compito dell’Ente regionale per il diritto allo studio universitario di Trieste: è questo l’obiettivo che si vuole raggiungere con la nuova Carta dei servizi, progetto presentato nell’ultimo Consiglio d’amministrazione dell’Erdisu, e che potrebbe riceverne l’approvazione già il prossimo autunno. Il documento dovrebbe essere uno strumento per l’analisi e il miglioramento dei servizi offerti, al fine di perseguire in modo ottimale la soddisfazione dello studente utente, la trasparenza e la qualità nella gestione dell’ente. Il progetto si inquadra nella missione istituzionale dell’ente: garantire il diritto allo studio in particolare agli studenti capaci e meritevoli ma privi di mezzi, come sancito dall’articolo 34 della Costituzione. Con il passare del tempo, il concetto di diritto allo studio si è evoluto, passando da un contenuto meramente assistenziale nei bisogni primari (alloggio, assegno di studio e pasti) ad uno più ampio che comprende tutte le attività finalizzate all’inserimento dello studente nella vita non solo universitaria ma anche sociale in senso lato: facilitazioni per trasporti, attività culturali, ricreative e sportive, mobilità internazionale, etc. In quest’ottica è essenziale prestare costantemente attenzione al mondo studentesco e rispondere adeguatamente alle sue richieste: fra i principi fondamentali enunciati dalla Carta, oltre ad eguaglianza e imparzialità, troviamo infatti partecipazione, efficacia ed efficienza. Gli obiettivi strumentali della Carta sono essenzialmente tre: informare dettagliatamente gli studenti sui servizi offerti e sulle modalità di erogazione degli stessi; vincolare l’ente a mantenere i servizi e ad adeguarli alle esigenze degli utenti; verificare periodicamente la soddisfazione degli studenti. In questo modo, si favorirebbe lo sviluppo di un modello di gestione adatto all’individuazione delle necessità della comunità studentesca, garantito proprio dallo scambio di informazioni e riflessioni con quest’ultima: a tal fine è possibile consultare una bozza di Carta dei servizi sul sito internet www.erdisu.triste.it. Inoltre, la bozza è reperibile nelle sedi Erdisu di Trieste e Gorizia, in tutte le residenze e in tutti i centri di ristorazione universitari. Gli studenti possono esprimere la propria opinione,suggerire modifiche e miglioramenti per agevolare il lavoro dell’ente e partecipare attivamente al suo miglioramento, scrivendo all’indirizzo di posta elettronica mucchiut@erdisu.trieste.it. Oltre agli studenti e all’Università, il documento si propone di coinvolgere anche altri portatori di interessi come Regione, Provincia e Comune, per realizzare davvero una rete di servizi integrati basata su collaborazione e trasparenza e fungere da garanzia in tal senso. Al momento, la valenza prevista per la Carta è annuale, in modo da poterne monitorare l’efficacia ed apportare le eventuali modifiche; in seguito la durata potrebbe diventare triennale.

Athena Tomasini

Dal 27 Luglio al 10 Agosto una delegazione goriziana ha partecipato ad una Summer School dal titolo “Ambiente e Futuro” in Libia, frutto dell’alacre collaborazione italo-libica che ha portato a siglare a Maggio un protocollo d’intesa proprio a Gorizia per sviluppare interscambi didattici e scientifici tra alcune delle più importanti Università dei rispettivi Paesi. In questo quadro, dopo ambigui e poco chiari termini di partecipazione, 7 studenti del SID (Giulia Delogu, Jane Galmarini, Francesco Grosso, Daniele Pelucchi, Giacomo Pides e Alessandro Trevisan) e 2 ex studenti dell’Ateneo di Trieste (Roberta Macuzzi e Mitja Primosig) hanno preso parte alla delegazione tricolore che contava anche altri studenti provenienti dagli Atenei di Palermo e di Roma. Si viene a creare così il “campus giovanile dell’amicizia Italo-Libica”, un fortunato e lussuoso campo itinerante che avrebbe visitato gli omologhi “campi di lavoro volontario libici”, accampamenti dove i giovani libici vengono con metodi un po’ marziali e un po’ scoutistici, sensibilizzati a tematiche di volta in volta differenti. Gli sforzi dei nostri “angeli custodi libici” concretizzavano ogni più piccolo nostro desiderio, subito prevenuto, subito soddisfatto: hotel di lusso, due pullman a nostra disposizione, splendide gite in luoghi da sogno. Anche i campi visitati da Tripoli a Bengasi proponevano elementari tematiche su questioni ambientali ed energetiche che non turbavano neanche il nostro cervello messo a giacenza tra le sessioni estive e autunnali. Ma ovviamente le visite istituzionali devono per forza di cose avere una contropartita, un ritorno in immagine che lo stato-sponsor cerca di sfruttare. Si cerca di enfatizzare il lato più moderno, efficiente, mostrabile al visitatore, soprattutto se occidentale: il ponte su una gola profonda dove fino a pochi anni fa si usava ancora un ponte dell’epoca del Gen. Graziani, le bellezze archeologiche, i musei, le apparizioni sui canali televisivi; Da qui l’impossibilità di variare in alcun modo il programma prestabilito, un programma fatto soprattutto di visite archeologiche e naturalistiche, che escludeva qualunque tipo di contatto con la vera Libia, quella dei suq e delle medine, adducendo come scusa la pericolosità di tali esperienze, eventualità alquanto improbabile data la sicurezza congenita degli stati di polizia. Teniamo conto che gli estremismi religiosi in Paesi costituzionalmente islamici sono più facilmente reprimibili e soprattutto non scomodano tutto il fardello di moralismi intellettuali che a volte noi dobbiamo mantenere in fede al nostro “pluralismo culturale”. La grande Jamahiriyya Araba di Libia Popolare e Socialista, anche chiamata da noi profani eurocentrici semplicemente Libia, offre come tutti i Paesi ad impronta socialista uno svilippo economico estensivo. Nonostante la disoccupazione al 30%, il regime, che vanta comunque uno dei redditi procapite più alti in Africa, riesce a mantenere un ferreo controllo sulle popolazioni a volte in evidenti condizioni di povertà che però non sembrano lamentarsi o forse semplicemente non possono. Resta il fatto che non si vedono le differenze di ricchezza estreme presenti nelle nostre città, nessun mendicante ai bordi dei marciapiedi, nessuna ostilità nei confronti degli stranieri che tra l’altro per legge posso entrare nel Paese solo su invito ed essere sempre accompagnati. Solo le competenze e l’esperienza del prof. Magdud e della dott.ssa D’Addelfio dell’Accademia Libica in Italia (http://accademialibica.it) hanno colmato le curiosità che di volta in volta un Paese così culturalmente lontano e storicamente vicino ha suscitato in noi. È mancato completamente un reale contatto con la popolazione e con organizzazioni locali tranne qualche rarissimo caso che sembrava pianificato comunque a dovere. In realtà ho visto chiaramente quello che sono delle relazioni internazionali informali tra due Paesi che riscoprono di avere reciproci interessi (la Libia è uno degli Stati nord-africani con il tasso di crescita più alto), ho visto una delegazione controllata e guidata dalle autorità locali che hanno costantemente cercato di controllare i dati a nostra disposizione per limitarci il ventaglio di giudizi. In effetti in questa ottica l’esercizio diventa unico, rende merito al progetto che potrà sicuramente arricchire l’offerta didattica/linguistica cronicamente decadente nel nostro Corso di Laurea e stimolare in noi studenti un’ osservazione più critica rispetto a quanto una fonte governativa mostra ad un livello superficiale. L’evento ha dimostrato però, almeno nella sua prima attuazione, evidenti carenze informative/organizzative da parte dei nostri referenti, completamente assenti pure durante il viaggio.

Anche per questo, la dinamica in cui si è sviluppato il progetto ci ha messo di fronte ad una esperienza rara per ragazzi della nostra età, quella di vivere sulla nostra pelle ciò che un regime tenta di offrire anche sotto le sue vesti migliori ma che non può sostituire. La democrazia.

Ringrazio poi per gli spunti e le riflessioni, costanti durante tutto il viaggio e non solo i colleghi della Facoltà di Lettere di Palermo, soprattutto Laura Martinez e Francesco  Affronti.

Giacomo Pides

Da anni l’associazione Terre Offese, fondata da alcuni studenti dell’università di Gorizia, si occupa di temi di carattere internazionale, dall’ecologia e sviluppo sostenibile, all’immigrazione, ai diritti umani, alla gestione delle risorse naturali, multiculturalità, commercio equo e giustizia economica.

E’ un laboratorio di informazione, contro-informazione e aggiornamento, un contenitore di incontri, di studio collettivo, di analisi, di un modo ricco e dinamico di stare insieme e di divertirsi con coscienza del proprio posto nel mondo.

Nel tempo si è radicata sempre più nel tessuto urbano, stringendo rapporti di collaborazione con altre realtà cittadine, con istituzioni pubbliche e universitarie. Ha organizzato cicli di conferenze, concerti, dibattiti pubblici, cineforum, …

Molti studenti ne hanno fatto parte durante i loro anni di studio a Gorizia; la maggior parte di loro ha frequentato il corso di laurea in scienze internazionali diplomatiche, ma il gruppo si è poi esteso ad altri studenti e lavoratori.

Federica scrive: Terre Offese è stato per me la prima occasione per discutere di politica, letteratura e attualità con altri studenti su un piano che fosse anche di ricerca.

Appena arrivata a Gorizia, dopo un liceo fatto con molto spirito critico, le lezioni frontali del SID non soddisfacevano il mio bisogno di analizzare ed essere partecipe hic et nunc a questo mondo. Per non parlare delle critiche all’azione umanitaria e al terzomondismo… eravamo parte del sistema SID ma non ci bastava essere contrari all’arrivismo e alla formalità di alcune carriere, ci si interrogava anche sull’utilità di fare cooperazione, quando per cooperazione si intendeva troppo spesso carità… si decide che l’etichetta di “terzomondismo” non vogliamo più lasciarcela affibbiare… alla ricerca di vere forme di partenariato abbiamo sempre trovato nella vendita dei prodotti dell’equo e solidale, un modo per cooperare alla pari e per veicolare il senso di politiche ambientali eque e responsabili, nonché di modi di commerciare basati anche sul valore delle persone e dei prodotti, oltre che sulla concorrenza. Negli ultimi tre anni Terre Offese lottava per sopravvivere, più volte mi sono chiesta perchè fosse così difficile tenere viva un’organizzazione, probabilmente perché è universitaria e tutti usano Gorizia come un punto di passaggio da cui ripartire… ma è bello passare consapevolmente… ed è bello essere parte del territorio in cui si transita, anche se solo per pochi anni…

Chiara, una delle co-fondatrici: “Per molti versi per me Gorizia è stata Terre Offese. Una zattera di salvataggio dall’ipocrisia, l’arrivismo, le relazioni calcolate e un po’ vuote che segnavano la vita universitaria. E anche un ponte con la città, con il mondo, per non rimanere tragicamente rinchiusi in quella torre d’avorio che di internazionale aveva solo il nome ma che non riusciva ad aprire gli occhi nemmeno sul vicino più prossimo. Ovviamente faccio il tifo perché non si spenga anche l’ultimo lumicino di Terre Offese. Non solo per nostalgia, ma perché credo che se rimane anche qualcosa di quell’insieme ricco, fecondo, magari anche un po’ contraddittorio che Terre Offese è sempre stata, sarà una ricchezza importante per l’Università, per i nuovi studenti ma anche per la città.”

Giovanna: “Il mio passaggio in TO e’ stato davvero tangenziale, per me ha rappresentato soprattutto un ambito in cui interrogarsi e ricercare, in cui darsi più e diversi strumenti per leggere il mondo; hanno ampliato e cambiato il mio modo di vedere il mondo e, con il tempo, di viverlo: dalle abitudini di consumo alla scelta di cosa e dove studiare. Credo di non avervi mai ringraziato per questo, per cui lo faccio ora: grazie!!!”

Chiunque desideri avere informazioni e conoscerci, ci scriva su terreoffese@gmail.com.

Mancano poco più di due mesi all’entrata della Slovenia all’interno dell’area Schengen. La Repubblica Slovena è infatti il primo Paese della cosiddetta Europa Orientale ad “abbattere” le proprie frontiere verso Italia e Austria. Infatti il passaggio ai valichi sarà libero già a partire dalla metà di Dicembre quindi quindici giorni in anticipo rispetto la data del primo Gennaio 2008, questo anche grazie all’ importante interesse espresso dal Sottosegretario all’ interno Dott. Rosato.

Al di là delle due settimane d’anticipo, che tutt’al più semplificheranno la corsa agli ultimi acquisti natalizi in Italia o in Slovenia, il momento è di rilevante importanza per i territori italiani del Friuli Venezia Giulia, austriaci della Carinzia ed ovviamente per la Slovenia tutta. Indubbiamente la Città di Gorizia vedrà, più di altri, nascere e svilupparsi una vera e propria rivoluzione, anche se non proprio di grandi dimensioni, a causa della sua ormai unica posizione di Città di frontiera, o meglio di Città divisa da una frontiera.

Ora, per la prima volta dopo sessant’ anni, le due città e tutte le diverse frazioni ritorneranno a far parte di un unico sistema, dove le persone potranno muoversi liberamente utilizzando tutta la rete viaria esistente, senza porsi più il problema di esibire i documenti. Questo momento, insieme all’utilizzo della moneta unica non farà altro che legare sempre di più i diversi territori grazie ad una omogeneizzazione dei linguaggi.

Questa imminente piccola rivoluzione porterà sicuramente degli stimoli nuovi e positivi che potranno trasformarsi in ulteriori fattori di sviluppo. Ancora una volta Gorizia, tutto il Friuli Venezia Giulia e la stessa Slovenia dovranno ringraziare la lungimiranza di chi, anche in queste zone, ha saputo guardare avanti; guardare oltre tutte quei confini insiti nella storia di una terra profondamente segnata dall’odio reciproco verso il vicino.

Ora grazie all’Unione Europea tali limiti di tipo politico ed economico verranno abbattuti, vedremo se anche le persone di queste terre saranno in grado di superare i rancori di una storia passata.

Marco Brandolin

I ben informati sostengono che un Montezemolo insolitamente lascivo, addirittura senza cravatta, sia prossimo ad annunciare la prima fase del nuovo piano confindustriale per il rilancio dell’economia patria. L’operazione richiederebbe la mediazione del corpo politico, e pare quindi che siano già iniziati i primi sondaggi informali.

Lo slogan sarà il seguente: “Amore libero?! Liberalizzato!”. Lo schema, molto felicemente, quello che così tanti successi ha mietuto nel mondo del lavoro: sono previste diverse tipologie di rapporto di coppia, per una durata massima di un anno, ferie comprese ma malattia esclusa (del resto, chi avrebbe mai voglia di andare a letto con un malato?). Per i datori d’amore più dinamici, sarà offerta la possibilità di rivalutare il rapporto ogni tardo pomeriggio. Secondo uno studio congiunto Fiat-Kawasaki, una diffusione a macchia d’olio degli amorosi intenti raggiungerebbe un duplice risultato: da un lato, farebbe aumentare del 2,17% la produttività degli impiegati colpiti da Cupido; dall’altro, garantirebbe un incremento non trascurabile delle vendite dei preservativi. Badate bene, con benefici evidenti sull’intero indotto, che finiranno per ricadere a pioggia nelle tasche dei consumatori, innescando un circolo virtuoso di proporzioni ancora non ben quantificabili. Non va poi trascurata, in chiave politica, la crescita del benessere nazionale: i single, gli esclusi, gli amanti e i cornuti potranno finalmente uscire dalla finestra per rientrare dalla porta. Il modello, molto socialdemocraticamente, sembra quindi ispirarsi alle 36 ore francesi, e pare che sia allo studio proprio un contratto di pari durata: amare meno per amare tutti. Il sindacato è confuso, spezzato: l’ala riformista si dice pronta a sedersi al tavolo della trattativa; la Fiom invece rivendica il diritto ad avere moglie e amante, ché ad avvitar bulloni tutto il giorno ci facciamo un culo così e avremo pure il diritto di fornicare in quantità industriali ed esclusive. Entusiasmo nella destra triestina: col suo inconfondibile accento di San Giacomo-Manzano, il sindaco Di Piazza, rovinando così l’effetto sorpresa della prossima dichiarazione di Montezemolo, ha annunciato l’intenzione di avvolgere il molo Audace con un preservativo gigante, per meglio accogliere i passeggeri della Queen Elizabeth. La Lega applaude, e si dice pronta a fornire il suddetto condom rovistando fra le scorte di Bossi, ché non sono mica solo i bingo-bongo ad avercelo così.Fini tace, mentre più di qualcuno ha visto Menia correre senza sosta da un capo all’altro di Piazza Unità, esultando più di Grosso e Tardelli insieme. Antonione e Camber starebbero litigando per chi dovrà informare il divo Silvio della splendida notizia. Al perdente toccherà un pistolotto di Veronica Lario, a cui Scalfari ed Ezio Mauro hanno già offerto l’intera prima pagina di Repubblica. Ma Repubblica non è l’unico giornale del Gruppo Espresso ad essersi preparato per tempo: più di qualcuno ha scorto gli Hemingway del Piccolo, Erné e Barbacani, a rovistare fra le lenzuola degli ospizi cittadini, per un’inchiesta da titolo: “Com’era bello far l’amore da Trieste in giù”.Papa Benedetto ha lasciato intendere chiaramente di approvare la flessibilizzazione del sentimento, a condizione che l’amore consumato nell’adempimento degli obblighi contrattuali segua una cerimonia nuziale celebrata in latino. La Santa Sede ha poi aggiunto di non essere contraria in linea di principio al preservativo gigante del molo Audace (già molo San Carlo), purchè  bucato alla sommità. Non si sa ancora nulla sulla presa di posizione di Riccardo Illy, ma più di qualcuno è pronto a giurare che sia ormai barricato in Regione da giorni, tutto intento ad ammirare il suo profilo di tre quarti. Inequivocabili, comunque, le prime indiscrezioni provenienti dall’entourage del Presidente: il preservativo formato molo farebbe il paio con l’ormai celeberrima sedia di Manzano, e insomma pare proprio che il Fvg si stia attrezzando per tempo alla venuta degli alieni giganti, diventando un punto di riferimento imprescindibile per l’intera Euroregione. Irriferibili i commenti sulle dimensioni di Bossi e sulla virilità della razza celtica tutta. Snaidero tentenna e boccheggia, dicendo di essere d’accordo ma poi nemmeno troppo, e che comunque da Roma non sono stati abbastanza chiari. Certo sarebbe un buon affare, per i tavoli da cucina ergonomici…Fassino teme che la nuova flessibilità possa portare ad un problema di leadership nella coppia, pur ribadendo che il timone è saldamente nelle mani di Prodi. Dopo telefona a Consorte e si convince. La base Ds mugugna, brontola, minaccia e viene cornificata a iosa, ma poi tanto la mozione Fassino otterrà il 70%, e sarà così scritta un’altra pagina fondamentale nel processo di modernizzazione della sinistra. Il tema non viene discusso né dalla Margherita, né dall’Udeur, perché nessuno si azzarda a pronunciare la parola “sesso” in pubblico. Rutelli tenta di colmare il vuoto con audaci metafore, ma poi viene richiamato all’ordine da una Palombelli dilagante e plaudente alla nuova frontiera del femminismo. Veltroni pontifica sul binomio libertà-flessibilità, anzi guarda caso ci sta scrivendo su un libro, e inaugura una mostra in Piazza Navona sulle amanti di Kennedy.Diliberto appare preso in contropiede, mentre un usciere della Camera dichiara al tg5 di aver udito Bertinotti vagheggiare di un mega-profilattico in cachemire, tesi subito sposata entusiasticamente da Antonaz.

L’UPI (Unione Professioniste Italiane) dichiara sciopero ad oltranza.

 Andrea Lucchetta

Gherardo Colombo e Bruno Tinti a Pordenonelegge.it.

 Il sistema giudiziario italiano non può funzionare se non cambia la cultura generale del Paese. E’ questo il messaggio che Gherardo Colombo ribadisce a Pordenonelegge.it durante la presentazione di “Toghe rotte, la giustizia raccontata da chi la fa”,  libro scritto dal procuratore aggiunto di Torino Bruno Tinti. I due denunciano il pessimo stato della giustizia italiana con la stessa forza, ma da prospettive differenti: mentre Tinti continua la sua lunga carriera da magistrato, Colombo l’ha abbandonata pochi mesi fa per dedicarsi attivamente a cambiare la mentalità che funge da base per l’ordinamento giuridico, rivolgendosi ai giovani con le sue lezioni di legalità. Magistrato per 33 anni e 3 mesi, attivo nelle più importanti inchieste della storia italiana, dalla loggia P2 a Mani Pulite, Colombo rileva come sia il modello culturale improntato all’individualismo ad impedire che il potere legittimo faccia il suo dovere: il sistema giuridico originato dalla Costituzione, che ha come pietra angolare l’uguaglianza di tutti i cittadini e cerca di organizzare una società armonica, spesso non è altro che un sistema di regole apparenti, cui è possibile derogare tramite un sistema di regole reali che sfuggono al controllo di quelle ufficiali. Questo sistema reale permette a chi lo rispetta di raggiungere il privilegio, concetto antisociale perché porta al conflitto e alla prevaricazione. In Italia manca dunque la consapevolezza dell’importanza delle regole, intese come modo di organizzazione di una società che serva gli uomini nel suo complesso senza escludere nessuno. Manca il concetto di legalità come mezzo per perseguire l’armonia sociale, mentre è diffuso il principio di affermazione del singolo anche a discapito degli altri, come se il patto sociale non fosse altro che una copertura.

Bruno Tinti, a contatto con il sistema giudiziario italiano da più di 40 anni, nel libro raccoglie le testimonianze dei colleghi ed illustra i problemi concreti che affronta ogni giorno chi amministra la giustizia, come quello dell’organizzazione delle Procure, sommerse da documenti e paralizzate da procedure farraginose. Ma la crepa più grande è quella che si può ricondurre al discorso di Colombo: nella legislazione penale italiana esistono due binari paralleli, quello della penalizzazione apparente e quello della depenalizzazione effettiva. Tinti fa riferimento alla procedura penale che si avvia a seguito di una multa per guida in stato d’ebbrezza, per cui si spreca tempo e denaro inutilmente dato che nella stragrande maggioranza dei casi, proprio grazie alla complessità dell’iter, l’imputato troverà una scappatoia per non pagare neppure la sanzione di 700 euro. Mentre altri reati che hanno ripercussioni molto importanti come quelli finanziari vengono effettivamente depenalizzati grazie a leggi apposite, come le celebre legge sul falso in bilancio. Il procuratore individua dunque nell’attività del Parlamento e dei ministri della Giustizia degli ultimi vent’anni una sostanziale tendenza a diminuire l’efficienza dell’amministrazione giudiziaria anziché ad aumentarla. E tale tendenza non può essere che alimentata dall’atteggiamento della stessa magistratura, divisa e monopolizzata dalle correnti dell’Associazione nazionale magistrati (Anm), diventate ormai una sorta di sistema partitico. E’ impossibile essere eletti al Consiglio superiore della magistratura (Csm) senza appartenere ad una corrente, e gli obiettivi di tali strutture finiscono col prevalere sugli interessi dei magistrati nella gestione della giustizia.

Il quadro delineato dai due ex colleghi è quello di una situazione molto grave, ma che ormai non stupisce più: grazie a personaggi come loro, che si impegnano a denunciare le situazioni più incresciose, e a ciò che prova sulla propria pelle, l’opinione pubblica è sufficientemente consapevole delle patologie del sistema giudiziario italiano. Il problema diventa dunque capovolgere sul serio la mentalità spesso sotterranea ma anche palese che ostacola la cultura della legalità. L’interesse dimostrato dalla fila interminabile fuori dalla sala dove si svolgeva l’incontro fa ben sperare: forse non tutti cercano il privilegio. Ma in un Paese come l’Italia non si può mai essere certi che all’indignazione popolare seguano comportamenti coerenti e concreti. Spesso la forza e l’importanza del messaggio di Colombo e Tinti vengono banalizzate, privandolo della portata generale che può assumere: prima di cambiare qualsiasi cosa che riguardi la vita pubblica, è essenziale modificare le proprie convinzioni e il proprio atteggiamento nella vita di ogni giorno.

Athena Tomasini

Anche l’Italia, a volte, scende in piazza, prende per mano il proprio destino e inizia a lamentarsi. Anche gli italiani, a volte, decidono di sfruttare quell’incredibile invenzione che qualcuno un giorno chiamò democrazia, ma che ormai ha preso il suono di oligarchia, ed esce a gridare piano il proprio sdegno per le strade, chiedendo che le bellissime promesse di quell’invenzione siano finalmente messe in atto. Anche l’Italia e gli italiani, a volte, scendono in piazza e si ricordano che l’unico modo per cambiare le cose è agire, fare, disfare, provare e riprovare a rendere più giusto questo nostro paese, a rendere realtà quel sogno di un luogo governato dal demos, dal popolo.

Sembrano qualcosa di inventato, un’esagerazione quasi, queste poche righe, ma ho deciso di crederci a quello che ho scritto. Ho deciso di credere che dopo questo 8 settembre 2007, in Italia possa migliorare davvero qualcosa. Probabilmente il mio è un discorso che sfiora l’utopia, ma non è proprio il desiderio dell’inarrivabile che ha reso possibile quello che gli uomini per secoli ritenevano impossibile? E allora perché non provare a sciogliere questa “casta” che ci controlla e ci governa, con più di un regio scettro?

Se devo essere sincero non mi sarei mai aspettato che un principio di cambiamento politico, potesse arrivare da un comico, ma mi devo ricredere (se così tanti politici fanno ridere è probabile che anche un uomo che dovrebbe far ridere possa cimentarsi nel ruolo del politico), perché è proprio grazie al lavoro di Beppe Grillo se un certo malcontento asfittico e pericoloso è uscito e ora cerca una sua collocazione reale. È grazie a lui se certe idee, assurdamente definite “qualunquiste” e “spregevoli” da qualcuno seduto comodamente in una poltrona in uno dei palazzi più belli di Roma, hanno trovato spazio e risalto nei media e nella gente. Ma tutto ciò non sarebbe stato poi così importante se non ci fossero state così tante persone in piazza e in internet a gridare tutte “Vaffanculo” contro un certo nostro malcostume politico e non solo. Se tutto ciò non ci fosse stato, se in aria non si fosse levato all’unisono quel suono un po’ volgare certo, ma terribilmente sincero e veritiero, non ci sarebbero state tanto parole spese dalla casta in difesa propria e Beppe Grillo sarebbe stato soltanto un “cialtrone” qualsiasi pronto ad essere giustiziato nella pubblica piazza dai benpensanti dell’opinione pubblica.

Se questa giornata sarà davvero importante per il nostro paese, sarà solo il tempo a dirlo, la storia no, quella tanto si sa che è sempre stata fatta dai vincenti, e finora la popolazione tra essi non è mai stata annoverata. Ora c’è bisogno di perseverare, far sentire la nostra voce, il nostro peso, fregandocene per una volta di destra-o-sinistra e pensando per la prima volta al bene di un paese che ci riguarda tutti, nessuno escluso.

Giovanni Battistuzzi

Il Grillo non è una persona fisica. Il Grillo è una coscienza punzecchiante che si propone, in infiniti replicanti virtuali(sotto forma i pagine web) a ciascuno di noi. Egli punge la dove sa che l’onore e il salvadanaio sono più sensibili, egli ci sveglia di soprassalto nella notte della rappresentanza democratica e del consumatore. Come morsi da una coscienziosa taranta noi scendiamo in piazza, trascinati da un leader che ancora una volta è virtuale,  irriproducibile per via del suo carisma messianico, e ci sentiamo forti, avviluppati stretti stretti nel drappo sgargiante dei suoi slogan scandalizzati.
L’impatto è cinematografico: la legge dei numeri e del clamore ci affermano come il gruppo di strilloni più popoloso e trendy.
Sì, perche indignarsi è di moda: entro poco tempo i sotto-rappresentati, gli azionisti truffati, gli eco-inquinati, e quelli che hanno sbagliato indirizzo web sono un corpo unico, che compone i suoi variegati interessi sotto il simbolo fulgido del consumatore da risarcire: in hoc signo protestes.

Come per tutto ciò che è mediaticamente importante(laddove ormai sulla bilancia dei media internet pesa quasi quanto mamma tv), i minuti di programmazione e l’insistenza su slogan e parole-simbolo(“la casta!”, come giustamente notato da Michele Serra su Repubblica) donano una consistenza tangibile a un arrosto che, raffreddandosi col tempo, ci lascia stringere solo tanto fumo. Infatti per ciascun settore “bombardato” dal Grillo(telefonini, azioni, telefoni fissi, politica, ecomostri…) ci si ritrova, a spettacolo finito, più disorientati che rimborsati, più arrabbiati che eruditi.

L’informazione capillare, precisa e dal carattere di inchiesta che questo movimento di scontento usa per far capire al cittadino dove la mano invisibile di Stato e arcigni Consigli d’Amministrazione lo taccheggino maggiormente dona ai destinatari l’illusione di potersi esprimere con una qualche autorità su questioni specifiche. Purtroppo, così non è. Un sano percorso di formazione di idee credibili richiederebbe una di queste due triadi: Informazione-Conoscenza-Coscienza (per interessi generati dall’esterno, ad esempio per chi non studia e si interessa a fatti particolari dopo averne sentito parlare); Conoscenza-Coscienza-Informazione(ad esempio per chi studia, e vede i suoi interessi sorgere dal suo campo di formazione). Nell’infatuazione che potremmo chiamare blog-stimolata la funzione di informazione fagocita quella di conoscenza e svolge un ruolo tirannico sulla formazione della coscienza dell’utente, che si ritrova alla base della piramide dei contenuti(e li può solo assimilare, con un margine di elaborazione minimo). Così, la conoscenza di uno spreco pubblico che colpisce indirettamente le tasche di un cittadino viene talmente esacerbata dalla rabbia blog-stimolante da fargli pensare che scavalcare i sistemi istituzionali che gli garantiscono nella giusta misura il suo l’intervento nel mondo politico, commerciale, sociale sia legittimo, alla luce di questa “illuminazione” che gli è piovuta addosso da internet.

Il Grillo in questo ha eccessivamente calcato la mano, forzando la legge invisibile del condizionamento medinte informazione. Laddove l’informaizone forma una coscienza non manifesta che serve efficacemente ad orientare le scelte quotidiane e anche apparentemente insignificanti di elettori e consumatori, si vedono nel lungo periodo dei risultati sorprendenti sulle sovrastrutture. Ma se la fame di risultati concreti spinge a portare in piazza questo potere dell’informazione, per ottenere in un tempo troppo breve cambiamenti significativi, tutto ciò che verrà prodotto saranno coscienze sorrette dal vigore verbale e dall’interesse individuale, che non potranno superare la prova delle prime sconfitte sul campo.

La debolezza del movimento antipolitico è infatti proprio questa: essere un aggregato di coscienze individuali, che agiscono stimolate dalla lesione di interessi tipicamente personali(e come tali presentati dal Grillo, per essere più efficace). Il movimentismo “-anti” perde la partita contro la democrazia vera e propria e le sue tradizionli strutture nel momento in cui appare chiaro che questo non si muove per volontà collettiva e con progetti in favore di tutti, ma che al contrario nasce dallo scontento individuale e che l’unico fattore accomunante per questo popolo di scontenti è un ribellismo distruttivo e diffidente.

 Davide Caregari

Attuale responsabile per la CISL dei rapporti con le istituzioni internazionali e con i Paesi asiatici, membro del consiglio di amministrazione dell’ILO (International Labour Organization)

 

A differenza dalle rivolte dell’88, quella di quest’anno manca della spontaneità e dell’irruenza della precedente, può vantare invece una capillare orchestrazione da parte delle organizzazioni sotterranee di democratizzazione del paese?

Certamente, il movimento a cui stiamo assistendo nasce dal coordinamento di associazioni di lavoratori e studenti che hanno costituito reti di contatti nelle varie città del paese nel corso degli ultimi anni. E’ da notare che gli attivisti hanno collaborato strettamente anche con organizzazioni esterne al Myanmar. Dopo le elezioni del 90, di cui il governo militare non ha accettato il risultato, i molti dissidenti costretti a fuggire dal paese hanno continuato la loro opera di opposizione.

L’obbiettivo principale di queste organizzazioni è la democratizzazione del paese, ma il modello a cui si richiamano è federale?

E’ stata stesa una bozza di costituzione democratica dalle organizzazioni, le quali hanno coinvolto rappresentanti di tutte le nazionalità presenti all’interno del paese che dal punto di vista etnico è particolarmente composito. Per salvaguardare l’autonomia e il particolare ruolo di ogni nazionalità si è adottato quindi un modello fortemente federalista.

Veniamo alla risposta internazionale, cominciamo dalla politica estera italiana, lei è stata piuttosto critica a riguardo, perché?

La Farnesina ha adottato quella che viene definita strategia del “dialogo costruttivo”. Tale prassi è utile se vi è un dialogo effettivo ed un dialogo si può avere se le parti sono poste sullo stesso piano, se hanno le stesse capacità. Con un regime che non permette all’opposizione di esprimersi con misure talmente repressive non si parla di dialogo, ma di un monologo da parte di quei governi che fino ad adesso non hanno voluto prendere atto della reale drammaticità della situazione del paese.

Passiamo all’ONU, a suo avviso sta operando in maniera proficua?

In primo luogo, e mi riferisco a Gambari, credo che le Nazioni Unite avrebbero dovuto intervenire non con una rappresentanza, ma con una delegazione del Consiglio di Sicurezza. Ban Ki Moon poi ha giocato un ruolo molto debole e non poteva che essere così. Basti pensare che prima di essere ricevuto dal governo ha dovuto aspettare per due giorni nella capitale.

Il ruolo del Consiglio di Sicurezza era quello di mantenere aperto un tavolo negoziale con tutti i paesi membri per l’elaborazione di sanzioni corali da quando è stata rigettata la risoluzione del gennaio scorso. Purtroppo questo impegno è stato disatteso e ci si è ritrovati con la crisi in atto e nessuna posizione unitaria dell’Onu.

La risposta che più volte avete auspicato per la risoluzione della crisi è l’inasprimento delle sanzioni economiche, ma in un paese martoriato da una così diffusa povertà non si rischia di infierire sulle fasce deboli della popolazione?

Questo a mio avviso è un argomento incoraggiato dalla logica del dialogo costruttivo, in realtà la situazione economica che i lavoratori birmani vivono nel quotidiano è talmente vicino al limite di sopportazione che l’unico obbiettivo non può che essere il cambiamento radicale della situazione. Questo cambiamento si può ottenere solo con l’indebolimento del governo dittatoriale dal punto di vista economico, ma non dimentichiamo l’importanza di un vero ed efficace embargo delle armi.

Avete recentemente promosso una petizione per la Birmania con l’appoggio oltre che dei sindacati, delle maggiori organizzazioni ambientaliste, di cosa si tratta?

Abbiamo rivolto una appello al governo italiano, alle imprese e all’ Ue, affinché si interrompano le importazioni dal Myanmar. Tagliare i rapporti commerciali con questo paese significa protestare fortemente contro la sistematica violazione dei diritti umani e del lavoro, ma anche promuovere la tutela dell’ambiente. Un caso per tutti, l’importazione di legname pregiato che sta provocando la deforestazione di ampie aree del paese, senza considerare l’impatto ecologico dello sfruttamento minerario e della costruzione di altre dighe sul fiume Selween. Per maggiori  informazioni è attivo il sito “birmaniademocratica.org”.

Per concludere due parole sul suo libro, “IL pavone e i generali

 Il libro descrive l’evoluzione dell’opposizione al regime negli anni, attraverso le vicende di attivisti, dai più in vista ai più comuni, che hanno dedicato la propria vita alla causa della democrazia. L’insanabile contrasto tra le parti è netto, da una parte l’opposizione non violenta delle organizzazioni, dall’altra l’efferatezza di un regime, dei cosiddetti macellai di Rangoon.

Il pavone è il simbolo della lotta per la democrazia in Birmania.

Tommaso Dalla Vecchia

I fucili riportano la calma a Rangoon, ex-capitale della Birmania e teatro, da ormai quasi due mesi, di impressionanti manifestazioni di massa contro la giunta militare. Le proteste sono iniziate il 18 agosto, quando il governo del generale Than Shwe ha aumentato il costo della benzina del 500% ( causando un vertiginoso aumento dei prezzi di alcuni generi di prima necessità come il riso e le uova) al fine di coprire il buco in bilancio provocato dall’impinguamento delle buste paga degli impiegati statali. L’ ondata di contestazioni-non violente che si è levata in quei giorni è stata guidata da alcuni dissidenti storici come Min Ko Naing o Su Su Nway, ma è stata la nuova linfa apportata al movimento dalla partecipazione dei monaci buddisti che ha fatto rimbalzare gli accadimenti birmani all’attenzione della comunità internazionale. Migliaia e migliaia di monaci hanno sfilato silenziosamente per le vie di Rangoon, e di altre città del paese, sfidando i coprifuochi ed i divieti di assembramento tuonati dalla giunta. La feroce repressione del governo non si è fatta attendere: l’esercito è stato dispiegato contro i manifestanti e dagli spari in aria si è presto passati a quelli diretti verso i manifestanti stessi. Dieci i morti ammessi dal governo. Molti di più secondo l’opposizione, versione che sembra essere confermata dalle frammentate notizie giunte dai reporter internazionali che ancora operano in Birmania, seppur con grande difficoltà. Internet, infatti, è stato oscurato da un paio di settimane rendendo molto difficili i collegamenti con l’esterno; l’impresa di stato Myanmar Post&Telecoms si è scusata per l’”imprevisto”dovuto ad un guasto tecnico…

Tuttavia alcune notizie riescono a filtrare e a far conoscere i crimini perpetrati dal regime. Le più recenti parlano di arresti di massa nei confronti dei monaci, 2000 dei quali sarebbero detenuti nel complesso del Rangoon Institute of Technology e dovrebbero essere presto trasferiti in campi di detenzione nel nord del paese, descritti come veri e propri lager.

La domanda che ci si pone, ora, è se la recente visita del rappresentante dell’ONU Gambari riuscirà a spalancare la porta a prospettive davvero nuove che possano far evolvere positivamente la situazione drammatica in cui versa il paese. Le proteste popolari, per quanto ingenti e coraggiose, non appaiono sufficienti a strappare il paese dalla dittatura, a meno che non si coordino con una parallela pressione sulla giunta militare esercitata esternamente dalle potenze mondiali.

Certo è che ogni linea d’azione che verrà intrapresa non potrà lasciare indifferenti Cina ed India, che hanno tutti gli interessi a dirigere gli eventi nel modo che può essere loro più conveniente. La posta in gioco è infatti altissima per la Cina. Il suo commercio con la Birmania supera il miliardo di dollari l’anno ed in più ha forti partecipazioni nelle aziende petrolifere e di gas di cui è ricco il paese. Vi è, inoltre, da parte sua un forte interesse strategico, ovvero quello di far rientrare il Myanmar nella cosiddetta “politica del filo di perle”che mira a costruire una serie di basi navali nell’Oceano indiano. Infine la Cina spera che i monaci buddisti non riescano a rovesciare il regime, perché potrebbero essere d’esempio per i loro confratelli in Tibet.

 L’India condivide alcuni di questi interessi ed in particolare ha investito pesantemente nei giacimenti metaniferi del Paese. Al contrario della Cina, però, avrebbe molto da guadagnare dalla caduta dei generali perché un’erosione dell’influenza cinese nell’area allenterebbe la sfida alla sua egemonia sull’Oceano Indiano.

L’importante è che la comunità internazionale non lasci ancora solo e prigioniero il popolo birmano. E’ un’agonia che dura da 45 anni quando nel ’62 il generale Ne Win realizzò un colpo di stato e governò ininterrottamente per 26 anni perseguendo la via birmana al socialismo e mandando in frantumi l’esperienza democratica post-coloniale realizzata da Aung San, padre dell’attuale leader dell’opposizione Aung San Suu Kyi. Nel 1988 un’insurrezione popolare, in cui persero la vita 3000 persone, spinse la giunta ad indire delle elezioni legislative che avrebbero avuto luogo due anni dopo. La Lega Nazionale per la Democrazia, capeggiata da Aung San Suu Kyi, vinse 392 dei 489 seggi dell’assemblea nazionale, ma la giunta dei generali invalidò i risultati confinando la Suu Kyi agli arresti domiciliari. La leader, vincitrice del nobel per la pace nel 1991, dopo il giro di vite autoritario seguito alle elezioni si è ritrovata più volte agli arresti, situazione che perdura anche attualmente.

 E’ necessario che gli appelli che questa donna coraggiosa ha rivolto al mondo in tutti questi anni non restino più inascoltati e sia loro attribuito il peso che meritano. Il timore è quello che una volta esauritasi la “notiziabilità” della crisi birmana, questo popolo sia ancora una volta lasciato solo al proprio destino. Quando i fucili non sparano più e il sangue non scorre nelle strade è difficile che i media internazionali si interessino ancora alla faccenda. Certo, si continua morire, ma silenziosamente. Si muore di fame, di malattie curabilissime. Si muore in prigione come dissidenti o nella giungla da guerriglieri, sognando l’indipendenza per la propria etnia. Ma a chi interessano queste morti? Cosa le rende diverse da quelle di altri miserabili della terra?  Si tratta soltanto della terribile quotidianità di 47 milioni di persone. Ma il popolo birmano ha un disperato bisogno della nostra attenzione affinché l’incredibile gesto che ha compiuto abbia dei frutti e si traduca nel cambiamento tanto anelato. Questa volta, per favore, non spegniamo i riflettori.

Elisa Calliari

Intervista al prof. Gabassi, presidente del Corso di Laurea e Direttore del Polo Universitario Goriziano.

Prof. Gabassi, sta per iniziare il nuovo anno accademico…

Con l’incontro di lunedì 15 ottobre si inaugura ufficialmente il nuovo anno. Per l’occasione sono stati preparati dei pieghevoli dal quale gli studenti potranno trarre le essenziali informazioni sul funzionamento dell’edificio in via Alviano, sulle segreterie, sui laboratori informatici e via dicendo. Chiariremo quale è la funzione del Polo Universitario Goriziano (PUG, ndr), che dirigo contestualmente al corso di laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche (SID, ndr). Quest’ultimo, è bene chiarirlo subito, dipende dalla Facoltà di Scienze Politiche di Trieste, e perciò risente di margini di autonomia molto limitati. Quindi è ingiusto che vengano ascritte a questa presidenza, e ai miei collaboratori, delle responsabilità che non ci attengono. Ad esempio uno dei problemi che si è riproposto negli anni è quello della divisione del carico di lavoro tra i semestri: io ho cercato di affrontarlo in varie occasioni, viepiù da quando da due anni sono presidente del corso di laurea, tuttavia è impossibile essere coartanti nei confronti dei docenti che, in maggior parte riferiscono alla Facoltà la loro disponibilità a fare lezione, in base alle loro esigenze nell’arco della settimana.

Si è assistito ad un calo delle domande d’iscrizione all’esame di ammissione al primo anno. Cosa ne pensa?

Non è così: siamo perfettamente in linea con la media. Anzi rispetto agli altri anni abbiamo degli scarti minimi, di qualche unità. Si iscrivono circa 220 e si presentano all’esame circa 180-170 studenti ogni anno.

Stando alle graduatorie risulta che si siano presentati 153 ragazzi, rispetto a circa 160 dello scorso anno accademico e due anni fa oltre 200. Con i ripescaggi siamo arrivati al 148esimo in lista. Ha ancora senso l’esame di ammissione?

Io su questo ho una risposta chiara, la qualità di quest’anno è di molto superiore agli anni precedenti. Di fatto questo vuol dire che c’è una preventiva autoselezione, e soprattutto quelli che vengono da lontano sono bravissimi. Quest’anno quasi la totalità degli studenti proviene dai Licei Classici e Scientifici o sperimentale linguistico.

Restando sulla didattica, come vede questo nuovo corso di Scienze Politiche Internazionali sorto a Trieste? C’è il rischio di una concorrenza interna?

Mah… io ho votato a favore in Consiglio. Nell’economia della facoltà è abbastanza… distonico, ma nulla vieta a Trieste di attrezzarsi e, perché no di fare concorrenza a Gorizia. È inutile negare che nella realtà locale, si crea un tanto di concorrenza facendo due cose molto simili, perché il corso in questione è molto simile al nostro. Però qui a Gorizia, la differenza è fatta dal Diplomatico (curriculum, ndr) che è nel dna del corso. Voi (nell’intervista del numero 5 – Gennaio 2007, ndr) mi avete offeso parlando delle mie presunte velleità negoziali. A parte il fatto che non è quantitativamente vero che le materie negoziali siano in proporzione superiori alle altre: c’è metodologia e tecnica delle relazioni internazionali, tenuto egregiamente dal prof. Novello, e da quest’anno introdurrò il mio corso di Psicologia delle organizzazioni internazionali e negoziato. Dove sta tutto questo negoziato?

Ma di fatto lo studente si trova con una offerta formativa molto diversa rispetto al quando si era iscritto…

Qui siete fuori strada. Negli anni l’offerta è stata caratterizzata in senso negoziale, che poi venisse fatta in modo diverso è secondo me opinabile, è un altro discorso. Avevamo Baldocci, Ferraris e Farinelli, che sostanzialmente facevano negoziato.

Non può però contraddirci quando le diciamo che c’è stata una riduzione dell’offerta formativa, che porta inevitabilmente verso il negoziato…

Ah si, ma sulla diminuzione sfondate una porta aperta. Quanto al negoziato dove sta scritto che sia l’unica alternativa? Tutt’altro questo è il danno per voi, non farete solo negoziato, rischiate di avere una facoltà di scienze politiche come tante altre e di perdere la specificità storica del polo Goriziano. Al pericolo di una offerta formativa molto limitata a causa dei vari decreti ministeriali, io ho cercato di rispondere con cicli di conferenze e con la “microdidattica”. Purtroppo però ho trovato poca collaborazione soprattutto tra i miei colleghi docenti che, ritenendo il proprio ambito formativo come un “orticello” da difendere, non permettono sempre la libera partecipazione degli studenti.

Nonostante l’imminente festività e il successo dello scorso numero, Sconfinare torna al lavoro! La prossima riunione è fissata per domani 30 ottobre alle ore 13 in torretta VI piano! A quelli che si domanderanno “ma esiste un sesto piano??” la risposta è si, arrivate al V e scalate un muro liscio per arrivare fino al sesto. Tempra il fisico e fa sempre bene un po’ di movimento.. La riunione è un occasione per vedere la redazione, informarsi su come funziona un giornale universitario, poter discutere differenti punti di vista su un articolo apparso sul giornale,  chiedere di poter partecipare, sia con articoli in italiano, sia in sloveno, sia per poter impaginare, per mettere gli articoli su internet..insomma di lavoro ce n’è sempre per tutti i volenterosi. Fatevi avanti!

Un saluto a tutti. A domani!!

Impressioni da un viaggio nei Balcani

“…Senza i serbi non potrei respirare; senza i croati non potrei scrivere; e senza essere me stesso non potrei vivere con loro…”. Con queste parole il poeta musulmano Abdullah Sidran, nella primavera del 1992, cercando di scongiurare la guerra in Bosnia-Erzegovina, dipinse lo spirito cosmopolita fino ad allora respirato a Sarajevo. Quello stesso spirito che si può cogliere leggendo, in un libro di Ivo Andric, le odierne discussioni tra un rabbino, un pope ed un imam su un sedile di pietra che esce a sbalzo da un magnifico ponte sul fiume Drina, nella località di Visegrad.
Visegrad è un paesino bosniaco di confine, un confine vissuto diversamente di epoca in epoca. Durante la dominazione Ottomana esso fu una pura divisione amministrativo tra province dello stesso impero: la Serbia e la Bosnia entrambe ricomprese sotto la tollerante ala dell’Impero. Quel confine, fisicamente segnato dalla Drina, ed il Ponte erano filtri osmotici all’interno dei quali si realizzava l’unione di popoli e religioni che segnano, nel bene e nel male l’intera storia della Penisola Balcanica.
Nel bene e nel male appunto. Il mito del cosmopolitismo balcanico non è da vedere in maniera acritica. La dominazione ottomana fu tollerante, ma non sempre pacifica. Quello che però si riuscì a realizzare fu l’intreccio policulturale tra persone comuni, la rete di coesistenze tra diversi universi culturali che rappresenta il vero miracolo della storia balcanica. Un miracolo che tuttavia non è durato intatto fino ai giorni nostri.
Il 7 giugno 1992, durante l’assedio di Sarajevo, il giornalista bosniaco Zlatko Dizdarević scrisse: “…Ci hanno distrutto tutto […] hanno spezzato in noi quel che c’era di meglio, ci hanno insegnato ad odiare […] La povera Bosnia farà fatica a restare com’era, con quello che siamo diventati. Ed era la sua sola maniera di essere…”. La guerra spezzò il cosmopolitismo che fino ad allora aveva abbracciato l’intera Bosnia. Ancora oggi essa è uno stato federale formato da due repubbliche, una croato-musulmana e una serba, ma qual è il clima che si respira nel Paese?
Il nostro non vuole essere un resoconto esaustivo, ma solo l’annotazione sincera di alcune impressioni che un viaggio estivo ci ha lasciato. Il risultato non è dei più ottimisti. Avvicinandoci al confine croato-serbo, sulla strada che congiunge Osjiek a Novi Sad, ci siamo fermati più volte a chiedere indicazioni per la frontiera, ottenendo solo molto raramente qualche risposta. Arrivati poi in sua prossimità, superata la mostruosa periferia di Vukovar (mostruosa perché ancora oggi reca i segni del pesantissimo assedio subito), abbiamo attraversato circa quindici chilometri di…nulla! Letteralmente nulla: niente segnali stradali, niente illuminazione, niente case, niente persone, niente animali, solo una strada in mezzo a campi, alcuni coltivati, altri abbandonati. Così fino alla frontiera croata, all’enorme terra di nessuno che le divide e poi alla dogana serba.
In Serbia ci siamo fermati a Belgrado. Qui ci siamo recati al museo militare, eccitati dalla prospettiva di vedere un pezzo dello Stealth abbattuto nel 1999. Invece dello Stealth però ci hanno colpito due enormi amnesie storiche: l’assoluta mancanza di riferimenti alla II Guerra Mondiale, alla liberazione ed in particolare al suo carattere di guerra civile tra Cetnici serbi, Ustacia croati e croati comunisti di Tito; la rimozione delle guerre del 1991-1995. All’interno del museo si passa dalla prima guerra mondiale alla guerra in Kosovo, entrambe ampiamente esaltate come esempi di eroismo serbo di fronte alle grandi potenze imperialiste.
Arriviamo a Sarajevo. Essa ci accoglie con i tornanti delle montagne che la circondano. Il centro, compresso e solcato da stradine sinuose, si srotola sotto i nostri piedi in un vociare di turisti e venditori. Subito rimaniamo abbagliati dall’energia brulicante che permea ogni angolo. La chiamavano la Gerusalemme europea e infatti abbiamo potuto visitare una maestosa cattedrale cattolica, un paio di chiese ortodosse, una sinagoga e molte molte moschee. Insomma Sarajevo ci è sembrata un ninin cattolica, un ninin ortodossa, un ninin ebraica e molto molto musulmana. Ci sono tornate in mente le parole di un nostro amico che aveva abitato a Sarajevo prima della guerra e allora la maggior mescolanza etnica si percepiva anche guardando sopra i tetti delle case. Così, in agenzia, mentre aspettiamo che ci trovino una sistemazione cominciamo a chiacchierare col commesso il quale ci confessa: “…si Sarajevo è una splendida città, per un turista…”. A quanto pare le diatribe tra serbi e croato-musulmani non sono terminate e i rischi di secessione sono ancora elevati.
Anche tra croati e musulmani, però, le cose non vanno per il meglio, almeno non a Mostar. Il capoluogo dell’Erzegovina è stato per secoli il simbolo di un’integrazione possibile fra il mondo musulmano e quello cristiano. Il simbolo di questa convivenza era lo Stari Most, il Ponte Vecchio. Un’opera meravigliosa, in pietra bianca, che sorvola da quasi trenta metri d’altezza un fiume tutt’altro che mansueto come la Neretva. Splendido, davvero. E i dintorni non sono da meno: alzi il naso e vedi un minareto. Lo giri, e scorgi un campanile. Un’atmosfera unica, difficile da rendere a parole. Bene, a Mostar le due comunità maggioritarie erano, e sono ancora, quella croato-cattolica, prevalentemente insediata sulla sponda occidentale del fiume, e quella bosniaco-musulmana, ben più numerosa ad est. La guerra ha spazzato via questo equilibrio.
I croati, negli anni del conflitto, hanno costretto i musulmani che vivevano ad occidente a lasciare le proprie case, per riparare nei quartieri orientali della città. Che sono diventati una sorta di ghetto gigante, sottoposto ad un bombardamento quotidiano, indiscriminato, rivolto senza dubbio alcuno su obiettivi civili.
La città, oggi, riproduce la stessa divisione di quindici anni fa. Il confine è una strada sulla sponda occidentale: di qua i cristiani, di là i musulmani, anche se è riduttivo adottare una chiave di lettura esclusivamente religiosa.
In una trasversale della via-confine, sorge uno dei simboli della Mostar del dopoguerra: si tratta di una chiesa a dir poco orribile, una sorta di blocco di cemento vivo, alla cui destra sorge il campanile più alto della città. Sarà pure brutto come il resto, squadrato, pesante e tetro ma, guarda caso, è di parecchi metri più alto di qualsiasi minareto. E sorge a una cinquantina di metri dal confine. Fa il paio con un altro colosso di vocazione religiosa, e cioè una croce gigante che domina una delle colline intorno a Mostar. Tirata su dopo la guerra, si capisce. Non c’è punto della città, di notte come di giorno, da cui non si possa scorgere. Secondo un reduce musulmano, la sua funzione sarebbe essenzialmente una: commemorare il posto da cui ci bombardavano. E non ha poi torto, se è vero che i mortai e i carri croati, proprio come quelli serbi a Sarajevo, strangolavano la città dalle colline.
C’è un aneddoto che può aiutarci a rendere l’atmosfera che si respira oggi a Mostar, e riguarda uno dei pochi momenti in cui le due comunità hanno trovato modo di collaborare.
Come non potrebbe essere altrimenti, la città ha due squadre. Quella croata, lo Srimski, e il Velez, che può contare su un sostegno davvero radicato nella comunità musulmana. A quanto pare, durante la guerra, l’amministrazione croata ha avuto la splendida idea di dare in amministrazione lo stadio del Velez allo Srimski per 99 anni. Inutile dire che i derby mostarini farebbero scappare a gambe levate anche il capoccia più coraggioso delle curve nostrane. Però, per una volta, le due tifoserie hanno saputo unirsi.
E’accaduto a fine luglio, quando il Partizan Belgrado è venuto a giocarsi la qualificazione alla Champions League proprio contro lo Srimski. I tifosi serbi hanno avuto la sensibilità di scandire slogan che recitavano cose del tipo: filo spinato, coltello e Srebrnica. Gli ultras dello Srimski, come comprensibile, non hanno gradito poi troppo, e all’uscita dello stadio hanno ramazzato per benino i colleghi-rivali. I quali, in evidente inferiorità numerica, hanno cercato riparo per le vie della città. Peccato che, nel frattempo, i tifosi del Velez si fossero tenuti aggiornati con la diretta televisiva. E quindi, giù con la seconda rata. Un chiaro esempio di collaborazione inter-culturale.
L’odio unisce, altrochè.

Andrea Luchetta
Emmanuel Dalle Mulle
Stari

Hai mai assistito ad un’assemblea degli studenti in facoltà? Hai mai visto più di 50 persone parteciparvi? Sei al corrente della recente riforma dei curricula della specialistica e di come sono stati modificati?
Probabilmente tanti studenti del SID non saranno in grado di rispondere a questa domanda. Se la nostra previsione non è sbagliata allora è il caso di cominciare a discutere dell’efficienza degli organi della rappresentanza studentesca e magari avanzare qualche idea per una loro modifica. Ad esempio si potrebbe proporre l’elezione di due rappresentanti per ogni anno di corso che fungano da collegamento tra gli studenti e i tre rappresentanti classici diminuendo la dispersione che abbiamo potuto constatare nei mesi scorsi.
Se hai un’opinione in proposito o hai qualche idea per migliorare la rappresentanza studentesca scrivi a sconfinare@gmail.com Gli interventi più interessanti saranno pubblicati nel prossimo numero.

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